La maternità, una delle esperienze umane più profonde e complesse, ha attraversato le epoche e le culture, assumendo significati e ruoli variegati, spesso intrisi di sacro, di doveri sociali e di una realtà quotidiana talvolta brutale. Nell'antichità greca e romana, così come in molte altre civiltà politeiste, il concetto di madre e di maternità si manifestava in un paesaggio interiore ed esteriore ricco di sfumature, che ancora oggi suscita interrogativi e studi approfonditi. Questo tema centrale è stato recentemente esplorato nell'ambito di manifestazioni culturali di rilievo, come RomArché. Parla l’archeologia, un evento annuale organizzato dalla Fondazione Dià Cultura che molto deve all’impegno di Simona Sanchirico. Quest'edizione ha scelto di concentrarsi sul binomio "Landscape / Mindscape," dedicando un'intera giornata alla maternità come paesaggio interiore. Numerosi incontri si sono svolti a Roma presso il Museo nazionale etrusco di Villa Giulia, diretto da Valentino Nizzo, offrendo un'occasione unica per indagare il retaggio di questa esperienza universale attraverso la lente dell'archeologia e della storia.
Il Paradosso della Maternità Divina: Dee Generose, Madri Distanti
Nel vasto e complesso pantheon del politeismo, sia greco che romano, si manifesta un interessante paradosso riguardo alla maternità divina. Studiando la maternità divina per la mia tesi dottorale su Cibele, la «Grande Madre», all’Università di Siena, è emerso chiaramente come le dee, pur essendo generosamente materne nella loro essenza e nel loro ruolo di protettrici della vita e della fertilità, spesso non si comportino da madri nei confronti dei loro figli nel senso più intimo e quotidiano. La loro funzione prevalente era piuttosto quella di fare da curotrofe, ovvero da assistenti nella crescita dei bambini, non sempre divini, di altre donne. Questa delega della cura diretta, o una predilezione per un ruolo di "nutrici" o "educatrici" più ampio, piuttosto che di madri biologiche accudenti nel senso moderno, offre uno spaccato delle diverse aspettative riposte nella sfera divina.
In questo contesto, gli esseri divini o semi-divini che mostravano un comportamento più materno in senso moderno erano spesso quelli appartenenti a un "divino marginale." Le ninfe, ad esempio, si distinguevano per la loro inclinazione a prendersi cura dei figli, inclusi quelli delle dee «maggiori». Queste figure minori, spesso legate a specifici luoghi naturali come boschi e fonti, incarnavano una maternità più diretta, un accudimento che sfiorava la quotidianità, in netto contrasto con le grandi dee olimpiche o capitoline, la cui influenza era più cosmica e simbolica. Questo aspetto suggerisce una distinzione tra una maternità archetipica e universale, incarnata dalle dee maggiori come figure di fertilità e protezione della stirpe, e una maternità più terrena e concreta, manifestata da figure divine o semi-divine più vicine alla dimensione umana dell'accudimento e della crescita individuale.
Manifestazioni della Devozione: Dal Culto Pubblico alla Pietà Privata
La maternità, sia come aspirazione che come realtà, trovava espressione nell'antichità attraverso diverse forme di devozione, che spaziavano dal culto privato e individuale a celebrazioni pubbliche e istituzionalizzate. Queste pratiche ci permettono di ricostruire, seppur frammentariamente, le speranze, le paure e le gratitudini legate a questa esperienza fondamentale.
Statuette Votive: Eco di Desideri Privati
In tutto il bacino del Mediterraneo, l'archeologia ha riportato alla luce un'infinità di statuette votive raffiguranti donne con bambini. Queste piccole opere d'arte, spesso realizzate in terracotta, si distinguono in due categorie principali: le kourotrophoi, che allattano un bambino, e le kourophoroi, che portano un bambino, sulle ginocchia o sulle spalle. La presenza e la diffusione di questi manufatti testimoniano l'importanza del desiderio di procreazione, della protezione dell'infanzia e della gratitudine per la nascita di un figlio. Nell’Etruria meridionale e nel Lazio, questo tipo di statuette sono state rinvenute in quantità particolarmente elevate e fatte spesso in serie, indicando una produzione su larga scala per soddisfare una domanda diffusa. Un esempio emblematico di questa produzione seriale e della sua rilevanza si trova al Museo di Villa Giulia, dove si contano fino a 310 esemplari dello stesso tipo provenienti da Veio. Questi oggetti, pur nella loro apparente semplicità, erano espressione tangibile di una profonda devozione privata, spesso legata a richieste di fertilità, a ringraziamenti per un parto riuscito o a preghiere per la salute dei figli. Erano doni alle divinità, simboli di un legame intimo tra l'individuo e il sacro, testimoni silenziosi delle speranze e delle ansie di donne e famiglie nell'antichità.

I Matralia e la Maternità Collettiva a Roma
Accanto alle espressioni di devozione privata, esistevano anche manifestazioni pubbliche che celebravano la maternità e la nascita, sottolineando il suo valore per la comunità. A Roma, ad esempio, si celebravano i Matralia, festività in onore della Mater Matuta, dea dell’Aurora e quindi della nascita. Questa ricorrenza, che aveva luogo l'11 giugno, era un momento di grande importanza sociale e religiosa. Durante tale festività, era espressamente prescritto alle matrone di pregare in favore non dei propri figli, ma di quelli della sorella. Questa pratica rivela una concezione della maternità che andava oltre il legame biologico immediato, estendendosi a un senso di cura e responsabilità collettiva all'interno del nucleo familiare allargato.
Si suppone che la matertera, la zia materna - letteralmente un’altra madre - intrattenesse con i figli della sorella un rapporto basato su un’indulgenza e una tenerezza tali da poter fare di lei una figura sostitutiva, forse anche nell’allattamento. Questo ruolo della zia materna evidenzia la rete di supporto femminile che circondava la madre e il bambino nell'antica società romana, dove la cura e l'educazione dei più piccoli erano spesso responsabilità condivise all'interno della famiglia estesa. I Matralia non erano solo un rito propiziatorio per la fertilità e per parti sicuri, ma anche una celebrazione della solidarietà femminile e della struttura sociale che sosteneva la riproduzione e la crescita della comunità. Queste festività pubbliche fornivano un contesto ritualizzato per esprimere e rafforzare i valori legati alla maternità e alla continuità della stirpe.
Il Peso Sociale della Maternità: Doveri, Stigma e Salute
L'esperienza della maternità nell'antichità non era solo un fatto biologico o religioso, ma si configurava anche come un potente costrutto sociale, permeato da aspettative, obblighi e, purtroppo, da stigmatizzazioni per chi non vi si conformava. La vita delle donne, in particolare, era profondamente condizionata da questo ruolo, che ne definiva l'identità e la posizione all'interno della comunità.
Donne e Silenzi: L'Assenza di Voci Scritte
Le donne del passato raramente avevano l’opportunità di lasciare traccia scritta di sé. Questo silenzio documentale rende difficile ricostruire l'esperienza concreta e soggettiva della maternità dall'interno. Certo, si può sempre fare l’esempio di Saffo che non cambierebbe la figlia con tutta la Lidia, un verso che traspira un amore materno profondo e incondizionato. Tuttavia, questi versi non dicono nulla sull’esperienza concreta e quotidiana di Saffo come madre, se non che amava immensamente la figlia. La mancanza di narrazioni personali e dettagliate da parte delle donne stesse ci costringe a guardare alla maternità antica principalmente attraverso la lente delle fonti maschili - testi legali, filosofici, medici o letterari - che inevitabilmente offrono una prospettiva esterna e spesso prescrittiva. Questo scarto tra la realtà vissuta e la sua rappresentazione storica è una sfida costante per gli studiosi.
La Maternità come Imperativo Sociale
Nel mondo greco e romano, le realtà erano distinte e variegate a seconda dell’epoca e della zona geografica, ma un atteggiamento di lunga durata nei confronti delle madri o, meglio, delle madri mancate, era lo stigma sociale legato alla sterilità. La condanna delle donne che non potevano o non volevano essere genitrici era una costante senza tempo, con la differenza che almeno oggi si è iniziato a indagare anche le cause dell’infertilità maschile. Nell'antichità, la donna non solo era socialmente «obbligata» a essere madre, ma doveva anche imparare ad esserlo nel modo più appropriato. Questo imperativo sociale creava una pressione immensa, dove il valore di una donna era spesso intrinsecamente legato alla sua capacità di procreare e di educare i figli secondo le norme culturali.
Il prezzo da pagare per chi non conseguiva la maternità, in termini di identità sociale e salute, era altissimo. Le vedove e le donne sterili, o comunque senza bambini, erano indicati come i soggetti maggiormente colpiti da isteria, un termine medico antico che spesso celava una stigmatizzazione sociale e psicologica per le donne che non rientravano nei canoni riproduttivi. La verginità, invece, era spesso associata alla follia, soprattutto se protratta oltre una certa età o non finalizzata al matrimonio e alla procreazione. Questi collegamenti tra stato riproduttivo e condizione psicologica mostrano quanto profondamente la società antica vincolasse l'identità femminile alla sua funzione riproduttiva. In questo contesto, essere madre era considerato l’unico primato sugli uomini, sia in termini di cura dei figli che di custodia della casa, un ruolo fondamentale che, pur confinato alla sfera domestica, conferiva alle donne un'autorità e un'importanza insostituibili.
La donna ateniese
Testi Medici e Teatrali: Modelli e Ammaestramenti
Per orientare le donne verso la "corretta" maternità, la società antica si avvaleva di una serie di testi medici e teatrali che offrivano chiari esempi da seguire e da non seguire. I trattati medici, spesso attribuiti a figure come Ippocrate o Galeno, fornivano consigli sulla gravidanza, sul parto e sull'accudimento del neonato, riflettendo le conoscenze scientifiche (o pseudo-scientifiche) dell'epoca. Questi testi non si limitavano a prescrizioni puramente fisiche, ma spesso includevano anche indicazioni su come la madre dovesse comportarsi moralmente ed emotivamente.
Le opere teatrali, sia tragedie che commedie, fungevano da specchio della società, mettendo in scena archetipi di madri ideali e di madri "fallimentari," mostrando le conseguenze sociali e personali delle loro scelte. Questi racconti servivano da ammaestramento, rafforzando le aspettative culturali e scoraggiando comportamenti devianti. Attraverso la medicina e il teatro, la società antica tentava di plasmare l'esperienza della maternità, rendendola conforme a un ideale che garantisse la continuità della famiglia e della polis o della res publica. La conformità a questi modelli non era solo una questione di virtù personale, ma una necessità per l'integrità del tessuto sociale.
Dei e Dee della Fertilità: Un Pantheon Universale
La fertilità, intesa come capacità di generare vita - sia umana, animale o vegetale - è stata una preoccupazione costante per tutte le civiltà antiche, e per questo motivo ha trovato espressione in un ricco pantheon di divinità. In moltissime culture praticanti il politeismo esistono divinità della fertilità, solitamente note come Dee, che rappresentano una delle figure divine più diffuse e venerate.
Archetipi della Fecondità nel Politeismo
Una divinità della fertilità è un Dio o (prevalentemente) una Dea della mitologia che vengono associati con tutto quel che concerne l'ambito della fertilità, dalla gravidanza alla nascita degli esseri umani, ma anche in ambito animale e vegetale. Queste figure divine erano spesso viste come dispensatrici di vita, garanti dei raccolti abbondanti, della prolificità degli animali e della continuità delle generazioni umane. Nei miti che circondano queste figure divine vi sono anche i germi dell'interpretazione temporale della vita, la nascita e la morte e la spiegazione del ciclo delle stagioni, riflettendo il legame indissolubile tra la fertilità della terra e quella degli esseri viventi. Le immagini dei simboli femminili di fertilità sono spesso caratterizzate da fianchi larghi e grandi seni, attributi che universalmente richiamano l'abbondanza e la capacità riproduttiva. Simboli di fertilità maschile sono invece talvolta itifallici, enfatizzando la potenza generativa maschile. Questi archetipi iconografici, riscontrabili in civiltà distanti nel tempo e nello spazio, dimostrano la profonda e universale riverenza per le forze della creazione e della riproduzione.
Un Mosaico di Divinità Procreatrici
La varietà delle divinità della fertilità è straordinaria, ognuna con le sue specificità culturali e i suoi attributi distintivi, ma tutte unite dal tema della generazione della vita.
- Coatlicue, figura maestosa della mitologia azteca, è una delle dee della vita, morte e rinascita; colei che ha dato alla luce la luna e le stelle, rappresentando il ciclo cosmico e terrestre della creazione e distruzione.
- Astart (Astoreth), dea del Vicino Oriente antico, era associata alla fertilità, all’amore e al piacere. Era considerata patrona delle prostitute e degli edonisti, e le prostitute del suo tempio erano famose su tutto il Mare Librum, indicando un legame tra la fertilità e le espressioni della sessualità.
- Daggay era la dea della nascita, una divinità chiaramente focalizzata sull'atto del venire al mondo.
- Geinos era il dio dell’agricoltura, mentre Hay-Tau era il dio della vegetazione e della foresta, spesso raffigurato sotto forma di un albero, entrambi essenziali per la fertilità della terra e il sostentamento.
- Magos era il dio dell’allevamento degli animali e patrono dei pastori e degli allevatori, figure cruciali per la riproduzione del bestiame.
- Tammuz (chiamato Adone dai Greci) era il dio del raccolto, avendo imparato da Mot e Aleyin. La sua storia è legata al ciclo vegetativo: nato da un albero myrrh nel quale sua madre (Myrrha) l'ha trasformato, è una divinità che muore e risorge, riflettendo il ciclo delle stagioni. In veste mortale, era un giovane bellissimo, adorato dalla dea greca Afrodite, unendo così il mito della fertilità della terra con quello dell'amore passionale.
- Tanit, la Grande dea della luna, della maternità, della magia, era una divinità cartaginese di enorme importanza. Appare come una donna velata e avvolta da piume di colomba; le colombe le erano gradite e sacre, e spesso era consorte di Baal Hammon, simboleggiando la fertilità celeste e terrestre.
- Arsay era la dea della terra umida e delle paludi, aspetti della natura spesso legati alla fertilità e alla crescita.
- In Cina, Nüwa (女媧) è una figura mitologica fondamentale: Nüwa sigilla il cielo squarciato usando delle pietre di sette colori diversi-ne risulta quindi l'arcobaleno. Si dice anche che abbia creato l’umanità; questa storia è stata raccontata in molti cartoni animati cinesi. È considerata dea della fecondità, dell’arcobaleno e della creazione, un archetipo della Grande Madre creatrice. Suo fratello-marito, Fuxi (伏羲), pur non essendo una divinità della fertilità in senso stretto, è un eroe culturale a cui sono attribuite l'invenzione del sistema divinatorio Yi Jing, della metallurgia, della scrittura e del calendario, oltre a essere stato anche l’iniziatore di varie attività umane, tra cui l’allevamento degli animali, la pesca, la caccia e la musica, tutte attività che contribuiscono alla prosperità e al mantenimento della vita.
- Ancora in Cina, Xi Wangmu (西王母), la Regina Madre dell’Ovest, era una dea della fecondità con un’intensa attività sessuale, ed era la guardiana dei frutti dell’immortalità, unendo i concetti di riproduzione e di vita eterna.
- Infine, Min, dio egizio della fertilità, della riproduzione e della lattuga, è spesso rappresentato itifallico, simbolo della sua potenza generatrice e della sua associazione con la vegetazione lussureggiante.
Queste divinità, pur provenendo da contesti geografici e culturali diversi, testimoniano l'universale necessità umana di comprendere e propiziare le forze della vita, della nascita e della crescita, riflettendo la centralità della fertilità per la sopravvivenza e il benessere delle comunità antiche.

Il Parto nell'Antichità: Un Atto di Eroeismo e Scienza Empirica
Il parto nell'antichità era un momento di estrema vulnerabilità e, allo stesso tempo, un atto di grande coraggio, spesso affrontato con un misto di timore e speranza. Le conoscenze mediche, le pratiche ostetriche e le credenze religiose si intrecciavano per supportare le donne in quello che era uno degli eventi più pericolosi e cruciali della loro vita.
I Pericoli del Parto: Tra Rischio e Onore
Il passaggio in Tertulliano suggerisce che le prime nascite fossero particolarmente problematiche, ma in generale, partorire era molto rischioso per le donne, equiparabile per gravità all’uomo che andava in guerra. Molte morivano in seguito a emorragie o ad altissime febbri puerperali, complicazioni frequenti in un'epoca priva di antibiotici e di adeguate pratiche igieniche. Il rischio di mortalità materna e infantile era elevatissimo, rendendo ogni nascita un miracolo e ogni parto riuscito una vittoria. E così, quasi che partorire e combattere fossero due forme parallele di eroismo, un’antica legge spartana equiparava le donne di Sparta morte di parto agli eroi caduti in guerra. Questo riconoscimento ufficiale sottolinea il valore sociale attribuito al sacrificio delle donne per la continuità della stirpe e della polis.
Pratiche Ostetriche e Strumenti del Mestiere
Per assistere le donne in questo momento critico, esistevano le levatrici o ostetriche, figure femminili esperte che giocavano un ruolo cruciale nella comunità. Spesso, durante il travaglio, le donne partorivano aiutate da queste levatrici, che fornivano supporto fisico ed emotivo. L'uso di strumenti specifici era comune: poteva essere usata una semplice sedia ostetrica, talvolta priva sia dello schienale sia dei braccioli, per facilitare la posizione verticale o semi-eretta, considerata più fisiologica per il parto. In tal caso, la levatrice o un’assistente al parto sorreggeva posteriormente la partoriente, fornendo un punto d'appoggio e di pressione.
Esistevano anche pratiche più singolari, come la «succussione ippocratica», di cui si hanno notizie di donne sottoposte. Consisteva nel legare la partoriente a una panca (o a un letto) posta in posizione verticale che, al momento delle doglie, era sollevata e lasciata cadere su dei fagotti, con lo scopo di ammortizzare il colpo e, teoricamente, di aiutare il feto a discendere. Sebbene oggi possa sembrare una pratica rudimentale e forse traumatica, essa rifletteva il tentativo di trovare soluzioni, anche drastiche, per facilitare un evento così difficile.
La conoscenza anatomica era limitata, ma alcune osservazioni erano accurate. Era considerata naturale la posizione fetale cefalica (dalla parte della testa). All’inizio della gravidanza, secondo i testi ippocratici, il bambino cresceva come una pianta, ossia con la testa in alto poi, al settimo mese, il peso gli faceva fare una capriola (le parti del feto sopra l’ombelico sono le più pesanti). Quindi, se la gravidanza si svolgeva normalmente, il feto doveva uscire con la testa in avanti. Dopo la nascita, la levatrice tagliava poi il cordone ombelicale con un coltello, con un pezzo di vetro o una canna affilata; lo legava con un filo di lana a doppio nodo, per prevenire le emorragie, una pratica fondamentale e ancora attuale per la sopravvivenza del neonato.

La Nascita e l'Esposizione: Scelte Difficili
La nascita di un figlio, seppur desiderata e celebrata, poteva anche presentare sfide morali estreme. Nel caso di gravi malformazioni, o se il neonato non era considerato vitale o desiderabile per altre ragioni (spesso economiche o sociali), si raccomandava l’esposizione, cioè l’abbandono del bambino. Questa pratica, crudele secondo gli standard moderni, era una triste realtà in molte società antiche e rappresentava una scelta disperata dettata da condizioni di vita difficili e dalla mancanza di mezzi per accudire un bambino con disabilità o per sostenere una famiglia numerosa. I bambini esposti venivano lasciati in luoghi specifici, sperando che potessero essere raccolti da altri (magari per essere allevati come schiavi o adottati) o che semplicemente morissero, affidandosi al volere delle divinità.
A fronte di tali pericoli e complessità, le divinità svolgevano un ruolo protettivo. Esistevano infatti divinità che proteggevano il parto e la nascita, a cui le madri e le famiglie si rivolgevano con preghiere e offerte. Figure come Ilizia in Grecia o Lucina a Roma erano invocate per un parto sicuro e per la salute del neonato, offrendo un conforto spirituale di fronte alle incertezze e ai rischi intrinseci di questo processo vitale. La fede nel loro intervento era una componente essenziale per affrontare il momento del parto con speranza e resilienza.