La storia di Lucio Battisti è un puzzle per sua natura incompleto, un mistero che Ernesto Assante ha provato a indagare mettendo insieme i pezzi di una vita artistica multiforme. Ed è proprio il “mistero” Battisti quello che questo libro indaga, provando a mettere insieme i pezzi di un puzzle per sua natura incompleto. Battisti non è stato solo un cantante, ma una figura capace di essere accessibile ma concettuale, rivoluzionario ma popolare, diventando nel tempo una voce priva di corpo, lontana dal pubblico e dai media, cristallizzato nell’immagine del ragazzo con i capelli ricci e il foulard che non invecchia mai, come le sue canzoni.

Le origini: da Poggio Bustone al sogno romano
Lucio Battisti è nato a Poggio Bustone, un paese di collina in provincia di Rieti, il 5 Marzo 1943 alle 13 e 30. La casa si trova in via Roma al numero 40: oggi, vista l’affluenza dei curiosi, una scala appositamente costruita permette di osservare da vicino il balcone dove il giovane artista suonava la chitarra. L’atto di nascita originario di Lucio è andato distrutto nell’incendio che i Tedeschi in fuga hanno appiccato nell’aprile del 1944. La famiglia è normalissima: mamma Dea, casalinga, papà Alfiero, impiegato alle imposte di consumo, e la sorella di tre anni più giovane Albarita. Nel 1947 la famiglia Battisti si trasferisce a Vasche di Castel Sant’Angelo vicino a Rieti e tre anni più tardi a Roma.
Nella capitale Lucio frequenta le scuole elementari e medie e si diploma come perito industriale nel 1962. La musica era nel sangue, racconta Giovan Battista Battisti, cugino di Lucio: il bisnonno Andrea, detto "dei Perugini", era un grande suonatore di clarino, e il nonno suonava la cornetta. Nonostante la passione, papà Alfiero non vedeva nel futuro del figlio la carriera del musicista. Si dice infatti che in una delle tante discussioni in proposito, Alfiero abbia addirittura rotto in testa a Lucio una chitarra. Il conflitto con il padre si fece sempre più accanito, tanto che Alfiero, invalido di guerra, accettò di firmare la dispensa dal servizio militare per il figlio solo a patto che il ragazzo si diplomasse e partecipasse al colloquio con la IBM. Lucio obbedì, ma si presentò al colloquio dicendo di non essere interessato.
Gli esordi e la nascita del sodalizio con Mogol
La prima esperienza in un complesso musicale è nell’autunno 1962 come chitarrista de “I Mattatori”, un gruppo di ragazzi napoletani. Ben presto Battisti cambia complesso e si unisce a “I Satiri”. Roby Matano, cantante e bassista de “I Campioni”, racconta: “Il nostro chitarrista se n’era andato e nel gruppo che apriva la serata, I Satiri, c’era un ragazzo che suonava bene la chitarra. Così Lucio si è unito a noi. Nel 1964 siamo andati a suonare in Germania e in Olanda: un’ottima occasione per ascoltare la musica di Dylan e degli Animals”.

Battisti dimostra subito di avere le idee chiare e una buona dose di ambizione; suonare in gruppo non gli piace, così decide di tentare la fortuna da solo a Milano, la “Mecca” della canzone. Il 14 febbraio 1965 riesce ad avere un appuntamento con Franco Crepax, direttore artistico della Cgd. È la vera occasione e durante l’audizione viene casualmente ascoltato da Christine Leroux. La talent-scout rimane folgorata: “Sono rimasta paralizzata, come quando incontri la persona che hai aspettato tutta la vita. Ho sentito che quel ragazzo aveva qualcosa da dire”. Sarà lei a far conoscere a Lucio il già famoso Giulio Rapetti, in arte Mogol.
Fin dalle prime prove, i versi scritti da Mogol sembrano adattarsi perfettamente alle melodie di Battisti. Il 23 luglio 1966 esce il primo singolo inciso da Lucio: “Per una lira - Dolce di giorno”. Sebbene il successo non sia immediato per l'interprete, i brani affidati ad altri artisti iniziano a scalare le classifiche: "29 settembre" (1967) per l'Equipe 84 e "Il vento" (1968) per i Dik Dik diventano pietre miliari.
L'affermazione: gli anni settanta e la rivoluzione pop
Il successo non tarda ad arrivare. Con “Balla Linda” (1968), Battisti stupisce il panorama musicale italiano stravolgendo le abituali rime richieste dai produttori. Impone infatti la sua volontà escludendo il “mai” nel verso della canzone. Inizia così un decennio dominato dal binomio Battisti-Mogol, i cui brani sono stati la colonna sonora assoluta di un decennio della storia d’Italia.
Accusato a volte di essere un ‘non-cantante’ dai ridotti mezzi vocali, Battisti risulta invece il miglior interprete di se stesso, esibendo una vocalità ‘normale’, quotidiana e proprio perciò espressiva. Album come “Emozioni” (1970) e “Il mio canto libero” (1972) segnano l’ingresso del cantautore nell’Olimpo della musica italiana. La collaborazione con Mina, che porta a successi come “Insieme” e “Io e te da soli”, conferma il suo ruolo centrale nel panorama nazionale.
Lucio Battisti e Mogol - Per Voi Giovani (Intervista Completa di Paolo Giaccio) - 18 Dicembre 1971
“Anima Latina” (1974) rappresenta forse l’opera più ambiziosa: un disco che cerca di definire il potere sensuale della musica, mescolando Tropicalia, Krautrock e sensibilità mediterranea. Battisti non si ferma e, dopo aver visitato gli USA, assorbe il funk e la disco music in lavori come “La batteria, il contrabbasso, eccetera” (1976) e “Io tu noi tutti” (1977).
Il distacco e la fase sperimentale
Alla fine degli anni Settanta, il rapporto tra Battisti e Mogol inizia a deteriorarsi. Il bagliore magico che circondava i due amici sta diventando sempre più cupo. L’ultimo atto della loro collaborazione è “Una giornata uggiosa” (1980). Battisti cambia strada. Innanzitutto, asseconda la sua naturale ritrosia, sottraendosi per sempre a fotografi e telecamere e ritirandosi dalla vita pubblica: “Non parlerò mai più, perché un artista deve comunicare solo per mezzo del suo lavoro. L’artista non esiste”.
A partire dal 1982, Battisti inizia a collaborare con Pasquale Panella, dando vita a un’ultima fase artistica caratterizzata da testi ermetici e sonorità elettroniche all'avanguardia. Album come “Don Giovanni” (1986) e “Hegel” (1994) rappresentano una catarsi concettuale, dove la musica si sposta verso lidi siderali, anticipando suoni house, techno e trip-hop.
L'eredità di un genio schivo
Quando ho saputo che era morto stavo cucinando e non ho provato particolari emozioni. Quando ho capito che era morto Lucio Battisti non ho pianto, né l’ho fatto dopo, ma ho corso. Era il nove settembre 1998 quando l’Italia diceva addio a uno dei suoi cantautori più amati e schivi. La sua musica resta un arcobaleno che appare magicamente nel cielo dell’Italia, dipingendo colori su una Nazione affamata di un nuovo linguaggio musicale capace di incorporare la sensibilità internazionale alle melodie italiane.

Lucio Battisti rimane l’artista che ha trasformato le sue emozioni in una visione unica. Ogni singolo italiano ha una storia che coinvolge una canzone di Battisti: il primo bacio, un viaggio in macchina, una melodia fischiettata sotto la luce del sole romano. Il suo percorso, dal particolare all'universale, ha trasformato canzoni d'amore in concetti eterni, rendendolo, a dispetto della sua assenza mediatica, il musicista più presente nella vita e nell'immaginario collettivo del Paese.