Bambina Morta nel Grembo Materno: Cause, Diagnosi, Gestione Clinica, Supporto e Aspetti Legali

La perdita di un bambino durante la gravidanza è un evento devastante, capace di generare un dolore profondo e duraturo nei genitori. Quando le donne perdono il loro bambino tra la 20a settimana di gravidanza e il parto, si parla di parto morto, o più comunemente, morte in utero. Se la perdita avviene prima della 20a settimana, si fa riferimento generalmente all'aborto spontaneo. I parti morti possono essere angoscianti per i genitori, poiché molti di essi si verificano in gravidanze considerate normali, lasciando spesso un'eredità di interrogativi e sofferenza. Questo evento, purplroppo, può verificarsi in qualsiasi fase della gravidanza, come evidenziato da storie drammatiche che vedono l'interruzione del battito del bambino. Nonostante i miglioramenti nell'assistenza prenatale nel corso degli anni, i nati morti possono ancora verificarsi, rendendo cruciale la comprensione delle cause, delle modalità di diagnosi, delle opzioni di gestione clinica e del necessario supporto emotivo e legale. La morte prenatale di un figlio rientra nel novero delle drammatiche evenienze che si possono determinare, con profonde implicazioni sia sul piano umano che giuridico.

Illustrazione di un fiocco azzurro e rosa con la scritta

Comprendere la Morte in Utero: Definizioni e Classificazioni

La morte in utero è definita come la morte di un feto a 20 settimane di gestazione o più tardi. Alcune definizioni, come quelle dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, la collocano dopo 28 settimane, mentre altri paesi, come l'Italia per alcune sue interpretazioni legali e sanitarie, considerano la morte in utero tale a partire dalla 22a settimana di età gestazionale. Negli Stati Uniti, la morte in utero è definita morte fetale prima o durante il parto a 20 settimane di gestazione o più tardi. Indipendentemente dalla specifica settimana di riferimento, ciò che accomuna queste definizioni è la morte del bambino prima che sia venuto al mondo, quando il cuore del bambino smette di battere, come rilevato tramite un'ecografia.

I medici classificano la morte in tre tipologie per meglio comprendere l'evento e le sue possibili cause: morte in utero precoce, morte in utero tardiva o morte a termine. Una morte in utero precoce si riferisce ai casi che si verificano tra la 20a e la 27a settimana di gravidanza. La morte in utero tardiva si verifica tra la 28a e la 36a settimana, mentre una morte a termine si verifica dalla 37a settimana in poi. Queste classificazioni aiutano i professionisti sanitari a inquadrare il contesto clinico, sebbene per i genitori il dolore e lo sconforto siano trasversali a ogni fase della gestazione.

In termini giuridici, si può parlare di "nascita" al verificarsi di due condizioni concomitanti: il distacco naturale o indotto dal corpo materno e la manifestazione di vita autonoma del frutto del concepimento attraverso il respiro. La nascita, quindi, si fa coincidere temporalmente con il primo atto respiratorio e ad essa si correla l’acquisizione della qualifica di neonato da parte del soggetto nato vivo; di conseguenza, qualora si verificasse il suo decesso anche dopo pochi istanti dalla nascita, tale evento andrebbe comunque inquadrato quale "morte del neonato". Il concepito che, invece, sia uscito o sia stato estratto dal grembo materno e non abbia respirato (in caso di dubbio è dirimente l’analisi del polmone per rinvenirvi tracce di ossigeno), si considera nato morto e viene ancora qualificato come feto. Tale evento, quindi, sarà inquadrato giuridicamente quale "morte del feto", assimilando tale situazione a quella del decesso intrauterino. Questa distinzione è fondamentale anche per le implicazioni legali e i diritti riconosciuti alla famiglia.

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Le Cause Profonde della Morte Fetale Intrauterina

Identificare la causa della morte in utero è un aspetto cruciale, non solo per aiutare i genitori nel processo di elaborazione del lutto, ma anche per prevenire futuri eventi e per eventuali accertamenti di responsabilità. Tuttavia, le cause sono sconosciute per circa un terzo dei casi, rendendo difficile anche prevenire la morte del feto in alcune situazioni. Nonostante ciò, una serie di fattori è stata identificata come potenziale contributore a questa tragica evenienza. La morte in utero può derivare da un problema della donna, della placenta o del feto stesso.

Problemi legati alla Placenta e al Cordone Ombelicale

Questi problemi possono causare quasi un terzo dei nati morti e sono responsabili di circa 1 su 10 nati morti. Includono:

  • Distacco di placenta (abruptio placentae): la placenta si stacca dall’utero troppo presto, interrompendo l'apporto di ossigeno e nutrienti al feto.
  • Prolasso del cordone ombelicale: il cordone fuoriesce dalla vagina prima del feto, potendo subire compressione e quindi interrompere il flusso sanguigno.
  • Nodi del cordone ombelicale: possono stringersi e impedire il flusso sanguigno al feto.
  • Vasi previ (vasa previa): le membrane che contengono i vasi sanguigni che collegano il cordone ombelicale alla placenta attraversano l’apertura della cervice o sono in sua prossimità, rendendoli vulnerabili a rotture durante il travaglio o la rottura delle membrane.
  • Insufficienza vascolare utero-placentare: condizioni che riducono il flusso sanguigno (e quindi l’ossigeno e le sostanze nutritive) al feto. Le anomalie vascolari tra feto e placenta sono spesso sottovalutate ma cruciali per la salute fetale.
  • Ingresso del sangue fetale nel torrente ematico della madre (emorragia feto-materna): può causare anemia fetale.
  • Trasfusione da gemello a gemello: in gravidanze multiple, specialmente monocoriali, uno dei feti riceve troppo sangue a scapito dell'altro, portando a complicanze gravi per entrambi.

Infezioni Materne e Fetali

Un'infezione nel feto, nella placenta o nella donna incinta può causare nati morti. L'infezione intra-amniotica (corioamnionite), ad esempio, è un fattore di rischio significativo che può portare a travaglio pretermine o morte fetale. La prevenzione della morte fetale in utero si può ottenere diagnosticando e trattando tempestivamente le infezioni, come quelle virali (es. citomegalovirus, parvovirus B19) o batteriche.

Condizioni Materne Preesistenti e Sviluppate in Gravidanza

Diverse condizioni nella madre possono aumentare il rischio di morte in utero:

  • Ipertensione: l’alta pressione sanguigna, in particolare la preeclampsia (un tipo di ipertensione che si sviluppa durante la gravidanza) o l'eclampsia, può contribuire alla morte del feto compromettendo la perfusione placentare. Un’epatosi gravidica o una pressione materna non ben controllata sono fattori di rischio riconosciuti.
  • Diabete: un diabete poco controllato o non compensato durante la gravidanza è un fattore di rischio significativo per complicanze fetali, inclusa la morte in utero. È bene valutare il compenso metabolico per la prevenzione.
  • Disturbi della tiroide: una disfunzione tiroidea scarsamente controllata, sia ipotiroidismo che ipertiroidismo, può mettere a rischio il feto.
  • Disturbi della coagulazione del sangue: condizioni come la sindrome da anticorpi antifosfolipidi o altri disturbi trombotici acquisiti, e l'aumentato rischio trombotico, possono causare la formazione di coaguli nei vasi placentari, ostacolando il flusso sanguigno. L’esame per la trombofilia ereditaria, sebbene controverso per la routine, può essere considerato in presenza di anomalie placentari gravi o anamnesi di tromboembolismo. La mutazione del fattore V Leiden è un esempio di fattore genetico che può aumentare il rischio.
  • Anemia: l’anemia grave nella madre o nel feto può essere un fattore. Un caso specifico è l'incompatibilità RH, dove se la donna incinta ha un gruppo sanguigno RH negativo e il feto, invece, è RH positivo, può accadere che la madre sviluppi degli anticorpi contro i globuli rossi del feto. Questo può provocare un’anemia nel nascituro nel momento del parto, ma a volte può capitare anche durante la gravidanza, quando il sangue della mamma entra in contatto con quello del figlio, magari a causa di tecniche invasive di diagnosi prenatale o per minacce di aborto. È importante, dunque, che venga determinato il gruppo sanguigno e il fattore RH alle madri.
  • Obesità grave: un indice di massa corporea (IMC) pari o superiore a 40 è associato a un rischio maggiore di complicanze, inclusa la morte fetale.
  • Lesioni o traumi materni.
  • Sepsis.

Anomalie Fetali e Genetiche

Talvolta il feto muore se ha un problema intrinseco, come:

  • Un’anomalia cromosomica o genetica.
  • Anemia fetale (alloimmune o ereditata).
  • Un difetto congenito o importanti malformazioni congenite (in particolare del cuore o del cervello).
  • Idrope fetale non immune.
  • Malattie monogeniche.
  • La restrizione della crescita intrauterina è un importante segnale di allarme e può indicare una sofferenza fetale dovuta a insufficiente apporto di nutrienti.

Stili di Vita e Fattori Ambientali

Uno stile di vita scadente, incluso l'uso di sostanze come cocaina, alcol o tabacco, può aumentare il rischio di nati morti. La modifica di alcuni stili di vita e l'adozione di un appropriato piano nutrizionale rientrano nelle strategie preventive.

Infografica sulle principali cause di morte in utero

Segni, Sintomi e Diagnosi di Morte Fetale in Utero

Una morte in utero in genere non presenta segnali di allarme chiari per molti genitori, rendendo l'evento ancora più traumatico e imprevedibile. Tuttavia, ci sono alcuni indizi che possono suggerire un problema e richiedono attenzione medica immediata. Il segnale più comune e preoccupante è quando la madre non percepisce più i movimenti della piccola, o i movimenti, man mano che il feto cresce e lo spazio si riduce, diminuiscono in maniera significativa e preoccupante.

Le emorragie vaginali, in particolare nella seconda metà della gravidanza, possono indicare un problema con il bambino. Se le donne soffrono di emorragie, devono consultare immediatamente il medico, così come in caso di mal di testa persistente, pressione alta o nausea, sintomi che hanno portato alcune donne al pronto soccorso prima di scoprire il dramma, come nel caso di Lodi.

La diagnosi di natimortalità è clinica e si basa su un’attenta valutazione medica. I medici in genere rilevano un parto morto quando il cuore del bambino smette di battere, tramite un'ecografia. Questo momento è spesso il culmine di una corsa in ospedale, un nuovo ricovero e l'ecografia, dove i medici certificano l'assenza di battito.

Gli esami diagnostici utilizzati per confermare la morte fetale e, se possibile, identificarne la causa, includono:

  • Ecografia: è lo strumento principale per verificare la vitalità fetale. Con un ultrasuono, il medico può determinare il battito cardiaco del bambino nell'utero. L’ecografia viene anche utilizzata per ottenere immagini del feto in tempo reale e osservarlo, permettendo al medico di valutare la quantità di liquido amniotico, la posizione trasversale della bambina (come nel caso dell'ospedale Annunziata), e di controllare i periodi di respirazione ritmica, il movimento e il tono muscolare del feto (profilo biofisico).
  • Non-stress test: viene monitorata la frequenza cardiaca del feto, sia quando è immobile che quando si muove, utilizzando un dispositivo collegato all’addome della donna. Sebbene i movimenti possano diminuire con la crescita fetale e la riduzione dello spazio, l'assenza di risposta o di battito durante questo test è un segnale grave.

Per tentare di identificare la causa della morte in utero, si ricorre a test genetici e a esami del sangue. Questi possono includere:

  • Esami per individuare eventuali infezioni: come il TORCH test per toxoplasmosi (con IgG e IgM), altri agenti patogeni (p. es., parvovirus B19 umano, virus varicella-zoster), rosolia, cytomegalovirus, herpes simplex.
  • Test per il diabete: (HbA1C) e disturbi della tiroide (ormone stimolante la tiroide, e se anomalo, T4 libera - tiroxina).
  • Screening diretto per disturbi trombotici acquisiti: inclusi test per anticorpi antifosfolipidi (lupus anticoagulante, anticardiolipina [IgG e IgM], anti-beta2 glicoproteina I [IgG e IgM]).
  • Emocromo con formula materno: per evidenziare anemia o leucocitosi.
  • Test di Kleihauer-Betke: per rilevare l'emorragia feto-materna.
  • Test sierologici reaginici (Rapid Plasma Reagin [RPR]).
  • Test tossicologici.
  • Cariotipo fetale: per rilevare anomalie cromosomiche.

I medici raccomandano inoltre di valutare il feto per ricercare possibili cause, quali infezioni e anomalie cromosomiche. Vengono esaminati la placenta e l’utero. L’esame generale del feto nato morto (p. es., aspetto fisico, peso, lunghezza, circonferenza cranica) e l’esame della placenta sono fondamentali per l'analisi post-morte. Spesso, nonostante tutti gli accertamenti, non è possibile stabilire la causa della morte, rendendo il percorso del lutto ancora più complesso. L’esame per la trombofilia ereditaria è controverso e non è raccomandato di routine, ma può essere considerato quando vengono rilevate gravi anomalie nella placenta, si verifica una restrizione della crescita intrauterina o se la donna ha un’anamnesi personale o familiare di malattie tromboemboliche.

Schema dei metodi diagnostici per la morte in utero

Gestione Clinica Post-Diagnosi: Opzioni e Accompagnamento

Una volta diagnosticata la morte in utero, la gestione clinica si concentra su due aspetti principali: il parto del feto e il supporto alla donna e alla famiglia. I dottori hanno in genere molte opzioni per far nascere il bambino se muore prima del parto.

Opzioni di Parto

Se il feto morto non viene espulso spontaneamente, esistono diverse procedure:

  • Attesa: Il medico di solito aspetta che la donna partorisca naturalmente, in un periodo che può variare da pochi giorni a diverse settimane. Questo può dare ai genitori il tempo di elaborare la notizia e prepararsi fisicamente ed emotivamente. Tuttavia, se il feto morto rimane nell’utero per settimane, si può sviluppare un disturbo della coagulazione che provoca gravi emorragie (chiamato coagulazione intravascolare disseminata o coagulopatia da consumo). In certi casi, si rende necessario rimuovere il feto tempestivamente per evitare ulteriori complicanze materne.
  • Induzione del Travaglio: Alla donna può essere somministrata una prostaglandina (un farmaco simile a un ormone che stimola l’utero a contrarsi) come il misoprostolo, per provocare l’apertura (dilatazione) della cervice. Successivamente, riceve di solito ossitocina, un farmaco che stimola il travaglio, a seconda di quanto avanzata è la gravidanza. Quando le misure del feto raggiungono quelle della 14a settimana di età gestazionale, si procede di solito con l’induzione del parto, cosiddetto “abortivo”, previo ricovero. Questo tipo di parto impegna le energie fisiche e psichiche della donna, e del suo compagno, come un normale parto. Per molte donne, inoltre, questa è la prima esperienza di parto. La donna va seguita con particolare cura, per evitare ripercussioni post-traumatiche future.
  • Procedure Chirurgiche: Se la gestazione è inferiore a 24 settimane o il feto è relativamente piccolo, si può ricorrere a dilatazione ed evacuazione (D&E) per rimuovere il feto morto. Prima dell’intervento, i medici possono utilizzare sostanze naturali che assorbono i liquidi (come steli di alghe) o un farmaco (come il misoprostolo) per favorire l'apertura della cervice. Se eventuali tessuti del feto o della placenta rimangono nell’utero, si procede al raschiamento aspirativo per asportarli. Con uno speculum vengono allargate le pareti della vagina e poi viene dilatata la cervice. Viene quindi inserita nell’utero una sonda flessibile per rimuovere il feto e la placenta. Il tubo è collegato a una siringa manuale o a un dispositivo di aspirazione elettrico, che aspira eventuale tessuto rimanente.

Cura Fisica e Recupero Post-Parto

La cura fisica delle donne che hanno subito una morte in utero è identica a quella fornita di norma dopo il parto (cure post-parto). Il recupero fisico dipende da molti fattori, ma in genere dura dalle sei alle otto settimane. Come in altri parti, le donne possono sperimentare ingorgo mammario (il parto tramite placenta attiva gli ormoni che producono latte), depressione, disagio da un episiotomia e altri problemi dopo una morte in utero. Se la donna sviluppa coagulazione intravascolare disseminata, viene sottoposta a trasfusioni di sangue al bisogno.

L'assistenza prestata in queste circostanze deve essere olistica, considerando non solo l'aspetto fisico ma anche l'enorme carico emotivo che la donna e la coppia devono affrontare.

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Il Supporto Emotivo e Psicologico per i Genitori

La morte in utero è una complicanza ostetrica molto seria e può essere emotivamente angosciante. I cambiamenti e le emozioni che avvengono nella donna dopo il parto di un feto morto sono simili a quelli provocati dall’aborto spontaneo, ma spesso amplificati dalla fase avanzata della gravidanza e dall'attesa di un bambino quasi a termine. Questo evento rappresenta una delle esperienze più drammatiche che una persona possa vivere, e il dolore lancinante per la morte della nascitura è spesso accompagnato da un profondo senso di colpa, rabbia e confusione. Le donne devono ricordare che raramente sono responsabili di morti in utero, poiché molti fattori sono fuori dal loro controllo. Tuttavia, il bisogno di capire cosa è accaduto, di ricevere una spiegazione e di potersi spiegare l'accaduto è fortissimo.

Il corpo dell’embrione-feto non è privo di valore e significato per la donna. È il corpo del bambino che si sviluppa in utero, ed è il corpo del bambino che viene monitorizzato durante la gravidanza, e di cui si cercano e segnano i parametri vitali (il famoso battito della prima ecografia). È il corpo del bambino, infine, che smette di vivere. Credere che questo “bambino in divenire” smetta di essere pensato, o di rivestire un qualche significato per la donna/coppia una volta morto, non è ciò che esperiscono migliaia di donne e uomini in Italia e nel mondo. Anzi. Dopo la diagnosi, il corpo del bambino è ancora più importante: è su quel corpo che si chiedono approfondimenti, esami, ed indagini. Il bambino pensato si incarna in quei millimetri di corpo. Quando il bambino muore, è quel bambino in quel corpo, che muore. Per molti genitori (non per tutti, per molti), quel corpo è importante.

Per affrontare questi momenti difficili, un consulente qualificato, uno psichiatra o uno psicologo possono aiutare le donne e le loro famiglie a superare questi momenti difficili. Il lutto perinatale è un lutto complesso, spesso invisibile e socialmente poco riconosciuto, il che può isolare ulteriormente i genitori. La morte del bambino può anche influenzare i matrimoni, mettendo a dura prova la relazione di coppia. È fondamentale che le strutture sanitarie e la società offrano un supporto adeguato, come la possibilità di accordi speciali prima di partorire (possono includere una stanza privata o una stanza lontana dalle altre donne incinte che partoriscono), e la libertà di vedere il bambino, dargli un nome, e creare ricordi, per quanto dolorosi. L'associazione CiaoLapo Onlus, ad esempio, si impegna a sviluppare documenti esemplificativi per gli ospedali ed i consultori con la speranza di fare chiarezza sulle leggi e di poter favorire il passaggio corretto di informazioni tra le istituzioni preposte e gli aventi diritto.

Disegno di due mani che si stringono per sostenersi

Prevenzione della Morte Fetale in Utero

La prevenzione della morte in utero è un obiettivo primario dell'assistenza ostetrica moderna, sebbene non tutte le evenienze siano prevedibili o evitabili. Molti fattori sono fuori controllo, ma un attento monitoraggio e la gestione proattiva dei rischi possono ridurre l'incidenza. La morte fetale in utero si può prevenire diagnosticando e trattando in maniera tempestiva le possibili cause.

Strategie Preventive Chiave

  • Controlli Prenatali Regolari e Approfonditi: Un'assistenza prenatale costante è fondamentale per identificare e gestire tempestivamente eventuali complicazioni. Questo include la valutazione di una gravidanza "a rischio" sin dall'inizio, con controlli ed esami frequenti, come è emerso in alcuni casi di cronaca. I dottori monitorano frequentemente le donne se la loro gravidanza è ad alto rischio.
  • Diagnosi e Trattamento Tempestivo di Infezioni: Le infezioni nel feto, nella placenta o nella donna incinta possono causare nati morti. La diagnosi e il trattamento rapidi delle infezioni sono cruciali per la salute materno-fetale.
  • Gestione di Condizioni Mediche Materne:
    • Diabete: Seguire un appropriato piano nutrizionale e valutare attentamente il compenso metabolico sono essenziali per le donne diabetiche per prevenire complicanze.
    • Ipertensione: Il controllo della pressione materna è vitale, specialmente in presenza di preeclampsia o eclampsia, per evitare danni a madre e feto.
    • Disordini della Tiroide: Monitorare strettamente la funzionalità tiroidea è importante per garantire un ambiente uterino sano.
    • Rischio Trombotico: Valutare una condizione materna di aumentato rischio trombotico ed altre condizioni predisponenti per prevenire eventi ischemici placentari.
  • Monitoraggio della Crescita Fetale e della Funzionalità Placentare: Controllare la crescita del feto e la funzione della placenta è importante per rilevare precocemente segni di sofferenza fetale o insufficienza placentare. Questo è particolarmente rilevante quando si rilevano condizioni come un eccesso di liquido amniotico o una posizione trasversale della bambina, circostanze che potrebbero richiedere un intervento come il cesareo.
  • Modifica degli Stili di Vita: Un buon stile di vita, evitando l'abuso di sostanze come cocaina, alcol o tabacco, e gestendo l'obesità grave, contribuisce a una gravidanza più sana e a ridurre i fattori di rischio.
  • Fattore RH: È importante che venga determinato il gruppo sanguigno e il fattore RH alle madri. Se la madre è Rh-negativa e il feto Rh-positivo, è necessario un monitoraggio e, se indicato, un trattamento per prevenire la formazione di anticorpi materni che potrebbero causare anemia fetale.
  • Posizione nel Sonno: Dormire sul fianco e non sulla schiena è una raccomandazione per ridurre il rischio di compressione della vena cava e migliorare il flusso sanguigno all'utero nelle fasi avanzate della gravidanza.
  • Check-up Pre-Concezionale: Fare un controllo prima di rimanere di nuovo incinte può aiutare a identificare e gestire i rischi prima dell'inizio di una nuova gestazione. Le donne con un parto morto hanno un rischio maggiore di averne un altro, ma nonostante ciò, le donne possono rimanere incinte dopo un parto morto e avere un bambino sano.

La prevenzione, tuttavia, richiede una collaborazione attiva tra la donna incinta e i professionisti sanitari, con un'attenzione costante ai segnali del corpo e alle raccomandazioni mediche.

Aspetti Legali e Diritti dei Genitori in Italia

La morte endouterina fetale rappresenta un evento devastante sia dal punto di vista umano che giuridico. In Italia, questo dramma si inserisce in un contesto normativo specifico che tutela i diritti dei genitori, anche se spesso con complessità e interpretazioni non uniformi.

La Distinzione Giuridica tra "Morte del Feto" e "Morte del Neonato"

Come precedentemente accennato, la legge italiana distingue tra "morte del feto" (quando il concepito non ha respirato dopo il distacco dal corpo materno) e "morte del neonato" (quando il bambino è nato vivo, anche per pochi istanti, e poi è deceduto). Questa distinzione è cruciale poiché le conseguenze legali e i diritti correlati possono variare, sebbene in entrambi i casi la perdita sia riconosciuta come un danno profondo. La tutela del concepito ha un fondamento costituzionale (artt. 2 e 31, secondo comma, Cost.; Corte costituzionale n. 27 del 1975), sottolineando l'importanza della vita che si sviluppa in utero. Il bambino nato morto è registrato all’anagrafe nello stato civile ed ha tutti i diritti che spettano ad ogni altro essere umano, indipendentemente dal fatto che la sua morte sia avvenuta mentre era ancora nell’utero della madre.

Il Diritto alla Sepoltura e le Normative Italiane

La legge italiana tutela le donne e le coppie colpite da lutto perinatale anche all’inizio della gravidanza e prevede per TUTTE la possibilità di procedere alla sepoltura del corpo del bambino a qualunque età gestazionale, sia in forma privata (a totale carico del contribuente) che nelle aree cimiteriali preposte ad accogliere gli embrioni ed i feti (chiamata non del tutto propriamente "campi degli angeli").I regolamenti italiani di polizia mortuaria, pur con variazioni locali, si basano sul D.P.R. 10/09/1990 n. 285, il quale nell’art. 7 commi 3 e 4, per i nati morti, ferma restando le disposizioni dell’art. 74 del regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238, stabilisce precise regole. In caso di morte in utero vige l’obbligo di registrazione presso l’anagrafe, come previsto dall’art. 74 del Regio Decreto 09.07.1939 n. 1238. Tale articolo stabilisce che, quando al momento della dichiarazione di nascita il bambino non è vivo, il dichiarante deve far conoscere se il bambino è nato morto o è morto posteriormente alla nascita, indicando in questo secondo caso la causa di morte. Tali circostanze devono essere comprovate dal dichiarante con il certificato di assistenza al parto.

La richiesta di sepoltura va compilata e presentata entro 24 ore dall’intervento o dal parto (art. 7 commi 3 e 4 del D.P.R. 10.9.90 n. 285), indirizzandola alla Direzione Sanitaria dell’A.S.L. La documentazione include un certificato medico. Lo spazio per la sepoltura al cimitero è in genere fissato nella zona prevista per i bimbi nati morti e prodotti del concepimento (art. 3, D.P.R. 285/90).

Problematiche Applicative e Mancanza di Uniformità

Nonostante la normativa, l’applicazione di queste leggi presenta notevoli criticità. Non tutti i cimiteri dispongono di aree preposte alla sepoltura di embrioni e feti. Inoltre, dopo l’approfondimento diagnostico dell’esame istologico, nel corpo del bambino è spesso presente un componente chimico inquinante, la formalina. Per legge, la sepoltura degli embrioni dopo l’esame diagnostico è possibile solo in cimiteri a norma per la tutela delle falde acquifere, il che complica ulteriormente la procedura.

Molti genitori hanno ricevuto informazioni contrastanti, a seconda degli operatori a cui hanno chiesto, o vere e proprie menzogne (la più frequente è “alla sepoltura provvede l’ospedale”). Manca un’informativa ministeriale uniforme per tutto il territorio italiano e per tutti i punti nascita; ogni azienda ospedaliera può decidere come impostare la comunicazione con la donna/coppia. Questo disorientamento alimenta polemiche e disperde energie che dovrebbero essere dedicate al lutto dei genitori. Nel nostro paese, la sepoltura dei nati morti si colora purtroppo di tristi connotati ideologici, politici e religiosi, che infiammano gli animi e spostano il focus dal lutto dei genitori (e il loro diritto di scegliere, secondo la legge) a sterili polemiche.

Alcune Regioni, come la Lombardia (Regolamento Regionale 9 novembre 2004, n. 6 e successivi) e le Marche (Regolamento regionale 16 novembre 2015, n. 7), hanno introdotto il dovere da parte dell’operatore ospedaliero di informare i genitori della possibilità di chiedere la sepoltura, indipendentemente dall’età gestazionale del bambino. Tuttavia, l'applicazione non è uniforme e non tutte le strutture hanno aggiornato i protocolli assistenziali e le procedure. È importante chiedere sempre l’iter amministrativo previsto dalla struttura e la tracciabilità del medesimo. L’opuscolo informativo, unitamente alla richiesta di consenso formale, dovrebbe essere consegnato ai genitori al momento del ricovero presso la struttura sanitaria. Per la sepoltura al cimitero non è obbligatorio indicare sull’eventuale lapide il cognome di uno o di entrambi i genitori ma è possibile anche usare un nome di fantasia.

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La Malasanità e il Risarcimento per la Perdita del Rapporto Parentale

La morte prenatale di un figlio rientra nel novero delle drammatiche evenienze che si possono determinare in conseguenza di un errore medico, iscrivendosi nel più ampio contesto di quelli che vengono considerati “danni da parto per malasanità“. In particolare, si tratta di una tipica ipotesi di morte in utero, tra le più gravi conseguenze di una condotta sanitaria negligente. In questi casi, la morte del feto nel grembo della madre, provocata dalla negligenza e imperizia della condotta dei sanitari, è riconosciuta come "un vero e proprio danno da perdita del rapporto parentale".

Fondamento Costituzionale e Evoluzione Giurisprudenziale

Come già evidenziato, la tutela del concepito ha fondamento costituzionale (artt. 2 e 31, secondo comma, Cost.; Corte costituzionale n. 27 del 1975). Ne consegue che il relativo pregiudizio rileva nella sua duplice, e non sovrapponibile dimensione morfologica della sofferenza interiore e in quella, ulteriore e diversa, che si rifletta in termini dinamico-relazionali, sui percorsi della vita quotidiana attiva del soggetto che l’ha subita. Ciò vale sia per eventi verificatisi durante la gravidanza sia in fase di assistenza perinatale.

Un importante passo avanti nella giurisprudenza italiana è stato segnato dalla sentenza della Cassazione n. 26301/21, depositata il 29 settembre 2021. Questa sentenza è rilevante in quanto riconosce il rischio di morte intrauterina come elemento giuridicamente rilevante in ambito sanitario. Precedentemente, la Corte di Cassazione considerava il danno subito a seguito della morte del feto come semplice perdita di una relazione affettiva potenziale (che, cioè, avrebbe potuto instaurarsi, nella misura massima del rapporto genitore-figlio, ma che è mancata per effetto del decesso anteriore alla nascita), ma non anche di una relazione affettiva concreta sulla quale parametrare il risarcimento all’interno della "forbice di riferimento" delle tabelle di Milano per il danno da perdita del rapporto parentale. La nuova interpretazione riconosce che "il vero danno, nella perdita del rapporto parentale, è la sofferenza, non la relazione. È il dolore, non la vita che cambia, se la vita è destinata, sì, a cambiare, ma, in qualche modo, sopravvivendo a sé stessi nel mondo”. Questa decisione ha rafforzato gli strumenti a disposizione delle vittime di morte intrauterina fetale per far valere i propri diritti, dato che in assenza di ciò, le vittime non avrebbero strumenti adeguati per far valere i propri diritti.

Casistica di Negligenza Medica e Risarcimento Danni

Le presunte negligenze che possono portare alla morte in utero sono molteplici e spesso riguardano ritardi diagnostici o terapeutici. Alcuni esempi emersi da vicende reali includono:

  • Omessa diagnosi di ipossia fetale e omesso trattamento terapeutico: La mancata rilevazione tempestiva di una sofferenza fetale e la conseguente assenza di interventi, come un taglio cesareo d'urgenza, che, con elevata probabilità, avrebbe evitato la sofferenza del feto e la sua morte. Il parto di un feto morto in tali condizioni indica carenze nell’organizzazione dell’assistenza ostetrica.
  • Ritardi nell'esecuzione di un parto cesareo: Nonostante dolori sempre più forti e le indicazioni emerse al pronto soccorso, il parto cesareo viene rinviato dopo alcune valutazioni. In un caso specifico all'ospedale Annunziata di Cosenza, una gravidanza definita sin dall’inizio “a rischio” con eccesso di liquido amniotico e posizione trasversale della bambina, ha visto il cesareo rinviato, portando alla tragedia. La Procura indaga su tre medici per accertare eventuali responsabilità.
  • Dimissioni premature o sospensione di terapie: Una madre, dopo aver accusato mal di testa, pressione alta e nausea, è stata dimessa nonostante le indicazioni e le preoccupazioni, e in alcuni casi con la sospensione di alcune terapie precedentemente prescritte, scoprendo il decesso del feto solo giorni dopo. Un caso simile si è verificato a Lodi, dove la Procura ha aperto un’inchiesta contro ignoti per i reati di lesioni personali colpose e omissione di soccorso dopo che una donna alla 41esima settimana era stata dimessa dal pronto soccorso e tre giorni dopo aveva scoperto la morte del feto in grembo.
  • Carenze nell'organizzazione dell'assistenza ostetrica: Un caso accaduto a Verbania ha visto i genitori citare in causa l’ospedale dove si era verificato il fatto per ottenere il risarcimento dei danni non patrimoniali subiti in conseguenza della morte del feto. I sanitari, dopo aver monitorato il battito cardiaco fetale, avevano disposto il trasferimento della paziente in un altro presidio ospedaliero dove, riscontrato un grave peggioramento delle condizioni cliniche della nascitura, veniva data alla luce una bambina già morta. Una consulenza tecnica medico-legale ha evidenziato profili di negligenza e imperizia a carico dei sanitari.

In questi casi, il risarcimento danni può essere richiesto iure proprio dai familiari. Il pregiudizio risarcibile comprende non solo la sofferenza morale (panico, incubi, mutamento delle abitudini di vita) ma anche le modificazioni dinamico-relazionali nella vita quotidiana dei genitori. Le sentenze, come quella del tribunale piemontese del 2017, hanno condannato le ASL a corrispondere somme significative (ad esempio, 120mila euro alla madre, 100mila euro al padre e 30mila euro per il fratellino) a titolo di risarcimento.

Controversie sul Calcolo del Risarcimento

Spesso, il calcolo del risarcimento è stato oggetto di appello e ricorso in Cassazione. Alcune corti, come quella di primo grado nel caso di Verbania, avevano operato “opportune decurtazioni” basandosi sul fatto che i parametri delle tabelle di Milano si riferivano a un figlio nato vivo, che i genitori non avessero fornito prova di particolare gravità e che la mamma fosse ancora fertile. Una valutazione che ha ignorato il fatto che dopo la morte del feto non tutte le donne riescono a riprendere con serenità un progetto genitoriale e che ha sottovalutato gli effetti sulla donna quando il feto è morto nell’utero per omissioni mediche.

I ricorrenti lamentano che la Corte territoriale abbia definito generica la domanda risarcitoria o abbia confuso i fatti principali con quelli secondari, negando la possibilità di provare la reale natura e la effettiva consistenza dei danni patiti. Non riconoscere il trauma psicologico durante il travaglio, fase critica della gestione clinica, o considerare le quattro ore di ansia ed agonia patite dalla puerpera nell’attesa del parto cesareo come un "antefatto" irrilevante ai fini della quantificazione del risarcimento del danno, sono esempi di critiche mosse in sede giudiziaria. La Corte di Cassazione, accogliendo in parte questi ricorsi, ha ribadito l'importanza di una liquidazione del danno che tenga conto delle specificità del caso concreto e della sofferenza interiore.

La comunità agrigentina, ad esempio, ha visto un acceso dibattito tra coloro che sostengono la famiglia della neonata e coloro che difendono l’integrità professionale della ginecologa imputata in un processo ancora in corso, a testimonianza della complessità emotiva e legale che questi eventi comportano. Questi casi dimostrano l'importanza di un'assistenza sanitaria attenta e di protocolli chiari, al fine di prevenire tali tragedie e, in caso contrario, garantire giustizia e adeguato supporto alle famiglie colpite.

Bilancia della giustizia con elementi medici

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