L'accoglienza dei migranti in Italia, e in particolare quella delle categorie più fragili come le donne incinte e le famiglie con bambini, è un tema di costante dibattito e di complessa gestione, che vede le Prefetture al centro delle procedure di assegnazione dei servizi. Le dinamiche che regolano l'individuazione di strutture e operatori attraverso bandi pubblici, così come le sfide quotidiane legate all'implementazione di tali servizi, sollevano interrogativi profondi sulla qualità dell'assistenza offerta e sulla capacità del sistema di rispondere efficacemente ai bisogni di persone con storie di violenza, disagi psichici o gravi condizioni di vulnerabilità.
Il quadro che emerge da diverse realtà locali, dal Friuli alla Marca Trevigiana, fino a Verona e Reggio Emilia, è variegato ma spesso segnato da tensioni tra le esigenze pratiche delle Prefetture e le istanze di umanità e qualità avanzate dalle associazioni e dagli operatori del settore. La continua evoluzione delle normative, la pressione sui bilanci e la crescente complessità dei flussi migratori contribuiscono a delineare un contesto in cui la tutela delle persone più vulnerabili, come le donne incinte, i minori e gli individui affetti da patologie invalidanti o traumi, richiede un'attenzione particolare e una concertazione costante tra tutti gli attori coinvolti.
Il Contesto Friulano: Trasferimenti e Controversie nell'Accoglienza
In Friuli, la gestione dell'accoglienza dei migranti ha recentemente raggiunto un punto di svolta, mettendo in luce le difficoltà che possono emergere a fronte della scadenza di convenzioni e della ridefinizione degli spazi disponibili. Persone "vulnerabili", alcune delle quali affette da malattie invalidanti, altre con disagi psichici scaturiti da un passato di violenze e soprusi, e altre ancora incinte e con bambini piccoli a proprio carico esclusivo, si sono trovate al centro di un complesso processo di trasferimento. Queste persone, che fino a un certo momento avevano trovato ospitalità e aiuto negli appartamenti e nelle strutture delle associazioni che, nella regione, si occupano di accoglienza "di qualità", finalizzata anche all'inclusione sociale e all'assistenza dei migranti, hanno visto il loro destino mutare rapidamente.
Da un giorno all'altro, con la scadenza delle convenzioni per la gestione dell'accoglienza in provincia, si è profilato un trasferimento massivo. Le associazioni Oikos onlus e Centro Balducci hanno apertamente definito questa situazione una vera e propria "deportazione", lanciando al contempo un pressante appello a chiunque, in città e non solo, disponesse di un immobile sfitto o anche soltanto di una sua dépendance, per ospitare la settantina di migranti prossimi allo "sfratto". Questa richiesta urgente evidenzia la disperata ricerca di soluzioni alternative e più dignitose rispetto a quelle prospettate dalle autorità.
Nel frattempo, la Prefettura di Udine si è trovata alle prese con il trasferimento di altri 245 migranti. Questi individui, fino al 30 aprile, erano stati gestiti e ospitati dalla Croce Rossa in una decina di alberghi della provincia. Nelle more del bando integrativo per l'individuazione di nuovi alloggi, atteso entro la fine di luglio, anche questi migranti sarebbero stati destinati alla Cavarzerani. È stato quindi dato il via al trasferimento di oltre 250 migranti da case e alberghi in cui erano alloggiati in provincia di Udine all'ex caserma Cavarzerani, situata nella stessa città. Il trasferimento, coordinato dalla Prefettura, avrebbe dovuto durare alcuni giorni, ed è stato specificato che era dovuto alla scadenza del contratto con le precedenti associazioni che avevano finora in carico l'accoglienza. La Prefettura ha spiegato che il soggiorno nella caserma sarebbe stato solo provvisorio, specie per le famiglie con bambini, cercando di rassicurare sulle intenzioni di breve permanenza.

Tuttavia, gli operatori delle onlus hanno reagito con durezza, esprimendo profonda preoccupazione per la scelta intrapresa. Essi hanno denunciato che venivano "sfrattate persone fragili, minori, donne incinte e malati psichici soggetti a traumi per le violenze subite", sottolineando la gravità dell'impatto su individui già provati. Giovanni Tonutti, presidente di Oikos, ha evidenziato le problematiche di capienza dell'ex caserma Cavarzerani, osservando che la struttura può contenere fino a un massimo di 320 persone, con una deroga supplementare del 20 per cento in caso di emergenza. Al momento della controversia, gli ospiti erano 170. Tonutti ha chiarito che, con i nuovi trasferimenti previsti, i numeri non sarebbero tornati, generando un sovraffollamento potenzialmente insostenibile. Ha definito la situazione "non umana" e ha suggerito che il prefetto avrebbe potuto ovviare a tale stato di cose attraverso una proroga delle convenzioni esistenti, oppure con l'affidamento diretto delle gestioni, in attesa del giudizio del Tar. Il ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale era stato avviato da Oikos, che aveva impugnato il bando per l'assegnazione dei 1.100 posti in appartamento e la decisione era attesa in breve tempo. Nel ricorso, Oikos aveva lamentato, tra l'altro, l'incongruità della quota giornaliera fissata dal ministro dell'Interno per ciascun ospite. Questa quota, figlio del decreto sicurezza, aveva tagliato la base da 34 a 21,35 euro, riducendo significativamente le risorse disponibili per l'erogazione di servizi di qualità.
La polemica, scatenata dalle associazioni, non è stata commentata direttamente dal prefetto di Udine, Angelo Ciuni. Egli si è limitato a spiegare l'assoluta linearità della procedura amministrativa. "I fatti sono sotto gli occhi di tutti: si era alla fine di una proroga, è stato fatto un contratto e non tutti i posti sono stati coperti. Era nostro dovere, a quel punto, sistemare le circa 300 persone rimaste fuori. Né più, né meno di questo", ha affermato, ricordando come la situazione sarebbe rimasta tale fino al nuovo bando, atteso entro la fine dell'estate. Ha aggiunto, inoltre, che "questi richiedenti asilo hanno ricevuto lo stesso trattamento e la stessa attenzione di tutti gli altri", cercando di dissipare le accuse di trattamento iniquo.
Il superamento del modello dell'accoglienza diffusa in Friuli era stato uno dei cavalli di battaglia delle campagne elettorali di figure politiche di spicco come Massimiliano Fedriga e Piero Fontanini, entrambi leghisti ed eletti rispettivamente alle cariche di presidente della Regione Friuli Venezia Giulia e di sindaco di Udine. Questo orientamento politico aveva chiaramente influenzato le scelte di gestione del sistema di accoglienza regionale. La vicenda è stata anche oggetto di un dibattito pubblico, con una conferenza stampa annunciata da Oikos, insieme al Centro Balducci e al Consorzio Italiano Solidarietà, per discutere ulteriormente la situazione. Sulla notizia è intervenuta anche la deputata del Pd ed ex governatrice del Fvg, Debora Serracchiani, annunciando un'interrogazione urgente. "Per un Paese civile non dovrebbe essere troppo chiedere rispetto e riguardo per donne e bambini, invece in Italia, a Udine, il Governo tratta queste persone come merce ingombrante", ha dichiarato Serracchiani, ponendo un'enfasi particolare sulla dignità delle persone. "Il senso di umanità si è forse perso? Come si fa a sbattere famiglie intere e donne invalide in una caserma, in un regime di promiscuità?", ha concluso, evidenziando le gravi implicazioni sociali ed etiche di tali decisioni.
La Ricerca di Posti e la Gestione dei Minori nella Marca Trevigiana
Anche in altre province italiane, come quella di Treviso, le Prefetture sono attivamente impegnate nella ricerca e nell'organizzazione di posti per l'accoglienza dei migranti, riflettendo una necessità costante e pressante. In questo specifico contesto, si è resa evidente l'esigenza di reperire ulteriori 400 posti per accogliere i migranti nella Marca. Per far fronte a questa necessità, sul sito istituzionale della Prefettura di Treviso sono stati pubblicati avvisi volti ad acquisire manifestazioni di interesse da parte di operatori economici ed enti del terzo settore. L'obiettivo di tali avvisi era affidare il servizio di accoglienza dei richiedenti asilo, un compito che richiede non solo la disponibilità di strutture, ma anche la capacità di fornire servizi adeguati.
Questi avvisi replicavano procedure precedenti, già emesse per individuare un totale di 300 posti da distribuire in centri collettivi o costituiti da unità abitative. Inoltre, erano stati cercati 100 posti in soluzioni abitative indipendenti, ubicate nel territorio della provincia di Treviso, per diversificare le tipologie di accoglienza e adattarsi alle diverse esigenze dei migranti. Un ulteriore avviso riguardava, con particolare attenzione, l'affidamento della gestione temporanea di centri di accoglienza e assistenza specificamente dedicati ai minori stranieri non accompagnati. Questi centri avrebbero dovuto ospitare fino a 50 posti ed essere destinati a minori di età non inferiore ai 14 anni, evidenziando una specifica attenzione per questa categoria particolarmente vulnerabile. La gestione dei minori non accompagnati rappresenta una delle sfide più delicate e complesse nel sistema di accoglienza, richiedendo competenze specialistiche e un approccio integrato per garantirne la protezione e l'integrazione.
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Criticità Sistemiche nei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS): Il Caso di Verona
La gestione dei Centri di Accoglienza Straordinaria (CAS) è un pilastro fondamentale del sistema di accoglienza italiano, ma non è esente da gravi criticità, come drammaticamente evidenziato dalla situazione in alcuni centri della provincia di Verona. L'Osservatorio Migranti Verona ha denunciato una serie di condizioni inaccettabili in tre specifici CAS - l'Hotel Papillon di Nogara, l'Hotel Mileto di Spiazzi a Caprino veronese e l'Hotel Valpantena di Poiano di Verona - tutti gestiti dalla cooperativa San Francesco onlus. Le segnalazioni descrivono scenari allarmanti: "Topi, sporcizia, sovraffollamento di persone vulnerabili, assenza di acqua calda, bagni insufficienti, discariche di rifiuti a cielo aperto." Questa descrizione dettagliata dipinge un quadro di degrado e mancanza di igiene che è profondamente lesivo della dignità umana.
Oltre alle problematiche strutturali e igienico-sanitarie, l'Osservatorio ha rilevato un'assenza totale di servizi essenziali e di figure professionali fondamentali. Si parla di "assenza totale di figure sanitarie, sociali ed educative che assistono donne incinte e minori, nessun operatore legale, nemmeno l’avvio dei corsi di italiano o l’erogazione del pocket money nonostante siano servizi previsti dal capitolato." La mancanza di personale qualificato e di servizi di base è particolarmente grave in strutture che ospitano persone vulnerabili, come donne incinte e minori, che necessitano di cure e supporto specifici. Inoltre, è stata riscontrata la presenza di minori soli ben prima dell’entrata in vigore del decreto-legge 133 del 5 ottobre 2023, che ne permette l’accoglienza in CAS per adulti per un massimo di 90 giorni. Questo indica una prassi consolidata di inadeguatezza nella gestione dei minori non accompagnati.
Questa drammatica situazione è stata documentata in un corposo dossier di 15 pagine, che l’Osservatorio Migranti Verona ha deciso di inviare al Prefetto Martino. Per conoscenza, il dossier è stato trasmesso anche a diversi organi istituzionali nazionali e regionali, tra cui il Commissario Straordinario Valenti, l’Autorità Anticorruzione (ANAC), il Garante dei minori e l'UNHCR, al fine di sollecitare un intervento su vasta scala. Le richieste avanzate dal coordinatore Daniele Todesco alla Prefettura scaligera sono state precise: in primis, commissariare l’ente gestore, come previsto dall’art. 6 c. della normativa pertinente. Secondo l’Osservatorio Migranti, "non vi è un singolo aspetto che possa dirsi in regola con i parametri previsti dalle normative", sottolineando una violazione sistemica delle regole.

Le carenze rilevate delle strutture sono state definite "gravi" e, in alcuni casi, "non sanabili se non con interventi rilevanti dal punto di vista strutturale da effettuare prima che queste possano essere adibite a CAS". Le inadempienze della gestione della Cooperativa San Francesco sono state giudicate "comunque inaccettabili e reiterate", con una gravità particolare riscontrata "soprattutto nelle strutture che ospitano persone vulnerabili (minori e donne in primis)". La mancanza di operatori e professionalità nei centri, insieme alla mancata attivazione di servizi essenziali, contribuisce a creare un ambiente ostile e insicuro per gli ospiti. Le violazioni a quanto stabilito nei bandi "appaiono sistemiche, non episodi isolati", e sembrano "finalizzate a massimizzare i profitti minimizzando i servizi e la fornitura di beni di prima necessità", suggerendo una deliberata strategia economica a discapito della qualità dell'accoglienza.
L'Osservatorio ha inoltre portato alla luce numerosi profili di rilevanza sindacale legati alla cattiva gestione della cooperativa. Negli ultimi due anni, sono stati verificati ritardi di pagamento degli stipendi ai lavoratori, ritardo nell’invio delle buste paga, pacchiani errori di contabilità, inadeguati inquadramenti contrattuali, sovraccarico di lavoro, mansionari e profili professionali non rispettati. Sono state segnalate contestazioni disciplinari per futili e ingiustificati motivi, e persino episodi di mobbing che arrivavano a decentrare e spostare lontano dalla propria residenza gli operatori più critici nei CAS. L’Osservatorio Migranti ha tenuto a precisare che, fortunatamente, l'esempio negativo di questo ente gestore "rappresenta un unicum nel sistema di accoglienza veronese", e che gli altri gestori, pur presentando qualche criticità, "non raggiungono il livello di problematicità che oggi viene denunciato pubblicamente". Questa distinzione è importante per evitare generalizzazioni, ma non diminuisce la gravità delle violazioni riscontrate.
Il Ruolo delle Cooperative e le Difficoltà Economiche: L'Esperienza di Ballarò a Reggio Emilia
Nel panorama dell'accoglienza, le cooperative e gli enti del terzo settore rivestono un ruolo cruciale, spesso operando in contesti di crescente difficoltà e incertezza. L'esperienza della cooperativa Ballarò a Reggio Emilia, attraverso la gestione dell'Ostello della Ghiara, offre uno spaccato significativo delle sfide e degli impegni che caratterizzano questo settore, evidenziando sia le complessità burocrcratiche sia la resilienza degli operatori. L'Ostello della Ghiara è tornato a ospitare i migranti, ma con una specifica attenzione: l'accoglienza è limitata a famiglie con bambini e donne in gravidanza, che saranno accolte per un breve periodo, al massimo qualche giorno, in attesa di altre sistemazioni. Questo intervento rappresenta un contributo che Massimiliano Lombardo, presidente della cooperativa Ballarò, ha deciso di dare alla fase di emergenza legata agli sbarchi, una situazione che ha toccato anche la città di Reggio Emilia.
Ballarò, con sede legale a Palermo e 60 lavoratori, opera a Reggio Emilia con un'unità che si trova all'Ostello, realtà che gestisce direttamente. La cooperativa si è dedicata all’accoglienza dei migranti dal 2015 al 2021, partecipando attivamente all'Associazione Temporanea d'Impresa (Ati) formata per partecipare alle gare indette dalla Prefettura, insieme ad altri enti come la Dimora d’Abramo, il Ceis e la comunità Papa Giovanni XXIII. All'inizio, circa otto anni fa, furono convocati quando la Prefettura cominciò a organizzare l'ospitalità d'emergenza, assumendo un ruolo di supporto fondamentale. Intorno al 2017, l'Ostello fungeva quasi da hot spot per la Dimora d’Abramo, accogliendo gli stranieri provenienti da Bologna e ospitandoli in attesa che fosse trovato un alloggio stabile in case o alberghi.
La decisione di uscire dall'Ati, tuttavia, non fu casuale. Dopo il decreto Salvini su sicurezza e immigrazione del 2018, si verificò una significativa riduzione delle risorse destinate all’accoglienza e ai servizi per i migranti. Questa riduzione non riguardò solo i servizi di base come pasti e alloggio, ma anche elementi fondamentali per l'integrazione, quali i corsi di lingua e l'inserimento lavorativo. La diminuzione delle risorse ebbe un impatto diretto sulla qualità e sulla tipologia dei servizi erogabili. Fu anche abrogato il permesso per motivi umanitari, e con esso, la possibilità di offrire ospitalità a una fascia importante di richiedenti asilo. Ciò determinò un'elevata bocciatura delle domande di protezione, e i migranti registravano così il fallimento del proprio progetto migratorio, il che creava tensioni all'interno dell’Ostello. In tale contesto, va notato che nell'Ostello non era prevista una suddivisione in compartimenti tra l’ospitalità dei turisti e quella degli stranieri, il che poteva esacerbare le difficoltà di gestione. Nonostante queste sfide, la cooperativa Ballarò vanta un periodo di cinque anni, dal 2017 al 2021, in cui ha ospitato all’Ostello 25 migranti alla volta, per un totale di centinaia di persone, senza che si registrassero mai criticità, perché, come sottolineato, sapevano "mettere in campo un modello di accoglienza autentico".
Tra le ragioni principali del ritiro dall'Ati vi furono anche le difficoltà finanziarie. Si verificarono "ritardi biblici nei pagamenti", avvenuti in particolare nel 2019-2020. La Prefettura, che era la stazione appaltante, saldava in ritardo le spese per i servizi ai migranti, per i quali la cooperativa anticipava le risorse necessarie. Questo problema non riguardò solo Ballarò, ma anche gli altri raggruppamenti di imprese, con pagamenti che arrivavano con un anno di ritardo, creando notevoli tensioni di liquidità e rendendo difficile la pianificazione economica per gli enti gestori.
Nonostante le passate difficoltà, la cooperativa Ballarò è tornata in campo per l'accoglienza dei migranti in un momento di nuova emergenza. "Nei giorni scorsi sono stato contattato dalla Dimora d’Abramo per un gruppo di stranieri in arrivo", ha spiegato Lombardo. Hanno deciso di rendere disponibile l’Ostello per le emergenze, accogliendovi solo famiglie con bambini o donne incinte per un periodo massimo di dieci giorni, in attesa che si trovi per loro un’altra sistemazione. Alla fine del luglio precedente, avevano già accolto per cinque giorni una famiglia con due adulti e quattro bambini. Anche se l'Ostello era chiuso per ferie per un breve periodo, l'impegno era di riprendere l'ospitalità di questi nuclei a breve. A differenza del passato, quando facevano parte dell'Ati e offrivano un pacchetto completo di servizi - alloggio, pasti, assistenza sanitaria e sociale - il loro contributo attuale è più circoscritto ma non meno significativo. Lo spirito con cui affrontano il ritorno a quest'attività è quello di "dare una mano nell’accoglienza dei fragili". Questa intenzione è coerente con la loro storia, avendo in passato ospitato anche parte degli sfollati che abitavano nelle case Acer di via Fenulli coinvolte da un incendio. La cooperativa, pur occupandosi soprattutto di turismo, ma tenendo conto della natura commerciale della propria realtà e dei limiti del possibile, intende aiutare la città in momenti di bisogno.

Il Contesto Normativo, le Aspettative e le Conseguenze sulle Persone Vulnerabili
Le vicende di Udine, Treviso, Verona e Reggio Emilia illustrano complessivamente le profonde sfide che il sistema di accoglienza italiano deve affrontare, specialmente quando si tratta di persone vulnerabili come donne incinte, minori e individui con disagi fisici o psichici. Le decisioni prefettizie, guidate da normative nazionali e da contingenze locali, spesso si scontrano con le capacità strutturali e finanziarie del sistema, nonché con le aspettative di un'accoglienza che sia non solo efficace, ma anche umana e dignitosamente inclusiva.
Il tema della vulnerabilità è ricorrente e centrale. Le persone "affette da malattie invalidanti", "con disagi psichici scaturiti da un passato di violenze e soprusi", e le "donne incinte e con bambini piccoli a proprio carico esclusivo" non sono semplicemente numeri, ma individui che necessitano di un approccio personalizzato e di servizi specifici. La possibilità che queste persone siano trasferite in strutture come l'ex caserma Cavarzerani, dove le condizioni potrebbero non essere adeguate o dove il rischio di sovraffollamento è elevato, solleva questioni etiche e pratiche significative. Le associazioni, infatti, denunciano che il trasferimento di "persone fragili, minori, donne incinte e malati psichici soggetti a traumi per le violenze subite" in contesti di promiscuità e carenze strutturali è inaccettabile e profondamente lesivo della loro dignità e benessere.
Il "decreto sicurezza" e le conseguenti riduzioni delle quote giornaliere per l'accoglienza (da 34 a 21,35 euro) rappresentano un punto di svolta critico. Questo taglio ha impattato direttamente la capacità degli enti gestori di fornire servizi di qualità, inclusi quelli essenziali per l'integrazione come i corsi di lingua e l'orientamento al lavoro, come testimoniato dall'esperienza della cooperativa Ballarò. La diminuzione delle risorse, unita ai "ritardi biblici nei pagamenti" da parte delle Prefetture, ha messo a dura prova la sostenibilità economica delle cooperative e delle associazioni, costringendole a scelte difficili e talvolta al ritiro dal sistema di accoglienza.
Le "violazioni sistemiche" e le "inadempienze reiterate" evidenziate dall'Osservatorio Migranti Verona nei CAS della provincia mettono in luce una problematica ancora più profonda: la potenziale massimizzazione dei profitti a scapito dei servizi e della fornitura di beni di prima necessità. La presenza di "topi, sporcizia, sovraffollamento", l'assenza di acqua calda, bagni insufficienti e discariche di rifiuti a cielo aperto, insieme alla totale mancanza di figure sanitarie, sociali ed educative, configurano un contesto in cui il sistema di accoglienza, anziché proteggere, rischia di esporre ulteriormente le persone a pericoli e degrado. La denuncia di mobbing e le problematiche sindacali all'interno di queste gestioni evidenziano come la cattiva amministrazione non colpisca solo i beneficiari, ma anche gli operatori stessi, creando un circolo vizioso di disfunzioni.
Il dibattito politico che accompagna queste vicende, come le posizioni sulla "accoglienza diffusa" o le interrogazioni urgenti in Parlamento, sottolinea la tensione tra diverse visioni sulla gestione dei flussi migratori. Le Prefetture, nel loro ruolo di coordinamento e attuazione delle politiche nazionali, si trovano a bilanciare l'imperativo legale di offrire accoglienza con la necessità di garantire standard minimi di dignità e sicurezza, soprattutto per le categorie più fragili. La pubblicazione di nuovi bandi per la ricerca di posti, come a Treviso, mostra una risposta attiva alla necessità di reperire alloggi, ma la qualità di questi bandi e la capacità di monitorare l'effettiva erogazione dei servizi rimangono elementi cruciali per il successo di un'accoglienza che sia veramente a misura di persona, in particolare per le donne incinte e tutti gli individui che arrivano con un carico di vulnerabilità.
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