Alfredino Rampi: La Tragedia di Vermicino e la Nascita di una Consapevolezza Nazionale

La vicenda di Alfredino Rampi, un nome che da oltre quarant'anni evoca un profondo dolore collettivo, rappresenta ancora oggi un incubo seguito in diretta TV da milioni di italiani. La sua storia tragica si consumò a Vermicino, un fatto di cronaca che segnò indelebilmente la coscienza del Paese e, per la prima volta in Italia, la modalità stessa di fare televisione. Questo evento non fu solo una tragedia personale, ma un catalizzatore per importanti cambiamenti nel sistema dei soccorsi e nella percezione della gestione delle emergenze.

La Tragica Sera del 10 Giugno 1981: La Scomparsa di Alfredino Rampi

Alfredo Rampi, conosciuto da un intero Paese semplicemente come Alfredino, aveva sei anni quando, la sera del 10 giugno 1981, precipitò in un pozzo artesiano a Vermicino, vicino a Roma. Il piccolo, nato l’11 aprile del 1975, si trovava in vacanza con la sua famiglia nella loro seconda casa, in località Selvotta, una frazione di Frascati situata lungo la via di Vermicino. Con lui c'erano il padre Fernando, la madre Franca Bizzarri, il fratellino Riccardo, che allora aveva 2 anni ed era cardiopatico come Alfredino, e la nonna paterna Veja.

Quella sera di mercoledì 10 giugno, Ferdinando Rampi, due suoi amici e il figlio Alfredino stavano passeggiando nella campagna circostante. Al momento di tornare indietro, verso le 19:20, Alfredino chiese al padre di poter continuare il percorso verso casa da solo, attraverso i prati, precedendolo. Ferdinando acconsentì, ma quando giunse a sua volta a casa, verso le ore 20, scoprì che il figlio non era arrivato. Dopo circa mezz'ora, continuando a non vederlo, i genitori iniziarono a cercarlo nei dintorni, insieme ad alcuni vicini. Non trovandolo, alle 21:30 circa allertarono le forze dell'ordine. Nel giro di 10 minuti giunsero sul posto polizia, vigili urbani e vigili del fuoco, oltre ad alcuni abitanti del posto, attratti dal viavai. Tutti insieme si unirono ai genitori nelle ricerche, che vennero portate avanti anche con l'ausilio di unità cinofile.

La nonna del piccolo fu la prima ad ipotizzare che Alfredino fosse caduto in un pozzo. Sapeva che in un terreno poco distante, dove era in costruzione una nuova abitazione, era stato da poco scavato un pozzo artesiano. Una volta arrivati, gli agenti della polizia notarono che era stato chiuso con una lastra di metallo tenuta ferma da alcuni sassi. Il brigadiere della Polizia di Stato Giorgio Serranti volle comunque ispezionarlo, quindi fece rimuovere la lamiera. Infilò la sua testa nell'imboccatura e rivelò che i sospetti della signora Veja erano corretti, in quanto era riuscito a udire i flebili lamenti di Alfredino. Si scoprì poi che il buco era stato chiuso dal proprietario del pozzo, Amedeo Pisegna, che vi aveva deposto la lastra metallica alle ore 21, malauguratamente dopo che il bambino era precipitato nel pozzo ed erano già iniziate le ricerche. Alfredino era caduto accidentalmente in un pozzo artesiano lasciato aperto in via Sant'Ireneo, in località Selvotta.

I soccorritori si radunarono all'imboccatura del pozzo e vi calarono una lampada, tentando di localizzare Alfredino. Il pozzo era profondo 80 metri e con diametro di 30 centimetri. Alfredino si era bloccato a circa 36 metri di profondità, prima che il pozzo si stringesse ulteriormente. La voragine presentava un'imboccatura larga solamente 28 cm e pareti irregolari e frastagliate, piene di sporgenze e rientranze. Le operazioni di soccorso si rivelarono subito estremamente difficili.

Mappa del luogo dell'incidente di Vermicino

I Primi Tentativi di Salvataggio e gli Ostacoli Imprevisti

Non appena individuato il bambino, le operazioni di soccorso iniziarono, ma si complicarono subito. Il primo tentativo, giudicando impossibile calarvi dentro una persona, consistette nel calare nel pozzo, irregolare e contorto, una tavoletta di legno legata a corde, a cui il bimbo potesse aggrapparsi per sollevarlo. Questa si rivelò una brutta idea, o meglio, un tragico errore: la tavoletta si incastrò a 24 metri di profondità e rese inaccessibile il pozzo, bloccandosi ben al di sopra del bambino. Le funi che avrebbero dovuto riportarlo su si spezzarono, e di conseguenza il condotto venne quasi completamente ostruito. Ora il buco risultava anche ostruito e le possibilità di recupero sempre più difficili.

Alle ore 4:00 dell'11 giugno, giunse sul posto un gruppo di giovani speleologi del soccorso alpino, che si offrirono come volontari per calarsi nel sottosuolo. Così, alcuni speleologi hanno tentato di calarsi nel cunicolo. Il caposquadra Tullio Bernabei, 22 anni, di corporatura piuttosto magra, fu il primo a scendere nel pozzo. Calato a testa in giù, tentò di rimuovere la tavoletta che era rimasta incastrata. I restringimenti del pozzo però gli consentirono di arrivare solo a un paio di metri da questa. Una volta riportato in superficie, Bernabei riferì di aver intravisto il bambino sotto la tavoletta e di avergli parlato. "Mi sono calato e sono arrivato a vedere la tavoletta. Ho intravisto anche Alfredino, si trovava qualche metro più in basso. Gli ho parlato, l'ho tranquillizzato", queste le parole di Tullio Benarbei a Fanpage.it a 40 anni dalla tragedia. Dopo di lui si calò un secondo speleologo, Maurizio Monteleone, ma anch'egli non riuscì ad afferrare ed estrarre la tavoletta, pur arrivando a pochissima distanza da essa. Le discussioni fra i soccorritori si moltiplicarono. Agli speleologi non fu consentito di riprovare la discesa nel pozzo. Nel frattempo i Vigili del fuoco avevano incominciato a pompare ossigeno nel pozzo, allo scopo di evitare l'asfissia del bambino.

Il comandante dei Vigili del fuoco di Roma Elveno Pastorelli, all'epoca capo dei Vigili del fuoco e responsabile delle operazioni di salvataggio, ordinò allora di sospendere i tentativi degli speleologi e puntò sullo scavo del pozzo parallelo, con l'obiettivo di collegarlo con un cunicolo al pozzo dove Alfredino era prigioniero. Una geologa lì presente, Laura Bortolani, ipotizzando che in profondità si sarebbero incontrati substrati di terreno molto duri (peperino e rocce laviche), fece notare a Pastorelli che sarebbe occorso un lungo tempo per la perforazione e pertanto propose di proseguire anche con gli altri tentativi. Il comando, tuttavia, si concentrò sulla trivellazione. "Sapevamo che non era sicuro, ma conoscevamo anche i rischi della creazione del secondo tunnel da cui, con uno scavo orizzontale, si sarebbe potuto raggiungere il bambino. Non eravamo noi a decidere", continuò Bernabei.

Alle 8:30 dell'11 giugno, presero il via i lavori per lo scavo del cunicolo parallelo. Il terreno inizialmente si rivelò friabile, con la sonda che riuscì ad affondare per 2 metri in due ore. Verso le 10:30, tuttavia, come previsto dalla Bortolani, venne intercettato uno strato di roccia granitica difficile da scalfire. La trivella che scavava il secondo pozzo procedeva a rilento. Nel frattempo le ore passano e sul posto, non transennato, si raccoglie una folla di curiosi e volontari. Intanto è notte. Vanno avanti i tentativi dei volontari più piccoli di corporatura che cercano di raggiungere Alfredino ma non c’è nulla da fare. Passa così anche tutto l’11 giugno: il piccolo è bloccato nelle viscere della terra da oltre 24 ore.

Gli errori della tragedia di Vermicino e il ricordo di Alfredino Rampi

La Lotta Contro il Tempo e le Vibrazioni Fatali

Il giorno dopo, il 12 giugno, verso le 13:00, su specifica richiesta dei soccorritori, venne fatta arrivare sul posto un'altra perforatrice, più grande e potente della prima. Intorno alle 16:00 entrò in azione la seconda perforatrice, più efficace, dopo che la prima era riuscita a scavare un pozzo di 20 metri di profondità e 50 cm di diametro. Alfredino Rampi sembrava lucido e rispondeva ai soccorritori. Il bambino, con la voce sempre più debole, iniziò a dire di aver sete. Il pozzo parallelo arrivò finalmente a una trentina di metri di profondità e nuovi calcoli stabilirono anche che Alfredino si trovava non a 36 metri ma a 32 dalla superficie. Verrà calata una flebo con acqua e zucchero per cercare di dargli sollievo. Alle ore 20:00 entrò in funzione un terzo impianto di perforazione, più piccolo e agile; al contempo fu calata nel pozzo una flebo di acqua e zucchero per tentare di nutrire e dissetare il bambino. Alle 21:30 si rese necessaria una pausa nella perforazione.

Alfredino però parlava sempre più di rado e iniziò anche a respirare con sempre meno frequenza. La risonanza mediatica alimentò la curiosità del pubblico, non solo televisivo: attorno al pozzo finì quindi per raccogliersi una folla di circa 10.000 persone e incominciarono ad arrivare anche venditori ambulanti di cibo e bevande. Alle 23:00 fu autorizzato a scendere nel pozzo un volontario, il manovale siciliano Isidoro Mirabella, 52 anni, dal fisico minuto, che venne subito ribattezzato "l'Uomo Ragno". Scese senza successo nel pozzo buio e pieno di insidie anche Isidoro Mirabella. Speranza e costernazione si alternavano di ora in ora.

Alle 10:10 del 12 giugno, lo scavo parallelo era arrivato a una profondità di 30 metri e 5 centimetri e un ingegnere dei vigili del fuoco rivide al ribasso la stima della profondità cui si trovava il bambino: 32,5 m invece di 36. Si decise pertanto di accelerare i lavori e di incominciare immediatamente a scavare il raccordo orizzontale fra i due pozzi, prevedendo di sbucare un paio di metri sopra il bambino. Alle 11:00 giunse sul posto una scavatrice a pressione per scavare il tunnel di connessione, che tuttavia si bloccò poco dopo l'accensione. Tre vigili del fuoco incominciarono quindi a scavare a mano.

Il pomeriggio del 12 giugno, a Vermicino, arrivò anche il Presidente della Repubblica Sandro Pertini. Si trattenne tutta la notte, fino alle 7 della mattina successiva. Verso le 19, a 48 ore dalla caduta nel pozzo, venne ultimato il cunicolo orizzontale che collegava i due pozzi. Ma si fece la terribile scoperta: Alfredino non era dove ci si aspettava. La trivellazione, infatti, si era interrotta. La punta non andava avanti nella roccia, così è stato sostituita con un grosso cilindro metallico, simile ad un ariete. Volevano rompere la roccia, ma non ha aiutato: le vibrazioni avevano fatto scivolare Alfredino ancora più giù. Il bambino nel frattempo era ancora più in basso: il nuovo tunnel era a 34 metri di profondità, Alfredino si trovava a 60. Lo sconforto dominava. Rientrò nel tunnel parallelo lo speleologo Tullio Bernabei: il bambino era sceso nelle profondità del pozzo, precipitato a 60 metri sotto terra.

Sandro Pertini a Vermicino con i soccorritori

Eroi Sfortunati: Il Sacrificio dei Volontari

Per il piccolo Alfredino restava ben poco da fare. Restava un’unica possibilità: riprovare a calare nel pozzo qualcuno che prendesse il bambino. La caccia ai volontari era aperta: arrivarono nani, acrobati, contorsionisti, persone magrissime, ma impreparate. Il primo a provarci era Claudio Aprile, speleologo: cerca di entrare nel pozzo dove sta Alfredino arrivando dal cunicolo, ma non riesce. Anche lo speleologo Claudio Aprile scese, ma fu costretto a desistere. Un altro coraggioso volontario, Angelo Licheri, 36 anni, tipografo di Nettuno di origine sarda, piccolo di statura e molto magro, chiese e ottenne di poter ripetere la stessa operazione.

Licheri era originario di Sassari, si trovava a Vermicino, fra la folla di persone che, una volta appreso della vicenda del bambino, si era presentato per dare una mano. Licheri è stato scelto fra le decine di persone per la sua magrezza per calarsi nel pozzo e portare Alfredino fuori dal tunnel. Di professione fattorino, Licheri non ha esitato un attimo. Si è offerto subito volontario. "Mi sono presentato e ho detto che volevo rendermi utile. Il capo dei vigili del fuoco stava per chiedermi se soffrissi di qualcosa. Ma prima che potesse continuare con le domande, l'ho interrotto. Non dica nulla, mi lasci scendere, gli ho risposto. E mi sono calato", ha dichiarato Licheri, morto nell'ottobre 2021.

Angelo Licheri, l'uomo ragno, un giovane sardo speleologo del Cai, molto magro, si calò subito dopo nella voragine. Si tolse gli abiti che aveva indosso, rimanendo solo con la biancheria intima, in modo da non riscontrare troppo attrito nello stretto tunnel. Cominciò la discesa nel pozzo di soccorso e poi nel pozzo artesiano, poco dopo la mezzanotte fra il 12 e il 13 giugno. "Vedevo solo un budello nero, con la parete di roccia e il buco che si restringeva", raccontò. Al fine di superare i vari ostacoli durante la discesa, attraverso i quali egli stesso temeva di rimanere incastrato a sua volta, più volte chiese di farsi tirare su per almeno un paio di metri e poi di mollare di colpo la fune: ciò gli consentì di sfondare i punti di ostruzione, ma al contempo gli procurò sul corpo delle notevoli ferite da taglio, delle quali portò i segni per tutta la vita. In questo modo riuscì a raggiungere Alfredino e a dialogare con lui; il bambino però non riusciva più a parlare e aveva iniziato a emanare dei rantoli, segno di una respirazione che stava peggiorando.

Alle 23 e 50 del venerdì, 12 giugno, Licheri era sceso nel pozzo. "Ho toccato le mani di Alfredino, con un dito gli ho pulito la bocca e poi gli occhi per farglieli aprire, però lui è rimasto immobile, rantolava - ha raccontato a Fanpage.it nel 2018 - Io ho provato a tranquillizzarlo. Gli ho detto che appena uscito gli avrei comprato una bicicletta come quella dei miei figli, che avrebbero giocato insieme. Ero pronto a prenderlo, ho gridato di tirarmi su, ma il moschettone si è sganciato. Ho provato a prenderlo sotto le ascelle, a prenderlo per i polsi. Ho sentito "track". Gli ho spezzato il polso sinistro e lui neanche si è lamentato, io mi sentivo in colpa. Alla fine l'ho preso per la maglietta, ma è caduto. Gli ho mandato un bacio e sono risalito." Prima di tutto, Licheri rimosse con le dita il fango dagli occhi e dalla bocca di Alfredino, dopodiché riuscì a liberargli le mani e le braccia, che erano raccolte dietro le anche; non riuscì però a disincastrarlo completamente, in quanto il bambino si presentava rannicchiato con le ginocchia che gli schiacciavano il petto. A questo punto, tentò di allacciargli l'imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l'imbracatura s'aprì; tentò allora di prenderlo di forza prima sotto le ascelle e poi per le braccia, ma il bambino continuava a scivolare per via del fango che lo ricopriva. Licheri rimase a testa in giù per un tempo totale di 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in posizione corporea capovolta. Preso atto dell'impossibilità di liberare il bambino in quella posizione innaturale, Licheri decise di arrendersi e ritornò in superficie senza Alfredino. Uscito dal pozzo, sanguinante, ricoperto di fango e non in grado di reggersi in piedi, Licheri chiese un bicchiere d'acqua e una coperta per il freddo che avvertiva e fu trasportato d'urgenza in ospedale; si riprese completamente alcune settimane dopo. Licheri, un eroe moderno conosciuto oggi come l'Uomo Ragno o l'Angelo di Vermicino, per anni ha sognato che la morte andava a prendere Alfredino.

Dopo Licheri cominciarono a offrirsi vari altri volontari, fra cui nani, esperti di pozzi e persino un contorsionista circense soprannominato "Denis Rock". Verso le 5:00 del mattino del 13 giugno, ebbe inizio il tentativo di un altro volontario, lo speleologo Donato Caruso, 22 anni, di Avezzano. Un ragazzo di 15 anni voleva calarsi, ma fu bloccato dal magistrato presente sul posto. Il giovane speleologo Donato Caruso scese nel buio. E su di lui si concentrarono le speranze di salvare il piccolo Alfredino. Scese a testa in giù a 60 metri di profondità. "Legalo bene", gli dissero dall'alto. Lui provò a legare Alfredino con delle fascette da elettricista, ma senza successo. Risalì senza il bambino nel pozzo di collegamento. Riprova ancora, tentò di mettere al bimbo delle manette, metodo molto più rischioso anche per il soccorritore perché queste erano legate alla stessa sua corda di sicurezza. Ma anche questo ultimo tentativo non andò a buon fine.

Angelo Licheri, l'uomo che tentò di salvare Alfredino

L'Italia con il Fiato Sospeso: La Diretta Televisiva Senza Precedenti

La notizia della caduta è stata divulgata per la prima volta dall'agenzia Ansa, verso le 2 dell'11 giugno. Sul posto, fra i primi ad arrivare, alcuni giornalisti di TeleRoma 56 e poi quelli della Rai. I telegiornali, il Tg1 e il Tg2, hanno dato la notizia della caduta nel pozzo durante le rispettive edizioni delle ore 13. Da quel momento la rete ha iniziato ad occuparsi quasi totalmente della vicenda. Dopo i bollettini delle ore precedenti, giornalisti e addetti video continuavano a seguire tutto ciò che stava accadendo a Vermicino in diretta. Era la prima volta in Italia. Questo, oltre a contribuire al coinvolgimento della cittadinanza, segna uno spartiacque nel mondo dei media e nelle modalità di fare televisione. Nulla, dopo questa lunghissima diretta, sarà più come prima per il mestiere.

È Emilio Fede ad attivare la diretta no stop. La diretta tv no stop scattò l’11 giugno: l’incidente di Vermicino era il collegamento di chiusura della scaletta del Tg1 delle 13.30. Il capo dei Vigili del fuoco disse all’inviato della Rai che erano a un passo dal recupero del bambino. Il direttore del Tg Emilio Fede, appena nominato e alla sua prima riunione per l’edizione delle 13 del tg, decise di mantenere la linea aperta e mandare una telecamera mobile sul posto. A Vermicino nacque così la tv del dolore. "Ma non è mai stato capito che nacque per esaltare la solidarietà, non la disperazione. Per raccontare le lacrime, le preghiere, il desiderio di salvare la vita. Far capire la speranza, il dovere e quindi la gioia di salvare", ha commentato Fede.

La vicenda di Alfredino entrò in diretta nelle case degli italiani con tutta la drammaticità dell’evento, con un’altalena di emozioni, di coinvolgimento, di curiosità, ma anche di morbosità. In diretta il respiro affannoso del piccolo, la vocina flebile che chiamava la mamma, i lamenti che provenivano dalla profondità del pozzo straziarono l’intero Paese. L’edizione del Tg condotta da Piero Badaloni diventò una edizione straordinaria dedicata alla notizia, "che divenne l’evento degli eventi", commentò il giornalista. "Conducevo il telegiornale, l'inviato sul posto mi aveva detto che secondo il capo dei vigili del fuoco mancava poco per salvare il piccolo Alfredino: ecco perché abbiamo deciso di non chiudere il telegiornale alle 14, ma di continuare. Ma poi è diventato sempre più difficile chiudere: e se fosse stato salvato proprio in quel momento?", ha dichiarato Piero Badaloni. La Rai stravolse i palinsesti e mandò avanti la diretta fiume.

La diretta è andata avanti per 18 ore consecutive, dalle 13.30 del 12 giugno alle 7 della mattina del 13, con un picco di 25 milioni di telespettatori. "Ma noi non eravamo preparati. Abbiamo capito che stava diventando un evento e che quel fatto di cronaca locale avrebbe fatto la storia, ma mancava l'attrezzatura, che si surriscaldava: per raffreddarla è stato usato di tutto, anche dei vantagli". Con la diretta, però, si è superato anche il confine umano: è stato in questo momento che è iniziata la spettacolarizzazione del dolore. "Abbiamo trasmesso il dialogo fra la mamma e Alfredino. Non avremmo dovuto mandarlo in onda, abbiamo mostrato momenti di privacy e del dolore della famiglia. La curiosità del pubblico è diventata morbosa, 10mila persone sono arrivate a Vermicino senza alcun controllo".

L'arrivo del Presidente della Repubblica Sandro Pertini a Vermicino alle 16:30 del 12 giugno, dopo i primi due giorni, ha contribuito a scegliere di andare avanti con la diretta. Il Presidente ha parlato con il piccolo al microfono, si è trattenuto tutta la notte, sperando in un epilogo diverso. Soltanto alle 7 della mattina successiva ha lasciato Vermicino. La sua presenza al fianco dei familiari del bambino è stata un simbolo dell'ultimo disperato tentativo di trarre in salvo Alfredino. In seguito il tribunale civile di Roma emanò un provvedimento in cui vietava di mostrare le sequenze filmate in cui Alfredo Rampi "piange o singhiozza", "chiama la mamma o i soccorritori" e quelle in cui "i genitori e altri soccorritori cercano di tranquillizzarlo", facenti parte della registrazione della diretta.

Gli errori della tragedia di Vermicino e il ricordo di Alfredino Rampi

La Crudele Conferma e il Recupero Difficile

Alfredino Rampi venne dichiarato morto alle 7:20 di sabato 13 giugno. Dopo che Franca Bizzarri chiamò per molte volte invano il figlio, verso le 9:00 del 13 giugno venne calato nel pozzo uno stetoscopio, al fine di percepire il battito cardiaco del bambino. Non registrando nulla, verso le ore 16:00 venne calata nella buca una piccola telecamera fornita da alcuni tecnici della Rai, che a circa 55 metri individuò la sagoma immobile di Alfredino, che non si muoveva e non respirava più. Venne quindi eseguita la dichiarazione di morte presunta.

A un certo punto venne espresso il dubbio che Alfredo Rampi fosse stato deliberatamente addormentato e calato nel pozzo da ignoti, per motivi non chiari. Il dubbio nasceva da un'imbracatura rinvenuta attorno al corpo del bambino quando questo, circa un mese dopo, venne recuperato. Si chiarì però in seguito che tale imbracatura era stata utilizzata da Angelo Licheri nel suo infruttuoso tentativo di salvataggio e lì abbandonata.

Per assicurare la conservazione del corpo, il magistrato competente ordinò che fosse immesso nel pozzo del fluido criogenico (azoto liquido a −200 °C). Il corpo del piccolo Alfredino è stato recuperato soltanto un mese dopo, da tre squadre di minatori di Gavorrano, in provincia di Grosseto, arrivati l'11 luglio successivo. I funerali del piccolo Alfredino furono officiati mercoledì 15 luglio 1981 nella basilica di San Lorenzo fuori le mura; la salma venne trasportata dagli stessi volontari che avevano tentato di salvarlo, fra cui Angelo Licheri e Donato Caruso.

Al tempo non c’era ancora un organo statale come la Protezione Civile che possedesse quelle competenze specializzate per affrontare quel genere di eventi. Per estrarre il corpo del bambino, però, era necessario rivolgersi a professionisti che sapessero come muoversi nel sottosuolo. Alcuni giorni dopo la tragedia furono quindi chiamati una ventina di minatori delle miniere di Gavoranno, in provincia di Grosseto, da cui si estraeva pirite ferrosa. Non erano esperti soccorritori, ma la loro conoscenza del sottosuolo e la loro esperienza furono essenziali per il recupero della salma. I minatori, conoscendo le insidie del sottosuolo, decisero di scavare un pozzo di 80 cm di diametro - un cosiddetto pozzo “di servizio”- ad una quindicina di metri di distanza da quello dell'incidente, sapendo bene che il suolo avrebbe potuto perdere stabilità e cedere. Il minatore Spartaco Stacchini si è calato e ha raggiunto il corpicino e lo ha portato in superficie.

Facciamo una piccola riflessione: su questo pianeta quando qualcosa è sotto terra è complicato da recuperare. Sembra assurdo, ma è più facile fare un viaggio di centinaia di migliaia di chilometri nello spazio che fare un buco profondo nella Terra. Quindi potremmo associare la profondità al concetto di limite. È lo stesso limite che abbiamo nella conoscenza di vulcani, terremoti, inversione dei poli, e tutti quei fenomeni il cui meccanismo di innesco è nel sottosuolo. E infatti non è un caso che non riusciamo a prevedere al meglio questi eventi, o almeno, non con le tecnologie odierne.

Squadre di soccorso durante il recupero del corpo

L'Eredità di Vermicino: Nascita della Protezione Civile e un Impegno Duraturo

La tragedia di Vermicino segna una dolorosa e importante tappa nella nascita del moderno Servizio Nazionale, che parte dalla presa di coscienza dei limiti del sistema dei soccorsi e della necessità di un maggior coordinamento delle risorse coinvolte nella gestione emergenziale. Qualche mese dopo la morte di Alfredino, fu istituita la figura del Ministro per il Coordinamento della Protezione Civile ma, prima che il tutto venga strutturato e formalizzato, dovranno passare 10 anni. La Legge n. 225 del 1992 sancisce la nascita del Servizio Nazionale della Protezione Civile, il cui compito è quello di "tutelare l’integrità della vita, i beni, gli insediamenti e l’ambiente da calamità naturali e da catastrofi". Ricordiamoci che siamo fortunati ad avere un organo di tale rilevanza, dal momento che questa istituzione non è presente in ogni Paese del mondo!

Prima ancora di questa data, però, la mamma di Alfredino, Franca Rampi, ha creato il Centro Alfredo Rampi, onlus che si occupa di protezione civile e minori, per difendere bambini e ragazzi da eventi come quello che aveva colpito il figlio. Con la nascita della Protezione Civile, però, non è stato sciolto il Centro che porta il nome del piccolo. "Abbiamo lavorato molto in questi anni raggiungendo bimbi e ragazzi con corsi di autoprotezione, seminari e campeggi per far sviluppare anche ai più piccoli capacità di sopravvivenza in situazioni di pericolo, ma c'è ancora molto da fare sul fronte della prevenzione", ha dichiarato Daniele Biondo, psicoanalista, del direttivo del Centro Alfredo Rampi.

Logo del Dipartimento della Protezione Civile

Alfredino Rampi: Memoria e Riflessione a Decenni di Distanza

La fine di Alfredino Rampi rappresenta ancora oggi un profondo dolore collettivo, un incubo che fu seguito in diretta tv da 28 milioni di italiani. La sua storia è stata raccontata dalla miniserie "Alfredino, una storia italiana", in onda in prima serata su Rai Uno. Oggi, a più di 40 anni dalla sua morte, la tomba del bambino che ha lasciato l'Italia con il fiato sospeso per giorni è stata vandalizzata. Nel 2022, al Verano, dove riposa il piccolo, è stata imbrattata con svastiche e scritte ingiuriose, ma immediatamente ripulita e ricollocata.

Con lui, oltre alla mamma, si trova oggi il fratello Riccardo, anche lui morto prematuramente. Il decesso del fratellino che, come anticipato, aveva 2 anni al momento della tragedia di Vermicino, è avvenuto il 20 maggio del 2015. Aveva 36 anni, era un impiegato ed aveva due figli. Si trovava in discoteca quando è stato troncato da un infarto.

A maggio 2022 è stato inaugurato un murale di circa 70 metri quadrati dedicato ad Alfredo Rampi. Il murale si trova a Roma, Garbatella, via Rocco da Cesinale 2. La targhetta ad esso apposta recita: "La città di Roma per te, Alfredo, affinché la tua storia continui ad insegnare e a trasmettere i valori della legalità, della solidarietà e l’importanza delle competenze. Grazie a te è nata la Protezione Civile, oggi al fianco di tutte e tutti noi con incessante impegno, Grazie Alfredo".

Aldo Nove, nella sua raccolta di racconti Superwoobinda, pone l'accento sulla morte che diventa bene di consumo. Nel capitolo "Vermicino", il racconto della tragedia è sottomesso all'imperio dell'immagine televisiva, che del tragico non lascia sopravvivere che il riflesso mediatico. La vicenda di Alfredino ha quindi lasciato un'impronta non solo sul piano sociale e istituzionale, ma anche in quello della riflessione critica sui media e sulla società.

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