Il processo di sviluppo di un bambino è un percorso profondamente interconnesso con il contesto culturale in cui è immerso. Comprendere queste influenze diverse è fondamentale, in particolare quando si analizza l'integrazione sociale dei bambini di colore. Questo articolo esplora come differenti prospettive culturali, con un'enfasi particolare su quelle africane, approcciano la cura e l'educazione dei bambini, spaziando dagli aspetti più basilari, come l'educazione all'igiene personale, a concetti più ampi di identità sociale e apprendimento. Viene altresì approfondito come la cultura influenzi lo sviluppo del bambino, volendo mettere in luce le diverse influenze che la cultura africana e la cultura occidentale hanno su quest'ultimo. A tal fine, si analizzano teorie cardini della letteratura scientifica (quali la teoria dell'attaccamento e la teoria ecologica) e, sulla base di queste, si leggono i risultati ottenuti da diversi studi che sono stati effettuati in alcuni paesi dell'Africa. L'articolo esamina inoltre le sfide che i bambini affrontano in ambienti meno privilegiati e sottolinea l'importanza universale di promuovere la comprensione e l'inclusione in un mondo caratterizzato da una ricchezza di diversità etniche, razziali e culturali.
L'Educazione alla Pulizia Personale in Contesti Culturali Diversi: Approcci Tradizionali all'Apprendimento del Controllo Sfinterico in Africa
Ad essere onesti, la maggior parte delle altre culture non ha nemmeno un nome per l’educazione al vasino! Le testimonianze che derivano da culture africane sono molto preziose in merito, offrendo informazioni interessanti sull'apprendimento del bambino e sul controllo della minzione e della defecazione, che è parte integrante del suo percorso di crescita. Questo apprendimento è di costante competenza e interesse della madre. Il raggiungimento del controllo sfinterico corrisponde al periodo di rapido sviluppo psicomotorio dei bambini tra i 12-18 mesi ed è stato confermato e sottolineato da numerosi esperti dell'infanzia. In Africa, l'apprendimento rispetto a dove eliminare si completa il prima possibile.
Diverse popolazioni africane dimostrano approcci vari, ma spesso caratterizzati da una profonda sensibilità ai segnali del bambino e da un'integrazione fluida delle pratiche di igiene nella vita quotidiana. Tra gli Zhun/Twasi (il modo in cui i membri della tribù !Kung chiamano sé stessi, significa persone reali), un gruppo di cacciatori e raccoglitori che vivono nei pressi del deserto del Kalahari, l'eliminazione non ha conseguenze sociali per i bambini, sebbene le abbia nella tarda infanzia quando si tratta di bagnare il letto la notte. Prima che possa gattonare facilmente, infatti, il bebè urina e defeca regolarmente in grembo a qualcuno. Di solito non lo si sposta finché non ha finito e poi viene ripulito senza alcun commento. A poco a poco, man mano che acquisisce controllo e mobilità, gli viene detto di lasciare la casa e, dopo che ha imparato a camminare con disinvoltura, di allontanarsi dal villaggio. In molti episodi osservati, nessun neonato o bambino è mai stato minimamente turbato in relazione all'eliminazione (tranne i neonati nei primi due o tre mesi turbati dal cambio di posizione richiesto per la pulizia), né, del resto, nessun adulto lo è. Joseph Chilton Pearce, autore statunitense di numerosi libri sullo sviluppo umano e lo sviluppo del bambino, presenta una versione leggermente diversa. Melvin Konner, antropologo statunitense, nei suoi studi sulla tribù Zhun/Twasi, ha incontrato dei bambini portati alla maniera ugandese. Le loro madri sapevano sempre quando il bebè stava per urinare o defecare e lo portavano tra i cespugli per eliminare. Il Dottor Konner ha confermato che entrambe queste descrizioni concordano con le sue osservazioni. Si potrebbe dire che la risposta della madre potrebbe essere quella di avvertire per tempo lo stimolo comunicatole dal bambino e allontanarlo dal proprio corpo affinché possa eliminare; o, se non si è accorta del segnale del bambino, di tenerlo leggermente scostato da sé appena ha iniziato a urinare o defecare. Se perde completamente il segnale, semplicemente pulisce il bimbo e se stessa. I bambini piccoli vengono lasciati nudi e, poiché non ci sono pavimenti se non la sabbia del deserto, non c’è alcun problema se urinano ovunque si trovino. Quando defecano, vengono puliti con l'erba e le feci vengono immediatamente rimosse da un bambino più grande o un adulto.

In altre culture, come nelle capanne Tiriki, che per lo più hanno pavimenti in terra battuta imbrattati di sterco, che un bambino sporchi accidentalmente non rappresenta un grosso problema di pulizia. Ai neonati non vengono fatti indossare pannolini; l'adulto o la persona che si prende cura del bambino lo scosta agilmente dal proprio corpo al primo segno di evacuazione. I neonati vengono portati a cavallo dei fianchi delle mamme o di chi si prende cura di loro e sono invitati e accompagnati a uscire all'aperto e dirigersi verso un luogo appartato quando devono defecare, come dietro un banano, anche prima che siano in grado di camminare. Appena sono in grado di farlo autonomamente, imparano presto a uscire all'esterno da soli perché vengono sollecitati verbalmente o, se necessario, presi in braccio e condotti verso l’uscita.
Tra i Dogon, la madre assume un ruolo di insegnante e si prende tutte le responsabilità nella fase iniziale del percorso di apprendimento. Porta il bambino fuori casa e lo tiene in una posizione speciale adatta all’apprendimento, all'inizio nei momenti in cui avverte che il bambino abbia bisogno di eliminare (dopo la poppata, al risveglio dai sonnellini, ecc.), con l'idea che presto imparerà a comunicarle in modo più attivo quando ha bisogno di liberarsi (intestino e/o vescica). Un bambino viene portato sulla schiena da sua madre per i primi 3 anni di vita circa. Intorno ai 6 mesi, la madre inizia a farlo sedere tra le sue gambe e lo incoraggia a defecare a terra o in un piccolo vaso. Alcune madri emettono piccoli rumori per incoraggiare l'eliminazione. Queste vocalizzazioni sono più sistematiche tra i Bambara, che costituiscono la maggioranza etnica del Mali. Le madri Dogon non rimproverano mai i loro bambini se si fanno addosso la pipì o la cacca. Si ritiene che i bambini Dogon finiscano l'apprendimento a tenersi puliti autonomamente intorno ai 18 mesi, a seconda della loro posizione nella gerarchia dei fratelli e anche dei desideri della madre. Le donne Dogon hanno carichi di lavoro molto pesanti e il tempo che riescono a dedicare ai loro bambini dipende dalla loro stanchezza materna post partum e anche dal tempo che hanno a disposizione dopo il lavoro.
Savana africana – Gita virtuale
I bambini molto piccoli vengono portati per la maggior parte del tempo sulla schiena (con l’ausilio di una fascia) dalle loro madri o, in rari casi, da altre donne che si prendono cura dei bambini. A meno che circostanze speciali non lo impediscano, una madre porta il suo bambino con sé ovunque vada, e si possono vedere donne col loro figlio a cavalcioni sulla schiena vendere merce al mercato, portare pesi per strada, lavorare nei campi, o ballare in danze cerimoniali. Un bambino è sempre accudito dalla madre che, mentre lo porta con sé ovunque, sente quando è inquieto o è il momento, e può agilmente metterlo a terra ogni volta che lui ha necessità di svolgere le sue funzioni di eliminazione. Così nel tempo, di solito nel giro di due anni, il processo di apprendimento a fare i bisogni in luoghi appropriati è completato e il bambino è autonomo. Se invece un bambino non risponde a questa aspettativa e manifesta l'enuresi all'età di quattro o cinque anni, bagnando la stuoia su cui dorme, in un primo momento viene picchiato. A Whydah, il bambino viene portato in laguna e lavato, ripetendo questo gesto una seconda volta se necessario. Se poi l'abitudine non viene interrotta, una rana viva viene attaccata alla vita del bambino, che spaventa così tanto l'autore del fatto che un’unica volta è sufficiente per farlo smettere. L'accudimento e la risposta per i bisogni di eliminazione del neonato sono minime.
La madre cerca di capire quando è probabile che il bebè minga. All'inizio semplicemente lo pulisce ogni volta che si bagna, ma non appena egli riesce a sedersi da solo, la madre lo mette a cavalcioni delle sue caviglie con la schiena appoggiata sui suoi piedi all'insù. Quindi scava un piccolo buco sul terreno sabbioso tra le sue caviglie e il bambino ha poi una semplice e confortevole toilette preparata dalla madre. L'accompagnamento dell’adulto viene poi riadattato e rimodulato non appena il bambino acquisisce delle abilità di deambulazione. Infatti dal momento in cui riesce a camminare, la donna adulta presente nella capanna fa rispettare la regola di uscire dalla capanna per espletare i propri bisogni di eliminazione, chinarsi a terra e utilizzare solo la mano sinistra per qualsiasi funzione da svolgere in merito alle attività riguardanti l’eliminazione. Il mancato apprendimento di queste abilità incontra una pressione più insistente col passare del tempo. Quando una madre sente che il suo bambino ha bisogno di defecare, si siede per terra, lo tiene in posizione e lo aiuta a eliminare accanto a lei. Nessuna forzatura o imposizione viene esercitata. Le feci vengono immediatamente gettate fuori dall'accampamento o dal villaggio. Quando poi è in grado di stare in piedi, spostarsi e poi camminare, il bambino impara a defecare dietro le capanne o fuori dall'accampamento. Se va nel posto sbagliato, la madre o la sorella afferra un machete o un grosso coltello con cui raccoglie le feci e lo sporco da terra, lo adagia e avvolge su un letto di foglie secche e infine lo getta il più lontano possibile nella vegetazione fuori dall'accampamento o dal villaggio. Le regole sono più rigide in accampamenti e rifugi permanenti. Come in molte altre popolazioni, i ragazzi Chaga hanno uno spiccato senso dell'umorismo per quanto riguarda l'urina.

In alcune altre popolazioni, viene somministrato un clistere quotidiano d’abitudine (tramite la bocca della madre o un dispositivo) per scopi igienici, terapeutici e preventivi. Jacqueline Rabain, antropologa francese che ha compiuto studi esperienziali sulla quotidianità tra i bambini Wolof, mi ha comunicato che a partire dall'età di 2 mesi, una madre fa sedere suo figlio sulle sue caviglie. Tiene le caviglie divaricate per fare in modo che egli possa urinare o defecare. Un neonato, infatti, è in grado di tenere la testa dritta all’età di 2 mesi. La madre lo sostiene in posizione sulle caviglie tenendogli ferme le braccia. Lo incoraggia a eliminare facendo un suono simile a un fischio "sssss". Una madre non si complimenta mai col figlio quando elimina. Passa spesso il tempo chiacchierando con altre donne durante questo momento di accudimento. Un bambino non dovrebbe essere guidato verso l’autonomia rispetto ai suoi bisogni di eliminazione prima che possa camminare. Rabain afferma di non aver mai visto bambini di età inferiore ai 3 anni rimproverati per aver urinato per terra. Si pone una gran cura ed enfasi affinché il bambino impari a defecare "nella boscaglia" dietro casa. Ho fatto un’esperienza sul campo negli stessi villaggi e nelle stesse famiglie a gennaio e febbraio del 1994 e in seguito nel dicembre del 1998 e nel gennaio successivo. A quel tempo, ho osservato che erano stati introdotti piccoli vasi di plastica che erano disponibili nei mercatini locali. Sono abbastanza comuni ora. L'abitudine di proporre la possibilità di evacuare in certi momenti, assente nel caso dell'alimentazione, sembrerebbe presentarsi solo da parte di donne che sono passate sotto l'influenza europea. Alcune di queste hanno iniziato ad addestrare i propri figli uno o due mesi dopo la nascita a defecare a un'ora prestabilita ogni mattina. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, non si insiste sulla regolarità. Il bambino viene sdraiato su un pezzo di cuoio. Gli eventuali escrementi vengono rimossi con erba secca il prima possibile per evitare che il cuoio marcisca e abbia un cattivo odore. Finché il bambino è portato in giro in fascia, la madre lo osserva da vicino e sviluppa un'abilità quasi prodigiosa di indovinare i suoi bisogni. Ogni volta che si sveglia, diventa irrequieto o, nel caso di un maschio, ha un'erezione del pene, viene tirato fuori dalla fascia e scostato dal corpo della madre. Le mamme africane sembrano in grado di rilevare i più piccoli segnali dei bisogni corporei dei loro figli. Al più sottile movimento o cambiamento di respiro, comprendono il messaggio, li tolgono dalla schiena e se li mettono alle caviglie in un istante.
L'enuresi notturna richiede una serie di disposizioni. I passi fatti con i bambini più piccoli sono magici. Quando un neonato ha circa nove mesi, sua madre raccoglie le gocce di pioggia nello zoccolo di una capra o nelle involuzioni di una foglia di colocasia. Lo dà al bambino come medicina, dicendo: "Prendi e bevi questo farmaco. Ti impedirà di bagnare il letto". A un bambino più grande è mostrata la pozza di pipì mentre viene rimproverato. Alcuni bambini non imparano mai a controllare la minzione, anche se vengono disprezzati per la loro mancanza e gli viene detto che questo sarà un ostacolo al loro matrimonio (l'enuresi è motivo di divorzio). In Africa è raro vedere una donna sporcata dal suo bambino. Alcuni etnologi sposano la convinzione diffusa che in Africa i movimenti intestinali dei bambini non provochino repulsione. L’antropologa visuale Nadine Wanono sottolinea che lunghe collane di chiodi di garofano deodoranti sono indossate dalle madri di bambini molto piccoli; l’etno-antropologa Suzanne Lallemand ci racconta che in molte società rurali tradizionali gli uomini si lamentano di questi odori. Il metodo di insegnamento consiste nella madre che tiene il bambino in posizione accovacciata, con i piedi del piccolo per terra e il suo braccio che passa dietro la schiena del piccolo, sostenendolo e tenendolo un po’ lontano da lei. L'altra sua mano (della madre) di solito è anch’essa messa attorno al corpo del bambino, sulla pancia, ma ai miei occhi non era chiaro se fosse usata per offrire supporto o fare pressione. Il bambino viene "tenuto fermo" in questa posizione subito dopo essersi svegliato dal sonno e subito dopo la poppata. La parola in lingua luganda che indica tenere il bambino in questo modo è okusimba, sinonimo del verbo "piantare". Il bambino alla fine costruisce un'associazione tra l'essere tenuto giù (o scostato) e l'eliminazione. La maggior parte delle madri ha insinuato abbastanza chiaramente che la pratica del 'tenere giù' era concepita per rispondere al bambino in un momento opportuno quando era pronto per espellere ma non l'aveva ancora fatto. Tutte hanno posto l'accento sulla necessità di vigilare sul bambino e di accompagnarlo. Le madri mostrano molta pazienza.
Il Modello Africano di Sviluppo Infantile: Comunità e Responsabilità
Tre importanti eredità influenzano l'educazione dei bambini in Africa: origini africane, arabo-islamiche e occidentali. I modelli occidentali hanno considerato i modelli africani come regressivi, sostenendo che altri approcci non possono produrre adulti sani. Tuttavia, l'Africa vanta tradizioni educative ricche ed efficaci. Un bambino africano non è un individuo; ha legami sociali ed emotivi. Ha responsabilità all'interno della sua comunità. Le relazioni interpersonali sono importanti. Questa visione, pur essendo un diritto del bambino conoscere la propria cultura e identità, non è ancora pienamente riconosciuta in molte parti del mondo.
In Africa orientale e occidentale, i neonati sono considerati tesori preziosi e l'intera famiglia si prende cura di loro. Oggi in Nigeria, i bambini più grandi si prendono cura dei più piccoli mentre le madri lavorano. In Africa, i bambini svolgono un ruolo nel proprio sviluppo e sono responsabili della propria istruzione. Imparano giocando; ci si aspetta che imparino senza un insegnante. I bambini camerunensi, ad esempio, imparano osservando gli adulti. La cultura dei pari è importante nelle norme di apprendimento dei bambini africani. L'interazione tra bambini e cultura contribuisce allo sviluppo dell'identità. I giocattoli che i bambini creano con materiali locali rafforzano lo sviluppo delle capacità cognitive, della creatività e delle competenze di vita. I gruppi di pari sono importanti per la socializzazione e l'apprendimento collaborativo.

Mentre l'istruzione istituzionale e la formazione professionale sono importanti nell'Europa occidentale, in Africa è importante che la famiglia e la società educhino l'individuo. La ricerca ha dimostrato che i programmi educativi in Africa non tengono adeguatamente conto della cultura, cercando invece di insegnare ai bambini conoscenze e competenze occidentali. Il modello dell'Europa occidentale costituisce il sistema ufficiale, e questo sistema è incompatibile con lo sviluppo sociale, psicologico e cognitivo dei bambini. Oggi, all'Africa viene chiesto di adattare le sue pratiche educative al concetto di "bambino globale" proposto dall'Occidente. Tuttavia, l'Africa deve essere in grado di ascoltare la propria voce e trovare la propria strada, riconoscendo che i modelli educativi africani offriranno un futuro luminoso ai bambini africani.
Nel progetto Mwana Mwende in Kenya, bambini, giovani, genitori, nonni, insegnanti di scuola materna e primaria e operatori sanitari lavorano insieme per il benessere dei più piccoli. Particolare attenzione è rivolta ai programmi di sostegno alle famiglie. La fondazione si è impegnata anche per rafforzare l'educazione religiosa in Marocco. In Africa occidentale, i servizi educativi per l'infanzia hanno guadagnato popolarità perché aiutano le madri impegnate. In Nigeria, le madri lavoratrici urbane possono svolgere sia il loro ruolo di madri che di lavoratrici grazie ai servizi di istruzione prescolare. Si possono fornire più servizi a un maggior numero di bambini nelle città e nei villaggi a un costo inferiore. Questi sono indicatori di rispetto per la diversità. Pence, A. e Nsamenang, B. (2008), nel loro Working Paper n. 51, hanno argomentato a favore dello sviluppo della prima infanzia nell'Africa subsahariana, riconoscendo l'importanza di questi approcci culturalmente sensibili e integrati.
Le Sfide dello Sviluppo nell'Africa Contemporanea: Povertà, Salute e Disuguaglianza come Ostacoli al Benessere Infantile
Nonostante le ricche tradizioni culturali e educative, la realtà per molti bambini in Africa è segnata da profonde privazioni. Cibo, istruzione, igiene: tutto questo viene dato per scontato nei Paesi ricchi. Nei Paesi poveri invece non è così. L’Africa è una delle zone più colpite dal problema della povertà estrema, dove ai bambini vengono ogni giorno negati i loro diritti fondamentali.
La fame nel mondo, oggi, colpisce 795 milioni di persone. Di questi, 709 milioni di persone vivono nei Paesi del Sud del mondo, tra i più poveri in assoluto. In questi Paesi circa cento milioni di bambini sono sottopeso, uno su sei. Per loro ritardo nella crescita e deperimento sono la realtà di tutti i giorni. La scarsa alimentazione è la causa della metà dei decessi di bambini di età inferiore ai cinque anni. I numeri parlano di 3,1 milioni di bambini ogni anno, circa il 45% del totale a livello globale.

Ma la fame non è il solo nemico contro il quale i bambini in Africa devono combattere ogni giorno. L’Africa è uno dei Paesi maggiormente colpiti dall’AIDS. Basti pensare che, nel 2012, su 1,6 milioni di decessi a livello globale, 1 milione e 200mila sono avvenuti in Africa. 100 milioni sono bambini affetti. L’istruzione è uno dei diritti che vengono negati ai bambini in Africa, e per una varietà di motivi: scuole troppo costose o troppo lontane, insegnanti non formati né preparati. In Somalia, come in molti paesi africani, l'educazione religiosa non è inclusa nel sistema scolastico ufficiale, un esempio di come il modello dell'Europa occidentale, che costituisce il sistema ufficiale, possa essere incompatibile con lo sviluppo sociale, psicologico e cognitivo dei bambini.
Le bambine in Africa cominciano a imparare presto cosa significa disuguaglianza di genere. Sono tra le prime a vedersi negato il diritto all’istruzione, e non soltanto quello, come dimostra il problema del land grabbing. La vita dei bambini in Africa è fatta di privazioni, diritti negati, disuguaglianza sociale. Ma è anche una condizione che può cambiare. Dare il proprio contributo per questa giusta causa è semplice. È uno dei modi per farlo è sapere come adottare un bambino a distanza.
Affrontare la Diversità e Promuovere l'Inclusione nei Bambini: Dal Curioso al Rispettoso
La paura del diverso coinvolge anche i bambini? Si stupiscono di chi ha un colore della pelle più scuro? Si incuriosiscono quando vedono qualcuno vestito in maniera differente? E la loro reazione, è sempre rispettosa o rischia di offendere? Queste sono domande fondamentali per comprendere cosa accade quando un bambino si trova davanti a una di queste novità: diversità culturali, etniche, razziali. I problemi legati al colore della pelle esistono ed è nostro lavoro di genitori parlarne con i nostri bambini.
La questione se avere paura del diverso significhi essere razzisti è complessa. I bambini non nascono razzisti! Al massimo, lo diventano. Loro non provano automaticamente odio nei confronti di chi è diverso. Ma se non hanno una guida, davanti alla diversità non sapranno mai come reagire. I bambini sono di natura dei curiosi osservatori. Guardano il mondo con occhi totalmente nuovi. E quando desiderano farcelo notare, molto spesso non hanno peli sulla lingua. Comunicano apertamente, senza alcuna vergogna, e a volte questo ci mette in imbarazzo o in difficoltà. È normale, quindi, che un bambino che non ha mai visto una persona con la pelle scura ne resti naturalmente meravigliato. E che ne pensi invece dei costumi diversi dai nostri? Come turbanti, sari, barbe lunghe e tuniche. Se è la prima volta che i loro occhi si posano su queste diversità, non dobbiamo stupirci quando, in mezzo alla strada, i nostri figli puntano il dito e scoppiano in una risata fragorosa. Un uomo con gli occhi a mandorla, un bambino con la pelle scura e una ragazza col viso coperto, possono suscitare stupore, riso o spavento.

Educare all'inclusione è il segreto per allontanare la paura del diverso. Certi argomenti possono sembrare troppo pesanti o difficili da affrontare con i nostri figli, e molto spesso si tende a rimandare la "lezioncina" alla volta successiva. Ma quando si coglie l'occasione e si risponde alle loro curiosità con naturalezza, si è in netto vantaggio. Iniziare un dialogo con i nostri figli riguardo alle diversità è fondamentale. Quando diamo ai nostri figli la possibilità di conoscere realtà diverse, loro stessi si sentiranno pronti ad includerle nel loro piccolo mondo. A questo proposito possiamo impegnarci non solo quando nostro figlio ce ne dà l’occasione, ma possiamo anche lavorare in modo preventivo. Se il bambino pronuncia un commento inopportuno come “Ma guarda la pelle di quella persona come è scura!”, possiamo tranquillamente rispondere: “Sai, nel mondo esistono tante razze ed etnie, proprio come il colore dei capelli e degli occhi può essere vario, così è anche il colore della pelle”. Oppure, possiamo essere proattivi e far sì che i nostri figli siano esposti a vari popoli e culture. È più facile includere ciò che ci è familiare, allontanando così la paura del diverso. Un mondo vario è un mondo bello. I nostri figli riescono velocemente a notare le differenze che li circondano. Ma la paura del diverso, così come lo stupore o la derisione, è una reazione che va affrontata e reindirizzata. Per evitare di crescere bambini che escludono e maltrattano chi è diverso da loro, è importante educarli al rispetto e all’inclusione. Il modo migliore per farlo è dando loro occasione, in un contesto familiare, di conoscere popoli e culture differenti. Senza aggiungere i nostri commenti o pregiudizi, i bambini vedranno per la prima volta il mondo con i loro occhi. E sarà tutta una meraviglia! Quando tuo figlio deride o si spaventa della diversità, quella è un’occasione per seminare un seme di inclusione. Raccontagli di come la diversità arricchisce il nostro pianeta. Nessun fiore è uguale all’altro, nessun albero è della stessa altezza.
Guida per Genitori nell'Educazione alla Consapevolezza Etnica e Razziale: Comunicare la Diversità e Superare gli Stereotipi
Dal nuovo numero della rivista Adoptive Families (Famiglie adottive) arriva una guida su come gestire, età per età, questo genere di conversazioni. I problemi legati al colore della pelle esistono ed è nostro lavoro di genitori parlarne con i nostri bambini. Come prepararli al problema, senza renderli ipersensibili al fenomeno? E poi, se parliamo loro di razze, compromettiamo i loro sentimenti verso i bianchi? Sono queste le domande più diffuse che i genitori adottivi europei devono affrontare. Il problema esiste e i vostri figli vi entreranno in contatto, che voi gliene parliate o no. Parlare di colore, razze ed etnie è obiettivamente difficile nelle nostre società. Dunque, no ai silenzi: fanno crescere i figli adottivi sotto vetro. Ad esempio, nell’area metropolitana di San Francisco, in California - in uno degli Stati più tolleranti dell’Occidente - c’è il pensiero comune che l’opzione color-blind (traduz., “essere ciechi sul colore”; in italiano: non guardare al colore della pelle) sia la soluzione. Ma parlarne è invece raccomandato, e il momento migliore per iniziare è prima che i bambini possano affondarlo in una discussione. Prevenire, quindi, è fondamentale.
Savana africana – Gita virtuale
È il momento di assicurarsi che i vostri familiari siano ben informati. Tutti in famiglia devono sapere la differenza tra etnia, razza, cultura, eredità, nazionalità, identità. È indicato cercare libri, giocattoli e altri mezzi che forniscano rappresentazioni visive del retaggio etnico dei vostri piccoli. Entrare in contatto con organizzazioni e servizi coinvolti nell’eredità culturale dei vostri figli può essere di aiuto. Attenzione ai commenti poco sensibili di chi vi circonda, specie quando il piccolo o la piccola toccano la vostra pelle o la pelle altrui.
Quando il piccolo ha iniziato a vedersi diverso dagli altri e a sentire conversazioni di estranei, come: «Da dove viene il bambino?», comincia la sensibilità verso le differenze: femmine e maschi, bianchi e neri. Siamo agli inizi anche della scoperta di un vocabolario verbale su etnia e razze. Chiedetegli che cosa pensa delle vostre pelli diverse. Usate termini correnti e appropriati: birazziale, multirazziale, adozione internazionale. Non vergognatevi a correggere il linguaggio dei vostri familiari. Incontrate i suoi futuri insegnanti in modo aperto e informale, offritevi per fornire libri e materiali e per monitorare integrazione e discriminazione in classe.
Occorre vigilare sul bullismo: prevenitelo e assicuratevi che la scuola stessa abbia dei programmi di prevenzione e intervento sul bullismo. Costruite una forte relazione con insegnanti e dirigenti scolastici. È l’età in cui il bimbo o la bimba incominciano a sentire epiteti, stereotipi o addirittura parole offensive da parte di altri bambini e anche di adulti. Non potrete essere presenti ogni volta che accada, ma se i vostri bimbi vengono direttamente coinvolti in episodi come questo, parlarne tempestivamente con loro fa sì che imparino prima a gestirli. Se qualcuno lo ha insultato, ascoltatelo e concentratevi su come si sente vostro figlio e non sulle intenzioni di chi insulta. Casa vostra è un luogo sicuro per parlarne e lui lo deve sapere, anche se dovete mettere da parte il vostro sconforto sul razzismo di altre persone. Confermate le sue reazioni emotive, i suoi sentimenti e le sue emozioni e ribadite che in una famiglia è OK avere un aspetto diverso l’uno dall’altro.
A quest’età, gli stereotipi sono stati tutti incontrati e assimilati. Sui temi del colore della pelle e delle etnie i bambini ormai usano il linguaggio che voi usate a casa e cominciano a identificarsi in certe parole, ma può essere ancora poco chiaro che cosa quelle parole vogliano dire. Stanno esplorando il significato di quelle parole che si riferiscono a loro, e può capitare che improvvisamente neghino la loro identità o cambino idea. Anche qui, chiedete loro come interpretano la parola: può darsi che dietro un diniego come “io non sono cinese” vi sia la notizia che i cinesi mangiano i cani - cosa con la quale non si vogliono identificare. Importante: chiaritegli che identità ed eredità non sono per forza la stessa cosa. Ad esempio, la propria eredità può essere americana o asiatica, ma ci si può identificare primariamente nel proprio Paese adottivo. Mai dimenticare che i modelli sono cruciali. I figli adottivi preadolescenti hanno bisogno di vedere la loro identità rispecchiata in qualcuno che ha il loro aspetto e il loro retroterra culturale. Nel podcast di questa settimana, Niky, nota su Instagram come mammaniky_, una mamma nigeriana trasferitasi in Italia all’età di 9 anni, ci racconta la sua esperienza diretta nel Bel Paese, offrendo una preziosa testimonianza sulla vita quotidiana e le sfide legate all'integrazione. Si può ascoltare l’episodio numero 107 per scoprire di più!
Scienza e Prevenzione della Discriminazione Infantile: Il "Baby Schema" e la Reazione Innata all'Infanzia Interetnica
Nonostante le discriminazioni razziali siano una realtà, è stato dimostrato che i bambini anche di etnie diverse sono in grado di elicitare affetto e accudimento. Alice Mado Proverbio e Valeria De Gabriele, della Bicocca di Milano, hanno pubblicato su Neuropsychologia un esperimento che offre una risposta: vince il “baby schema”. Riconosciamo più velocemente le facce della nostra etnia. Per quanto si teorizzi, la tendenza alla discriminazione razziale è connaturata negli umani, e si attiva rapidamente. Negarla non aiuta a superarla.
Un altro dato confligge con questo: riconosciamo i neonati come creature tenere, di cui prenderci cura. Gli psicologi lo chiamano “baby schema” e fonda il comportamento innato, e evoluzionisticamente indispensabile, di accudimento. A quel punto i ricercatori si sono chiesti: se presentiamo ai soggetti di un esperimento le facce di neonati di altre etnie, quale meccanismo vince? La ricerca effettuata è preliminare; diciassette studenti caucasici non sono sufficienti per generalizzare i risultati, ma il dato è di rilievo. Da un lato ricorda che percepire volti di etnie diversa dalla nostra comporta attivazione automatica di pregiudizio. Dall’altro suggerisce che se mettiamo in contatto adulti con bambini di un’altra etnia, di meno di tre anni, non c’è confine che tenga, la tendenza è a volergli bene. Dopo i tre anni non sappiamo, mentre dopo i sette va sparendo la tendenza a considerare una faccia come ‘da bambino’. Chi si occupa di adozione internazionale può trarre vantaggio da questo studio: sbrigatevi quando c’è da affidare un bimbo. Questo risultato scientifico evidenzia l'importanza cruciale dell'esposizione precoce alla diversità per forgiare un senso di connessione e affetto che può superare le tendenze al pregiudizio.
