La Maternità Surrogata tra Etica, Diritti e Mercificazione: L'Analisi Profonda nel Dibattito Italiano

Il dibattito sulla maternità surrogata in Italia è un crocevia di posizioni etiche, giuridiche e sociali, alimentato da uno scontro che è diventato, a detta di molti, profondamente ideologico. Al centro di questa polemica si trova la questione del riconoscimento dei bambini nati all'estero attraverso la gestazione per altri, specialmente quando coinvolge coppie omosessuali. Una delle voci più incisive e schiette in questo complesso scenario è quella di Barbara Alberti, scrittrice e opinionista di spicco, già animatrice del movimento femminista degli anni Settanta, la cui visione offre una prospettiva critica che risuona con altre riflessioni progressiste e femministe. La sua definizione di maternità surrogata come "la vittoria del ricco sul povero" è un punto di partenza fondamentale per comprendere le sfumature di questa discussione.

Il Contesto Politico Italiano: Scontro sul Riconoscimento e le Posizioni del Governo

In questi giorni, una polemica di vasta portata è esplosa dopo il niet del governo all’iscrizione anagrafica di quei bambini che arrivano da altri Paesi, congiuntamente al riconoscimento dei due genitori. Questa prassi, messa in atto da molti sindaci di sinistra, ha generato un acceso confronto. Per l’esecutivo, guidato da Giorgia Meloni e non esattamente incline a simpatie per l’universo Lgbtq, questa prassi non sarà più consentita. La posizione del governo si oppone così al certificato europeo di filiazione, un documento che garantirebbe al minore l’accesso ai diritti civili e sociali a prescindere dal suo status di figlio. Questa presa di posizione segna una netta discontinuità rispetto alle pratiche pregresse e solleva interrogativi fondamentali sulla tutela dei diritti dei minori e delle famiglie non tradizionali.

D’ora in poi in Italia, secondo quanto stabilito, il bambino o la bambina potrà iscriversi all’anagrafe accompagnato dal genitore biologico, mentre l’altro, come deciso dalla Cassazione, dovrà avviare un percorso di “adozione facilitata”. Questa mediazione, proposta dai giudici, potrebbe essere considerata accettabile a patto che il percorso adottivo sia rapido. Un’accelerazione di tale processo costringerebbe di fatto il governo a riconoscere le coppie omosessuali, sebbene attraverso un meccanismo diverso dal riconoscimento diretto alla nascita. Tuttavia, lo scontro è diventato ormai profondamente ideologico, e il minore stesso sembra essere trasformato in uno strumento. Con le debite differenze, entrambe le parti in conflitto utilizzano la figura del bambino per sostenere le proprie posizioni, perdendo talvolta di vista il superiore interesse del minore. In mezzo a tutto questo, appunto, si trova il convitato, sempre meno di pietra, della maternità surrogata. Questa pratica è una bomba scoppiata nelle mani di una sinistra che, secondo alcune critiche, non ha ancora compreso appieno come il neoliberismo trasformi qualsiasi cosa in merce di scambio, insinuandosi ovunque, anche nelle dimensioni più intime dell'esistenza umana.

La Visione di Barbara Alberti: Il "Forno" e la Disparità Sociale

All'interno di questo scenario complesso, la voce di Barbara Alberti si staglia con forza e chiarezza. La scrittrice, intellettuale e opinionista, fornisce una delle critiche più pungenti e dirette alla maternità surrogata. La sua prospettiva mette in luce le profonde implicazioni sociali ed economiche di questa pratica, andando oltre il dibattito sui diritti individuali per affrontare questioni di giustizia e disuguaglianza. Barbara Alberti definisce la maternità surrogata, senza mezzi termini, come “la vittoria del ricco sul povero”. Questa affermazione, lapidaria e incisiva, sottolinea un aspetto cruciale della pratica: la sua accessibilità è spesso legata alla disponibilità economica.

Alberti prosegue nella sua analisi, descrivendo un aspetto che giudica “atroce”: “è atroce pagare una donna perché diventi il ‘forno’, come la chiamano gli americani, di un figlio che cresce dentro di lei ma non è biologicamente suo”. Questa metafora cruda e diretta, il “forno”, utilizzata per descrivere il ruolo della gestante, evoca immediatamente l'immagine di un corpo strumentalizzato, ridotto a funzione, privato della sua umanità intrinseca nel processo di generazione della vita. Il riferimento ai “ricchi” e ai “poveri” evidenzia come la maternità surrogata possa acuire le disparità esistenti, permettendo a chi ha maggiori risorse economiche di "acquistare" un servizio riproduttivo, spesso a discapito di donne in condizioni di vulnerabilità economica o sociale. La Alberti, attraverso questa espressione, invita a riflettere sulla mercificazione del corpo femminile e sulla dignità della persona, aspetti che ritiene messi a rischio da una pratica che, sebbene presentata come una soluzione a un desiderio legittimo di genitorialità, nasconde al suo interno dinamiche di sfruttamento. La sua critica si inserisce in un filone di pensiero femminista che da tempo mette in guardia contro la potenziale trasformazione del corpo femminile in una risorsa riproduttiva a disposizione del mercato.

Barbara Alberti portrait

Le Radici Storiche di una Pratica Controversa: Dalla Continuità Dinastica alla Modernità

L'idea che la maternità surrogata rappresenti un "ritorno indietro" nel tempo è un punto di vista espresso da diversi intellettuali e politici progressisti, oltre che da esponenti del movimento Lgbtq. Non mancano, infatti, voci che hanno preso posizione contro una prassi che, a loro avviso, sembra riportarci indietro di secoli se non di millenni. Per comprendere questa prospettiva, è utile guardare al passato. Se si considera che dai tempi degli egizi e poi dei romani, passando per gli ebrei, i potenti, di fronte all’impossibilità di avere figli, utilizzavano le mogli dei propri sottoposti per avere un figlio che avrebbe garantito loro la continuità dinastica, si può cogliere una risonanza storica con l'attuale dibattito.

Questa pratica antica, sebbene priva delle attuali implicazioni tecnologiche e contrattuali, condivide con la maternità surrogata moderna l'idea di utilizzare il corpo di una donna per fini riproduttivi altrui, spesso legati a questioni di potere, lignaggio o desiderio di prole che non poteva essere realizzata altrimenti. Le similitudini storiche non implicano un giudizio di equivalenza morale, ma suggeriscono una riflessione profonda sulla persistenza di schemi in cui la riproduzione può essere vista come un mezzo per raggiungere obiettivi personali o sociali, piuttosto che un atto intrinsecamente legato alla sfera affettiva e biologica della donna che porta avanti la gravidanza. Il richiamo a questi precedenti storici invita a una lettura critica delle pratiche contemporanee, ponendo la questione se il progresso tecnologico abbia realmente emancipato la donna o se, in alcuni casi, abbia semplicemente riproposto, in forme nuove, antiche dinamiche di utilizzo del corpo femminile. La storia ci mostra come la capacità riproduttiva della donna sia stata, in diverse epoche e culture, oggetto di controllo, regolamentazione e, talvolta, sfruttamento, e il dibattito sulla maternità surrogata si inserisce in questa lunga e complessa tradizione.

Il Neoliberismo e la Mercificazione della Vita: Una Sfida per la Sinistra

La critica alla maternità surrogata si inserisce spesso in una più ampia analisi del neoliberismo e della sua capacità di permeare ogni aspetto della vita umana. Nessuna forza politica dell’arco progressista è stata capace di affrontare una discussione su una prassi divenuta, per alcuni, intoccabile, perché considerata l'unico strumento per le coppie omosessuali maschili per diventare genitori, avendo messo ai margini delle loro battaglie il tema dell’adozione. Questa osservazione evidenzia una presunta lacuna all'interno della sinistra, la quale, pur sostenendo i diritti LGBTQ+, avrebbe trascurato di elaborare una critica robusta e coerente alle implicazioni economiche e sociali della maternità surrogata.

Stefano Fassina, ex deputato di Liberi e uguali, non usa mezzi termini quando parla di “sconfinamento del mercato nella dimensione più sacra dell’uomo, che è la generazione della vita”. Questa affermazione è cruciale per comprendere la portata della critica. Essa suggerisce che la maternità surrogata non è semplicemente una questione di libertà individuale o di accesso alla genitorialità, ma rappresenta un'invasione del mercato in un ambito che, per sua natura, dovrebbe rimanere al di fuori delle logiche di compravendita. La generazione della vita, intesa come processo biologico ed emotivo profondamente umano, verrebbe così ridotta a un servizio o a un prodotto scambiabile, con tutte le implicazioni etiche che ne derivano.

Anche la filosofa Luisa Muraro, annoverata tra le femministe storiche, esprime una posizione analoga. Ella sostiene che “alcuni diritti si fondano in ultima istanza sulla legge del mercato e alimentano la disuguaglianza in quanto il desiderio può essere soddisfatto solo da chi può permetterselo”. Questa osservazione, citata dal bimestrale “Micromega”, rafforza la critica secondo cui la maternità surrogata, pur apparendo come un’espansione dei diritti, in realtà agisce secondo le logiche del privilegio economico. Il desiderio di genitorialità, se soddisfatto attraverso questa pratica, diventa un lusso accessibile solo a chi possiede le risorse finanziarie sufficienti per sostenerne i costi, creando così una forma di disuguaglianza basata sulla capacità di spesa. La critica di Muraro, insieme a quella di Fassina e Alberti, denuncia il rischio che valori umani fondamentali vengano sussunti dalle dinamiche del mercato, con conseguenze potenzialmente deleterie per la giustizia sociale e la dignità umana.

Lourdes Velazquez , La mercificazione del corpo femminile (14-07-2017)

Fratture Interne nel Movimento LGBTQ+: Arcigay, Arcilesbica e le Diverse Posizioni

Il dibattito sulla maternità surrogata ha creato evidenti spaccature anche all'interno del movimento LGBTQ+, tradizionalmente unito nella lotta per il riconoscimento dei diritti. Queste divisioni mostrano la complessità della questione e la difficoltà di trovare una posizione unitaria su una pratica che tocca sensibilità diverse e solleva interrogativi etici profondi. All’interno di Arcigay e Arcilesbica, infatti, c’è una evidente spaccatura. Questo fenomeno testimonia come anche tra coloro che condividono l'obiettivo di una società più inclusiva e paritaria, possano emergere divergenze sostanziali su temi specifici.

Un esempio chiaro di queste divergenze è rappresentato dalle figure di Aurelio Mancuso e Gabriele Piazzoni. Se nel primo caso, l’ex presidente di Arcigay, Aurelio Mancuso, non ha mai fatto sconti nel prendere le distanze dalla gestazione per altri, esprimendo una posizione critica nei confronti della pratica, la stessa cosa non vale per esempio per Gabriele Piazzoni, segretario generale di Arcigay. Piazzoni, infatti, non ha esitato a paragonare un figlio arrivato attraverso l’adozione a chi è, suo malgrado, frutto di un mercimonio. Questa affermazione è particolarmente controversa e ha suscitato ampie discussioni. Paragonare l'adozione, un percorso legalmente e eticamente riconosciuto per la costituzione di una famiglia, a un "mercimonio" per via della maternità surrogata, rivela una profonda differenza di vedute sulla natura e il valore delle diverse forme di genitorialità e sulla legittimità etica delle vie per accedervi. L'uso del termine "mercimonio" suggerisce una critica implicita alla mercificazione che alcuni attribuiscono alla maternità surrogata, ma la sua estensione all'adozione ha generato sconcerto e critiche.

Questa spaccatura all'interno del movimento LGBTQ+ è significativa perché dimostra come anche chi lotta per i diritti civili possa trovarsi di fronte a dilemmi etici complessi, dove la difesa di un diritto (quello alla genitorialità) può entrare in conflitto con altri principi (come la tutela del corpo femminile o la condanna della mercificazione). Le diverse posizioni evidenziano la necessità di un dibattito interno più approfondito e articolato che tenga conto delle molteplici sfaccettature della questione, superando le semplificazioni e le polarizzazioni.

La Tutela dei Diritti e la Vulnerabilità Femminile: Il Dibattito Oltre i Confini Italiani

La discussione sulla maternità surrogata non è confinata ai soli confini italiani, ma è un tema di rilevanza internazionale, con scenari e approcci diversi tra i vari Paesi europei. Queste differenze riflettono le diverse sensibilità culturali, etiche e giuridiche che caratterizzano il continente. Anche in Francia, ad esempio, regna l’ambiguità. Nonostante ciò, la principale forza della sinistra, La France insoumise di Jean-Luc Mélenchon, ha espresso la sua netta contrarietà alla maternità surrogata. Questa posizione è emblematica di una tendenza all'interno di settori progressisti europei a considerare criticamente la pratica, spesso in linea con le argomentazioni femministe che mettono in guardia contro la potenziale mercificazione del corpo femminile.

Ancora più esplicita è la posizione della Spagna, dove la coalizione di sinistra al governo, composta dai socialisti di Pedro Sánchez e Podemos di Ione Belarra, ha espresso un netto “no” alla maternità surrogata. La motivazione addotta è particolarmente significativa: la considerano lesiva “dei diritti delle donne soprattutto di quelle più vulnerabili mercificando i loro corpi e le loro funzioni riproduttive”. Questa argomentazione spagnola mette al centro della critica la vulnerabilità delle donne, riconoscendo che le dinamiche socio-economiche possono spingere alcune persone a entrare in accordi di surrogazione che, di fatto, rappresentano una forma di sfruttamento. La mercificazione dei corpi e delle funzioni riproduttive è il fulcro di questa opposizione, riflettendo una preoccupazione profonda per la dignità e l'autonomia delle donne.

Map of European surrogacy laws

Le posizioni di Francia e Spagna dimostrano che la critica alla maternità surrogata non è affatto un appannaggio esclusivo di schieramenti conservatori o religiosi, ma è ampiamente condivisa anche in ambienti progressisti che si pongono la questione della giustizia sociale e dei diritti delle donne. Questi Paesi evidenziano come la tutela delle donne, in particolare quelle in situazioni di maggiore fragilità, debba essere una priorità assoluta, e che qualsiasi pratica riproduttiva che rischi di compromettere tale tutela o di trasformare il corpo femminile in merce debba essere attentamente scrutinata e, se necessario, respinta. Il confronto con queste realtà europee arricchisce il dibattito italiano, fornendo ulteriori argomenti e prospettive per una riflessione più completa e internazionalmente informata.

Il Minore al Centro del Contenzioso: Strumento o Soggetto di Diritti?

In questo complesso scenario, dove le posizioni si scontrano e le ideologie si confrontano, il minore sembra essere paradossalmente trasformato in uno strumento. Con le debite differenze, entrambe le parti in conflitto utilizzano la figura del bambino o della bambina per avvalorare le proprie tesi, spesso rischiando di oscurare il vero interesse superiore del minore stesso. Da un lato, chi sostiene la necessità del riconoscimento immediato per i bambini nati all'estero tramite maternità surrogata enfatizza il diritto del minore ad avere due genitori legalmente riconosciuti sin dalla nascita, sostenendo che ritardare o complicare questo processo danneggerebbe la stabilità e la sicurezza affettiva del bambino. L'argomento principale è che il certificato europeo di filiazione garantisce al minore l’accesso ai diritti civili e sociali a prescindere dal suo status di figlio, e negarlo significherebbe creare cittadini di serie B, con incertezze legali e identitarie.

Dall'altro lato, chi si oppone a tale riconoscimento diretto, e in particolare alla maternità surrogata stessa, argomenta che proteggere il minore significa prima di tutto tutelarlo da pratiche che potrebbero generare problemi etici, psicologici o sociali a lungo termine. In questa prospettiva, la preoccupazione non è tanto il riconoscimento dopo la nascita, quanto la liceità e le implicazioni della pratica prima della nascita. Vengono sollevate questioni sull'identità del bambino, sulla sua consapevolezza di essere nato attraverso una gestazione per altri, e sulle possibili implicazioni della mercificazione della vita che precede la sua esistenza. In questo contesto, il bambino diventa il fulcro di un contenzioso che va ben oltre la sua singola identità, trasformandosi in simbolo di principi etici, giuridici e sociali contrapposti.

Questa strumentalizzazione, seppur involontaria, del minore nel dibattito rischia di mettere in secondo piano l'obiettivo primario di ogni sistema giuridico e sociale: garantire il benessere e i diritti inalienabili di ogni bambino. La sfida è riuscire a bilanciare il desiderio legittimo di genitorialità con la necessità di tutelare il minore da qualsiasi forma di sfruttamento o incertezza, assicurandogli un ambiente di crescita stabile, sicuro e conforme ai principi etici fondamentali della società. La questione non è solo chi siano i genitori, ma in quali condizioni e con quali mezzi sia avvenuta la sua venuta al mondo, e come la società debba rispondere a queste nuove configurazioni familiari e riproduttive, sempre con l'interesse superiore del minore come bussola.

Diagram of a family structure with two parents

Il Certificato Europeo di Filiazione e le Sue Implicazioni nel Contesto Italiano

Il certificato europeo di filiazione è un elemento centrale della discussione in corso, e la sua adozione o meno ha implicazioni significative per i bambini e le famiglie in Italia. Si tratta di uno strumento giuridico che ha lo scopo di armonizzare il riconoscimento della filiazione tra i Paesi membri dell'Unione Europea, garantendo la continuità dei diritti del minore indipendentemente da dove sia nato o dalla tipologia di famiglia in cui è inserito. La sua importanza risiede nella promessa che garantirà al minore l’accesso ai diritti civili e sociali a prescindere dal suo status di figlio. Questo significa che un bambino riconosciuto come figlio in un Paese dell'UE dovrebbe godere degli stessi diritti e riconoscimenti anche in un altro Stato membro, evitando discriminazioni o lacune giuridiche che potrebbero altrimenti emergere.

L’opposizione del governo italiano a questa prassi, quando si tratta di bambini nati tramite maternità surrogata all'estero da coppie omosessuali, crea una dissonanza rispetto agli obiettivi di armonizzazione europea. Rifiutare l'iscrizione anagrafica congiunta e il riconoscimento diretto dei due genitori, optando invece per un percorso di “adozione facilitata” per il genitore non biologico, significa frapporre un ostacolo legale e burocratico che altri Paesi europei potrebbero non richiedere. Questo può comportare una serie di sfide pratiche e legali per le famiglie, dalla possibilità di viaggiare liberamente con i propri figli all'accesso a servizi sanitari o educativi, fino a questioni ereditarie. La complessità si acuisce in quanto il minore potrebbe essere riconosciuto come figlio di due genitori in un Paese e solo di uno in Italia, generando incertezze sulla sua identità giuridica e sui suoi diritti fondamentali.

La discussione sul certificato europeo di filiazione, quindi, non è solo una questione burocratica, ma tocca la sfera dei diritti umani e la piena cittadinanza. Si tratta di stabilire se lo Stato italiano intenda aderire a un principio di riconoscimento universale dei legami familiari, o se preferisca mantenere una legislazione più restrittiva che rifletta specifici orientamenti etici e culturali, anche a costo di creare disuguaglianze e difficoltà per i minori e le famiglie coinvolte. La scelta di non allinearsi completamente con il certificato europeo di filiazione, in questi specifici casi, rappresenta una chiara presa di posizione politica che ha profonde ripercussioni sulla vita delle persone.

L'Adozione Facilitata: Una Mediazione Possibile o un Compromesso Insufficiente?

La proposta della Cassazione di un percorso di “adozione facilitata” per il genitore non biologico si presenta come una via di mediazione all'interno del dibattito italiano sulla filiazione dei bambini nati tramite maternità surrogata all'estero. Questa soluzione è stata avanzata come un possibile compromesso che, pur non garantendo il riconoscimento diretto di entrambi i genitori alla nascita, permetterebbe al genitore non biologico di assumere pienamente il proprio ruolo legale attraverso un processo semplificato. La Cassazione ha indicato che questa soluzione potrebbe essere considerata accettabile, a patto che il percorso adottivo sia rapido. L’efficienza e la celerità di tale processo sarebbero cruciali per garantire la stabilità e la sicurezza giuridica del minore in tempi ragionevoli, evitando periodi prolungati di incertezza legale.

Tuttavia, la valutazione di questa mediazione varia notevolmente a seconda delle prospettive. Da un lato, coloro che vedono l’adozione facilitata come una soluzione pragmatica sottolineano che essa, seppur non ideale, permetterebbe di conferire lo status legale di genitore al partner non biologico, garantendo così al bambino il riconoscimento di entrambi i suoi genitori. Per alcuni, questa via potrebbe persino costringere il governo a riconoscere di fatto le coppie omosessuali, anche se attraverso un meccanismo indiretto, rappresentando un passo avanti rispetto a un rifiuto totale di qualsiasi forma di riconoscimento. Si argomenta che un percorso rapido e snello potrebbe mitigare gli svantaggi di una mancata iscrizione anagrafica diretta, proteggendo il minore da discriminazioni e garantendogli l'accesso a tutti i diritti civili e sociali.

Dall'altro lato, molti critici ritengono che l'adozione facilitata sia un compromesso insufficiente e problematico. Per le coppie omosessuali che si sentono già genitori sin dalla nascita del bambino, l'idea di dover avviare un processo di adozione per il proprio figlio, spesso già riconosciuto come tale all'estero, può risultare umiliante e discriminatoria. Viene percepita come una soluzione che istituisce una differenza ingiustificata tra famiglie omogenitoriali e eterogenitoriali, imponendo alle prime un percorso aggiuntivo non richiesto alle seconde. Inoltre, anche un percorso "facilitato" implica comunque tempi, costi e burocrazia, potenzialmente destabilizzanti per il minore e la famiglia. La critica più radicale sottolinea che tale soluzione non affronta la questione di principio della pari dignità delle diverse forme familiari e della piena equiparazione dei figli, indipendentemente dalle modalità del loro concepimento o dalla configurazione genitoriale. La controversia sull'adozione facilitata rivela dunque la tensione tra la ricerca di soluzioni pragmatiche e la rivendicazione di principi di piena uguaglianza e riconoscimento.

La Dimensione Sacra della Generazione e l'Espansione del Mercato

Il dibattito sulla maternità surrogata è profondamente intriso di considerazioni che vanno oltre il mero aspetto giuridico o sociale, toccando la dimensione più intima e, per alcuni, "sacra" dell'esistenza umana: la generazione della vita. L'espressione di Stefano Fassina, che parla di “sconfinamento del mercato nella dimensione più sacra dell’uomo, che è la generazione della vita”, cattura questa prospettiva. Questa visione considera la procreazione non solo come un atto biologico, ma come un evento che possiede un significato profondo, quasi trascendente, legato all'essenza stessa dell'umanità e della sua continuità. La sacralità attribuita alla generazione della vita implica che essa dovrebbe essere protetta da logiche commerciali o strumentali, e che qualsiasi pratica che la riduca a una transazione economica o a un servizio debba essere messa in discussione.

In questa prospettiva, l'idea che un corpo femminile possa essere affittato o che una gravidanza possa essere commissionata per denaro rappresenta un'invasione inaccettabile del mercato in un ambito che, per sua natura, dovrebbe rimanere immune da tali dinamiche. La critica si basa sul presupposto che la vita umana, fin dal suo concepimento, non sia una merce e non debba essere trattata come tale. Questa non è solo una preoccupazione religiosa, ma etica, condivisa da diverse filosofie e movimenti che vedono nell'espansione indiscriminata del mercato un pericolo per i valori umani fondamentali. La mercificazione della generazione della vita, argomentano, potrebbe aprire la porta a scenari in cui i corpi, le funzioni riproduttive e persino i bambini stessi siano visti come beni scambiabili, erodendo la dignità intrinseca di ogni persona.

La preoccupazione per lo sconfinamento del mercato si lega strettamente alla critica del neoliberismo, che, come è noto, tende a trasformare qualsiasi cosa in merce di scambio, insinuandosi ovunque. La maternità surrogata, in questo contesto, diventa un esempio emblematico di come le logiche economiche possano pervadere anche gli aspetti più intimi e personali dell'esistenza. La domanda fondamentale diventa: esistono limiti etici all'espansione del mercato? E la generazione della vita, con le sue profonde implicazioni biologiche, psicologiche e relazionali, è uno di questi limiti invalicabili? La riflessione sulla "sacralità" della vita non è un appello a un conservatorismo sterile, ma un richiamo alla responsabilità etica di fronte a pratiche che potrebbero alterare la nostra comprensione fondamentale della dignità umana e del valore intrinseco della vita stessa.

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