Il sistema di protezione dell’infanzia e la gestione delle dinamiche familiari problematiche rappresentano uno dei compiti più delicati e complessi per le istituzioni moderne. Quando un nucleo familiare attraversa fasi di rottura, specialmente in presenza di fragilità psicologiche accertate, la linea che separa la tutela del minore dal rischio di eventi estremi diviene tragicamente sottile. Recentemente, la cronaca ha riportato alla luce storie drammatiche che impongono una riflessione profonda sul funzionamento dei servizi sociali, delle autorità giudiziarie e del supporto alle genitorialità in crisi.

Il dramma di Muggia: fragilità e contenziosi
A Muggia, in provincia di Trieste, la cronaca ha registrato una tragedia familiare che ha sconvolto l’opinione pubblica. Una donna di 55 anni ha ucciso il figlio di nove anni, tagliandogli la gola con un coltello da cucina. L'omicidio è stato scoperto nella serata di ieri, 12 novembre. Quando i soccorritori sono entrati in casa, il bambino era morto da ore. La polizia ha trovato il cadavere in bagno. La donna, 55 anni, si era ferita alle braccia con lo stesso coltello. Il piccolo era affidato al padre e l'omicidio è avvenuto durante uno degli incontri, consentiti dal tribunale, con la madre. La donna è stata arrestata.
I genitori del bimbo sono separati e la famiglia era seguita sia dal tribunale sia dai servizi sociali. La donna era in cura presso il centro di salute mentale. Il piccolo era affidato al papà ma la mamma, che abita in via Marconi, era autorizzata a trascorrere del tempo con lui. L'infanticidio è avvenuto in uno degli spazi madre-figlio. A dare l'allarme è stato il padre del bambino, un uomo di 58 anni triestino. Intorno alle 21 la mamma avrebbe dovuto riconsegnargli il piccolo. Non riuscendo a rintracciarla, si è preoccupato tanto da chiamare il 112. Quando in casa della donna sono arrivati gli agenti della Squadra mobile il piccolo, che frequentava la scuola elementare slovena di Muggia, era già morto.
Segnali premonitori e valutazioni giudiziarie
La questione che emerge con forza in casi di questo tipo riguarda la capacità di prevenzione delle autorità preposte. "O Giovanni rimane con me, oppure sono disposta a uccidere il bimbo, a uccidere me, buttandomi in mare, e a uccidere anche Paolo". Olena Stasiuk, la donna di 55 anni che ha ucciso il figlio Giovanni di nove anni tagliandogli la gola con un coltello da cucina lo aveva detto e lo ha fatto. La frase - non è l’unica minaccia proferita - fu pronunciata l’11 luglio 2018 e fu verbalizzata dai Servizi sociali quando le fu prospettato il possibile affido esclusivo del bimbo al padre.
Proprio il papà di Giovanni, Paolo Trame, affida al parroco di Muggia (Trieste) don Andrea Destradi, le sue parole e un rimpianto: “Il grande rammarico legato al fatto che alla madre sia stato consentito di vedere il bambino senza protezione”. L’uomo nutriva “certezze motivate da violenze e minacce documentate”. Già nel giugno del 2023, secondo il papà, “ha tentato di strozzare” il figlio. Il bambino era finito al pronto soccorso dell’ospedale cittadino con lividi sul collo e a una mascella. La donna ha assunto farmaci contro la schizofrenia ed era stata in cura presso il Centro di salute mentale.
Oltre a minacciare il suicidio ai giudici del tribunale civile e agli assistenti sociali del Comune di Muggia: “Se non mi date l’affidamento di mio figlio - ammoniva la donna - mi butto nel mare e mi annego assieme al bambino”. Ma la precaria salute mentale della madre aveva indotto il tribunale dei minori ad affidare il piccolo Giovanni alle cure del padre: per Olena era scattato il divieto di stare da sola con il figlio. Grazie alla nuova dimora, dal 2021 il tribunale aveva concesso alla donna di vedere il figlio 3 volte a settimana, ma solo alla presenza degli assistenti sociali. Già da settimane la madre poteva vedere il figlio da sola, mentre il padre invano si sarebbe opposto. La decisione è stata assunta da Filomena Piccirillo - la giudice della causa civile di separazione - dopo la consulenza tecnica della psicologa Erika Jakovic.
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Il caso di Calimera: una dinamica di disperazione
Non distante nelle modalità, sebbene differente nelle circostanze, è il caso avvenuto a Calimera, nel Salento. Najoua Minniti, detta Gioia, originaria di Polistena in provincia di Reggio Calabria, avrebbe ucciso il figlio Elia Perrone e poi l’ha fatta finita. Il corpo della 36enne è stato scoperto casualmente da un sub durante un’immersione, nelle acque a largo di Torre dell'Orso. Di lei e del figlio non si avevano notizie da alcune ore. A lanciare l’allarme era stato proprio l’ex marito Fabio Perrone, padre del bimbo, una volta appreso che il piccolo non era stato accompagnato a scuola.
Il piccolo Elia, 9 anni, è stato trovato senza vita nella serata di martedì 18 novembre. I militari dell'Arma hanno fatto irruzione nell'abitazione di via Montinari 106, dove il piccolo si trovava nella stanza da letto. Sul corpo segni di strangolamento e, probabilmente, ferite da arma da taglio. Non sono chiare le ragioni del gesto. Da quel che si apprende c’erano tensioni e già in precedenza erano emersi propositi simili, ma soltanto annunciati. Il papà del piccolo, ex compagno della donna, è stato a lungo ascoltato proprio per comprendere il contesto in cui è maturata la tragedia. E se vi fossero stati segnali di turbamento.
Fattori di rischio e vulnerabilità nell'infanzia
La perdita di un bambino di nove anni è un evento che lacera le comunità locali. Che si tratti di eventi tragici legati a violenze domestiche o di improvvisi malori, il riflesso sociale è sempre di profondo smarrimento. Un altro episodio grave è avvenuto a Olbia tre anni fa, dove la figlia di una donna, nove anni, venne ricoverata in ospedale per una overdose di cocaina, portando alla luce una vita di maltrattamenti e stalking subiti dalla madre dal compagno, poi processato al tribunale di Tempio.

Parallelamente, la cronaca riporta purtroppo anche morti improvvise legate a cause cliniche ancora da chiarire. Ad esempio, a Marsa Alam, in Egitto, un bimbo di 9 anni è morto per un malore mentre era in vacanza con i genitori. Sconosciute ancora le cause esatte, anche se tra le ipotesi sembra prevalere quella di un'emorragia cerebrale. Similmente, a Roma, una bambina di nove anni è morta dopo aver accusato un malore in seguito a un pasto. In casi come quello di Palermo, dove una bambina di 9 anni è deceduta in ospedale, la generosità dei genitori ha permesso la donazione degli organi, un gesto che ha salvato altri tre bambini. Elsa Cannistraro, la psicologa del Centro regionale trapianti della Sicilia, ha sottolineato come lo strazio più grande sia quello che prova un genitore per la morte di un figlio, evidenziando il valore civile di tali scelte in contesti di tragedia immane.
Il ruolo della comunità e dei professionisti
La gestione di situazioni familiari complesse richiede un equilibrio tra il diritto del genitore alla relazione con il figlio e la prioritaria necessità di protezione del minore. Quando la salute mentale di un genitore è compromessa, come nei casi di Muggia o Calimera, le istituzioni si trovano a dover interpretare segnali spesso ambigui. "La comunità è devastata. Ho già avuto una riunione con i servizi sociali: cerchiamo di stare il più vicino possibile", spiega il sindaco Polidori a proposito di Muggia.
Il punto focale rimane la capacità del sistema di ascoltare i moniti dei genitori che, come nel caso di Paolo Trame, tentano di segnalare pericoli imminenti attraverso i canali legali. La burocrazia, le perizie tecniche e i tempi del tribunale spesso non collimano con l'urgenza di situazioni in cui la psiche umana, spinta al limite, può cedere tragicamente. Il rispetto per il dolore delle famiglie coinvolte e il silenzio necessario per permettere agli inquirenti di ricostruire le dinamiche - come richiesto dal sindaco di Calimera - rappresentano un dovere morale imprescindibile di fronte a vicende che, nonostante la loro estrema varietà, lasciano sempre un vuoto incolmabile.
La complessità del contesto sociale, le difficoltà economiche e la gestione del disagio psichico costituiscono il terreno comune su cui si giocano queste vite. L'attenzione mediatica e istituzionale deve ora spostarsi sulla prevenzione attiva, garantendo che i minori non siano mai esposti a rischi che, con maggiore sensibilità e monitoraggio costante, avrebbero potuto essere previsti ed evitati.