Arte Cicladica: Le Figure Maschili tra Simbolismo della Fertilità e Enigmi del Passato

L'espressione "Civiltà cicladica" è stata coniata dall'archeologo greco Christos Tsountas, che nel 1898-99 esplorò numerosi siti di sepolture in numerose isole Cicladi. Questa affascinante cultura, fiorita nel Mar Egeo secoli prima della grande ascesa della cultura minoica a Creta, è un capitolo fondamentale della preistoria egea. La cultura cicladica del tardo neolitico e dell'antica età del bronzo è nota soprattutto per i suoi idoli femminili schematici e piatti, intagliati nel puro marmo bianco delle isole. Tuttavia, l'arte cicladica non si esaurisce in queste celebri raffigurazioni femminili; essa include anche, seppur con minore frequenza, figure maschili, musicisti, cacciatori e guerrieri, le cui interpretazioni celano complessi simbolismi legati alla vita, alla morte e, in particolare, alla fertilità. Questi idoletti, realizzati con un linguaggio talmente arcaico, remoto e astruso da risultare magnetico, continuano a interrogarci sul loro scopo e sul messaggio che gli antichi abitanti delle Cicladi intendevano trasmettere attraverso le loro forme essenziali e misteriose.

Mappa delle Isole Cicladi nell'Egeo

I. Le Origini e lo Sviluppo della Civiltà Cicladica

Nell'Egeo occidentale, prima del 4000 a.C., sorse una particolare cultura neolitica che amalgamava elementi anatolici e della Grecia continentale. Questa civiltà si sostentava con farro, orzo selvatico, pecore, capre e tonni che venivano infilzati da pescatori su piccole imbarcazioni, dimostrando un'ingegnosa adattabilità al proprio ambiente insulare. Tra i siti di scavo si hanno Saliagos e Kephala (sull'isola di Ceo), i quali hanno evidenziato segni di lavorazione del rame, testimoniando un precoce sviluppo tecnologico. Ognuna delle piccole isole cicladiche non poteva sostentare più di poche migliaia di abitanti, sebbene i modelli di barca del Tardo Cicladico mostrano che potessero essere assemblati cinquanta rematori tra le comunità disperse, indicando una notevole capacità organizzativa e di navigazione.

La cronologia della civiltà cicladica è divisa in tre principali periodi: Antico, Medio e Tardo Cicladico. Il periodo antico, cominciato attorno al 3000 a.C., scivolò nell'archeologicamente più oscuro Medio Cicladico attorno al 2500 a.C. Verso la fine del Tardo Cicladico (2000 a.C.) si assiste a una trasformazione. Non c'è unanimità tra i sistemi di datazione usati per la civiltà cicladica, se ne ha uno "culturale" e un altro "cronologico", il che complica la definizione precisa di alcune fasi. La maggiore originalità artistica è stata attribuita al periodo antico, che va dal 2600 a.C., momento di massima espressione creativa di questa civiltà. La cultura cicladica si evolse fino al 2000 a.C. circa, quando, a causa della nascita della potenza militare di Creta, perse il predominio nel mare Egeo, segnando un lento declino della sua autonomia culturale e politica. Gli scavi di Cnosso (a Creta) rivelano un'influenza della civiltà cicladica sulla città per il periodo che va dal 3200 a.C., mostrando una reciproca, seppur mutevole, interazione tra le potenze egee. La cultura della Grecia continentale contemporanea a quella cicladica è chiamata elladica, delineando così un quadro complesso di interazioni regionali.

13- La civiltà cicladica

II. La Produzione Artistica Cicladica: Stile e Materiali

Per quanto riguarda la produzione artistica cicladica, i prodotti più pregiati sono stati realizzati in marmo. Si tratta principalmente di statuette di diversa forma e dimensione, che hanno come soggetti donne nude con le mani sul ventre, musicisti, cacciatori e guerrieri. La semplicità delle forme artistiche cicladiche ha influenzato la produzione di molti artisti contemporanei e, allo stesso tempo, ha attirato l'attenzione di molti collezionisti senza scrupoli che hanno favorito gli scavi clandestini. Le statuette, come dicevamo, sono caratterizzate da pochi e significativi elementi, molto stilizzate eppure immediate, efficacissime. Le loro figure sono trattate come composizioni di forme geometriche, le diverse parti anatomiche appaiono ridotte a volumi semplici.

Non sono riproduzioni fedeli della figura umana, e questo balza agli occhi. Esse appaiono piuttosto come anime, spettri, spiriti più che umani, mostrando il corpo e il volto dell'uomo (ma soprattutto della donna) in modo minimale. Sono il risultato di un estremo processo di semplificazione della forma. L'artista cicladico volle andare oltre la dimensione puramente visiva, smaterializzando il volto e il corpo, snaturandoli per così dire, lasciando il minimo indispensabile per riconoscere un volto e un corpo, nel convincimento di poter, per questo tramite, esprimere l'immagine inimmaginabile del divino. Secondo la mentalità cicladica, il divino è all'essenza di tutto e quindi va raffigurato in modo essenziale. Ricerche artistiche del tutto analoghe a quelle degli scultori cicladici sono state messe in opera a più riprese, in particolare negli ultimi due secoli. Consideriamo, per esempio, il lavoro di un grande maestro del Novecento, lo scultore rumeno Constantin Brâncuși (1876-1957), artista d'avanguardia, esponente di spicco, nei primi anni del XX secolo, della cosiddetta Scuola di Parigi. Brâncuși operò sempre seguendo un rigoroso processo di semplificazione della forma, al fine di ottenere immagini essenziali, capaci non solo di valorizzare la pura bellezza della materia ma di fornire un volto al “Mistero”. I volti delle Muse di Brâncuși sono, al pari di quelli cicladici, quasi astratti ma tutt'altro che astratti. «Folli sono quelli che considerano le mie sculture astratte» disse una volta lo scultore. «Ciò che essi credono essere astratto è quanto vi è di più reale, [perché mostra] l’essenza dei fenomeni». Secondo Brâncuși, d’altro canto, «è impossibile per chiunque esprimere qualcosa di reale imitando la superficie esteriore delle cose». Questa risonanza con l'arte moderna, tuttavia, potrebbe essere un malinteso contemporaneo, poiché vi sono prove che gli idoli fossero originariamente dipinti con colori luminosi. In molti, se non in tutti gli idoli di tipo «canonico», gli occhi, i capelli, i gioielli, le articolazioni e fors'anche i motivi ornamentali dipinti sul corpo erano indicati in colore rosso o blu: in molti casi ne rimane solo un'ombra dove la superficie originale della pietra era protetta.

Oltre alle statuette, vasi in marmo (versatoi, ciotole, giare, palette) sono più abbondanti ed erano probabilmente eseguiti dagli stessi artigiani. Un altro argomento intrigante e misterioso è quello delle cosiddette "padelle" cicladiche. Di una certa importanza sono le cosiddette "padelle", che sono emerse sull'isola di Siro durante la fase dell'Antico Cicladico II. Oltre a questi, sono state trovate altre forme di ceramiche funzionali. L'argilla locale era difficile da lavorare per gli artisti, e la ceramica, i piatti e i vasi di questo periodo raramente sono al di sopra della mediocrità. Tutta la ceramica della prima civiltà cicladica era fatta a mano, e di solito era di colore nero o rossastro, sebbene sia stata trovata anche una ceramica di un colore pallido. Le statuette di Koumasa, provenienti dal cimitero di Antico Minoico II di Koumasa a Creta, sono molto piccole e piatte. Prime statuette in terracotta di Santorini risalgono al 2100 a.C.

III. I Soggetti dell'Arte Cicladica e il Mistero del loro Significato

Le sculture cicladiche, pur nella loro stilizzazione, presentano un repertorio di soggetti ricorrenti, sebbene il loro significato rimanga in gran parte enigmatico. Le figure più celebri sono indubbiamente quelle femminili, ma il panorama artistico include anche musicisti, cacciatori e guerrieri. Il contesto di molte di queste statuette cicladiche è stato così distrutto; il loro significato non potrà mai essere compreso del tutto. Si stima che solo una parte, circa il 40%, delle 1.400 statuette ritrovate sia di origine nota, dal momento che gli scavi illegali hanno distrutto le evidenze archeologiche di molti ritrovamenti. I primi scavi archeologici del 1880 furono seguiti dal lavoro sistematico della British School di Atene e di Christos Tsountas, che indagò sui siti di sepoltura di diverse isole nel 1898-99. Successivamente vi fu una perdita di interesse e poi un ritorno verso la metà del XX secolo, quando i collezionisti gareggiarono per ottenere le statuette dall'apparenza moderna che somigliavano alle sculture di Hans Arp o Constantin Brâncuși. I siti furono razziati e sorse un vivace commercio di falsi, compromettendo irrimediabilmente la comprensione del loro uso e significato originario. La maggior parte dei reperti archeologici, quindi, si trova nelle collezioni private. Fortunatamente sono state ritrovate alcune statuette nelle necropoli, mentre altre, di maggiori dimensioni, provengono molto probabilmente dalle abitazioni private.

Statuetta cicladica femminile stilizzata

Le figure sono state variamente interpretate come idoli degli dei, immagini di morte, bambole per bambini e altre cose. Ciò che le evidenze archeologiche suggeriscono è che queste rappresentazioni siano state regolarmente utilizzate nella pratica funeraria: sono state infatti trovate tutte nelle tombe. Tuttavia, almeno alcune di esse mostrano chiari segni di riparazione, il che implica che si trattava di oggetti valutati dal defunto durante la vita e non erano stati creati appositamente per la sepoltura, oppure potrebbe trattarsi di rotture e riparazioni successive anche di tipo rituale. Inoltre, le figure più grandi sono state talvolta suddivise in modo che solo una parte di esse fosse sepolta, un fenomeno per il quale non vi è alcuna spiegazione. A cosa servissero queste sculturine, quindi, non sappiamo: a proteggere i defunti, probabilmente, e accompagnarli nell’aldilà. Questo scopo si lega all'idea di proiettare il mondo divino nel mondo terreno e dunque di confondere l’immagine del dio con quella umana.

IV. Le Figure Femminili: Simboli di Fertilità e Dea Madre

Le raffigurazioni femminili hanno evidenziato l'insistenza nella raffigurazione della dea madre, simboleggiante la fertilità e la fecondità. Questa figura divina, fondamentale nelle credenze delle società agrarie antiche, rappresenta la forza generatrice della natura e la continuità della vita. La dea cicladica venne descritta nella posizione eretta in atteggiamento ieratico, una postura che ne sottolinea la sacralità e l'importanza rituale. La maggior parte delle figurine è femminile, dipinta nuda e con le braccia incrociate sullo stomaco, tipicamente con il braccio destro tenuto sotto la sinistra. Molti autori che hanno considerato questi manufatti da un punto di vista antropologico o psicologico hanno ipotizzato che siano rappresentativi di una Grande Dea della natura, in una tradizione continua con quella delle figure femminili neolitiche come la Venere di Willendorf. Sebbene alcuni archeologi siano d'accordo, questa interpretazione non è generalmente condivisa per cui non vi è consenso sul loro significato.

All'interno delle varie tipologie stilistiche, alcune statuette accentuano ulteriormente questi attributi. Le più famose figurine del tipo Pelos sono a forma di "violino", e su una particolare statuetta a "violino" si possono distinguere il seno, le braccia sotto il seno e un triangolo pubico, che probabilmente rappresenta una dea della fertilità. Altre ancora, come alcune figure della varietà Kapsala, sembrano suggerire una gravidanza, caratterizzata da gonfiori sporgenti con linee disegnate sull'addome, consolidando l'associazione con la procreazione e l'abbondanza.

V. Le Figure Maschili nell'Arte Cicladica: Tra Rappresentazione e Simbolismo della Fertilità

Sebbene predominino le figure femminili, l'arte cicladica presenta anche significative rappresentazioni maschili. Scavi recenti e studi stilistici hanno consentito di tracciare con maggiore precisione lo sviluppo cronologico degli idoli e idoletti in marmo: femminili per la maggior parte, ma anche di altri tipi come cacciatori/guerrieri, portatori di coppa, suonatori di arpa e gruppi compositi. La rarità di queste figure maschili rispetto a quelle femminili le rende particolarmente intriganti. Ad eccezione di una statua di una figura maschile, ora nel Museo della Collezione d'arte cicladica, tutte le opere conosciute della varietà Spedos sono figure femminili, evidenziando come la presenza maschile fosse meno frequente, ma non assente, nelle manifestazioni artistiche più diffuse.

Tuttavia, quando i maschi sono rappresentati, talvolta la loro fisicità assume connotazioni esplicite. Nelle statuette di tipo Plastiras, ad esempio, le rappresentazioni dei maschi differiscono nella struttura, ma non in modo notevole, con fianchi più stretti e soprattutto, rappresentazioni scolpite degli organi sessuali maschili. Questa esplicitazione non è casuale e suggerisce un legame con concetti di fertilità e potenza. Il termine "itifallico" deriva dal greco ithýs (dritto) e phallos (pene) e indica la rappresentazione di figure maschili con il membro eretto, simbolo comune in molte civiltà arcaiche associato a fertilità, forza e potenza divina. Sebbene nelle Cicladi non si riscontri la stessa abbondanza di esplicite raffigurazioni itifalliche come in altre culture contemporanee o successive, la presenza di "rappresentazioni scolpite degli organi sessuali maschili" nel tipo Plastiras denota un'attenzione al principio generativo maschile.

Per comprendere appieno il potenziale simbolismo di queste figure cicladiche, possiamo guardare ad altre culture arcaiche che esprimono in modo più marcato il legame tra la figura maschile e la fertilità. Ad esempio, nella civiltà nuragica, fiorita tra il 1800 e il 900 a.C. in Sardegna, la sessualità era un elemento sacro e centrale nella vita quotidiana e spirituale. Elementi itifallici e simbolismi legati alla vulva indicano che la sessualità non era un tabù per i Nuragici, ma un elemento sacro e vitale. Il fallo rappresentava la forza vitale, la potenza e la protezione, mentre la vulva e la Dea Madre erano simboli della nascita, della rigenerazione e della continuità della vita. Uno degli esempi più noti è il Suonatore di Flauto Itifallico di Ittiri (in foto - Museo Archeologico Nazionale di Cagliari), una figura affascinante che suscita grande curiosità. Rappresenta un uomo con un fallo prominente mentre suona uno strumento simile alle Launeddas. Un altro simbolo importante è rappresentato dai Menhir o "pietre fitte", monoliti eretti in diversi punti della Sardegna. Alcuni di questi, come quelli nelle Tombe dei Giganti, hanno forme antropomorfe con rilievi che richiamano il fallo. Se il fallo rappresentava la forza generatrice maschile, la vulva era il simbolo per eccellenza della femminilità sacra. Le cerimonie legate all’acqua, alla pietra e al cielo riflettevano un profondo rispetto per i cicli naturali. Come recita una citazione anonima, "Nel ventre della terra e nella pietra eretta, i Nuragici vedevano il sacro. Il sesso non era peccato, ma il linguaggio stesso della vita."

Suonatore di Flauto Itifallico di Ittiri (Arte Nuragica, Cagliari)

Applicando questa lente interpretativa al contesto cicladico, si può ipotizzare che le figure maschili, in particolare quelle con attributi sessuali espliciti, avessero un ruolo complementare a quello delle Dee Madri femminili. Potrebbero essere state percepite come simboli della forza generatrice maschile necessaria per la fecondità della terra, la prosperità delle comunità e la continuità della stirpe. Erano rappresentazioni della potenza divina, protettori o mediatori del mondo spirituale. Nel santuario di Filakopì sono state rinvenute figure maschili grottescamente allungate e irrealisticamente appiattite (un tipo finora noto solo a Milo) che potevano costituire le immagini di culto delle divinità venerate nel santuario. Questo suggerisce che anche le figure maschili, per quanto rare, svolgevano un ruolo attivo nel culto e nella spiritualità cicladica, forse incarnando aspetti della divinità legati alla forza, alla protezione e, implicitamente, alla fertilità e alla continuità della vita.

VI. Tipologie e Evoluzione Stilistica delle Sculture in Marmo

Il corpus degli idoli cicladici è stato suddiviso in una serie di gruppi stilistici, con molte figure assegnate a singole mani di scultori: in alcuni casi abbiamo la possibilità di tracciare lo sviluppo di una singola mano, come quella del «Maestro di Goulandris», attraverso i successivi stadi della sua carriera. Questa classificazione ha permesso di delineare un'evoluzione cronologica e stilistica.

I gruppi più importanti della cultura Grotta-Pelos sono Pelos, Plastiras e Louros. Le statuine di Pelos sono di tipo schematico. Le figure schematiche sono le più comunemente trovate e hanno un profilo molto piatto, hanno forme semplici e mancano di una testa chiaramente definita. Le statuine di tipo Pelos sono diverse rispetto molte altre figurine delle Cicladi, poiché per la maggior parte il sesso è indeterminato. Le più famose figurine del tipo Pelos sono a forma di "violino". Su queste c'è una testa allungata, senza gambe e un corpo a forma di violino. Come accennato, una particolare statuetta a "violino", ha il seno, le braccia sotto il seno e un triangolo pubico, che probabilmente rappresenta una dea della fertilità.

Sia i maschi che le femmine, in posizione eretta con testa e faccia, compongono il tipo Plastiras; l’esecuzione è naturalistica ma anche stranamente stilizzata. Il tipo Plastiras è un primo esempio di figurine delle Cicladi, dal nome del cimitero di Paro dove sono state trovate. Le figure mantengono la forma simile al violino, la posizione e la disposizione delle braccia piegate dei loro predecessori, ma differiscono in modi notevoli. È il tipo più naturalistico di figurina cicladica, caratterizzato da proporzioni esagerate. Una testa ovoidale con tratti facciali scolpiti, comprese le orecchie, si trova in cima a un collo allungato che in genere occupa un terzo del totale dell'altezza della figura. Le gambe sono state scolpite separatamente per tutta la loro lunghezza, spesso causando rotture. Sulle figure femminili l'area pubica è delimitata da un'incisione e il seno è modellato. Le rappresentazioni dei maschi differiscono nella struttura, ma non in modo notevole, con fianchi più stretti e rappresentazioni scolpite degli organi sessuali maschili, come già discusso. Le figure sono in genere di piccole dimensioni, di solito non più grandi di trenta centimetri, e non sono in grado di reggersi da sole, in quanto i piedi sono puntati.

Il tipo di Louros è visto come transitorio, combinando elementi sia schematici che naturalistici. La tipologia Louros è una categoria di figurine della prima fase delle Cicladi dell'età del bronzo. Combinando gli approcci naturalistici e schematici di stili di figure precedenti, il tipo di Louros ha facce informi, un lungo collo e un corpo semplice con spalle attenuate che tendono ad estendersi oltre i fianchi in larghezza.

La varietà Kapsala è un tipo di figura cicladica dell'Antico Cicladico II. Si pensa spesso che questa varietà preceda o si sovrappone in un periodo a quello della varietà canonica di figure di Spedos. Le figure di Kapsala si differenziano per il tipo canonico in quanto le braccia sono tenute molto più in basso in configurazione piegata a destra sotto la sinistra e le facce mancano di tratti scolpiti oltre al naso e occasionalmente alle orecchie. Le figure di Kapsala mostrano una certa snellezza, specialmente nelle gambe, che sono molto più lunghe e prive della muscolatura potente suggerita nelle precedenti forme delle sculture. Anche le spalle e i fianchi sono molto più stretti, e le figure stesse sono di dimensioni molto piccole, raramente più grandi di 30 cm di lunghezza. L'evidenza suggerisce che la pittura viene ora regolarmente usata per delimitare le caratteristiche come gli occhi e il triangolo pubico, piuttosto che inciderli direttamente. Una caratteristica nota della varietà Kapsala è che alcune figure sembrano suggerire una gravidanza, caratterizzata da gonfiori sporgenti con linee disegnate sull'addome.

La tipologia Spedos, che prende il nome da un cimitero delle Cicladi a Naxos, è il più comune tra i tipi di figurine delle Cicladi. Ha la più ampia distribuzione all'interno delle Cicladi e altrove, e la maggiore longevità. Il gruppo nel suo complesso include figure che vanno in altezza da esempi in miniatura di 8 cm a sculture monumentali di 1,5 m. Ad eccezione di una statua di una figura maschile, ora nel Museo della Collezione d'arte cicladica, tutte le opere conosciute della varietà Spedos sono figure femminili. Le figurine di Spedos sono in genere sottili forme femminili allungate con braccia piegate.

Il tipo Dokathismata è una figura cicladica della fine del periodo dell'Antico Cicladico II dell'età del bronzo. Con caratteristiche sviluppate dalla precedente varietà degli Spedos, le figure Dokathismata presentano spalle larghe e angolari e un profilo dritto. Esse sono considerate le più stilizzate tra le figure a braccio piegato, con una forma lunga ed elegante che mostra un forte senso della geometria che è particolarmente evidente nella testa, che presenta una forma quasi triangolare. Queste figure erano un po' più costruite rispetto alle varietà precedenti, con una fessura della gamba bassa e piedi connessi. Nonostante questo, le figure erano in realtà abbastanza fragili e soggette a rotture.

La varietà Chalandriani è un tipo di figura delle Cicladi risalente alla fine del periodo Antico delle Cicladi nell'età del bronzo. Chiamati per il cimitero sull'isola di Siro sulla quale sono state trovate, queste figure sono in qualche modo simili per stile e manierismo alla varietà Dokathismata che le ha precedute. Una caratteristica degna di nota è con la varietà Chalandriani che nella posizione reclinata trovata nelle figure precedenti sembra essere rilassata, come delle sculture che hanno i piedi non sono sempre inclinati o in posizione abbandonata per uno o entrambe le braccia. La posizione reclinata delle figure precedenti è stata anche scoperta come i piedi che non sono sempre inclinati e le braccia a volte rigide. Le spalle sono state ulteriormente espanse rispetto alla varietà Dokathismata ed erano abbastanza suscettibili al danno come la parte superiore delle braccia e delle spalle. La testa è triangolare o a forma di scudo con pochi tratti del viso diversi da un naso prominente collegato al corpo o da un collo a forma di piramide. Come le figure della varietà Dokathismata, alcune figure di Chalandriani sembrano presentare lo stato di gravidanza.

Confronto tra diverse tipologie di figure cicladiche

VII. Contesto Cultuale e Funerario delle Statuette

L'origine neolitica delle sculture cicladiche è dunque ora chiara come lo sono le linee generali del loro sviluppo stilistico nell'ambito dell'Antico Cicladico, ma il loro uso resta un enigma. La maggior parte proviene da tombe (benché anche in questi contesti siano notevolmente rare), suggerendo un ruolo predominante nei riti funerari. Tuttavia, numerosi esemplari dalla piccola isola di Keros (forse da un santuario?) e diversi da Haghia Irini e da Filakopì, lasciano adito alla possibilità che gli idoli avessero un ruolo anche nel mondo dei vivi, non solo come corredi funebri ma come oggetti di culto o propiziatori nella vita quotidiana. Le Cicladi centrali, in particolare Nasso, ne erano i principali centri di produzione. Il valore di questi oggetti era tale che alcune figure mostrano chiari segni di riparazione, implicando che fossero oggetti valutati dal defunto durante la vita e non creati appositamente per la sepoltura, oppure che fossero oggetto di rotture e riparazioni successive anche di tipo rituale. La fine dell'Antico Bronzo è assai problematica: per un periodo, lungo forse 150 anni, e per tutte le Cicladi manca un quadro chiaro degli insediamenti. Molti abitati furono abbandonati e i prodotti caratteristici dell'arte dell'Antico Cicladico - gli idoli e i vasi di marmo - scompaiono in larga misura.

VIII. Eredità e Influenze Esterne

Dopo questo iato, sembra esservi stato un minor numero di insediamenti di grandi dimensioni: generalmente un unico centro principale del Medio Cicladico per ciascuna isola. Le ceramiche di molte isole conservarono tradizioni locali nel corso del Medio Bronzo, benché vi fosse una circolazione commerciale di vasi per gran parte dell'Egeo e anche forme e motivi decorativi fossero prontamente mutuati. Dal continente erano esportate in grandi quantità la ceramica minia e la matt-painted, mentre anche vasellame minoico sia rozzo sia fine raggiungeva le Cicladi. Verso il 1600 a.C. le mode cretesi incominciarono a esercitare una forte influenza sulle forme e sullo stile decorativo dei vasi cicladici; anche le forme architettoniche e scultoree non rimasero immuni dall'ispirazione minoica. Sebbene siano note da Ceo pitture miniaturistiche e di altro tipo eseguite in un linguaggio minoico, queste sono state superate dai rinvenimenti ricchi e sorprendentemente ben conservati di Akrotiri a Thera, sigillati sotto strati di ceneri vulcaniche. Antilopi, scimmie blu, rondini, gigli, giovani pugilatori e molti altri soggetti sono resi in un affascinante stile naturalistico, che trova espressione anche nella contemporanea pittura vascolare. La «Xeste 3» di Akrotiri era una struttura particolarmente complessa con elementi architettonici caratteristici della tradizione «palaziale» di Creta: p.es. una facciata ad assise di blocchi squadrati, un «bacino lustrale» e porte multiple adiacenti l'una all'altra nelle pareti divisorie interne, il c.d. sistema a polýthyron. Due piani erano sontuosamente adornati con pitture parietali. Akrotiri si trova alle pendici di un cratere vulcanico; con la sua eruzione, intorno al 1500 a.C., tutti gli insediamenti di Thera vennero abbandonati.

Nel periodo Tardo Cicladico l'arte micenea aveva sostituito quella minoica come espressione stilistica dominante nell'Egeo. A Filakopì il Mègaron, che ricorda, nella pianta, le sale del trono dei palazzi di Micene, Tirinto e Pilo, sostituì la più antica «residenza». In taluni casi anche i costumi funerari acquistarono almeno un'apparenza micenea. I più interessanti esempi di arte decorativa e di scultura del Tardo Cicladico III provengono da depositi cultuali. Da tempo sono noti i rinvenimenti dall’Artemìsion di Delo, comprendenti una serie di placchette e di oggetti ritagliati in avorio che conservano scene con guerrieri, leoni e grifi, raffigurati in un caratteristico e vigoroso stile miceneo, ma gli scavi nel santuario di Filakopì hanno restituito un gruppo ancor più ampio di ex voto - in particolare sculture in terracotta - e di oggetti cultuali, che per la maggior parte sono anche di origine o di ispirazione micenea. Statuette femminili a «ψ», statuette di animali, buoi guidati e gruppi con carro trovano stretti paralleli nella Grecia continentale, mentre bovidi con corpo cavo modellati al tornio si rifanno a prototipi della Creta minoica. È da segnalare la raffinata «Signora di Filakopì», una statuetta, probabilmente di manifattura argiva, alta c.a 45 cm; questa e una delle numerose figure maschili grottescamente allungate e irrealisticamente appiattite (un tipo finora noto solo a Milo) potevano costituire le immagini di culto delle divinità venerate nel santuario. Una conchiglia di tritone e il carapace di una tartaruga (questo utilizzato come cassa armonica di una lira, quella probabilmente come tromba), un vaso ricavato da un uovo di struzzo, sigilli incisi in pietra, statuette in bronzo di un dio in atto di colpire, di tipo vicino-orientale, una testina in lamina d'oro, che in origine rivestiva probabilmente una statuetta, e uno scarabeo fanno tutti parte dell'ampia raccolta di paraphernàlia cultuali e di dediche. Il santuario di Filakopì rimase in uso fin dopo il 1100 a.C., il «tempio» di Haghia Irini a Ceo mantenne forse una continuità fino in epoca storica.

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