L'antibiotico prima del parto rappresenta un tema di fondamentale importanza nell'ambito dell'ostetricia, ginecologia e neonatologia, con implicazioni dirette sulla salute di madri e neonati. La somministrazione profilattica di antibiotici in ostetricia e ginecologia fornisce un contributo significativo alla prevenzione della morbilità infettiva materna e neonatale. Questo approccio è supportato da una crescente mole di ricerche e linee guida internazionali, che mirano a standardizzare le procedure per ridurre il rischio di infezioni.

L'importanza della prevenzione dell'infezione neonatale da Streptococco di Gruppo B (GBS)
Una delle principali ragioni per la somministrazione di antibiotici prima del parto è la prevenzione dell'insorgenza dell'infezione neonatale da Streptococco Agalactiae, o Beta emolitico di gruppo B (SGB), a esordio precoce. Lo Streptococco Agalactiae rappresenta una delle infezioni più comuni nei neonati. Il contagio avviene dalle madri, nel passaggio attraverso la vagina durante il parto, o per contagio all'interno dell'utero. Circa il 15% di donne adulte, peraltro sane, ha questo batterio nel basso tratto vaginale e/o nell'intestino.
Per fortuna, solo 3 bambini su 1.000 nati da donne portatrici sane sviluppano segni di malattia. Questa si verifica quando il batterio riesce ad entrare nel circolo sanguigno del neonato, realizzando una sepsi. Per quanto rari, gli effetti possono essere gravi: una condizione di shock, una polmonite o una meningite. Mentre molti neonati sopravvivono senza alcuna conseguenza, per altri possono esservi esiti gravi come la morte del neonato o handicap permanenti, quali danni cerebrali che vanno da lievi disabilità dell'apprendimento ai più severi ritardi mentali, perdita di udito o della vista.
Lo SGB è anche responsabile di malattia puerperale con febbre, infezione uterina specie dopo taglio cesareo, la cui esecuzione non elimina il rischio infettivo neonatale. Inoltre, l'infezione materna può favorire l'insorgenza di alcune patologie ostetriche quali il travaglio prematuro, la rottura prematura delle membrane e la presenza di febbre poco prima o durante il travaglio di parto. Essa è facilitata da alcune condizioni predisponenti, quali una storia di precedente infezione da SGB e la rottura delle membrane prolungata oltre le 12 ore prima del parto.
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Aggiornamenti delle linee guida e loro impatto
Questo è il terzo update, dal 2003 (l’ultimo nel 2012), che garantisce a ginecologi, ostetrici e neonatologi una guida appropriata per la prevenzione dell’insorgenza dell’infezione neonatale GBS a esordio precoce. Negli UK, l’incidenza dell’insorgenza precoce dell’infezione neonatale da GBS è in rialzo e nel 2015 circa 500 neonati svilupparono la patologia. La guida aggiornata provvede a standardizzare il trattamento delle donne gravide con GBS, riducendo il rischio di sviluppo infezione nei neonati.
Con l’implemento negli UK, si crede che questo cambiamento possa fare la reale differenza diminuendo il tasso di infezioni. Il management della donna rimane la parte vitale per ridurre patologie e morti causate dall’infezione.

Strategie di screening e trattamento
Esiste la possibilità di fare un trattamento preventivo. Alcune ricerche mediche indicano che somministrando antibiotici in vena alla madre durante il travaglio si può ridurre significativamente l'incidenza dell'infezione e della malattia nei neonati. Il trattamento antibiotico orale in gravidanza può ridurre la quantità di batteri per un breve periodo ma non eliminerà il batterio completamente e lascerà il bambino non protetto al parto. Il trattamento antibiotico dopo il parto è invece spesso inefficace perché tardivo.
Ci sono due principali approcci per la gestione del GBS. Il primo è quello basato sui fattori di rischio clinici, che include situazioni come febbre intrapartum (≥ 38°C), parto prematuro (< 37 settimane), precedente figlio con infezione neonatale e batteriuria durante la gravidanza. Il secondo approccio, in base alle Linee Guida sulla Gravidanza Fisiologica, è quello basato sullo screening universale vagino-rettale tra 35 e 37 settimane di gestazione con trattamento antibiotico intrapartum solo delle donne risultate positive.

La valutazione diagnostica: tamponi e colture
Esiste anche la possibilità di effettuare una valutazione diagnostica mediante dei tamponi. Si ritiene che sia preferibile eseguire questi tamponi verso la fine della gravidanza, eseguendo un esame colturale. Queste colture devono essere prelevate dal tratto vaginale più vicino all'esterno (quindi senza inserire il tampone troppo in profondità) e rettale.
Malgrado la coltura riesca ad evidenziare quasi la totalità delle infezioni, circa il 93% dei casi, vi sono casi in cui l'esame, come per ogni altra infezione, risulta falsamente negativo (perché ad esempio in quel giorno vi era una bassa carica batterica). Questo significa che una persona risulti non infetta, pur essendolo. Una coltura negativa purtroppo non può garantire che non vi sia rischio di contaminazione.
Per le donne che risultassero positive all'esame colturale c'è la possibilità di effettuare un trattamento antibiotico, ma i pareri medici non sono unanimi. Poiché a fronte di molte donne portatrici del batterio vi sono, per fortuna, solo pochi bambini malati, molti medici ritengono che non sia opportuno trattare con terapia tutte le madri portatrici, bensì solo quelle più a rischio, ossia donne con membrane rotte, o con minaccia di parto prematuro, etc. Altri, considerando che l'infezione può trasmettersi, da madre a feto, anche in assenza di altri fattori di rischio, propendono per una maggiore larghezza nel numero di donne da bonificare. Secondo il "Center for Disease Control and Prevention" degli Stati Uniti, se tutte le donne positive venissero trattate adeguatamente, sarebbe possibile prevenire 3 infezioni su 4. E, un'autorevole associazione di pediatri, l'American Academy of Pediatrics, raccomanda che le gravide si sottopongano ad esame colturale tra la 35a e la 37a settimana di gravidanza, proponendo a tutte le donne positive, non solo a quelle più a rischio, la possibilità di fare una terapia antibiotica in travaglio.

Profilassi antibiotica per altre procedure ostetriche e ginecologiche
La somministrazione profilattica di antibiotici in ostetricia e ginecologia non si limita alla prevenzione del GBS. Un'ampia revisione delle linee guida (Giouleka S, Tsakiridis I, Chalkia-Prapa EM, Katzi F, Liberis A, Michos G, Kalogiannidis I, Mamopoulos A, Dagklis T. Antibiotic prophylaxis in obstetrics and gynecology: a comparative review of guidelines. Obstet Gynecol Surv. 2025 Mar;80(3):186-203. doi: 10.1097/OGX.0000000000001371. PMID: 40080893) evidenzia il consenso sull’importanza della profilassi antibiotica prima del parto cesareo, dell’isterectomia, della colporrafia e dell’aborto indotto chirurgicamente. Vi è consenso anche sulla scelta ottimale degli antibiotici e sul momento della somministrazione, nonché sulle indicazioni per dosi aumentate e aggiuntive.
Le complicanze infettive conseguenti a procedure ostetriche e ginecologiche contribuiscono in modo significativo alla morbilità e alla mortalità, rendendo la profilassi antibiotica un aspetto cruciale dell’assistenza pre-operatoria.
Il parto cesareo e la profilassi antibiotica
La profilassi antibiotica, in donne che devono essere sottoposte a parto cesareo, riduce significativamente il rischio di infezioni. Queste sono le conclusioni di una Cochrane review che ha, tuttavia, messo in evidenza che le conseguenze dell’impiego di antibiotici sul nascituro rimangono ancora tutte da chiarire. Dall’analisi di 86 studi, comprendenti oltre 13mila donne, è emerso che il ricorso a questi farmaci abbassa il rischio di febbre (rr= 0,45), endometrite (rr = 0,38) e infezioni a livello della ferita (rr = 0,39) per la partoriente.
Sebbene l’utilizzo di antibiotici sia giustificato dal fatto che le donne possono contrarre infezioni, anche gravi, con una probabilità 20 volte superiore con il parto cesareo rispetto a quello vaginale e che queste infezioni possono interessare diverse regioni, quali zona pelvica, regione dell’incisione e apparato urinario, bisogna tener conto anche del nascituro. Una recente revisione Cochrane di 95 studi ha dimostrato che somministrare antibiotici prima del taglio cesareo riduce del 60-70% l’infezione della ferita, l’endometrite e gravi infezioni materne. L’uso di antibiotici durante il taglio cesareo è ampiamente raccomandato.

Parto vaginale assistito e profilassi antibiotica
Dare una singola dose di antibiotico a scopo preventivo a tutte le donne dopo il parto, quando viene utilizzato il forcipe o l’estrazione del vuoto, potrebbe prevenire quasi la metà delle infezioni materne, inclusa la sepsi. Questo primo studio randomizzato nel suo genere nel Regno Unito, che ha coinvolto 3.420 donne di 27 unità ostetriche, pubblicato su The Lancet, ha anche rilevato che per ogni 100 dosi aggiuntive di antibiotico somministrate in via profilattica, è possibile evitare 168 dosi a causa di un minor numero di infezioni post-partum. I tassi di infezione dopo il parto vaginale assistito, senza profilassi antibiotica, sono circa il 16% in tutto il mondo e fino al 25% dopo il taglio cesareo.
Nel 2016, a livello globale, circa 19.500 donne sono morte a causa di infezioni legate alla gravidanza. Anche in contesti ad alto reddito, le infezioni rappresentano 1 su 20 decessi materni e fino a 1 su 8 negli Stati Uniti. L’infezione associata alla gravidanza è una delle principali cause di morte e gravi malattie. Tra marzo 2016 e giugno 2018, le donne sono state assegnate casualmente a ricevere amoxicillina per via endovenosa e acido clavulanico (1.715 donne) o placebo (soluzione salina, 1.705) entro 6 ore dal parto vaginale assistito. I ricercatori hanno anche valutato l’effetto dell’uso della profilassi sull’uso complessivo di antibiotici. Complessivamente, circa due terzi dei bambini sono stati messi alla luce con un forcipe e circa un terzo con l’estrazione del vuoto. È importante sottolineare che le donne che avevano ricevuto la profilassi antibiotica avevano anche meno probabilità di avere una sepsi confermata rispetto a quelle che avevano ricevuto il placebo (riduzione del 56%).
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Considerazioni sul microbiota intestinale neonatale
Tuttavia, l’abuso di antibiotici dovrebbe sempre essere evitato. Gli antibiotici somministrati alle madri durante il parto potrebbero alterare il microbiota intestinale dei neonati, come sostenuto da una nuova ricerca pubblicata su Scientific Reports. Il momento della nascita è critico per la colonizzazione batterica dell’intestino.
Per valutare l’effetto degli antibiotici durante il parto, Terhi Tapiainen dell’Università di Oulu e i suoi colleghi hanno raccolto 426 campioni fecali da 149 neonati. I neonati esposti agli antibiotici hanno presentato livelli più elevati di batteri appartenenti alla famiglia Bacteroidetes e più ridotti di quelli della famiglia Firmicutes rispetto ai neonati che non avevano ricevuto nessun trattamento antibiotico. Ai neonati che hanno ricevuto antibiotici per via endovenosa è stato somministrato un probiotico derivato dai lattobacilli, che viene comunemente utilizzato per bilanciare la composizione batterica del tratto digestivo. I risultati mostrano quindi che il trattamento antibiotico durante il parto può avere un impatto marcato e a lungo termine sullo sviluppo del microbiota intestinale nei neonati.

Qualità delle informazioni e supporto alle donne
Siamo lieti di collaborare con il RCOG nel fornire informazioni appropriate a tutte le donne puntando soprattutto sulla qualità. La guida offre chiari suggerimenti ai professionisti, medici e ostetriche, che dovranno somministrare gli antibiotici EV per evitare la trasmissione GBS in travaglio. Si spera, inoltre, di ridurre il numero di EOGBS e di morti neonatali prima della 37^ settimana. Il parere dei nostri specialisti ha uno scopo puramente informativo e non può in nessun caso sostituirsi alla visita specialistica o al rapporto diretto con il medico curante. I nostri specialisti mettono a disposizione le loro conoscenze scientifiche a titolo gratuito, per contribuire alla diffusione di notizie mediche corrette e aggiornate.

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