Il Profondo Bisogno di Contatto Fisico nei Bambini: Dal Consenso all'Attaccamento, Fino alle Basi Neuroscientifiche

Il tema del contatto fisico nei bambini è di una complessità e importanza che merita una riflessione approfondita, specialmente nel contesto culturale e sociale che stiamo vivendo. Non si tratta solamente di un gesto di affetto, ma di un aspetto fondamentale per lo sviluppo armonico dell'individuo, che tocca le sfere dell'integrità corporea, del consenso e, fin dai primissimi istanti di vita, della sopravvivenza stessa. Parlare di bambine, bambini e contatto fisico è essenziale per portare una consapevolezza maggiore su aspetti delicati che, come genitori, educatrici ed educatori, non possiamo permetterci di lasciare in secondo piano. Le vicende di cronaca alle quali abbiamo assistito di recente, in merito alla violazione del corpo e alle manifestazioni orribili che ne conseguono, fanno sorgere molteplici riflessioni sul rispetto del corpo. Non è nostra intenzione aprire qui un dibattito sugli eventi degli ultimi tempi, però cogliamo l'occasione per parlare di bambine, bambini e contatto fisico, contatto corporeo, limiti da non oltrepassare e valore da attribuire al consenso. Come sempre la nostra è una riflessione aperta, una condivisione che ha l'obiettivo di sensibilizzare gli adulti su un tema ancora poco trattato, ponendo alla base di questa argomentazione conoscenze scientifiche sull’educazione di bambini e bambine e l’esperienza quotidiana.

Bambini che si abbracciano

Il Contatto Fisico nella Cultura Italiana: Tra Affetto, Abitudine e Consenso Negato

Nella cultura italiana, il contatto fisico è un elemento preponderante nella quotidianità e nelle relazioni interpersonali. Usiamo spesso baci, abbracci e carezze per esprimere il nostro affetto, considerandoli gesti naturali e automatici di vicinanza e legame. Fin da bambini, più o meno tutte e tutti noi, siamo stati cresciuti in contesti familiari e sociali nei quali ci invitavano a dare un bacio o un abbraccio al parente di turno piuttosto che all'amico di famiglia. Pensiamo, ad esempio, a occasioni di festività come il Natale, la Pasqua e altri eventi di riunione parentale, durante i quali queste richieste si moltiplicano. In tali circostanze, se per caso, da bambini, non esprimevamo il nostro entusiasmo nell'agire simili gesti di saluto, i nostri genitori ci spingevano a soddisfare questa richiesta, a volte anche criticandoci più o meno velatamente. Questa pressione poteva farci sentire inadeguati, se non addirittura cattivi, semplicemente perché non volevamo dare l'abbraccio o il bacio a zia Clotilde piuttosto che a nonno Gigi.

Siamo cresciuti con l'idea che sia una dimostrazione di buona educazione e anche una pratica normale chiedere a un bambino o una bambina di dare un bacio o un abbraccio a un adulto che non sia il genitore. Il tema che riguarda bambine, bambini e contatto fisico vale sia nei confronti di persone estranee al nucleo familiare in senso stretto, sia rispetto ai genitori stessi. L'aspetto su cui è fondamentale riflettere è l'importanza di interrogarsi sulla legittimità di questa pratica e, ancora di più, l'importanza di lasciarla andare, o almeno di riconsiderarne le modalità. Sebbene non si tratti di traumi nel senso clinico del termine - nessuno di noi è stato traumatizzato dal fatto di dare un bacio o un abbraccio a un parente o un amico di famiglia - è possibile che, in modo soggettivo, abbiamo sviluppato l'idea che sia importante assecondare le richieste altrui. Potremmo aver imparato a far felici gli adulti quando viene chiesto di fare qualcosa per loro, a prescindere dal fatto che in quel momento avessimo davvero il piacere di dare un bacio o un abbraccio.

Questa educazione implicita può averci portato a lasciare da parte e a non ascoltare il nostro corpo, a non percepire il vero piacere nell'esprimere un gesto di affetto nei confronti di un'altra persona. E lo abbiamo fatto per aderire alla richiesta dei nostri genitori di “essere dei bravi bambini ben educati” e di abbracciare o baciare la persona che avevamo di fronte. Questa dinamica, apparentemente innocua, può instillare la convinzione che il nostro corpo e le nostre sensazioni non siano la priorità, bensì lo sia il compiacimento degli altri.

La cultura che ha caratterizzato la nostra infanzia non si è del tutto sciolta e alcuni aspetti sono rimasti radicati. Quindi anche noi, come genitori, potremmo trovarci a chiedere a bambine e bambini di salutare con un abbraccio o un bacio una persona fuori dalla loro bolla sociale, dai loro confini corporei. Di fronte a queste richieste, possiamo trovarci di fronte a tre tipologie di reazioni. Ci sono bambine e bambini che accolgono volentieri questo rito e non hanno nessun problema a dimostrare affetto con il contatto fisico: il tocco non li disturba e lo vivono con naturalezza. Poi ci sono bambine e bambini che si sentono obbligati a soddisfare la richiesta dei genitori e abbracciano o baciano il parente di turno anche se non ne hanno voglia. Questo accade perché non hanno ancora sviluppato la capacità di mettere dei confini rispetto al contatto fisico e non riescono a rifiutare la richiesta, temendo magari di deludere le aspettative. Infine, ci sono bambine e bambini che riescono a esprimere il loro dissenso e a ritirarsi da un contatto senza sentire di essere sbagliati o inadeguati, senza sentirsi in colpa: manifestano la volontà di non avere un contatto affettuoso con un'altra persona in quel momento.

Quando un bambino o una bambina non vuole dare o ricevere baci o abbracci, è di fondamentale importanza rispettare la sua volontà. È cruciale rispettare il suo corpo, la sua integrità fisica ed emotiva. Nel momento del saluto, bambine e bambini potrebbero non sentirsi a proprio agio fisicamente o non voler avere un contatto fisico con una persona in particolare. Può essere il parente mai visto prima, l'amico di famiglia sconosciuto o qualcuno che il bambino o la bambina ha frequentato poco e verso il quale non sente lo slancio affettivo per dare un bacio o un abbraccio. Ma nemmeno per riceverlo. Il rapporto tra consenso, bambine, bambini e contatto fisico si traduce in una duplice dinamica, spesso ignorata: costringerli a dare un bacio o un abbraccio e costringerli a ricevere un bacio o un abbraccio. In entrambi i casi, bambine e bambini non desiderano provare un contatto fisico con i parenti, gli amici, con un compagno o compagna e nemmeno, magari in quel momento, con i genitori.

Ci sono casi in cui potremmo desiderare di dare al nostro bambino, alla nostra bambina un bacio o un abbraccio in un momento in cui lui o lei non lo gradisce. Per quanto ci sia un legame affettivo solido, figli e figlie non desiderano sempre il contatto corporeo. Se ci pensiamo bene, vale lo stesso discorso anche per noi adulti. Quante volte non ci sentiamo pronte e pronti a ricevere un bacio o un abbraccio da un'amica o amico o anche dal partner in una situazione più intima? Magari non siamo, per mille motivi, nel giusto mood. In questi casi abbiamo il diritto e dovremmo sentirci legittimati a sottrarci dal contatto fisico, a dire di NO. Allo stesso modo, dovremmo legittimare bambini e bambine a potersi sottrarre dal contatto fisico. Impariamo ad ascoltare e rispettare il bambino e la bambina nella sua scelta: se sente che il suo corpo non è rispettato, che la sua integrità viene scavalcata e non è ascoltata, potrebbe sviluppare una scarsa autostima e avere difficoltà anche nel corso della sua crescita a stabilire confini saldi nelle relazioni future.

Bambino che dice no

Educare al Consenso e al Rispetto dei Confini Corporei

Insegnare a bambine e bambini a dire di NO è un passaggio fondamentale per la loro autonomia e per la costruzione di relazioni sane e rispettose. Proviamo a pensare quanto questi aspetti possono diventare rilevanti nel tempo, quando bambini e bambine incontreranno relazioni intime, nell'adolescenza o nell'età adulta. È importante che un bambino o una bambina sappia dire in modo assertivo “No, grazie” a un contatto fisico che non gradisce, sia esso richiesto o offerto. Questo significa insegnargli a esprimere chiaramente: "No grazie, non lo voglio, non mi piace, non fa per me in questo momento." Possiamo aiutarli a dire no in modo rispettoso e non violento, affermando il diritto di gradire o non gradire il contatto corporeo. Oggi abbiamo la consapevolezza per capire che è importante superare l'idea della buona educazione attraverso l'espressione affettuosa verso parenti e amici laddove il bambino o la bambina non desideri questi gesti. Bambini e bambine sono persone che hanno il diritto di manifestare preferenze, desideri, emozioni, volontà, bisogni. E possono dimostrare di essere educati in moltissimi altri modi che non implichino la violazione dei loro confini personali.

Cosa è necessario imparare a fare, quindi? Legittimare in modo aperto il bambino o la bambina a rifiutarsi di dare o ricevere un bacio, un abbraccio, nel momento in cui non lo gradisce. Il primo passo da compiere per dare valore al rispetto del contatto fisico e al consenso è sensibilizzare le persone che circondano i nostri bambini e bambine - quindi familiari, parenti, amici - rispetto al fatto che noi non li e le forziamo a dare abbracci o baci se non lo desiderano. Questo modo di porsi potrebbe attirare critiche. Qualcuno potrebbe definirci genitori esagerati, argomentando che in fondo tutti da bambini e bambine abbiamo dato e ricevuto baci e abbracci da parenti e amici di famiglia e di certo questo non ci ha traumatizzato. Diciamo che potremmo trovare qualche ostacolo lungo il percorso, ma è fondamentale portare avanti la nostra idea a prescindere dal fatto che gli altri ritengano il nostro pensiero fuori dal comune. Teniamo sempre a mente l'obiettivo finale: permettere a nostra figlia o nostro figlio di evitare un contatto non gradito. Lavoriamo nel medio e lungo termine, supportiamo bambini e bambine a imparare ad ascoltare il loro corpo e a porre dei limiti all'interno delle relazioni. Stiamo agendo per un bene più grande che non riguarda solo la protezione del corpo e dell'integrità del bambino, della bambina, nel qui e ora, ma anche nel futuro, con uno sguardo rispetto alle relazioni intime, quando sarà adulto o adulta. È un aspetto essenziale ancor più oggi dove, purtroppo, le notizie di cronaca spesso ci fanno tremare i polsi. L'educazione al consenso e al rispetto del contatto fisico è diventata davvero un'urgenza.

Per attuare concretamente questo principio, dovremmo evitare di proporre ai nostri bambini e bambine un bacio o un abbraccio per salutare un parente o un amico di famiglia come un obbligo. Allo stesso modo, se quel parente o amico di famiglia desidera dare un bacio o un abbraccio, è nostro compito chiedere al bambino o alla bambina se desidera riceverlo. Possiamo formulare la domanda in modo chiaro e rispettoso, per esempio: “Giovanni, Lucia, la nonna vuole darti un abbraccio, vuole darti un bacio, ti va in questo momento di riceverlo?”. Questo comporta che l'altra persona sia consapevole del fatto che non forziamo i nostri bambini e bambine a dare o ricevere contatto fisico non desiderato, che rispettiamo il loro corpo e la loro integrità e che insegniamo il consenso. Dovremmo evitare di proporre baci come unica prova di affetto e piuttosto cercare altre vie per comunicarlo anche in modi non fisici, come per esempio attraverso sguardi, gesti, sorrisi, parole di incoraggiamento.

È fondamentale insegnare a bambini e bambine che possono decidere chi può toccare il loro corpo e come. Anche noi genitori potremmo domandare a un bambino o a una bambina, per esempio: “In questo momento, Giovanni o Lucia, ho tanta voglia di darti un bacio o un abbraccio, ti va? Sei d'accordo? Oppure preferisci battere un cinque/una carezza? Cosa senti? Hai piacere di ricevere un abbraccio?”. Bambine e bambini non sono oggetti, ma persone: chiediamo loro se accolgono con piacere una carezza o un bacio in quel momento. E se non lo volessero, nessun problema: lo riproponiamo più avanti, rispettando i loro tempi e i loro desideri. Coinvolgere bambini e bambine con domande aperte può essere molto importante, soprattutto quando sono in grado di esprimersi attraverso il linguaggio in maniera più chiara.

Quando bambini e bambine non gradiscono il contatto fisico e non riescono ancora a esprimerlo a parole, potremmo notare dei segnali non verbali da interpretare. Questi possono includere un tentennamento, un irrigidimento nel tono corporeo, un cambiamento nella prossemica per cui il bambino o la bambina si allontana o dirige il corpo da un'altra parte, volta lo sguardo in un'altra direzione, volta la testa. Questi sono tutti indicatori importanti del loro disagio. Una nota importante: non sosteniamo che d'ora in poi non dobbiamo più dare baci e abbracci ai nostri figli e figlie. Anzi, il contatto affettivo è vitale. Ma dovremmo veicolare una buona abitudine al rispetto del consenso. Facciamo un esempio: magari il bambino o la bambina sta facendo delle cose per conto suo, sta giocando, e noi mentre lo osserviamo proviamo un moto di tenerezza infinita che ci fa venire proprio voglia di baciarlo, abbracciarlo. Ma il bambino o la bambina non ci ha chiesto niente e quando arriviamo all'improvviso per dare un bacio o un abbraccio, a lui o lei potrebbe dare fastidio, interrompendo il suo gioco o la sua attività.

Possiamo anche insegnare a bambini e bambine, in concomitanza allo sviluppo del linguaggio, ad affermare in modo assertivo e rispettoso il desiderio di non avere un contatto fisico, né di darlo, né di riceverlo. Come? Dicendo "no grazie" con tranquillità. Così facendo, offriamo al bambino e alla bambina l'opportunità di acquisire una maggior consapevolezza dei suoi diritti e della capacità di esprimere i suoi confini corporei. Quando rispettiamo i loro desideri e la loro integrità, stiamo costruendo una relazione basata sull'ascolto, sul rispetto, sul consenso. Bambini e bambine non dovrebbero sentirsi in colpa, inadeguati o cattivi se rifiutano di dare un bacio o un abbraccio. È fondamentale evitare di elicitare in loro questi sentimenti attraverso battute, frecciate, sguardi o quant'altro che possa in qualche modo far capire al bambino o alla bambina che viene considerato una persona cattiva perché non dà o non accetta di dare o di ricevere un contatto fisico. Al contrario, dobbiamo rinforzare la loro autonomia e il loro diritto di scegliere.

"Sviluppo di Responsabilità: Insegnare ai Bambini l'Importanza di Prendersi Cura di Sé, degli Altri"

L'Importanza Vitale del Contatto nei Primi Anni di Vita: Il Mito del Neonato Indipendente

Andando oltre la sfera del consenso, è cruciale comprendere il perché i bambini cercano contatto fisico continuo, specialmente nei primi anni di vita. La risposta risiede profondamente nella loro biologia, nella loro evoluzione e nella loro necessità intrinseca di sicurezza e legame. Il tatto, per esempio, è il primo senso a svilupparsi nell'utero materno. La ricerca dimostra che si sviluppa tra la sesta e la nona settimana di gestazione, sottolineando la sua importanza primordiale. Stare in contatto è un bisogno essenziale che il bambino ha fin da subito ed è funzionale per creare un buon legame di attaccamento con chi si prende cura di lui. Una modalità preziosa per stabilire questo contatto profondo con il nostro bambino è attraverso la pratica del massaggio infantile. Il massaggio infantile è molto più di un semplice gesto: è un rituale prezioso che rafforza il legame tra genitore e bambino, stimolando i sensi e trasmettendo amore e sicurezza. Radicato in un'antica tradizione, il massaggio neonatale non si limita a una sequenza di movimenti; è un vero e proprio linguaggio d'amore, un canale speciale attraverso cui genitori e bambini comunicano in profondità. Massaggiare il proprio bambino non è solo un momento di coccole, ma anche un'opportunità per conoscerlo meglio. Osservare le sue reazioni, le risposte ai tocchi e alle carezze permette ai genitori di comprendere più a fondo i suoi bisogni e le sue emozioni. Per rendere il massaggio ancora più piacevole ed efficace, è fondamentale scegliere un prodotto delicato e sicuro per la pelle sensibile del neonato.

In una società che spesso esalta l'indipendenza come valore supremo, i neogenitori si trovano rapidamente sotto pressione, bombardati da consigli che vanno da “Lascialo piangere, altrimenti si vizia!” a “Deve imparare a dormire da solo.” Ma dietro a queste frasi si nasconde un mito: quello del neonato indipendente. Un mito che contrasta con i bisogni reali, biologici ed emotivi, di un bambino. Gli esseri umani nascono in una condizione di totale dipendenza. Hanno bisogno della prossimità della mamma (o di chi prende il ruolo di cura) per sopravvivere. La richiesta di “stare vicino” alla propria fonte di sostentamento e sicurezza è fisiologica e istintiva in ogni neonato. Tuttavia, ci sono neonati che sembrano trovare serenità anche per brevi periodi di tempo da soli, mentre altri non riescono a rilassarsi se non sono a stretto contatto con il loro caregiver. I neonati nascono completamente dipendenti. Il loro cervello è ancora immaturo e hanno bisogno che le figure di riferimento rispondano ai loro segnali.

Durante l'allattamento, il contatto pelle a pelle o il portare in fascia, viene rilasciata l'ossitocina - conosciuta anche come “ormone dell'amore”. Questo favorisce il legame tra genitori e bambino, riduce lo stress e sostiene il sistema immunitario. I bambini portati spesso e confortati fisicamente tendono a regolare meglio le emozioni nel tempo e mostrano minori reazioni di stress. Il termine “vizio” suggerisce che un bambino possa ricevere “troppo” amore o attenzione. Ma biologicamente è un concetto errato. Rispondere al pianto e offrire vicinanza fisica non rende il bambino dipendente, ma fiducioso. Un bambino che si sente visto e ascoltato sviluppa un attaccamento sicuro. Numerosi studi dimostrano i benefici del contatto fisico nei primi mesi di vita. I bambini che sperimentano vicinanza regolare sviluppano meglio sia dal punto di vista emotivo che cognitivo. Una famosa ricerca dello psicologo John Bowlby ha evidenziato che l'attaccamento non è un lusso, ma un bisogno di base, come mangiare o dormire.

Il mito del bambino autonomo ha radici storiche. Dopo la guerra, in molte società occidentali si diffuse l'idea che troppa attenzione rendesse i bambini deboli. Dovevano diventare “forti” e autosufficienti. In altre culture invece - in Asia, in Africa o presso comunità indigene - il contatto continuo è naturale. Portare il neonato sempre con sé, dormire insieme: tutto questo è normale. E i bambini cresciuti così mostrano spesso una serenità sorprendente. È tempo di lasciar andare l'idea che il contatto possa essere dannoso. Invece di seguire consigli superati o pressioni sociali, vale la pena fidarsi del proprio intuito. I bambini sono programmati per cercare la vicinanza. E i genitori, naturalmente, vogliono offrirla. Il mito del neonato indipendente è, appunto, un mito. La verità è che il contatto fisico è la base da cui nasce la vera autonomia. Dando al bambino la vicinanza di cui ha bisogno, lo aiutiamo a costruire legami sani, sicurezza interiore e una visione positiva del mondo. Non è vizio: è amore puro.

Il "Bambino ad Alta Richiesta": Comprendere e Rispondere ai Segnali

Proprio come gli adulti, anche i bambini, fin da piccolissimi, hanno un carattere ben definito, per cui non tutti si comportano allo stesso modo o hanno reazioni simili. Le immagini delle riviste patinate, le pubblicità, ma anche la scarsa abitudine a frequentare famiglie con neonati, tipica della nostra società formata da nuclei separati e distanti, ci hanno portato a credere che un lattante possa stare tranquillo in carrozzina per ore o si addormenti da solo nel proprio lettino, magari ammaliato dal suono di un carillon o stregato da una giostrina che gira. Probabilmente qualche bambino dal temperamento particolarmente tranquillo si comporta davvero in questo modo, ma nella gran parte dei casi queste fantasticherie sono destinate a scontrarsi contro una realtà ben diversa, nella quotidianità dei neogenitori.

Se il tuo bambino vuole sempre stare in braccio, chiede continuamente di poppare, pretende di averti sempre vicino, si sveglia in continuazione, piange disperato ogni volta che avverte una necessità, è agitato, appare spesso insoddisatto, probabilmente sei la fortunata mamma di quello che il pediatra americano William Sears ha definito un “bambino ad alta richiesta”, vale a dire un bambino che ha molto chiare le proprie necessità e che ha trovato una maniera molto efficace di comunicarle. Questi bambini, spesso erroneamente etichettati come "difficili" o "viziati", stanno in realtà esprimendo un bisogno profondo e primario.

A differenza di quanto accade in gran parte del mondo animale, l'essere umano mette al mondo cuccioli che non sono immediatamente autonomi, ma anzi hanno il costante bisogno di una figura adulta di riferimento per essere nutriti, accuditi, rassicurati. Se reclamano cibo o attenzioni non è perché sono “viziati”, ma perché effettivamente avvertono un disagio e sentono l'urgenza di risolverlo. Il Dr. Carlos Gonzales spiega in maniera molto lucida e chiara, nel suo bestseller Besame mucho - una vera e propria pietra miliare sui temi legati alla genitorialità - che un neonato usa il pianto come strumento per richiamare l'attenzione dei genitori. Questo comportamento, frutto della selezione naturale nei millenni di evoluzione che ci hanno portato ad oggi, è effettivamente funzionale alla sua sopravvivenza, in quanto consente a chi si prende cura di lui di accorrere immediatamente e provvedere a portargli sollievo. Non è un caso che i bambini appaiano subito disperati quando avvertono un bisogno! In un passato che a noi appare molto lontano, ma che dal punto di vista evoluzionistico non è poi così distante da noi, piangere sommessamente avrebbe potuto voler dire essere sbranati da un predatore! Senza contare che nei primi mesi di vita, i neonati non sono dotati di veri e propri pensieri razionali, ma agiscono sulla base di sensazioni istintive ed emozioni impulsive, immediate e prorompenti.

Non dobbiamo dimenticare che, dopo essere stato per nove mesi nella pancia della mamma, un cucciolo di uomo viene alla luce e si trova improvvisamente privato del suo “contenitore”. Tutta la sua esistenza, fino a quel momento, si è svolta in uno spazio molto raccolto, caldo, in cui ogni centimetro della sua pelle era a contatto col corpo della madre e in cui ha potuto ascoltare continuamente il battito del suo cuore e tutti gli altri rumori delle sue funzioni vitali. In questo senso, nascere può diventare un vero e proprio evento traumatico, se non avviene nel rispetto delle sue necessità, che non si esauriscono certo in sala parto o nelle ore immediatamente successive ad esso, ma perdurano ancora per molti mesi e anni. È normale che un bambino piccolo voglia stare sempre in braccio, è normale che si svegli spesso, è normale che non voglia essere lasciato solo, è normale che non voglia essere “abbandonato” in un freddo e asettico lettino, è normale che chieda molto spesso di poppare. Essere toccato, abbracciato, cullato, contenuto lo conforta, lo fa tornare quasi alla condizione cui era abituato stando nella pancia della mamma, gli fa capire che se ha bisogno qualcuno accorre in suo aiuto, che è uscito da un luogo privo di pericoli e accogliente ma che può continuare a sentirsi al sicuro. Non a caso nelle culture cosiddette “tradizionali”, in cui di solito le madri portano sempre con sé i bambini (ad esempio attraverso l'uso di fasce) e rispondono in maniera sollecita alle loro richieste, il fenomeno dei “bambini ad alto bisogno” non viene percepito, in pratica non esiste.

Spesso si sente parlare di bambini ad alto contatto o altissimo contatto quando alcuni bambini molto piccoli per calmarsi richiedono il contenimento della mamma in primis o del partner. Sono bambini che difficilmente trovano strategie per addormentarsi o calmarsi che non siano l'allattamento o l'essere cullati tra le braccia. Preparare i futuri genitori che questi comportamenti sono perfettamente fisiologici potrebbe aiutare a essere più consapevoli e a vivere con maggiore serenità questa fase. L'alto contatto, così come l'alta sensibilità, sono caratteristiche individuali: non si inventano e non si diagnosticano, ma si osservano e si impara come rispondervi. A volte i genitori considerano questi bambini più fragili e sviluppano un forte senso di protezione nei loro confronti. Può succedere allora che si creino delle abitudini che nel tempo non aiutano i bambini a imparare a tollerare piccole frustrazioni e a spingersi al di fuori della propria zona di comfort. Tuttavia, è importante ricordare che imparano a dormire da soli, sì. Hanno bisogno che i genitori si fidino della loro capacità di imparare. Hanno bisogno di tempo, di chiarezza, di prevedibilità, di sentirsi al sicuro e sentire che i genitori sono sicuri di quello che stanno facendo quando decidono che è il momento di portare questo cambiamento.

Genitori Consapevoli: Un Percorso verso l'Autonomia e il Benessere Reciproco

La comprensione da parte dell'adulto di riferimento di questo lungo processo che porterà il bambino verso l'indipendenza è importante perché consente di non vivere con fatica, insofferenza o sensazione di fallimento le sue richieste di attenzione. Spesso queste richieste sono causa di frustrazione, sconforto e angoscia nel genitore, che si sente incapace di capire e consolare il proprio cucciolo. Al contrario di quanto possa apparire, avere a che fare con un bambino ad alta richiesta, una volta che si sono compresi i motivi del suo comportamento, è una straordinaria opportunità per imparare a interpretare i suoi segnali e a modulare delle risposte efficaci. Queste doti sono utili con un neonato ma probabilmente lo saranno ancora di più negli anni a venire. Se le sue richieste di attenzione vengono esaudite, il bambino pian piano capirà che è in grado di fare delle cose da solo, che ci sarà sempre qualcuno che accorrerà se ha bisogno, e potrà diventare davvero autonomo e sicuro di sé. Imparerà a fare affidamento sulle proprie risorse comunicative e ad avere fiducia nel prossimo, perché ha potuto sperimentare, nei primi, decisivi anni della propria vita, che chiedendo conforto e rassicurazione riceve una risposta solerte ed empatica e sarà a sua volta portato a replicare questo comportamento nella sua vita adulta.

Creare una rete di sostegno che possa sollevare la madre da tutte le incombenze pratiche e anche dal carico mentale è il primo passo per realizzare il benessere mentale ed emotivo della madre. Con un supporto professionale o anche da sole, la chiave è costruire una mappa delle priorità delle prime settimane e delegare, delegare, delegare. Ogni essere umano ha un limite oltre il quale non riesce più a dare senza pensare prima a sé. Accorgersi che si sta raggiungendo quel limite è difficile; si pensa sempre, soprattutto come madri, di potersi “spremere” un po' di più. Ma eccedere può essere distruttivo. Una mamma che ha bisogno di spazio dal suo neonato ha bisogno di qualcuno che la aiuti e la sostituisca in alcuni momenti. E anche di avere fiducia nella sua piccolissima creatura, che sì è un esserino completamente dipendente, ma anche molto più forte e resiliente di quanto si creda. La teoria dell'attaccamento ci insegna che i bambini crescono più sicuri se hanno genitori amorevoli e attenti che rispondono con sensibilità ed efficacia ai loro bisogni. Ma non possiamo considerare i bisogni dei bambini senza considerare le risorse dei genitori. Quando diamo più di quando è per noi accettabile o tollerabile, iniziamo a esaurirci e nessun neonato o bambino può beneficiare di un genitore allo stremo delle forze. Ricordati di te. Stare bene non è solo piacevole, non è un capriccio. Stare bene è necessario per fornire a questa persona così vulnerabile e dipendente da noi quello di cui ha bisogno per crescere sana. Ci sono momenti in cui i bisogni della mamma e quelli del suo bambino sono in contraddizione: bisogna scegliere, o si soddisfa uno o l'altro. Ma ci sono anche tantissimi momenti in cui i nostri corpi ci chiedono la stessa cosa (riposo, contatto, aria fresca…): sono da cogliere senza esitare, rappresentano la risorsa più preziosa nel periodo perinatale. Facciamo attenzione a non ignorarli per soddisfare paletti o bisogni indotti.

Nel caso di un bambino che cerca continuamente il contatto, come un bambino di tre anni che sembra essere sempre alla ricerca del contatto fisico con la sua mamma, è un comportamento normale. I bambini di due-tre anni cercano il contatto fisico per rassicurarsi e consolarsi: a fronte delle prime esperienze di separazione (tra cui a 3 anni in primis l'ingresso alla scuola materna), il bambino fisiologicamente è alla ricerca di rassicurazione consolatoria. È una evoluzione naturale e fisiologica che vede il bambino impegnato a “misurarsi” con il proprio mondo interno e esterno. Crescendo sperimenterà sempre più la presenza - assenza delle figure di accudimento fino a raggiungere un sano equilibrio di vicinanza e distanza: è una fase di crescita e di passaggio importante, ma critica. È consigliabile monitorare per un anno gli atteggiamenti e i comportamenti del bambino, confrontarsi con le educatrici della scuola materna per comprendere appieno le modalità con cui è solito relazionarsi non solo con la figura genitoriale ma anche con altri adulti. È utile riflettere se nell'ultimo anno ci sono stati dei cambiamenti nella vita familiare: un trasloco, un cambio di lavoro, la nascita di un fratellino. I bambini possono “regredire” se messi di fronte a forti e importanti cambiamenti. In queste situazioni, è fondamentale non respingere il contatto fisico, ma rassicurare a parole, accompagnandolo a riconoscere cosa prova quando cerca e ricerca il contatto. Importante sarebbe comprendere quali emozioni prova. L'iperattività che si presenta quando non si interessa a qualcosa che si fa in famiglia, come se volesse "darci fastidio" continuamente, o la smania di toccare e stringere nel momento pre-addormentamento e del sonno, non esclude necessariamente una patologia ma può essere un segnale di un bisogno inespresso di attenzione e rassicurazione. Accogliere queste manifestazioni con coccole e gioco, e un cambio di atteggiamento verso una maggiore "coccolosità" potrebbe migliorare la situazione, poiché spesso il bambino desidera semplicemente più attenzione e un contatto fisico che colmi la sensazione di distanza.

Genitore che abbraccia bambino

Le Basi Neuroscientifiche del Tocco Affettivo

La pelle non è semplicemente un involucro che ci avvolge e protegge dall'ambiente esterno; tramite essa vengono trasmesse al cervello informazioni fondamentali come il tatto, la pressione, la propriocezione (ovvero la capacità di percepire e riconoscere, senza il supporto della vista, la posizione del proprio corpo nello spazio), il dolore, la sensibilità termica. Soprattutto nei più piccoli, il tocco è un canale comunicativo speciale che promuove uno scambio reciproco di sensazioni e di percezioni. Uno degli aspetti peculiari del tocco è che, a differenza degli altri sensi, è per sua natura bidirezionale: si può vedere e non essere visti, parlare e non essere ascoltati, ma non si può toccare o essere toccati senza evitare il contatto diretto con il corpo dell'altro (si parla di “intercorporeità”).

Ma cosa accade quando, invece di uno stimolo termico, pressorio o di altro tipo, a sollecitare la pelle è una carezza? Recentemente si è scoperto che le stimolazioni tattili di natura affettiva vengono inviate al cervello attraverso delle vie specifiche, le fibre “C-tattili”, ovvero le “vie nervose della carezza”. Queste fibre hanno delle precise caratteristiche che le differenziano da tutte le altre che trasmettono gli stimoli tattili: sono sensibili alla temperatura e alla velocità con cui le mani eseguono il tocco. In particolare, trasmettono l'impulso nervoso associato al tocco quando la temperatura cutanea è quella tipica (cioè intorno ai 32 °C) e la stimolazione tattile viene eseguita a una velocità ottimale (da 1 a 10 cm/s); in altre parole, queste fibre non si attivano (o si attivano di meno) se un tocco viene eseguito più lentamente o più velocemente rispetto a questo range di valori.

Ci si potrebbe chiedere cosa ha a che fare tutto questo con la percezione dei confini del proprio corpo. In effetti, il nostro cervello elabora la percezione del corpo integrando informazioni provenienti da diversi sistemi sensoriali (vista, udito, input relativi al movimento e alla posizione nello spazio eccetera), ma anche da un'altra fonte fondamentale, ovvero le informazioni sullo stato di benessere dell'organismo che provengono dagli organi interni (i “segnali enterocettivi”). Buona parte di questi segnali raggiunge un'area specifica del cervello nota come “insula”, che è la stessa in cui giungono anche le informazioni riguardanti il tocco affettuoso attraverso le fibre che abbiamo menzionato poco fa. In altre parole, in quest'area convergono segnali provenienti sia dall'interno sia dall'esterno del corpo (le stimolazioni tattili affettuose) e ciò implica che questa struttura cerebrale, più di altre, potrebbe avere un ruolo specifico nell'elaborare i confini corporei. Proprio per il loro valore di vicinanza fisica ed emozionale con l'adulto, le carezze non fanno che “alimentare” questo processo.

Toccare in modo affettuoso non è ovviamente l'unica modalità mediante la quale il bambino matura una più chiara percezione del suo “Sé corporeo”. Tuttavia, all'interno della relazione genitore-bambino, la carezza e il tocco affettuoso sembrano avere un'importanza particolare rispetto ad altre modalità relazionali (ad esempio il contatto visivo). Grazie alle migliaia di “incontri tattili” che accompagnano l'interazione nei primi anni di vita, i genitori aiutano il bambino a sperimentare sia il benessere sia i confini del proprio corpo. Forse per gli adulti è difficile essere consapevoli di quanto un semplice gesto affettuoso possa rappresentare un “nutrimento” fondamentale per il corpo e per la mente del bambino, gettando le basi per una percezione di sé sicura e per la capacità di relazionarsi con il mondo in modo equilibrato. Nei primi mesi di vita, le madri toccano i propri figli tra il 60 e il 90% delle volte in cui si rivolgono a loro parlando o guardandoli. Il genitore solletica, stringe, solleva, sposta il bambino o semplicemente gli allunga o gli flette le gambine con l'obiettivo di farlo sorridere. Tutti questi comportamenti tattili implicano una qualche forma di precoce relazione tra l'adulto e il bambino, e sono parte integrante di quel processo di sviluppo neurosensoriale che culminerà nella complessa consapevolezza del sé corporeo.

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