L'Orrore negli Ospedali: Attacchi al Reparto Maternità di Kabul e Altri Fronti di Violenza

La mattina del 12 maggio, un gruppo di uomini armati ha attaccato un grande ospedale in un quartiere a ovest di Kabul, la capitale afgana, aprendo il fuoco in tutti i reparti, in particolare in quello di maternità. Questo attacco, insieme a un altro attentato suicida che ha colpito un funerale nella città orientale di Jalalabad, ha scosso profondamente un paese già abituato alle atrocità. La brutalità degli eventi ha richiamato l'attenzione globale sulla vulnerabilità delle strutture sanitarie e dei civili in zone di conflitto, con ripercussioni che vanno ben oltre i confini afgani, come dimostrano episodi simili in altre regioni martoriate dalla guerra.

L'Attacco al Reparto Maternità di Dasht-e-Barchi a Kabul

Uomini armati hanno fatto irruzione in un ospedale nella parte occidentale di Kabul, in Afghanistan, dando il via a una battaglia con la polizia che è subito intervenuta a difesa dei civili. Secondo i media locali, i combattenti sono entrati nell'ospedale dopo che un kamikaze si è fatto esplodere davanti all'entrata della struttura, scatenando due esplosioni e colpi d'arma da fuoco, come riferito da Tolo News. Sedici persone sono morte in questo attacco iniziale, tra cui due neonati, un bilancio terribile che ha colpito un luogo simbolo di vita.

Mappa del quartiere di Dasht-e-Barchi, Kabul

Il portavoce del ministero dell'Interno afghano, Tariq Arian, ha riferito che l'attacco è terminato dopo l'operazione delle forze di sicurezza afghane, aggiungendo che i "terroristi sono stati neutralizzati". Successivamente, il bilancio è salito ad almeno 24 morti e 16 feriti. Tra le vittime figurano anche due neonati, e 11 tra madri e infermiere. Alcuni componenti del personale medico sono riusciti a fuggire, mentre altri sono rimasti bloccati per ore insieme ai pazienti, prima dell'intervento risolutivo delle forze di sicurezza. Oltre 100 persone, compresi 3 stranieri, sono stati evacuati dalle forze di sicurezza che si sono scontrate per ore con il commando che ha assaltato l’ospedale. Tutti i miliziani sono stati uccisi.

L'ospedale colpito, situato nel quartiere di Dasht-e-Barchi, ospita un reparto di maternità gestito dall'organizzazione non governativa Medici senza frontiere (Msf). L'organizzazione ha fortemente condannato l'evento, sottolineando la "malvagità dell'attacco" che ha colpito "un luogo dove nascono i bambini, dove ogni giorno transitano per qualche ora le mamme solo per dare alla luce i propri figli". Il reparto di maternità da 55 posti letto è stato aperto nel 2014 e rappresenta l'unica struttura per i parti di emergenza e con complicazioni in un quartiere che conta una popolazione di oltre un milione di persone. Dall'inizio dell'anno, le equipe di Msf avevano aiutato a nascere 5.401 bambini, curandone 524 nell’unità neonatale in condizioni critiche. Msf ha inoltre precisato: "L’attacco è costato la vita a molte persone. Piangiamo la perdita di diversi pazienti e abbiamo indicazioni che almeno un collega del nostro staff locale afghano è stato ucciso". Durante l'attentato, una donna ha persino dato alla luce il suo bambino, ed entrambi stanno bene, un piccolo barlume di speranza in una giornata di orrore.

Il distretto di Dasht-e-Barchi è il 13esimo di Kabul, abitato in prevalenza dalla minoranza hazara, considerata “eretica” e spesso nel mirino del gruppo Stato Islamico (IS). Questo elemento geografico e demografico è cruciale per comprendere la possibile matrice dell'attacco.

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Reazioni e Contesto Umanitario

L'attacco al reparto maternità ha suscitato una ferma condanna a livello internazionale e un profondo turbamento anche in un paese tristemente abituato alle atrocità. Shaharzad Akbar, presidente della commissione indipendente per i diritti umani in Afghanistan, si è commossa all’idea che i primi suoni uditi dai neonati siano stati quelli delle raffiche di kalashnikov.

La "malvagità" dell'attacco all'ospedale di Dasht-e-Barchi è stata ribadita da Medici senza frontiere, che ha descritto l'evento come "un insensato atto di vile violenza nel nostro reparto di maternità". Solidarietà è arrivata anche dal direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebreyesus, che ha dichiarato di essere "scioccato e sconvolto nel sentire dell’attacco" proprio mentre il mondo celebrava le infermiere. Anche Save the Children è intervenuta per condannare l’attentato definendolo “brutale”, affermando che "I neonati e le donne in travaglio sono stati uccisi a sangue freddo. È stato un attacco subdolo, vile e calcolato contro donne, bambini e operatori sanitari". Non è la prima volta che Msf perde qualcuno del proprio staff; dal 2004 al 2009 l’onlus aveva interrotto l’attività in Afghanistan, iniziata nel 1980, dopo l’uccisione di cinque membri di Msf nella provincia di Badghis.

L'ospedale di Emergency a Kabul, presente dal 2001 con un centro chirurgico che offre cure alle vittime della guerra, ha accolto alcuni dei feriti. Marco Puntin, program coordinator di Emergency, ha espresso solidarietà ai colleghi di Msf, sottolineando che "la violenza ti circonda, in Afghanistan. Questa è una realtà che non possiamo raccontare diversamente". Nei primi quattro mesi dell'anno, l'ospedale di Emergency aveva già accolto 658 feriti di guerra. Secondo la Missione delle Nazioni Unite in Afghanistan, nel primo trimestre dell'anno ci sono già state 1.293 vittime civili tra morti e feriti, un dato che evidenzia la costante insicurezza.

Gli attacchi sono avvenuti in un paese già allo stremo dal punto di vista umanitario e alle prese con il contenimento dell'epidemia di coronavirus. Nonostante i dati ufficiali indicassero circa cinquemila casi di Covid-19, è probabile che i malati fossero molti di più. In Afghanistan, gli ospedali sono pochi e male attrezzati, rendendo ogni attacco alle strutture sanitarie un colpo devastante per la capacità di risposta a qualsiasi crisi. I responsabili dell'attacco al reparto maternità di Kabul sono riusciti a far sembrare il virus inoffensivo in confronto alle loro atrocità, lasciando un segno indelebile sulla coscienza collettiva.

L'Attentato di Jalalabad e l'Ipotesi dei Responsabili

Il medesimo giorno, quello di Kabul non è stato l'unico attacco. Quaranta persone sono morte in un attentato suicida che ha preso di mira un funerale nella città orientale di Jalalabad. L'esplosione, provocata da un kamikaze, è avvenuta mentre una gran folla di persone stava dando l'ultimo saluto a un comandante delle forze nel distretto, Shaykh Akram, come ha spiegato il portavoce citato dall’agenzia Dpa. Il bilancio di questo attentato, avvenuto nel distretto di Khewa, è stato poi aggiornato a 24 morti e 68 feriti.

Simboli dei gruppi terroristici che operano in Afghanistan

Per quanto riguarda i responsabili di questi crimini, la situazione è complessa. Nessuno ha inizialmente rivendicato i due attentati. Tuttavia, i talebani si sono affrettati a proclamare la propria innocenza attraverso un comunicato. Questo ha puntato i riflettori su un altro attore: il gruppo Stato Islamico (Isis). Il sedicente Stato islamico, in un comunicato diffuso su Telegram, ha rivendicato l’attentato contro un corteo funebre a Jalalabad, mentre al momento non si conosceva la firma dell'attacco avvenuto all'ospedale di Kabul. Successivamente, però, è stato lo stesso Stato Islamico nel Khorasan a rivendicare l'attentato di Kabul. Sembra dunque probabile che sia da attribuire all'Isis-Khorasan, un gruppo che fa riferimento al sedicente Stato Islamico, radicato in prevalenza nella provincia di Nangarhar.

Marco Lombardi, docente di Sociologia all’Università Cattolica di Milano e direttore del centro di ricerca Itstime, ha analizzato il contesto. Secondo Lombardi, l’Isis è presente in Afghanistan da tempo, costituendo una sua base importante nel progetto di delocalizzazione, in particolare con l'Islamic State del Khorasan Province (ISKP), una delle province importanti e storiche di Daesh. L'azione dell’Isis in Afghanistan potrebbe essere un modo per minare il possibile dialogo tra il governo di Kabul e i talebani. Inoltre, gli attacchi si leggono anche come una riaffermazione importante dell'esistenza della Provincia del Khorasan in Afghanistan, specialmente dopo che il gruppo aveva subito una serie di "batoste" e che negli ultimi 30 giorni erano stati arrestati i suoi due capi più importanti, incluso il leader Zia ul-Haq, conosciuto anche come Omar Khorasani, insieme al portavoce Saheeb e al capo dell’“intelligence” Abu Ali. Questi arresti sono avvenuti in un blitz a Kabul grazie a un'operazione congiunta della polizia afghana e dell'Nds, i servizi afghani. L'Isis ha già commesso e rivendicato numerosi attentati, in una sorta di escalation con i talebani, e sta colpendo in particolare la minoranza hazara, come quella presente nel quartiere colpito di Kabul, a maggioranza sciita. Negli ultimi mesi, il gruppo sta cercando di consolidare la sua presenza nella capitale, in vista di attentati che mettano in discussione l'egemonia della jihad da parte dei rivali talebani.

Conseguenze Politiche e il Futuro della Pace in Afghanistan

Gli attentati hanno avuto immediate ripercussioni politiche. Dopo gli attacchi, il presidente afghano Ashraf Ghani ha ordinato alle forze di sicurezza e all'esercito di riprendere l' "offensiva" contro i talebani e altri gruppi ribelli. In un messaggio televisivo, il presidente ha affermato che i talebani hanno ignorato i ripetuti appelli a ridurre la violenza e al cessate il fuoco, aggiungendo che invocare una tregua non è un segnale di debolezza, ma dimostra l'impegno del governo per la pace. I talebani hanno dichiarato di non aver alcuna responsabilità negli attentati, ma queste azioni avranno comunque conseguenze rilevanti, con il governo che ora torna ad attaccare il nemico.

Presidente Ashraf Ghani parla alla nazione

Questi episodi di violenza si verificano in un contesto in cui sembrava emerso un certo clima di pace. Solo a marzo gli Stati Uniti avevano firmato un accordo con i talebani, aprendo la strada al ritiro delle loro ultime truppe dall’Afghanistan. Tuttavia, il processo di pace si è immediatamente arenato. La prima tappa avrebbe dovuto essere la liberazione dei prigionieri talebani, ma il governo di Kabul, percepito come emarginato dagli Stati Uniti, si è opposto. Gli afgani avevano accolto con gioia questa ipotetica pace, nonostante temessero un ritorno al potere dei talebani a Kabul, con tutto ciò che questo comporta, in particolare per le donne. Gli ultimi attentati ricordano che la pace è spesso soltanto una chimera. Donald Trump, all'epoca presidente degli Stati Uniti, sembrava pensare unicamente a ritirare le truppe prima delle elezioni, e nulla sembrava stabilito nell'interesse dell'Afghanistan, abbandonato ai propri demoni.

L'analista Marco Lombardi ha aggiunto che il dialogo tra il governo e i talebani è un punto "prevedibilmente stanco e difficile". Nonostante un rinforzo dei colloqui in Qatar con i talebani pochi giorni prima degli attacchi, per garantire un periodo di non attacco, le cose si sono "dinamizzate" rapidamente. Se l’idea di pace nazionale è un grande contenitore al quale tutti aspirano, poi, sul territorio, interessi tribali, di partito ed economici fanno precipitare in scontri quotidiani anche molto pesanti gli indirizzi generali di pace. La situazione è dunque "in tribolazione" e "sotto cura americana nuovamente". Circa l'ipotesi di una tregua, Lombardi ha commentato: "Non sfuma, ma la parola tregua ha concetti diversi in diverse parti del mondo. Qualche attacco purtroppo fa parte di tante tregue in tante parti del mondo e quindi l’ak-47 diventa un meccanismo di pressione non per interrompere ma per ri-orientare i dialoghi". Secondo il docente della Cattolica, il controllo del territorio afghano è molto localizzato, dipende da accordi locali e le manifestazioni di potere dipendono dalle manifestazioni comunicative. C'è un potere riconosciuto, quello del Governo centrale afghano e dei talebani, e c'è un potere sul territorio, quello di Daesh, che sta annaspando ma cercando di affermarsi nelle aree orientali dell'Afghanistan. In questo contesto, non si può né nascere né morire in pace, ripetono gli afghani in queste ore, con i militanti che non hanno esitato a colpire donne e infermiere del reparto maternità.

La Violenza Contro le Strutture Sanitarie: Un Fenomeno Transnazionale, da Kabul a Zaporizhzhia

La brutalità degli attacchi contro le strutture sanitarie, e in particolare contro i reparti di maternità, non è purtroppo un fenomeno isolato all'Afghanistan. Simili atti di violenza, che colpiscono i luoghi più sacri e vulnerabili della società, si manifestano in altri contesti di conflitto, evidenziando una triste universalità della tattica terroristica e bellica.

Un esempio lampante di questa violenza è l'attacco avvenuto a Zaporizhzhia, in Ucraina. Nove persone sono rimaste ferite, tra cui due donne e un bambino, in attacchi con droni che hanno colpito il reparto maternità di un ospedale nella città e un quartiere nelle vicinanze. Lo ha dichiarato il governatore locale Ivan Fedorov su Telegram, aggiungendo che l'attacco ha anche provocato un incendio nella reception del reparto di ginecologia, successivamente domato.

Danni all'ospedale di Zaporizhzhia

Le donne in gravidanza si sono rifugiate nel seminterrato mentre il reparto maternità veniva danneggiato. Yulia Fedochuk, 31 anni, donna incinta e moglie di un soldato, ha raccontato di aver sentito un ronzio, e poi di aver visto un drone scendere verso il reparto ed essere corsa nel corridoio poco prima che esplodesse. La sua testimonianza, carica di orrore e istinto di sopravvivenza, riflette il dramma vissuto da innumerevoli civili in aree di conflitto.

Daria Makarenko, residente a Zaporizhzhia, 29 anni, la cui casa del vicino è stata danneggiata in uno degli attacchi, ha attaccato la Russia parlando vicino alla struttura distrutta, esprimendo la sua incredulità e il suo dolore. "Non stanno colpendo le infrastrutture, ma possono distruggere le persone?" ha detto, prendendo in giro le forze di Mosca mentre si commuoveva fino alle lacrime. "Com'è possibile? Perché la colpa è delle persone?" Le sue parole echeggiano la disperazione e la rabbia che si provano di fronte alla violenza indiscriminata che colpisce luoghi e individui innocenti, mettendo in luce l'assurdità di tali azioni in qualsiasi conflitto.

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