Torino, città di una regolarità quasi svizzera e pignola, ha sempre avuto una predilezione per generare "matti" fuori dal comune, come osservato dal musicologo Massimo Mila, amico e profondo estimatore dell'artista di cui eseguì un affascinante ritratto. Tra questi spiriti indomiti, Olga Carolina Rama, conosciuta universalmente come Carol Rama, emerge come una figura di eccezionale, seppur a lungo incompresa, trasgressione e profonda originalità. La sua arte, che unisce elementi di vulnerabilità infantile a una forza esplosiva e sfrontata, è stata spesso descritta come un "biberon a forma di granata": un'immagine che evoca l'innocenza contaminata da una violenza intrinseca, la quotidianità trasfigurata in un oggetto dirompente, capace di scuotere le convenzioni e rivelare la complessità dell'animo umano.
Nata nel 1918 nel capoluogo piemontese e morta nella stessa città nel 2015, all'età di novantasette anni, nella sua casa-studio di Via Napione 15, Carol Rama ha incarnato l'essenza di un'artista autodidatta la cui produzione fu un incessante dialogo con i traumi personali e le convenzioni sociali. La sua carriera, vissuta all'insegna dell'anticonformismo e fuori dagli schemi, è stata profondamente modellata da un'esistenza segnata da eventi dolorosi, che hanno plasmato un linguaggio artistico diretto, viscerale e inconfondibile.

Le Radici Torinesi e un'Infanzia Scolpita dal Dolore
Olga Carolina Rama nacque il 17 aprile 1918 in una famiglia della benestante borghesia torinese. Il padre, Amabile Rama, era un piccolo industriale metalmeccanico, proprietario di un'azienda che produceva automobili a marchio Sintesi, un dettaglio che, come vedremo, riecheggerà potentemente nella sua arte. Fin da giovane, Carol era solita andare a posare nell’atelier della pittrice Gemma Vercelli, a pochi passi dalla sua casa, trovando in quei primi rudimenti un'iniziale via d'espressione. Tuttavia, la sua infanzia felice, come da lei stessa raccontato in un'intervista su Vogue Italia nel 1983 a Lea Vergine, si interruppe bruscamente all'età di otto anni: "Fino agli otto anni. Poi più. Ero una sbarbina impaurita dell'esistenza."
Gli inizi del terzo decennio del secolo, con l'emergere travolgente della FIAT, videro l'azienda paterna entrare in crisi e dichiarare il fallimento, un evento catastrofico che sconvolse l'equilibrio familiare. I genitori si separarono e, nel 1942, l'aggravarsi delle condizioni economiche spinse il padre al suicidio, all'età di cinquantadue anni. Il tenore della famiglia cambiò da un giorno all'altro, aggravandosi ulteriormente con i bombardamenti su Torino, che costrinsero Carol, la sorella Emma e la madre Marta Pugliaro a sfollare a Case Rama. La madre, Marta Pugliaro, già a partire dai primi anni Trenta, fu più volte ricoverata, per esaurimento nervoso, nella clinica torinese "I due pini". Questo ambiente, apparentemente di sofferenza, divenne per la giovane Carol una fonte di sconcertante fascinazione e ispirazione. L'artista, una volta adulta, raccontò di quanto fosse rimasta affascinata, eccitata, e persino sconcertata quando, dodicenne, in visita presso la madre allettata, assisteva all'incessante e imperterrito deambulare, avanti e indietro per i corridoi manicomiali, di donne giovani e anziane che, nella loro disinibita nudità o seminudità, mettevano in mostra le parti intime. Questi incontri, insieme alla perdita e al dolore familiare, cementarono in lei la convinzione che la pittura potesse essere uno strumento per fuggire da una realtà intima e familiare sempre più fosca e difficile, una vera e propria "cura di bellezza", un "medicamento di antiche piaghe".
L'Acquarello Sfrontato: Corpi Mutilati, Erotismo e la Scossa di un'Arte Inaccettabile
Fin dalle origini della sua arte, Carol Rama osservò il mondo che le stava intorno e lo ritrasse senza freni, filtri o regole accademiche. Autodidatta, trovò nel pittore torinese Felice Casorati, che la sostenne nell'attività espositiva, una delle poche guide. È proprio dagli anni della giovinezza, tra il 1936 e il 1941, che si datano gli acquerelli più immaginifici, conturbanti e "scostumati", come li definì Lea Vergine. In queste opere, protagoniste assolute sono donne nude, spesso coi corpi amputati degli arti, distese su letti di contenzione o accucciate su sedie a rotelle, che esprimono un esplicito e disinibito erotismo. I loro corpi sono ritratti in posizioni sguaiate, sfoggiano la vagina, stringono tra le dita serpenti di forma fallica, tirano fuori la lingua aguzza e saettante.

Questo è un universo post-umano in cui tutto strilla, ruggisce, graffia, dove la realtà, sia essa umana, animale od oggettuale, viene distrutta ed esibita nella sua frantumazione e putrefazione, nel suo delirio parossistico. Animali, protesi ortopediche - come le gambe di legno prodotte per i mutilati di guerra, forse un richiamo alla fabbrica paterna - dentiere, scarpe, parti anatomiche (falli, braccia, piedi, lingue) animano questi dipinti sfrontati. Un esempio emblematico è la celebre Appassionata del 1941, una donna totalmente nuda, con arti amputati, sdraiata e immobile su di un lettino di contenzione in metallo, con due incongrue scarpette rosse ai piedi del letto. Un altro lavoro significativo dei suoi esordi è Nonna Carolina, un ritratto di donna con un'espressione tormentata, quasi strangolata da sanguisughe che le cingono la gola, mentre tutt'intorno galleggiano protesi ortopediche.
Queste opere, tanto anacronistiche per l'epoca, risultarono inaccettabili per la società torinese del tempo. La sua prima personale, allestita nel 1945 presso l'Opera pia Cucina malati poveri, venne immediatamente bloccata e le opere sequestrate, reputate offensive nei confronti del senso del pudore. "L'erotismo", affermò Carol Rama, "per me è il rifiuto di ogni pruderie. È sensualità, rapporto coi sensi, col corpo, femminile e maschile, visto e 'sezionato' nelle sue parti anatomiche, in tutte le sue parti e funzioni." Questa audacia e onestà, lontana da ogni "garbo professionale", come amava dire, caratterizzerà tutta la sua produzione.
Dall'Accademia al MAC: La Ricerca di una Nuova Espressione e le Necessità di "Guarigione"
Nonostante la prima esperienza espositiva traumatica, Carol Rama continuò la sua ricerca. Indocile all'Accademia Albertina di Belle Arti, si inserì nell'effervescente cenacolo artistico e culturale torinese, frequentando lo studio di Felice Casorati. Tra i torinesi che le furono più vicini e che la sostennero, ci sono il musicologo Massimo Mila, che le fece conoscere Cesare Pavese, l'architetto Carlo Mollino, da cui imparò a guardare l'architettura, e il poeta Edoardo Sanguineti. Negli anni Quaranta e Cinquanta, Carol Rama si legò anche al pittore, filosofo e critico d'arte Albino Galvano, tra i più convinti sostenitori del Movimento Arte Concreta (MAC), a cui la stessa Carol aderì nel 1952.

Questa adesione, tuttavia, fu dettata da una particolare motivazione. "Quando ho aderito al MAC, negli anni Cinquanta, credevo di dover guarire da quell'eccesso di libertà che mi era stato rimproverato", confidò l'artista. A quest'epoca si datano alcuni quadri esposti alla Fondazione Accorsi-Ometto a Torino, dipinti a olio su tela in cui la pittrice offre una libera e più felice interpretazione del rigidissimo concretismo di discendenza vandoesburgiana. La sua era una ricerca di ordine, un tentativo di imbrigliare la sua intrinseca furia creativa, ma sempre con un tocco personale e una tensione che le impediva di conformarsi del tutto. Espose alla VI Quadriennale nazionale d'arte di Roma, e vi ritornò nel 1955, ma la parentesi MAC ebbe una breve durata. Il suo lavoro era destinato a evolvere ulteriormente, spinto da una necessità interiore più profonda.
I "Bricolages" e le "Gomme": La Materia si Fa Sentimento dirompente
All'inizio degli anni Sessanta, Rama adottò uno stile vicino all'arte informale, inaugurando l'epoca dei "Bricolages", una definizione che Edoardo Sanguineti prese in prestito dal Pensiero selvaggio di Claude Lévi-Strauss per titolare un gruppo di tele. In queste opere, l'artista, sulla tipica macchia di derivazione informale, incollò, quasi scagliandoli con furore, collage fatti di occhi di bambola, denti, unghie, siringhe, tappi, fili di ferro, conchigliette, cannule vaginali. Si trattava di assemblaggi materici, vagamente alla Burri, che includevano anche elementi organici o tracce di materiale organico.

"Il mondo di Rama è un recipiente di rifiuti, di no, di brandelli notturni, di escrementi, di turpi grazie", commentò Giorgio Manganelli nel 1985, "non già perché tutto ciò è periferico, ma al contrario perché è un connotato del necessario, del centrale, di tutto ciò che, vivo, per vocazione partecipa del putrefatto e del letale." Questi bricolages erano un'espressione cruda della realtà interiore ed esteriore dell'artista, un modo per dare voce a ciò che era rotto, dimenticato, scartato.
Una serie particolarmente significativa di questo periodo, che incarna perfettamente l'idea del "biberon a forma di granata" metaforico, è quella delle opere realizzate con camere d'aria di bicicletta, definite da lei semplicemente "le gomme". Queste tele in apparenza astratte nascondevano, nelle pieghe e nelle tensioni del materiale, riferimenti all'anatomia umana e alla sessualità: pelle, carne, budella, falli. Le camere d'aria, originariamente parte dell'azienda paterna produttrice di biciclette e automobili, venivano trasfigurate in un medium artistico denso di significati personali e universali. L'oggetto industriale, quotidiano, quasi innocuo, si trasformava in una superficie vibrante che evocava l'organico, il carnale, il sessuale, il ferito. Un ricordo intimo del padre, della sua fabbrica e della sua tragica fine, diventava materiale per un'arte potentemente espressiva e provocatoria, un simbolo della vita e della morte, dell'origine e della distruzione, proprio come un oggetto apparentemente benigno può celare una forza deflagrante.
“Senza titolo” di Carol Rama | Novecento allo specchio
Il Ritorno alla Figurazione e i Temi Ricorrenti di un'Anima Inquiete
Una nuova svolta pittorica si ebbe negli anni Ottanta con un netto ritorno alla figurazione. Su sfondi composti da tavole del catasto o sezioni di macchine, riemersero in superficie, come dagli abissi dell'inconscio, le creature eccitanti, inquietanti e colorate degli acquerelli giovanili: donne e uomini nudi, animali, in particolare rane, ranocchie, tori, serpenti. Questa fase vide Carol riprendere tematiche degli anni Quaranta usando un segno post-informale, esplorando la dialettica tra il Postorganico e il Post Human.
I soggetti e gli oggetti provenienti dal suo baule mnemonico si ripetevano sulla carta e sulla tela, rielaborati in forme semplificate o distorte, talvolta affilate, ma sempre altamente espressive. Tra gli anni Novanta e Duemila, Carol Rama realizzò anche numerose incisioni ad acquaforte con lo stampatore torinese Franco Masoero. Un tema ricorrente era la mucca, che talvolta si trasformava anche nelle mammelle della Mucca Pazza, un commento tagliente e ironico sulla contemporaneità. I suoi dipinti successivi spesso integrare elementi come capelli umani, piume, artigli, peli animali e bulbi oculari. Un'altra opera emblematica, realizzata in molte varianti nella seconda metà degli anni Novanta, vedeva un animale nel dipinto trasformarsi in una cometa e volare via nell'aria, un'immagine di leggerezza e liberazione in contrasto con la gravità delle sue tematiche precedenti.

Il Riconoscimento Tardivo: Una Carriera tra Scandalo e Consacrazione Internazionale
Per molti anni, l'arte di Carol Rama rimase confinata in un circuito ristretto, apprezzata da pochi intenditori e amici illuminati come Italo Calvino, Corrado Levi, Gualtiero Passani, Massimo Mila e Carlo Mollino. Fu solo in età avanzata che il suo genio iniziò a ricevere il meritato riconoscimento pubblico e internazionale. Un momento cruciale fu l'incontro con la critica d'arte Lea Vergine. Nel 1979, Carol stava esponendo alcuni lavori della sua primissima produzione ad acquerello presso la Galleria Martano di Torino. Lea Vergine li notò immediatamente e volle sceglierne alcuni per una mostra itinerante da lei curata e dedicata alle donne dell'arte del Novecento, intitolata "L'altra metà dell'avanguardia. 1910-1940". Questa esposizione itinerante, che la vide presente nel 1980 con numerosi lavori degli anni Trenta e Quaranta, fu fondamentale per una prima individuazione e valorizzazione del lavoro delle artiste, dal cubismo alle neoavanguardie.
Nel 1985, Lea Vergine curò la sua prima mostra antologica, allestita nel mezzanino della metropolitana sotto il Sagrato del Duomo di Milano, a cura del Comune di Milano e con l'allestimento dell’architetto Achille Castiglioni. Questo evento segnò una svolta: il lavoro dei primi anni venne rivalutato, e questa fu forse una delle ragioni per cui Carol tornò alla figurazione. Negli anni Ottanta, Lea Vergine scrisse che "Carol Rama è un luogo vasto e inesplorato", riconoscendo subito la natura enigmatica, e quindi non del tutto sondabile, di Carol Rama, salita sul palcoscenico dell’arte come "una creatura immensa, incontaminata, di una spaventosa verginità".
I riconoscimenti si susseguirono con crescente intensità. Nel 1993, Achille Bonito Oliva le dedicò una personale alla Biennale di Venezia (nell'ambito della XLV edizione da lui diretta). Nel 1997, ebbe la sua prima esposizione negli Stati Uniti presso la Esso Gallery di New York, organizzata da Filippo Fossati e Jennifer Bacon. Seguì una grande antologica realizzata presso lo Stedelijk Museum di Amsterdam nel 1998, consolidando la sua reputazione internazionale.
Il grande riconoscimento pubblico le arrivò soltanto nel 2003, quando le venne conferito il Leone d'oro alla carriera in occasione della 50ª Biennale di Venezia, diretta da Francesco Bonami. Questa onorificenza la inserì definitivamente nel pantheon delle grandi artiste del Novecento. "I riconoscimenti internazionali, per Carol, arrivarono solo in età avanzata", si è spesso notato, ma una volta arrivati, furono numerosi e significativi.

Il 2004 fu un anno di grande visibilità, con un'ampia mostra antologica presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino, che in seguito venne presentata al Mart di Rovereto e al Baltic Museum di Gateshead (Regno Unito). Anche il Museo cittadino di Ulma in Germania e la Galerie im Taxispalais a Innsbruck organizzarono nel 2004-2005 una grande mostra retrospettiva. Seguirono altre importanti mostre: "Idoli e scandali" nel 2005 presso la Galleria Stamparte di Bologna e la Galerie Silvia Steinek a Vienna; nel 2006 "Trama doppia" ad Alghero in Sardegna, con una personale di Carol Rama interpretata dallo stilista Antonio Marras, e "L'opera incisa 1944-2005", mostra antologica di incisioni al Museo di Arte Moderna Ca' Pesaro di Venezia. Il 2007 la vide protagonista de "La passione secondo ABO", curata da Achille Bonito Oliva a Ravello, incentrata sull'opera figurativa. Nel 2008 fu la volta di "Eroica" alla Galerie Steinek di Vienna, e di una mostra a Paestum al MMMAC (Museo Materiali Minimi d'arte Contemporanea) presentata da Gillo Dorfles. Sempre nel 2008, in occasione del novantesimo anniversario della nascita, fu allestita una mostra antologica al Palazzo Ducale di Genova. Nel 2009 ebbe luogo la mostra "Autorattristratrice" presso la Galleria Isabella Bortolozzi di Berlino, che la rappresentò ad ArtBasel dal 2010. Il 14 gennaio 2010, presso il Quirinale, Carol Rama ricevette dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il prestigioso Premio del Presidente della Repubblica, su segnalazione degli Accademici Nazionali di San Luca, un riconoscimento che coronò una vita di dedizione all'arte. La pittrice acquistò definitivamente fama internazionale con la mostra monografica di 200 opere organizzata nell'ottobre 2014 dal Macba di Barcellona, proseguita nella primavera 2015 al Mam di Parigi, poco prima della sua scomparsa.
L'Eredità di Carol Rama: Mistero, Libertà e un Luogo "Vasto e Inesplorato"
Carol Rama è stata, secondo le sue stesse parole, "un'instancabile sperimentatrice, ironica e umile", una figura che ha segnato profondamente la storia di Torino e dell'arte contemporanea. Le sue opere, che oggi vengono quotate sino a 250.000 euro, continuano a stimolare e provocare. La sua pittura, spesso definita erotica e violenta, era per lei priva di censure e regole, un atto di pura necessità e passione. "La rabbia è la mia condizione di vita da sempre. Sono l'ira e la violenza a spingermi a dipingere. Io dipingo prima di tutto per guarirmi…". Questa frase racchiude l'essenza del suo processo creativo: un tentativo di trasformare il veleno della rabbia e del trauma in medicina, in un'energia creativa. Come Yayoi Kusama trovò salvezza nella ripetizione ossessiva dei pois, Carol Rama trovò nella pittura un rifugio e una cura, un modo per darsi voce e spazio, per elevarsi e guarirsi.
Era una donna libera, soprattutto nella sua ricerca. Non si sforzava di somigliare a nessuno, né di aderire ad alcuna tendenza. Pur rasentando la Pop Art, l'Arte Povera, l'Astrattismo e il Surrealismo, Carol ha sempre e soltanto usato il proprio linguaggio: immediato, ancestrale, imprescindibile. Non si sposò, non ebbe figli. E visse libera, con la sola sua fede nella pittura, convinta che "l'arte se non è già la vita, almeno è libertà".
La sua casa-studio di Via Napione 15, dove ha vissuto tra quelle mura nere sin dagli anni Quaranta, accumulando nel corso degli anni opere, fotografie, ricordi e oggetti inusuali - dai pennelli alle locandine, dai regali di Duchamp alle polaroid che la ritraevano con Warhol o Pasolini, dalle sue collezioni di scarpe introvabili alle protesi ortopediche - è divenuta essa stessa un'opera d'arte. Pare infatti che la Soprintendenza ai Beni Architettonici del Piemonte vi abbia posto il vincolo per ribattezzarla come museo, testimonianza tangibile del suo universo creativo. Di abitativo, in quella cellula, c'era l'essenziale: un letto, un frigo, un fornelletto a gas da campeggio, a riprova di una vita votata interamente all'arte.

Nonostante la notorietà internazionale e l'accurata esegesi del suo corpus, a cura di grandi storici e critici dell'arte come Lea Vergine, Paolo Fossati, Guido Curto e Giorgio Verzotti, un velo di mistero continua a circondare la figura dell'arcana regina torinese. "Ma chi è, in verità, Carol Rama?", si chiedeva Lea Vergine negli anni Ottanta. A questa domanda, che a dieci anni dalla sua morte continua a risuonare di fronte a ogni creazione uscita dalle sue mani, le parole della stessa Vergine echeggiano in risposta: "nessuno, nessuno può saperlo. L'artista si dà e si nega, gravata da un mistero permanente." La sua arte, come un "biberon a forma di granata", continua a offrire nutrimento e al contempo a scuotere, rivelando la sua profonda e inesauribile carica vitale. La sua città natale, quella "città suicidale e metafisica" come la definì Lea Vergine, le renderà omaggio nel 2025, a distanza di dieci anni dalla morte, con una mostra aperta dal 15 aprile al 24 settembre 2025 presso la Fondazione Accorsi-Ometto, riaffermando l'indelebile impronta lasciata da Carol Rama nel panorama artistico mondiale.