Viviamo in un contesto sociale che divide colori, professioni, talenti e giochi in maschi e femmine. Come se ci fosse una linea netta di confine in cui alla nascita si eredita la passione per il rosa o per il blu e il desiderio di giocare con le macchine o le bambole. Sono tutti stereotipi che limitano non solo il processo di conoscenza verso il mondo ma soprattutto verso se stessi. Il gioco è esplorazione, conoscenza, si apprendono tradizioni, credenze e soprattutto schemi culturali. Il gioco è il lavoro del bambino dichiarava Maria Montessori. C’è un insieme di atteggiamenti, convinzioni e credenze che veicolano un’idea esclusiva e limitante di come un uomo dovrebbe essere. La mascolinità tossica delinea un modello unico dominante che include l’abolizione di tutte le emozioni più fragili, e la manifestazione di caratteristiche definite storicamente maschili come la violenza che esercita il potere e la rabbia. Questa è la mascolinità convenzionale che attraverso l’educazione trasmessa in famiglia, scuola ed i media viene veicolata rigidamente a bambini e ragazzi. Una visione inflessibile che elimina la possibilità di immaginare altri modi di essere al di fuori da quello imposto dalle aspettative sociali. Viene definita tossica perché oltre a restringere le opportunità e limitare la libertà di scelta, viene indotta e accolta come aspetto spontaneo e spesso genetico. Come una porzione di veleno che se assunto a dosi quotidiane si accumula nel corpo e diventa visibile solo quando oltrepassa certi confini.

Perché è importante che i bambini facciano esperienza del gioco delle bambole?
L'introduzione dei bambolotti nella routine ludica dei bambini, indipendentemente dal genere, risponde a esigenze evolutive profonde e fondamentali per una crescita sana e consapevole.
- Consapevolezza corporea: Per conoscere il mondo, bisogna partire iniziando a conoscere se stessi e dallo strumento che abbiamo in questa delicata operazione: il nostro corpo. Il corpo è la nostra casa, il mezzo con cui ci relazioniamo con gli altri e per questo nel complesso viaggio di scoperta verso il pianeta si parte da una domanda: “Come sono fatto?”. Così da scoprire che le mani servono per afferrare, disegnare, stringere, ma anche a essere gentili quando e se vogliamo stringere la mano di un amico. Chiedendo sempre il permesso agli altri prima di dare un abbraccio.
- Sviluppo della motricità fine: Bottoni, cerniere, togliere i piccoli pantaloni, mettere il pannolino sono tutti compiti che richiedo una competenza di motricità fine peculiare. L’esperienza del mettere e togliere i vari indumenti alle bambole richiede l’allenamento del livello di attenzione ma anche l’esercizio della coordinazione oculo-manuale possibile solo grazie ad un buona dose di attenzione.
- Educazione alla cura: Prendersi cura di una bambola è un ottimo modo per imparare a prendersi cura degli altri, in particolare dei compagni che sono più piccoli, così da allenare uno sguardo sensibile e accogliente verso l’altro. Le bambole permettono inoltre l’esperienza con la stoffa ma anche con la plastica dura e resistente, i movimenti delicati per asciugare la pelle sensibile, spazzolare i capelli con cautela, sfiorare con amore. Le bambole si possono cullare e coccolare, medicare e ascoltare, bagnare e abbracciare. Le bambole possono essere usate per mostrare loro come tenere in braccio qualcuno più piccolo di loro e allenare gesti gentili nei loro confronti.
- Esplorazione delle diversità e distacco: Le bambole permettono una molteplice varietà di esperienze e possibilità. Una bambola può essere una buona alleata nel distacco da mamma e papà per sostenere l’ingresso al nido e scuola dell’infanzia, ma anche offrire l’occasione per sperimentare un gioco che possa aiutare nell’esplorazione delle diversità. Una bambola può essere nera, suonare la batteria, avere i capelli lunghi o ricci, può arrampicarsi sugli alberi, compagna durante il sonno nei giochi quotidiani.
- Gioco simbolico e creatività: Giocare con le bambole incoraggia il gioco simbolico con tutte le potenzialità dal punto di vista creativo e aderenza con la realtà presuppone. Attraverso la finzione i bambini esplorano il rapporto con se stessi e con la propria emotività; mettono in scena, rivivono, rielaborano e trasformano ciò che hanno vissuto, osservato, sperimentato in qualcosa che assume un senso e un significato nuovo, e imparano gradualmente a mediare tra i desideri e la realtà, a esprimere le proprie preoccupazioni ma anche ricercare soluzioni possibili.
- Superamento degli stereotipi di cura: Tutte le bambine crescono con una bambola nella loro camera (che poi venga usata nei giochi è un altro aspetto) ma questo invece non sempre avviene per i bambini. Siamo immersi in una cultura che elabora e trasmette l’idea della cura come talento, compito, mansione esclusivamente femminile. Così tutti i giochi, pensieri e modalità che prevedono il prendersi cura vengono indirizzati alle bambine e alle ragazze. Offrire ai bambini il gioco delle bambole, permette loro di sperimentare i benefici che ne derivano, aiuta a sostenere il pensiero che la cura di se stessi e degli altri non sia prerogativa delle femmine ma sia anche un loro compito. Così da allargare le aspettative sociali e fare del lavoro di cura una mansione sia per i maschi sia per le femmine.
Gioco Simbolico nei Bambini: Cos'è, Quando Inizia e Perché è Fondamentale 🎭
Ansia dei genitori e pregiudizi: "Se mio figlio diventa gay?"
Ricordiamoci il piacere del gioco! “Se mio figlio diventa gay?”. Questa è stata la domanda più frequente di fronte a riflessioni di questo tipo che vedono un oggetto connotato al femminile, verso il mondo maschile. Così ci sono bambini che nascondono le bambole quando giocano con gli amici fuori dalle mura domestiche, padri che non comprano i giochi definiti “femminili” per paura di far perdere ai figli maschi la sana virilità obbligatoria e non sia mai, che diventino omosessuali. Gay non si diventa e l’orientamento sessuale non è una scelta dettata dai giochi. Quindi la vera domanda è: perché NON lasciare che i ragazzi giochino con le bambole? Può succedere che un bambino intorno ai 4-5 anni, invece che a pallone o con le pistole giocattolo, preferisca giocare con le bambole della sorellina. E l’ansia afferra subito i genitori, che si chiedono se questo atteggiamento non preluda a un disturbo dell’identità. La preoccupazione, di per sé, può essere fondata: ed è bene cercare di capire i motivi profondi espressi da questo atteggiamento. Un conto, però, è chiedersi il perché di una data situazione, un altro è farsi prendere dall’angoscia o mettere troppo precocemente un’etichetta di “diversità” addosso al figlio.
Numerosi studi dimostrano infatti che solo il 10-15 per cento dei bambini che preferiscono i giochi dell’altro sesso (il discorso vale anche per le bambine) ha poi un orientamento omosessuale o problemi di identità. Occorre una grande cautela nell’etichettare un figlio come potenziale omosessuale o transessuale: i comportamenti dei bambini sono molto “plastici” e possono cambiare profondamente con la crescita; inoltre, c’è il rischio che il piccolo aderisca inconsciamente a questa identità, e la faccia propria, senza esplorare altre possibilità di essere ed esprimersi. I processi attraverso i quali si sviluppa l’identità sessuale includono l’“identificazione” con il genitore dello stesso sesso e la “complementazione” con quello di sesso opposto, mediati anche dal ruolo dei “neuroni specchio”. La presenza di molte figure femminili (madre, nonne, insegnanti, animatrici), soprattutto se il padre è fisicamente e/o emotivamente assente, può talvolta sbilanciare il processo di identificazione, ma questo rientra nel fisiologico sviluppo relazionale.
Il fenomeno delle Bambole Reborn: tra terapia e dissociazione
Sarà capitato a tutti gli assidui frequentatori dei social network di incappare in post che parlano delle cosiddette “Mamme Pancine”, ovvero donne che mettono al centro della loro vita la maternità, la famiglia e i figli, condividendo e scambiandosi consigli, foto e storie incentrati su questi argomenti. Tra tutte le stranezze che possiamo trovare in gruppi come “Pancine, Mamme & Bimbi” ne spicca una in particolare: le bambole reborn. Cosa sono? Le bambole reborn sono dei bambolotti dall’aspetto talmente umano da sembrare reali, hanno le fattezze di un neonato e come tali possono essere trattati. Non pensate al classico Cicciobello che ci regalavano da bambini, ma a delle vere e proprie opere d’arte create da artigiani esperti.
Queste bambole possono essere acquistate per vari scopi, tra cui il collezionismo, l’educazione alla maternità e la terapia. Esiste infatti una tecnica terapeutica chiamata Doll Therapy o Empathy Doll, teorizzata alla fine degli anni Novanta dalla psicoterapeuta svedese Britt Marie Egidius Jakobsson, che prevede l’utilizzo delle bambole come un aiuto per le persone affette da demenza, da problemi cognitivi o per coloro che hanno subito precocemente la perdita di un figlio. Interagire con una bambola reborn indurrebbe infatti delle emozioni positive, riattiverebbe quei legami di attaccamento che sono stati persi e aiuterebbe inoltre a esprimere i propri bisogni insoddisfatti.

Tuttavia, il discorso dell’utilizzo delle bambole dopo un aborto o successivamente alla perdita precoce di un figlio è alquanto controverso. Secondo alcuni autori la bambola aiuterebbe a gestire la perdita, facendo da “surrogato” a un figlio che tanto si desiderava accudire. D’altro canto, la bambola potrebbe venire trattata come un figlio vero, non facendo mai superare la perdita del figlio reale, ostacolando l’elaborazione del lutto e creando anche problemi di tipo psicologico. Non di rado le cosiddette “Mamme Reborn” si dirigono dal medico per far visitare le bambole, le portano a passeggio e pretendono che estranei le trattino come bambini veri. Tutto l’amore che non possono offrire a un bambino reale viene quindi proiettato sulle bambole reborn in modo morboso, tanto da creare uno scollamento con la realtà. Ad oggi, ci sono ditte che rilasciano certificati di nascita e di adozione per queste bambole, andando così ad accrescere il “giro di affari” e gli aspetti patologici che ne conseguono. Il confine tra aiuto concreto e pericolo potenziale è molto labile.
L'oggetto transizionale e lo sviluppo cognitivo
Il neonato nelle prime fasi della sua vita è strettamente dipendente dalla madre e legato a lei da una relazione reciproca. In questo rapporto il neonato si illude di essere un tutt’uno con la madre e di governare la realtà; presto, però, si rende conto che la mamma non è sempre a disposizione, venendo costretto a vivere l’attesa ed il sentimento di frustrazione. Per vincere questo senso di solitudine spesso il bambino trova rifugio nell’immaginazione, attribuendo ad un oggetto specifico il valore simbolico di “sostituto della madre”. Un uso corretto dell’"oggetto transizionale" consente al bambino di simbolizzare, vivere e rielaborare le emozioni e le frustrazioni connesse con la relazione genitoriale ed il momento della separazione.
Le bambole iperrealistiche, la cui produzione è iniziata negli anni 90 negli Stati Uniti, erano destinate inizialmente ad un pubblico di collezionisti. A causa dell’estremo realismo, molte donne hanno iniziato a considerare queste bambole come bambini veri. Si tratta in genere di donne con un evento traumatico alle spalle, soprattutto donne che hanno subito aborti, oppure che non sono riuscite a soddisfare il loro desiderio di maternità. Sui social si possono trovare facilmente gruppi di donne che condividono le loro esperienze e l’aspetto più eclatante è come queste donne arrivino ad una tale dissociazione dalla realtà da non riuscire più a comprendere che si tratta di semplici oggetti. In ambito psichiatrico, studi sull’utilizzo di bambole Reborn Dolls per migliorare il benessere di persone affette da malattie neurodegenerative come il Morbo di Alzheimer (Gary Mitchell et al, 2013) confermano che, se l’affezionarsi ad un oggetto non è di per sé un sintomo di disturbo mentale, perdere il contatto con la realtà ed arrivare a negare la natura di oggetto di queste bambole può diventare un serio problema.
Bambole e tecnologia: uno studio sulla funzionalità cerebrale
Difficile sopravvivere mentre proviamo a intrattenere i bambini con ore ed ore di gioco. Così tutti, prima o poi, abbiamo ceduto alla tentazione di prendere fiato per un’ora, lasciando a un tablet il compito di distrarli con strepitosi effetti speciali. Ma cosa accade quando un bambino gioca da solo con un device elettronico, rispetto a quando magari passa un’ora a giocare con le bambole? Analizzando la funzionalità cerebrale dei bambini che si trovavano a giocare da soli con le bambole, i ricercatori hanno rilevato un aumento dell’attività nella regione del solco temporale superiore posteriore, una regione che riveste un ruolo primario nello sviluppo delle capacità di elaborazione sociale ed emotiva. In altre parole, quando i bambini giocano con le bambole si rapportano a loro come se fossero persone reali di cui vogliono conoscere pensieri e sentimenti, attivando funzioni cerebrali che stimolano capacità fondamentali come l’empatia. Lo stesso non accadeva quando usavano un tablet da soli.
"Non stiamo demonizzando i tablet”, chiarisce la ricercatrice mentre spiega i risultati ottenuti su un campione di oltre 30 bambini, “Ci sono sicuramente lati positivi nell’uso dei tablet e diverse ricerche dimostrano la loro capacità di sviluppare altre competenze. Qui ci siamo concentrati sulla capacità di relazionarsi e di riflettere sui sentimenti degli altri: con le bambole questa capacità può essere sviluppata in autonomia, mentre con i tablet è necessaria la presenza di un compagno di gioco, come un adulto”. Quindi il tablet non è il nemico, solo uno strumento da alternare ad altri, magari più tradizionali, che hanno altri punti di forza. A spiegarcelo è anche Giuseppe Lo Dico, psicologo e terapeuta dell’età evolutiva: «Il gioco è la principale forma di attività dei bambini da sempre, cosa peraltro comune a quasi tutte le specie viventi. Si sviluppa in tantissime forme e modi: in un bambino anche la lettura potrebbe essere vissuta come un gioco, o anche la visione di una partita di calcio».

Superamento del genere: una nuova era per il gioco
Un altro aspetto interessante di questa ricerca è che si è svolta in modo del tutto agnostico dal punto di vista del genere: nel campione di studio erano presenti sia bambini sia bambine, riscontrando effetti positivi e comparabili in entrambi i casi. «Questa è proprio una delle cose che ci è piaciuta di più, perché abbiamo trovato risultati molto simili per ragazzi e ragazze», spiega Gerson, «So che molti genitori, in Italia come in altri paesi, considerano le bambole giocattoli per bambine: quello che possiamo dire è che se i maschietti vogliono giocare con le bambole, queste avranno valenze positive sull’empatia anche per loro… ciò non significa dover forzare i bambini che magari non sono interessati a giocarci, soltanto essere consapevoli che se sono interessati a usarle godranno degli stessi benefici».
Proprio la distinzione tra giocattoli per bambine e giocattoli per bambini è uno dei capisaldi più in discussione negli ultimi tempi, anche se molti genitori sembrano ancora intimoriti o preoccupati da un bambino che chiede di giocare con le Barbie o da una bambina che vuole fare giochi considerati ‘maschili’: «Personalmente credo che l’esposizione dei bambini a diversi giochi, quando possibile, sia una grande opportunità», prosegue Gerson, «Perché consentirà loro di sviluppare più competenze». L’opportunità ovviamente non vale solo per i bambini che vogliono giocare con le bambole, ma anche per le bambine che desiderano appropriarsi di giocattoli tradizionalmente associati ai maschietti: secondo una ricerca commissionata da Lego Group, solo il 62% delle bambine crede che esistano giochi da maschi e da femmine. Questo si traduce nel desiderio di mettersi alla prova in attività considerate “maschili”, come giocare a calcio o usare giochi che afferiscano al mondo della scienza, del digitale, delle costruzioni o delle riparazioni.
Tuttavia, sono ancora i genitori ad essere un passo indietro e ad avere timori: se il 59% dei genitori ha proposto ai figli maschi di giocare con i Lego, solo il 48% delle bambine ha goduto di questa stessa opportunità. Allo stesso modo, le figlie vengono incoraggiate cinque volte di più, rispetto ai figli, a intraprendere attività come la danza (81% bambine, 19% bambini) o la cucina (80% bambine, 20% bambini). Non si tratta di imporre un tipo di gioco ai bambini, ma di assecondare senza timori i loro interessi: «Dalla mia esperienza con i bambini, ritengo che certe differenziazioni siano inevitabili. Al di là dell'educazione, sono i bambini stessi a operare queste distinzioni, tuttavia non ritengo che questo sia un potenziale problema», rassicura lo psicoterapeuta Lo Dico, «Perché a partire da queste differenziazioni, i bambini giocano e arrivano a superarle e metterle in discussione. Se i genitori non pongono la differenziazione in modo troppo rigido, alla fine i bambini la discutono e arrivano a 'mischiare' i giochi».
L'importanza dell'empatia nel post-Pandemia
Sapersi mettere nei panni dell’altro è alla base della rivoluzione dei giocattoli inclusivi. Giocare con personaggi che rappresentano una diversa fisicità o disabilità potrebbe aiutare i bambini a identificarsi in chi è diverso da loro. «Non abbiamo ancora un’idea precisa di cosa accada quando un bambino gioca con un giocattolo che magari rappresenta una fisicità o una condizione diversa dalla sua», spiega la ricercatrice di Cardiff, «Ma è qualcosa di sicuramente interessante e da approfondire».
Se oggi l'empatia viene chiesta a tutti gli adulti, è normale capire perché sia tenuta tanto in considerazione anche dai genitori: «Lo sviluppo dell’empatia ci aiuta nelle interazioni sociali, nel costruire relazioni, nel capire come comportarci nei diversi contesti e nel mettersi nei panni dell’altro», spiega Gerson, «È una capacità fondamentale nella vita e nella carriera». Nel 2020, Barbie ha commissionato un sondaggio globale da cui è emerso che il 91% dei genitori considerava l’empatia una capacità relazionale fondamentale. Il lockdown forzato ha preoccupato molti genitori in merito alle opportunità di sviluppo delle capacità relazionali dei figli; secondo il 61% dei genitori, lo sviluppo socio-emotivo avrebbe subito effetti negativi. La ricerca suggerisce che, anche quando giocano da soli con le bambole, i bambini hanno comunque l’opportunità di sviluppare quelle capacità sociali e relazionali che avrebbero potuto disperdere.
È necessario, tuttavia, mantenere una giusta misura: «Talvolta, un eccesso di empatia può essere dannoso: se ci identifichiamo troppo nelle emozioni che vogliamo aiutare, rischiamo di non mantenere quella 'giusta distanza' che ci permette di fornire un aiuto concreto», conclude Lo Dico. «Ritengo che più che costruire modelli educativi volti a sviluppare l’empatia, sia più necessario puntare a modelli in grado di fare comprendere quale sia il modo che ognuno di noi ha di vivere l'empatia e, più in generale, le emozioni». Tra giocattoli e cartoni animati, la prossima generazione sembra avere tutti gli strumenti per essere più sensibile, empatica e libera dai pregiudizi, a patto di permettere loro di esplorare il mondo del gioco senza le gabbie degli stereotipi di genere.
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