Il desiderio di essere nati in un modo diverso, di aver vissuto un'esistenza alternativa, è un sentimento profondamente umano, spesso celato dietro la frase "avrei voluto nascere". Questa espressione, apparentemente semplice, racchiude una complessa tessitura di rimpianti, aspirazioni insoddisfatte e una profonda riflessione sulla propria vita e sulle scelte compiute. Analizzare il significato di "avrei voluto nascere" ci porta a esplorare le sfumature dell'imperfetto, le dinamiche psicologiche legate al desiderio e alle relazioni primarie, e le manifestazioni di tale malessere in disturbi come l'anoressia.
L'Imperfezione del Desiderio: Il Significato di "Avrei Voluto"
L'uso dell'imperfetto congiuntivo, "avrei voluto", è cruciale per comprendere la portata del desiderio. Questo tempo verbale non indica un'azione compiuta o una realtà esistente, ma piuttosto una possibilità non realizzata, un rimpianto, un'aspirazione che non ha trovato compimento. L'imperfetto, in questo contesto, sottolinea la distanza tra ciò che è stato e ciò che si desiderava fosse.

Il contesto in cui viene pronunciata una frase come "avrei voluto nascere" è fondamentale per coglierne appieno il significato. Senza un contesto specifico, le interpretazioni rimangono ampie e sfumate. Come evidenziato, "senza contesto le due forme non possono essere considerate equivalenti (uguali non lo sono mai comunque). Se manca il contesto non puoi fare nessuna supposizione."
Consideriamo un esempio: Maria dice a Rosa: "Carlo si è offeso!". Questa frase è ellittica perché l'informazione su ciò che è accaduto è nota ai due parlanti. Rosa potrebbe rispondere: "Eh, sì… (che stupida)… dovevo chiamarlo….". Questo caso rientra nelle varianti in cui la frase è incompleta perché l'informazione condivisa è ridondante. Da questa risposta, si deduce che Rosa non ha chiamato Carlo, e per questo motivo lui si è offeso. Allo stesso modo, il desiderio espresso da "avrei voluto nascere" può derivare da una serie di eventi, decisioni o circostanze che hanno portato la persona a desiderare un percorso di vita differente.
Le Radici del Desiderio: Amore Primario e Relazioni Oggettuali
Per addentrarci nel significato più profondo di "avrei voluto nascere", è necessario esplorare le teorie psicoanalitiche che indagano le origini del benessere e del malessere psicologico. La figura di Michael Balint offre una prospettiva illuminante, ponendo al centro delle sue teorie l'importanza delle relazioni primarie e del concetto di "amore primario passivo".
Secondo Balint, l'amore primario è una "pulsione originaria, fonte di ogni successiva evoluzione normale o patologica". Le prime relazioni madre/bambino sono caratterizzate da una "felice ed estatica attesa d’amore e di soddisfazione, che va dal bambino alla madre, senza percezioni di obblighi di reciprocità". In questa fase, il bambino sperimenta una "sconfinata ed onnipotente possibilità di ricevere", mentre la madre possiede una "infinita e illimitata capacità di dare".

Balint distingue la tenerezza, che non è una libido inibita come in Freud, ma una pulsione autonoma. Anche la sessualità, in Balint, è una pulsione autonoma, legata alla riproduzione. Il destino dell'individuo è, per Balint, intrinsecamente legato alla "relazione oggettuale primaria". Solo la "tenera e puntuale gratificazione del bisogno d’amore passivo" permette al bambino una crescita sana, che lo condurrà ad affrontare "l'avventura della genialità" da adulto.
Nel suo influente lavoro "Primary Love and Psychoanalytic Technique", Balint esplora la sessualità umana, le relazioni oggettuali e la tecnica psicoanalitica. Pur riconoscendo che alcuni concetti possano apparire "impastati di concetti biologici e pulsionali" e difficili da tradurre in linguaggio moderno, Balint offre intuizioni fondamentali. Un esempio lampante è la descrizione di quei pazienti che "non amano, ma vogliono essere amati". Questa richiesta di gratificazione, spesso manifestata in modo "violento e con grande dispendio di energia, come se fosse una questione di vita o di morte", deriva dalla paura di essere abbandonati.
Balint sottolinea come questa richiesta venga spesso fraintesa, interpretata come aggressività o sadismo innato. Tuttavia, Balint offre una prospettiva rivoluzionaria: "E’ la sofferenza che rende cattivi, tutto ha un suo precedente che può essere rimosso".
Un altro fraintendimento riguarda la passione. Balint mette in discussione il "bambino polimorfo perverso" di Freud, proponendo di sostituire il concetto di narcisismo primario con quello di "amore primario passivo". Il narcisismo, per Balint, è sempre secondario, derivante dal pensiero: "Se il mondo non mi ama abbastanza, sono io che devo amare e gratificare me stesso".
Balint distingue tra amore oggettuale passivo (la meta primaria dell'erotismo, l'amore libidico di sé) e amore oggettuale attivo (in cui amiamo e gratifichiamo il partner per ricevere a nostra volta amore e gratificazione). Entrambi sono strettamente collegati. Rispondendo alla domanda freudiana sull'origine del nostro bisogno di applicare la libido agli oggetti, Balint afferma che solo la concezione dell'amore passivo per l'oggetto fornisce una spiegazione.
Per comprendere appieno il lavoro di Balint sull'amore primario passivo, è indispensabile un riferimento all'opera di Freud, in particolare ai "Tre saggi sulla teoria sessuale". Nel terzo saggio, "Le trasformazioni della pubertà", Freud collega l'esperienza della sessualità infantile all'organizzazione psichica. La teoria del primato genitale, tuttavia, risulta insufficiente. Balint, a tal proposito, commenta: "L’inizio e la meta finale della successione evolutiva descritta stanno chiaramente davanti ai nostri occhi. 'Onnipotenza- dice- non significa mai propriamente una situazione di potenza: al contrario, indica un tentativo disperato e molto incerto di vincere una sensazione di inferiorità e impotenza.'"
Balint inizia a discutere il concetto di onnipotenza per chiarire la differenza tra amore maturo e amore primitivo. Nell'amore primitivo, l'"assoluta dipendenza dall'oggetto" rende fondamentale un tempestivo e opportuno appagamento dei bisogni. Le situazioni oggettuali pregenitali o primitive sono caratterizzate da tre elementi: "disperata dipendenza, rifiuto di questa dipendenza per mezzo dell’onnipotenza, il dare l’oggetto per scontato trattandolo come un vero oggetto, una cosa".
Alla base di queste relazioni primitive vi è una "verifica di realtà falsa e ancora poco sviluppata, o difettosa". Per questo motivo, l'amore onnipotente o "avido" è instabile e condannato a frustrazioni che si trasformano in odio. L'odio, per Balint, è "l’ultimo residuo, il rifiuto e la difesa contro l’amore oggettuale primitivo". Odiamo coloro che non ci amano e non collaborano, nonostante i nostri sforzi per guadagnarci il loro affetto. Ci difendiamo erigendo "le barriere dell’odio".
Gli scritti di Balint si inseriscono in un dibattito creativo, offrendo spunti estremamente attuali sulla "esperienza relazionale". Per Balint, questa esperienza è sempre caratterizzata da "costante ambivalenza, di amore e odio, attrazione e rifiuto, fiducia e sfiducia al tempo stesso". Per questo, Balint sottolinea la necessità di una "base sicura nella fase pre-verbale".
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Il Corpo Come Campo di Battaglia: Anoressia e il Desiderio di "Non Essere"
Il desiderio di "avrei voluto nascere" può manifestarsi in forme estreme, come nel disturbo dell'anoressia nervosa. L'anoressia è un disturbo del comportamento alimentare che implica un "rifiuto più o meno grave ad alimentarsi", con l'obiettivo di mantenere uno stretto controllo sul peso e evitare di ingrassare. Questo bisogno di controllo totale si estende al corpo e alle sue funzioni, e spesso coesiste con una "distorsione dell’immagine corporea" e una negazione di stimoli come la fame o la stanchezza.
L'anoressia può alternarsi alla bulimia, caratterizzata da abbuffate compulsive e perdita di controllo, seguite da tentativi di compensazione come il vomito autoindotto o l'abuso di lassativi. Sebbene prevalentemente diffusa tra le giovani donne adolescenti, l'anoressia si manifesta sempre più spesso anche in età adulta, talvolta in forme meno gravi come fobie alimentari. Negli ultimi anni, si è assistito anche a un aumento del coinvolgimento degli adolescenti maschi, sebbene in percentuale minore.
Dalla seconda metà del secolo scorso, l'anoressia ha subito un incremento notevole, diffondendosi dalle fasce borghesi a tutte le classi sociali, tanto da essere definita una "sindrome psicosociale" o un "disturbo etnico". Anna Nicolò distingue tra casi in cui l'anoressia è una sindrome e casi in cui è un sintomo di strutture di personalità sottostanti. Nei casi più gravi, l'anoressia può essere considerata una "forma moderna di isteria", in cui la paziente è in conflitto con il modello femminile e materno.

In questo conflitto, l'anoressica cerca di acquisire una "separatezza dalla madre" che non è stata conquistata in precedenza, pur mantenendo un desiderio contemporaneo di fusione. Il corpo viene attaccato nelle sue forme femminili e funzioni procreative, quasi che possedere un corpo diverso sia l'unico modo per differenziarsi ed evitare l'"equazione tra diventare adulta e diventare la madre". L'attacco al corpo è concreto e testimonia la difficoltà delle pazienti alla "mentalizzazione", preferendo l'agire al pensare.
Questo comportamento è una tendenza tipica dell'adolescenza, che riflette la fatica di questo momento evolutivo nel rappresentare i conflitti traducendoli in pensieri. L'espressione avviene attraverso comportamenti, e l'attacco al corpo sessuato ne è un esempio. Il corpo infantile, in questo caso, testimonia il conflitto tra il desiderio di separazione dalla madre e di unione con lei, in una "infanzia senza fine". Il rischio è quello di portare all'estremo lo sforzo di indipendenza, strutturando un modello di funzionamento autarchico in cui ogni relazione di scambio è annullata e ci si rifugia in una "rigida corazza narcisistica di negazione totale dei propri bisogni".
La coppia anoressia/bulimia rappresenta una concretizzazione del paradosso in cui "ciò di cui ho bisogno mi minaccia". Per questo, Jeammet considera i disturbi del comportamento alimentare (DCA) come una variante delle condotte di dipendenza che celano un grande bisogno di riconoscimento legato a una profonda insicurezza interna. L'insorgere di incidenti in adolescenza può innescare la paura di essere sopraffatti o di perdere il controllo.
La difficoltà principale sembra essere l'accesso a una "dimensione triadica". Spesso, il terzo escluso è il padre, e si osserva un'alleanza simbiotica tra madre e figlia, che riproduce legami precedenti. Questo contribuisce alla formazione di un'immagine interna di madre "fagocitante", da cui è necessario difendersi in assenza di un padre capace di costituire una barriera difensiva. Questo funzionamento, che esclude il padre, sembra funzionale ad evitare i conflitti, caratteristica centrale di queste famiglie, almeno fino alle prime istanze di separazione adolescenziali.
A volte il padre tenta di rientrare in gioco, ma spesso riproponendo un legame a due in cui la madre è svalutata, nella speranza di ottenere dalla figlia il supporto narcisistico negato dalla moglie. Ancora una volta, la dimensione triadica viene bypassata e non si delinea una funzione ordinatrice paterna.
L'intervento terapeutico per i DCA richiede un approccio multidisciplinare che coinvolga anche il contesto relazionale familiare. La scuola sistemica, fin dagli anni '60, ha elaborato molta esperienza a livello del gruppo famiglia. Spesso si ricorre a interventi integrati di terapie familiari con terapie individuali.
Stringere un'alleanza terapeutica con una paziente anoressica non è facile, poiché le pazienti non considerano l'anoressia un problema e oppongono un netto rifiuto alle cure. Nelle situazioni più gravi, la persecutorietà porta a vivere ogni intervento come una minaccia. Tuttavia, molti adolescenti, sebbene rifiutino di essere "curati", sono più aperti ad essere aiutati nell'indagare le difficoltà nell'affrontare i compiti evolutivi, di cui il sintomo anoressico può essere testimonianza. Si tratta quindi di individuare un setting stabile ma flessibile, che tenga conto dell'ambivalenza e dell'oscillazione tra il desiderio e la paura di dipendere.
L'Affido Familiare: Una Risposta al Bisogno di Famiglia
In contesti di fragilità familiare, dove il desiderio di appartenenza e di una base sicura viene a mancare, l'affido familiare emerge come un provvedimento fondamentale. L'affido familiare è un intervento temporaneo di aiuto e sostegno a minori provenienti da famiglie che al momento non sono in grado di occuparsi delle loro necessità. La legge n. 184 del 1983, modificata dalla Legge n. 149 del 2001, disciplina questo istituto, basato sul riconoscimento del diritto del minore ad avere una famiglia.
Attraverso l'affidamento, il bambino incontra una famiglia che lo accoglie, impegnandosi ad assicurare una risposta adeguata ai suoi bisogni affettivi, educativi, di mantenimento e istruzione. Questo provvedimento mira a offrire un ambiente protettivo e amorevole, fondamentale per il recupero e la crescita del minore, contrastando le conseguenze di un vissuto di privazione e insicurezza.
Verbi Servili e la Sfida della Lingua Italiana
La frase "avrei voluto nascere" ci porta anche a riflettere sull'uso dei verbi servili in italiano. I verbi servili come "dovere", "potere" e "volere" richiedono un'attenzione particolare nei tempi composti. La regola grammaticale stabilisce che i verbi servili assumono lo stesso ausiliare del verbo che accompagnano. Quindi, si dovrebbe dire "sono dovuto andare" (perché si dice "sono andato") e "ho dovuto parlare" (perché si dice "ho parlato").
Tuttavia, nella lingua parlata, i verbi servili spesso "si ribellano alla loro servitù ed impongono il loro ausiliare, cioè avere". Si incontrano frequentemente frasi come "ho voluto andare" o "ho dovuto restare", che, a norma di grammatica, dovrebbero essere "son voluto andare" o "son dovuto restare". Questo accade quando si sente il bisogno di sottolineare il concetto espresso dal servile, più ancora dell'infinito che segue. Lo stesso Manzoni trasgredì questa regola per questo fine.
L'uso dell'ausiliare con i verbi servili è un argomento ancora dibattuto. Sebbene la regola generale preveda l'uso dell'ausiliare del verbo retto, se il verbo che segue il servile è intransitivo, si può usare sia "essere" che "avere". Se l'infinito ha con sé un pronome atono, si usa "essere" se il pronome precede l'infinito ("non si è voluto alzare") e "avere" se il pronome segue l'infinito. Infine, se il servile è seguito dal verbo "essere", l'ausiliare sarà sempre "avere" ("avrebbe dovuto essere a casa"). Questa complessità linguistica riflette, in un certo senso, la complessità dei desideri e delle aspirazioni umane, spesso sfumate e difficili da esprimere con precisione.