L’infanticidio rappresenta uno dei reati più sconvolgenti e drammatici, implicando l’uccisione decretata di neonati o bambini molto giovani da parte dei loro genitori o di chi ne ha la responsabilità. Questo atto sconcertante provoca domande fondamentali sulla psicologia umana, il contesto sociale e le circostanze che possono fare arrivare a tali atti inammissibili. L’omicidio di un figlio è inteso, a livello sociale e morale, come un crimen atrox, un atto volto a spaccare inevitabilmente il legame naturale tra genitore e figlio.

L’infanticidio si verifica sia nelle culture indigene che in quelle urbane di tutto il mondo: il termine neonaticidio si riferisce agli omicidi di bambini di meno di un mese, che hanno luogo nel periodo immediatamente post-parto, la maggioranza entro poche ore dopo la nascita ed è attribuibile all’incapacità di prendersi cura correttamente del nascituro. L’infanticidio femminile è l’atto di uccidere deliberatamente le bambine e viene anche descritto come uccisione selettiva di genere o “gendercide“; è più comune dell’infanticidio maschile e può avere gravi ripercussioni sull’equilibrio dei sessi nella popolazione. Era comune nell’antichità, ma può essere ancora oggi una realtà in alcune culture. In letteratura, sono stati identificati due sottotipi di infanticidio: quello diretto o attivo, dove assistiamo all’omicidio deliberato per lesioni o soffocamento, e quello passivo, legato a neglect, malnutrizione e trascuratezza.
Prospettive Storiche e Giuridiche
Storici e antropologi evidenziano le ragioni per cui in molte civiltà l’uccisione dei propri figli trovava piena giustificazione non solo nei valori culturali, ma nella legge stessa. Nell’età classica vigeva il principio ius vitae ac necis, il diritto di vita e di morte esercitato dal pater familias. È solo con l’avvento del Cristianesimo che l’infanticidio acquisisce i connotati del crimine grave. Con l’Illuminismo si genera una mutazione del contesto sociale, dove pensatori come Beccaria iniziarono a ipotizzare una mitezza della pena, inquadrando il gesto come legato a condizioni socio-economiche.
Nell'ordinamento italiano, il Codice Zanardelli del 1889 configurava l’infanticidio come un’ipotesi attenuata dell’omicidio, giustificata dalla "causa d’onore". Nel 1930, il Codice Rocco trasformò il reato in un delitto autonomo. Solo con la legge n. 442 del 1981 si è giunti a sopprimere la causa d’onore, riformulando l’art. 578 c.p. in base alle «condizioni di abbandono materiale e morale». Tuttavia, la dottrina ritiene che tale dicitura sia alquanto generica, alimentando incertezze interpretative che oscillano tra una visione oggettiva dello stato di isolamento e una visione psicologica di sofferenza interiore.
Il Figlicidio: Fattori Sociali e Psicologici
I fattori che creano i presupposti di una instabilità psichica ed emotiva, alla base del figlicidio, si possono distinguere in due ordini: sociali e psicologici. Tra i fattori sociali, lo scarso supporto alla donna durante la gravidanza svolge un ruolo cruciale. Una donna che sta per diventare madre non dovrebbe essere mai lasciata da parte. I fattori psicologici includono depressione o disturbi psichiatrici, stress finanziario o una gravidanza non voluta.
La famiglia e le situazioni difficili
Recenti studi sociali hanno provato a inserire la famiglia in dei modelli. La famiglia, cellula base della società, diviene sempre più spesso ambito in cui maturano fatti di violenza. In Italia, travolta dal cambiamento, uno dei pilastri della propria cultura ha visto cedere terreno. Non esiste un nesso causale obbligato tra disturbo mentale e comportamento omicida; al contrario, solo un terzo dei casi di figlicidio appare riconducibile nell’ambito della patologia psichiatrica. Spesso, il genitore omicida, in particolare la madre, viene etichettato come "malato mentale" per una funzione difensiva dello stigma rassicurante, che protegge il genitore "sano" dall’identificazione con l’autore del gesto.
La Sindrome di Medea e la Dinamica del Potere
Quello dei genitori che uccidono i propri figli è un tabù che faticosamente potrà essere screditato. La spiegazione di una madre che uccide il figlio, in psicologia, è definita "sindrome di Medea". Il termine deriva dal personaggio mitologico e, in ambito clinico (definizione di Jacobs, 1988), indica il comportamento materno finalizzato alla distruzione del rapporto tra padre e figli dopo separazioni conflittuali.

In queste situazioni, il figlio viene strumentalizzato come estensione del partner, un oggetto che può essere "distrutto" per punire l’altro genitore e riaffermare un controllo perduto. Non si tratta mai di un raptus; è piuttosto la sensazione di annichilimento del Sé che porta il soggetto a riversare la propria violenza verso il simbolo dell'Altro: i figli. Spesso, in questi contesti, si innesta la cosiddetta alienazione genitoriale, ovvero una campagna denigratoria ai danni dell’altro genitore che forza il minore a una innaturale scelta di campo.
Neuropsicologia dell’Assassino
Studi recenti condotti presso la Northwestern University Feinberg School of Medicine suggeriscono differenze nei profili neuropsicologici tra chi uccide esclusivamente bambini e chi commette omicidi verso adulti. Gli uccisori di soli bambini tendono a mostrare:
- Minori livelli di intelligenza e abilità di comunicazione.
- Minori capacità di problem solving.
- Maggiore impulsività.
- Una tendenza all’utilizzo di metodi manuali (soffocamento, percosse) piuttosto che premeditati.
Questa diversità indica che, mentre alcuni figlicidi sono espressione di patologie gravi, molti altri sono atti impulsivi compiuti da soggetti con deficit nella gestione emotiva e nella mediazione dei conflitti.
Prospettive di Prevenzione
La precocità nell’intercettare ogni fattore di rischio è il passaggio chiave. Bisogna prestare attenzione a quelle figure genitoriali che tendono all’isolamento per questioni economiche o che vivono in rapporti altamente conflittuali. La maternità, pur essendo un evento naturale, rappresenta una crisi trasformativa che può slatentizzare vulnerabilità profonde. Un supporto psicologico adeguato, non solo durante la gravidanza ma anche nel post-parto, può fare la differenza nel coordinare i cambiamenti che la genitorialità porta con sé.
L’esperienza clinico-forense suggerisce che non è sufficiente classificare il crimine come frutto di follia. È necessario comprendere il vissuto di inadeguatezza, la solitudine e il carico di aspettative che gravano sui neo-genitori. La prevenzione non è irrealizzabile, ma richiede una rete sociale e sanitaria che non abbandoni la madre nel momento della sua massima fragilità, evitando di trasformare il "donare la vita" in un dramma incomprensibile. Il figlicidio materno va concettualizzato come un fenomeno multidimensionale: solo superando le semplificazioni rassicuranti e lo stigma sociale sarà possibile riconoscere i segnali d'allarme prima che il vicolo cieco del dolore divenga un atto senza ritorno.