Quando il Bambino Non Pronuncia Tutte le Parti delle Parole: Esplorando le Cause e i Disturbi del Linguaggio

La parola “disturbo” ci fa immediatamente pensare a qualcosa che mette i bastoni tra le ruote, e di certo i disturbi del linguaggio nei bambini non fanno eccezione. Si tratta in effetti di difficoltà persistenti e significative che possono ostacolare il normale sviluppo linguistico dei piccoli e possono avere, se non identificate per tempo, pesanti ricadute sulla loro crescita. Oggi, in ambito specialistico, si utilizza la dicitura “Disturbo primario del linguaggio”, laddove con “primario” si intende che il linguaggio è l’area in cui si riscontrano le difficoltà maggiori, ma ciò non esclude che possano esserci criticità anche in altre aree dello sviluppo. Il disturbo del linguaggio (LD) è riconosciuto come un disturbo del neurosviluppo grave e di lunga durata che colpisce l’acquisizione e lo sviluppo del linguaggio parlato. Viene descritto come disturbo “eterogeneo” proprio perché, nella pratica clinica, non esistono due LD uguali, manifestandosi con una varietà di profili e sintomi.

Questo disturbo non si limita a influenzare solo i primi anni di vita, ma prosegue per tutta l’infanzia e l’adolescenza e può lasciare postumi significativi anche in età adulta. Imparare a parlare e comprendere i discorsi è, per ogni bambino, un percorso molto complesso e rappresenta una sfida da non sottovalutare. Per la maggior parte dei bambini, imparare a mettere in fila i suoni di una parola è un’operazione naturale e gratificante, ma per altri, questo processo può presentare notevoli ostacoli, manifestandosi, ad esempio, con la difficoltà a pronunciare correttamente intere parole o addirittura intere parti di esse, un aspetto che merita un’attenzione particolare e un’indagine approfondita per comprenderne le cause sottostanti.

Le Manifestazioni Fonologiche: Quando Mancano Suoni e Parti di Parola

Nella maggior parte dei casi, i bambini arrivano alla visita con lo specialista proprio per difficoltà che sembrano riguardare la pronuncia. La presenza di un disturbo fonologico, che rientra tra i disturbi espressivi del linguaggio, può rendere il linguaggio orale difficilmente comprensibile a causa delle omissioni, delle sostituzioni e/o delle inversioni di fonemi che lo caratterizzano. Questo significa che per i bambini con un disordine fonologico, la produzione verbale risulta variata rispetto alla norma: essi possono sostituire un suono con un altro, non pronunciare affatto determinati suoni o cambiare la loro sequenza all'interno della parola. Un bambino potrebbe avere problemi specifici con parole che contengono un certo tipo di suono o con i gruppi consonantici, tendendo a semplificare le strutture fonetiche più complesse.

Facciamo un esempio concreto per illustrare questa difficoltà. Leonardo ha 4 anni e, quando si esprime, lo fa attraverso frasi che, pur essendo lunghe come tipico della sua età, risultano poco comprensibili a causa di un’articolazione imperfetta e della omissione di alcune parti di parola. Il suo tentativo di dire «Oggi ho visto un trattore verde che era grande grande» si traduce in «Otti o titto u tattole edde te ela tadde tadde». In questo esempio si possono notare chiare sostituzioni (es. "o" per "ogg-", "titto" per "visto", "tattole" per "trattore", "taddee" per "grande") e omissioni di suoni o sillabe che rendono il messaggio molto difficile da decifrare per l'interlocutore. Questi pattern non sono casuali ma seguono spesso delle regole interne al sistema fonologico del bambino, che semplifica la produzione per facilitare l'emissione. I fonemi che più spesso tardano ad arrivare, cioè che il bambino può sviluppare anche a 4-5 anni per ultimi, sono spesso la R, la Z, e i suoni "CI" e "GI" (come in "ciao" o "Gino"). Queste sono consonanti considerate più complesse dal punto di vista neuromotorio o meno rappresentate nelle parole di uso comune, e la loro acquisizione richiede una maggiore maturazione del sistema articolatorio e fonologico.

Schema delle difficoltà fonologiche: omissioni, sostituzioni, inversioni

Oltre la Pronuncia: Le Diverse Facce dei Disturbi del Linguaggio

Non tutte le difficoltà linguistiche si manifestano unicamente come problemi di pronuncia o omissione di parti di parole. I disturbi del linguaggio sono un campo vasto e complesso, che può essere suddiviso in diverse categorie in base all'area linguistica maggiormente compromessa.

I disturbi del linguaggio espressivi riguardano il linguaggio prodotto attivamente dal bambino. All’interno di questo gruppo possiamo trovare diverse situazioni, dal bambino che non pronuncia bene alcune lettere o intere parole, come nell'esempio di Leonardo, a quello che fatica a formulare frasi corrette dal punto di vista grammaticale o a utilizzare le parole in modo adeguato al contesto sociale e comunicativo. Questi bambini possono avere un repertorio lessicale molto limitato e possono non raggiungere le tappe previste per l'età, come la produzione di 50 parole significative o la combinazione di due parole entro i 24 mesi.

I disturbi del linguaggio recettivi, invece, riguardano la comprensione di ciò che viene detto dagli altri. In questi casi, il bambino può avere difficoltà a seguire istruzioni, a capire storie o a interpretare il significato di frasi complesse. Questo tipo di disturbo, a differenza di alcuni ritardi espressivi che possono risolversi spontaneamente, non si risolve con il tempo bensì ha bisogno di un intervento specialistico mirato a potenziare le capacità di ascolto e decodifica linguistica. La comprensione è una competenza fondamentale che precede e supporta la produzione linguistica, e un deficit in quest'area può avere ripercussioni significative su tutto lo sviluppo.

Non solo le competenze linguistiche possono comparire in ritardo (come le prime parole o le prime frasi), ma c’è anche una differenza importante rispetto allo sviluppo tipico previsto per ogni età che va considerata. È cruciale distinguere un semplice ritardo, che spesso è transitorio, da un vero e proprio disturbo, che implica una deviazione qualitativa e persistente dalle tappe di sviluppo.

Un'area particolarmente colpita nei disturbi del linguaggio è quella morfosintattica, che riguarda l’organizzazione delle frasi complete di soggetto, verbo, oggetto, complemento e la corretta applicazione delle regole grammaticali. I bambini con compromissioni in quest'area tendono ad avvalersi di frasi semplici con pochi elementi, spesso mal strutturate, con errori di concordanza tra nome e verbo o tra soggetto e predicato, difficoltà nella coniugazione dei verbi, omissioni di preposizioni, articoli e pronomi e altri errori che rendono il loro eloquio poco fluente e grammaticalmente impreciso. Riconoscere un deficit sul versante morfosintattico è molto più complesso rispetto alle difficoltà di pronuncia, richiedendo un'analisi più approfondita del linguaggio prodotto.

Nell’area semantica, i bambini con disturbo del linguaggio presentano spesso un vocabolario ridotto rispetto ai loro coetanei e manifestano difficoltà di accesso al lessico. Pur conoscendo le parole, possono avere problemi a evocarle nel momento giusto o a recuperarle dalla loro memoria, soprattutto sotto pressione comunicativa. Per questa ragione, tendono a usare parole molto generiche e a ricorrere a circonlocuzioni, cioè a giri di parole, per esprimere concetti specifici. Questo può rendere il loro linguaggio meno preciso e più difficile da seguire.

Infine, l’area pragmatica è quasi sempre compromessa nelle persone affette da disturbo del linguaggio. La pragmatica riguarda l'uso sociale del linguaggio, ovvero la capacità di comunicare in modo appropriato in contesti diversi e di comprendere le sfumature della comunicazione non letterale. Questi bambini possono avere difficoltà a stabilire relazioni sociali attraverso il gioco, nonché a capire e a rispettare le regole implicite ed esplicite della conversazione e dell'interazione. Mostrano anche difficoltà a capire gli stati emotivi degli altri e a risolvere i problemi interpersonali, spesso perché non riescono a cogliere i segnali non verbali o le intenzioni comunicative. Questo rappresenta un grosso ostacolo per le inferenze, cioè per la capacità di capire tutto ciò che non è letterale e/o contestualizzato, come ironie, doppi sensi, metafore, battute e scherzi, rendendo la loro interazione sociale più complessa e talvolta frustrante.

Infografica: le diverse aree del linguaggio e le loro possibili compromissioni

Le Radici dei Disturbi del Linguaggio: Tra Geni e Funzionamento Cerebrale

Le cause esatte dei disturbi del linguaggio sono ancora sconosciute, rappresentando un campo di ricerca attivo e complesso. Tuttavia, studi recenti confermano l’importanza del carico genetico nella predisposizione a tali disturbi. Si stima che in una percentuale significativa dei casi, che varia dal 50 al 70% dei bambini con LD, sia presente almeno un membro della famiglia con lo stesso disturbo. Questo suggerisce una forte componente ereditaria o familiare che gioca un ruolo cruciale nello sviluppo del linguaggio.

Le ipotesi più recenti affermano che una delle cause dei disturbi del linguaggio nei bambini potrebbe essere correlata a un funzionamento cerebrale atipico. Questo scenario è in parte simile a quanto si osserva forse nei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), dove si ipotizza che sottostanti differenze neurologiche influenzino specifici processi cognitivi. Nonostante i progressi nella ricerca neuroscientifica, un vero e proprio "responsabile" univoco per i disturbi del linguaggio non è ancora stato identificato, il che rende la comprensione delle cause un compito ancora aperto.

A lungo si è ritenuto che le cause dei Disturbi Specifici del Linguaggio (DSL) fossero principalmente di tipo ambientale e pertanto imputabili a mancanze dei genitori nel fronteggiare le necessità del piccolo. Tuttavia, le attuali conoscenze scientifiche hanno in gran parte smentito questa visione deterministica. Sebbene la mancanza di stimoli linguistici nell'ambiente del bambino possa indubbiamente contribuire a un ritardo nello sviluppo del linguaggio, i Disturbi Specifici del Linguaggio veri e propri sono ora classificati come disturbi del neurosviluppo. Questo significa che sono un insieme di patologie che comprendono anche i DSA, ovvero i Disturbi Specifici dell'Apprendimento, e sono radicati in fattori neurobiologici intrinseci al bambino, piuttosto che essere causati unicamente da carenze nell'ambiente familiare o educativo.

Le Basi Genetiche dei Disturbi del Neurosviluppo

Molte patologie e condizioni possono avere come conseguenza un disturbo del linguaggio. In questi casi, il disturbo viene definito “secondario”, indicando che è una manifestazione di una condizione sottostante, come ad esempio sindromi genetiche, disturbi neurologici, problemi uditivi, o altre disabilità. I Disturbi Specifici del Linguaggio (DSL), al contrario, sono diagnosticati per esclusione, il che significa che il disturbo del linguaggio è primario e non è attribuibile ad altre condizioni mediche, neurologiche, sensoriali o cognitive. Questo rende la diagnosi differenziale particolarmente importante e complessa, necessitando di un approccio multidisciplinare per escludere tutte le possibili cause secondarie.

Riconoscere i Segnali: Quando un Ritardo Diventa un Disturbo

Il Disturbo del Linguaggio (LD) si manifesta quasi sempre come un ritardo nell’acquisizione del linguaggio. Spesso i bambini con LD cominciano a parlare più tardi rispetto ai loro coetanei e, quando lo fanno, generalmente il loro repertorio lessicale è molto limitato. Non solo le competenze possono comparire in ritardo (come le prime parole e le prime frasi), ma c’è anche una differenza importante, sia qualitativa che quantitativa, rispetto allo sviluppo tipico previsto per ogni età. È fondamentale non sottovalutare questi indicatori.

Alcuni segnali di allarme devono essere tenuti in considerazione non appena vengono riscontrati. È di vitale importanza evitare luoghi comuni, purtroppo ancora diffusi, quali “parlerà quando verrà il momento”, “è troppo piccolo”, “ogni bambino ha il suo ritmo”, o “il maschio è più pigro”. Questi aforismi, sebbene rassicuranti nell'immediato, possono ritardare l'intervento specialistico necessario. Non dobbiamo attendere la conferma della diagnosi per agire, ma prestare attenzione ai segnali non appena vengono rilevati e, in caso di dubbio, consultare uno specialista esperto in grado di guidare e orientare.

Ecco alcuni segnali di allarme specifici che i genitori dovrebbero considerare:

  • A 2 anni: Se il bambino non ha almeno 50 parole nel suo bagaglio lessicale e, di queste 50 parole, meno del 20% sono verbi. Inoltre, un altro campanello d'allarme è la mancanza di combinazioni di due parole, come "mamma pappa" o "più latte".
  • A 3 anni: Se il bambino può parlare, ma presenta un eloquio inintelligibile, frasi con errori fonetici e fonologici persistenti, o se utilizza prevalentemente frasi di soli tre elementi, con una struttura grammaticale semplificata.
  • Dopo i 2 anni: Se il bambino non sembra comprendere semplici richieste o istruzioni, come "vai a prendere la palla" o "dammi la macchina". Questo indica una possibile difficoltà nella comprensione del linguaggio recettivo.

È importante sottolineare che molti bimbi che presentano ritardi o atipie nel linguaggio recuperano spontaneamente con il tempo. Tuttavia, nel 5-7% dei casi, il disturbo persiste e richiede un intervento. Per questa ragione, la diagnosi di disturbo di linguaggio vero e proprio viene effettuata non prima dei 4 anni, in modo da avere un quadro più chiaro della persistenza e della natura delle difficoltà.

Il processo diagnostico inizia con l'anamnesi del bambino, un colloquio approfondito che permette ai genitori e ai professionisti di condividere tutte le informazioni rilevanti sulla storia del suo sviluppo psicomotorio, linguistico e comunicativo, incluse eventuali familiarità per disturbi del linguaggio. Successivamente, si procede con l'osservazione diretta del bambino e la conduzione di specifici test standardizzati. Questi strumenti permettono di valutare in modo oggettivo le diverse aree del linguaggio e di distinguere un Disturbo Specifico del Linguaggio da un eventuale ritardo transitorio. La diagnosi di DSL è infatti per esclusione: i Disturbi Specifici del Linguaggio sono presenti solo in bimbi con un Quoziente Intellettivo (Q.I.) normo-dotato e in assenza di altre patologie primarie che possano giustificare la difficoltà linguistica.

Una valutazione neuropsichiatrica infantile è fondamentale per individuare eventuali problemi sottostanti e per proporre interventi mirati. Inoltre, il neuropsichiatra può consigliare ulteriori esami, come un test dell’udito, per escludere che le difficoltà linguistiche siano causate da problemi sensoriali. Il ritardo nel linguaggio non deve essere motivo di panico, ma va affrontato con attenzione e tempestività.

Le Basi Genetiche dei Disturbi del Neurosviluppo

I "late talker", o parlatori tardivi, sono tutti quei bambini che a 24 mesi conoscono circa 50 parole e non hanno ancora sviluppato il linguaggio combinatorio, ovvero la capacità di unire due parole per formare piccole frasi. Questi bambini rappresentano circa il 15% della popolazione totale. Tuttavia, è importante notare che raramente sviluppano un vero Disturbo Specifico del Linguaggio. Spesso, superato il terzo anno, il parlatore tardivo mostra un forte miglioramento linguistico, dimostrando buone abilità nella produzione di frasi complesse e nell'apprendimento di nuovi termini, in tempi ridotti. Seppur la maggior parte dei disturbi del linguaggio si risolve con il tempo o con un intervento precoce e mirato, è importante intervenire su questo problema perché tali disturbi tendono, in assenza di trattamento, a evolvere in disturbi dell’apprendimento (come la dislessia e la disortografia, che colpiscono lettura e scrittura).

Il Percorso Naturale dello Sviluppo Linguistico

Sebbene ogni bambino abbia la propria individualità e pertanto impari a parlare e a comprendere i discorsi con i suoi tempi, in letteratura sono riconosciute delle fasi per lo sviluppo del linguaggio, ognuna delle quali si basa sulle abilità acquisite precedentemente che diventano la base di quelle successive. Comprendere queste tappe è fondamentale per identificare eventuali deviazioni dal percorso tipico.

Nelle primissime fasi, il bambino non sa parlare e comunica principalmente attraverso il pianto, ma è già in grado di comprendere i genitori e sa riconoscerli tra gli altri adulti grazie alla voce e alla prosodia. Dai 3 ai 6 mesi il piccolo segue lo sguardo, inizia a condividere gli stati emotivi e impara il cosiddetto "sorriso sociale", rispondendo con un sorriso quando lo riceve da parte degli adulti, segnale di una crescente intenzionalità comunicativa.

Tra i 6 e gli 8 mesi, la lallazione, che in genere inizia in questo periodo, costituisce un’ottima palestra per lo sviluppo del linguaggio. Muovendo liberamente la bocca mentre l’aria esce, il bambino trae piacere sia dalla percezione cinetica del movimento sia dall’ascoltare i suoni prodotti. Capisce di essere proprio lui il creatore di tale meraviglia e continua, tanto più se il genitore lo guarda e gli risponde, instaurando una sorta di dialogo pre-verbale. Questo periodo della vita del bimbo è ricco di cambiamenti importanti: il piccolo impara a stare seduto, la laringe si è abbassata e ha lasciato più spazio alla lingua, la quale ora può sperimentare meglio la cavità della bocca. Il bambino agita gambe e braccia, sbatte l’oggetto che tiene in mano e ripete «ma-ma-ma», «pa-pa-pa», introducendo via via sempre più suoni.Esiste una variabilità individuale nella sequenza di acquisizione dei suoni, ma di solito i primi a essere disponibili sono le vocali (a livello fonetico ne abbiamo sette in italiano, perché la "e" e la "o" hanno la variante chiusa e aperta: "e" / "è", "o" / "ho"), le consonanti prodotte accostando le labbra (m-p-b) e quelle che nascono dal dorso della lingua che tocca il palato (t-d-n-l). Entro i 2 anni, l’80% dei bambini è in grado di produrre anche le consonanti gutturali (la "c" di “casa”, la "g" di “gatto”) e il soffio della "f", facendo incontrare gli incisivi superiori col labbro inferiore. Successivamente, di solito arrivano la "v", la "s" (prima la sorda come in “sole”, poi la sonora come in “casa”; la differenza tra sorda e sonora sta nell’apertura o chiusura delle corde vocali), la "c" dolce di “ciao” e la "g" dolce di “Gino”. Le ultime consonanti a essere realizzate in genere sono la "r", piuttosto complessa dal punto di vista neuromotorio per la sua articolazione vibrante, e la "z" (sorda e sonora), meno rappresentata nelle parole che usiamo abitualmente. L’abilità di articolare velocemente una certa successione di suoni matura gradualmente. I bambini parlano a un ritmo più lento rispetto agli adulti e le loro abilità di coarticolazione, ovvero la capacità di adattare un suono a quelli vicini per una produzione fluida, si sviluppano man mano che incontrano le diverse occorrenze di un suono. Produrre una "s" in mezzo a due vocali, ad esempio, è più semplice che produrre una "s" vicino a un’altra consonante. Mentre parliamo, i passaggi da una lettera all’altra sono fluidi e ogni suono viene leggermente modificato da quello che lo precede e da quello che lo segue, e questa fluidità si acquisisce con la pratica e la maturazione.

Tra i 12 e i 18 mesi, il bambino inizia a pronunciare le prime parole con significato, spesso riferite a oggetti o persone familiari. A due anni, però, la maggior parte dei bambini è in grado di pronunciare, più o meno correttamente, circa 50 parole, e di comprenderne anche più del doppio, utilizzando contemporaneamente gesti e parole per farsi capire. In questa fase si ha la cosiddetta "esplosione del vocabolario": il bambino capisce che a ogni oggetto corrisponde un termine e che le parole danno forma al mondo, acquisendone un numero molto elevato in poco tempo. Fino al secondo anno di vita, il bambino inizia a parlare costruendo "frasi telegrafiche", senza quindi l'uso di congiunzioni, articoli o preposizioni, e dovrebbe conoscere circa 150-200 parole.

Tappe dello sviluppo del linguaggio nei primi anni di vita

Strategie di Intervento e Ruolo della Logopedia

Se le tappe dello sviluppo del linguaggio non vengono raggiunte nei tempi previsti, è importante intervenire tempestivamente. Con il giusto supporto, la maggior parte dei bambini può recuperare il gap. Il ritardo nel linguaggio non deve essere motivo di panico, ma va affrontato con attenzione, rivolgendosi a professionisti qualificati. Le consulenze di specialisti, come il logopedista, sono basate su richieste dirette dei lettori e rispondono a quesiti specifici in modo generico, ma il loro scopo primario è orientare e indirizzare le famiglie verso il percorso più adeguato.

Cosa osserva un logopedista quando i genitori gli chiedono un consulto per un bambino che, verso i 4 anni, confonde ancora alcuni suoni tra di loro oppure non riesce a pronunciarli? L’approccio terapeutico si basa spesso sulla stimolazione dell'attenzione del piccolo, che si attiva se lo si pone di fronte a un "conflitto cognitivo" attraverso quelle che vengono chiamate “coppie minime”. Mettiamo il caso di un bambino che sia in grado di produrre il suono "s", ma non lo utilizzi nei gruppi consonantici (dice correttamente la parola “sole” ma invece di “stella” dice «tella»): il logopedista lo farà giocare con coppie di parole per le quali quel suono cambia totalmente il significato (ad esempio: “palla-spalla”, “tira-stira”). Attraverso disegni, commenti e la ripetuta riproduzione della differenza sonora, il bambino viene guidato a percepire e poi a produrre la distinzione.

Solo quando queste coppie minime saranno diventate facili da pronunciare, si potranno organizzare dei giochi con le parole che iniziano in quel modo (come il gioco dell’oca, la tombola, il memory), consolidando la produzione del suono in posizione iniziale. A questo punto, si passerà a occuparsi dei gruppi con la "s" in mezzo alle parole, riproponendo figure di coppie minime (ad esempio “butta-busta”, “fetta-festa”) e poi giocando con parole come “castello, pasta, bosco”. Alcuni bambini a questo punto potrebbero confondersi e dire «ssscattello» anziché “castello”: questo è un segnale che indica la necessità di rallentare, spezzettare la parola e provarla più volte, lentamente. Avere fretta è controproducente, è sempre meglio attendere che ogni step sia ben consolidato prima di passare al successivo, garantendo così una base solida per l'apprendimento.

La progressione che abbiamo illustrato (1. suono isolato 2. sillabe 3. parole che iniziano con quel suono 4. parole che contengono quel suono 5. frasi 6. scioglilingua 7. automatizzazione) vale per ogni suono su cui si vuole lavorare. È importante ricordarsi di dedicare una piccola parentesi quotidiana al “giochino delle parole”, basteranno anche dieci minuti al giorno, in un contesto ludico e sereno. In questo modo, il bambino saprà che sta lavorando per imparare a parlare meglio, ma senza che la sua abilità di comunicatore in generale venga messa in discussione. Se il bambino, raggiunti i 4 anni, presenta ancora un difetto isolato (per esempio salta la S nei gruppi) o non sa pronunciare un suono, spesso è sufficiente fargli porre l’attenzione su alcune parole chiave per fargli capire come fare. Il consiglio è di coinvolgerlo in modo ludico, ma se i genitori si accorgono che fatica ad accettare la cosa non devono preoccuparsi, è normale che di fronte ai genitori il bambino possa “vergognarsi” di non riuscire.

Il “fai da te” è in genere sconsigliato, anzi, direi molto sconsigliato, nei casi in cui i difetti di pronuncia o i suoni che il bambino non riesce a produrre sono più di uno. In genere, questo è il segnale di qualcosa che non funziona come dovrebbe nell’organizzazione linguistica del bimbo e richiede l'intervento di un professionista. Anche se il bambino capisce quel che gli si dice, e il linguaggio verbale non è l'unica forma di comunicazione (né per il bambino né per l'adulto), la persistenza di tali difficoltà merita attenzione specialistica.

Gli adulti possono aiutare i bambini a sviluppare correttamente il linguaggio non solo attraverso veri e propri giochi strutturati, ma anche tramite l'interazione in semplici gesti quotidiani. Non hanno bisogno di particolari "esercizi" formali, ma di "opportunità" costanti di comunicazione. Questo include scegliere libri adatti all’età con immagini grandi e colorate, parlare con il proprio bambino e rispondere ai suoi tentativi di comunicazione, anche se ancora imperfetti, e coinvolgere il bambino in giochi che stimolino il linguaggio come canzoni, filastrocche e conversazioni. Il bambino è in grado di ascoltare filastrocche e storie, anche se pronuncia solo poche parole come "mamma", "papà", "pappa", ecc. Questo significa che la stimolazione passiva è altrettanto importante quanto quella attiva.

Le Basi Genetiche dei Disturbi del Neurosviluppo

Impatti a Lungo Termine e Supporto Educativo

Il disturbo del linguaggio è, come accennato, un disturbo grave e persistente che interessa l’acquisizione del linguaggio fin dai primi anni di vita, prosegue per tutta l’infanzia e l’adolescenza e può lasciare postumi significativi in età adulta. Anche se i bambini con un disordine fonologico o altri disturbi del linguaggio mostrano progressi, le difficoltà spesso non scompaiono completamente, ma si manifestano in modi diversi man mano che le richieste accademiche e sociali aumentano.

Quando vanno alle scuole elementari, i bambini con disturbo del linguaggio possono compensare progressivamente le loro difficoltà e la sintomatologia potrebbe diventare meno evidente o visibile, soprattutto in seconda e terza elementare. Questo può ingannare, in quanto riescono a comunicare con un linguaggio più formale ed elaborato, il che può far pensare che abbiano superato le loro difficoltà linguistiche. Tuttavia, così non è: continuano ad avere difficoltà con il lessico, il loro linguaggio espressivo è alterato, e hanno problemi a narrare eventi in modo coerente e a mantenere un discorso coeso, organizzando le idee in modo logico e strutturato.

Inoltre, i bambini con disturbo del linguaggio manifestano di norma problemi di apprendimento, soprattutto nello sviluppo della letto-scrittura, che è strettamente legata alle competenze fonologiche e linguistiche. Spesso incontrano difficoltà anche nell’apprendimento della matematica, a causa di problemi di comprensione delle consegne verbali e di acquisizione di contenuti più astratti che richiedono una solida base linguistica per essere elaborati. Per queste ragioni, il disturbo del linguaggio è considerato un’esigenza educativa speciale e richiede un supporto personalizzato nel contesto scolastico.

Infografica: impatto dei disturbi del linguaggio sull'apprendimento scolastico

Per favorire la didattica dei bambini con Disturbo Specifico del Linguaggio, esistono strumenti di pianificazione educativa. Il PEI (Piano Educativo Individualizzato) è uno strumento fondamentale, strutturato a seconda delle singole esigenze per dare la possibilità a tutti i bambini di avere un percorso formativo efficace, tenendo in considerazione le difficoltà tipiche di ognuno. Questo piano viene elaborato da un team multidisciplinare che include insegnanti, specialisti e genitori, e definisce gli obiettivi educativi e gli interventi di supporto necessari.

Un altro utile strumento per favorire la didattica dei bambini è il PDP (Piano Didattico Personalizzato). Questo strumento di formazione inclusiva è però dedicato a tutti quei bambini che hanno una diagnosi di Disturbo Specifico dell'Apprendimento (DSA) con relativa certificazione. La certificazione per DSA ha un valore legale e viene rilasciata solo da enti specializzati che permettono di identificare in modo puntuale il disturbo del bambino, garantendo l'accesso a misure dispensative e compensative. È importante sottolineare che, mentre i DSA sono disturbi del neurosviluppo che riguardano specifici processi di apprendimento (lettura, scrittura, calcolo), i DSL sono disturbi primari che colpiscono l'acquisizione del linguaggio stesso, pur potendo avere sovrapposizioni e impatti reciproci.

Se dopo aver letto questo articolo si hanno dubbi o preoccupazioni sullo sviluppo linguistico del proprio bambino, il consiglio è di consultare uno specialista esperto in grado di guidare e orientare verso il percorso più appropriato.

Questioni Terminologiche e Disturbi Correlati

Il disturbo del linguaggio è un termine relativamente nuovo che in poco tempo ha subito molte modifiche nella propria denominazione nel corso della storia della medicina e della logopedia. La più nota delle denominazioni precedenti è “disfasia”, un termine che veniva utilizzato per descrivere difficoltà gravi nell'acquisizione del linguaggio. Nonostante l'evoluzione del concetto e l'affinamento delle conoscenze, nel comitato di esperti non è ancora stato raggiunto un consenso definitivo sulla terminologia più adatta per definire questi disturbi. Questa variabilità terminologica riflette la complessità e l'eterogeneità dei disturbi stessi, che si manifestano con profili diversi e sfidano una categorizzazione univoca.

È importante distinguere i disturbi del linguaggio da altre condizioni che possono influenzare la comunicazione, come ad esempio la balbuzie. La balbuzie, chiamata anche "Disturbo della fluenza verbale" o "disfluenza", è una fase normale dello sviluppo linguistico di un bambino, specialmente a partire dai 2 anni di vita, quando le capacità cognitive e linguistiche del bambino crescono rapidamente e la richiesta comunicativa può superare la sua capacità di produzione fluente. Solitamente un bimbo diventa balbuziente quando è stanco, emozionato o sta affrontando argomenti nuovi con adulti con cui non ha confidenza. In molti casi, la disfluenza regredisce spontaneamente, ma se persiste o diventa grave, può anch'essa richiedere l'intervento di un logopedista per aiutare il bambino a sviluppare strategie di produzione più fluide.

Evoluzione della terminologia sui disturbi del linguaggio

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