Il Ruolo Controverso delle Suore tra Assistenza, Resistenza e Drammi Nascosti Intorno al 1975

La storia del ruolo delle istituzioni religiose, e in particolare delle suore, nell'assistenza sociale e sanitaria è profondamente intrecciata con le vicende storiche e le trasformazioni sociali. Intorno all'anno 1975, un periodo di transizione e cambiamenti significativi, questo ruolo si manifesta in modi estremamente diversi e talvolta contrastanti, abbracciando esempi di eroico altruismo, dedizione alla cura e, purtroppo, anche pratiche oscure e profondamente lesive della dignità umana. La figura della suora, spesso associata alla cura e all'accoglienza, in quel frangente temporale e nei decenni precedenti, si trovò al centro di narrazioni che spaziano dal sacrificio personale in contesti di guerra e di emergenza, all'impegno missionario in terre lontane, fino alla partecipazione, consapevole o meno, a sistemi di coercizione e abuso che hanno lasciato ferite profonde nella società.

Suore in abito tradizionale e moderno

L'Impegno Umanitario e Resistenziale: La Storia di Madre Luisa Arlotti

La vita di Madre Luisa Arlotti rappresenta un capitolo significativo di dedizione e coraggio. Nata a Orzes, una piccola frazione vicino a Belluno, nel 1904, Luigia Arlotti proveniva da una famiglia di origine nobiliare. Nonostante le origini, la sua infanzia non fu affatto facile; ad esempio, non conobbe mai la madre, che morì di parto. A 18 anni, la giovane decise di intraprendere la vita religiosa e di ritirarsi in un convento veneziano di Sant’Alvise. Qui prese i voti con il nome di Luisa, il nome della madre, ed entrò ufficialmente nell’Ordine delle suore canossiane, specializzandosi in ruoli di assistenza infermieristica.

Nel 1928, Madre Luisa venne trasferita da Venezia a Schio, dove iniziò a prestare servizio come insegnante nell’Asilo Rossi. Questo asilo era un’eccellenza italiana che ospitava i bambini degli operai e degli impiegati della fabbrica tessile Lanificio Rossi, un centro vitale per la comunità. La sua vita, a questo punto Madre Luisa Arlotti, si trovò di fronte a un bivio la mattina del 22 giugno 1944. Alla sua porta bussarono due dirigenti del lanificio, che chiesero alla religiosa di nascondere nei locali dell’asilo due partigiani gravemente feriti in un combattimento nelle colline intorno alla città. I due dirigenti si presentarono da Madre Luisa Arlotti informandola di un accordo già stipulato tra l’azienda e il comando della XXX Brigata d'assalto "Garibaldi", che operava nei dintorni.

La religiosa, in un primo momento, nutrì il timore di poter compromettere la sicurezza dei bambini che ancora frequentavano l’asilo. Tuttavia, alla fine, la sua profonda dedizione al soccorso e all’aiuto per il prossimo prevalse su qualsiasi paura o esitazione. Decise quindi di aiutare i partigiani e di ospitare i due, conosciuti con i nomi di battaglia “Lancia” e “Crinto”, in una stanza nell’asilo della quale solo lei possedeva la chiave. Già pochi giorni dopo il trasferimento dei partigiani nell’asilo, la situazione si complicò ulteriormente in modo drammatico. La suora venne a sapere che al comando delle forze di occupazione tedesche presenti a Schio era arrivata una lettera anonima che denunciava la suora come complice dei partigiani e indicava proprio l’asilo come il luogo dove questi ultimi venivano tenuti nascosti. I tedeschi andarono immediatamente a interrogare Madre Luisa Arlotti, ma grazie a un notevole sangue freddo e una prontezza di spirito, la suora riuscì a convincere i militari che in quell’edificio non era stato nascosto alcun partigiano.

Nonostante la situazione fosse momentaneamente risolta, adesso era troppo rischioso continuare a offrire ospitalità in quel luogo, e quindi i partigiani vennero trasferiti in un posto più sicuro. Una volta calmatesi le acque, l’asilo tornò a essere un luogo dove chi combatteva contro i nazi-fascisti poteva trovare rifugio. Dopo i due partigiani della XXX Brigata d'assalto "Garibaldi", saranno infatti un pilota francese, un disertore austriaco passato con i resistenti italiani e un altro partigiano, conosciuto con il nome di battaglia “Tarzan”, a essere ospitati lì, beneficiando del suo coraggioso aiuto. In novembre, però, la situazione tornò a essere molto rischiosa, anche a seguito di alcune rappresaglie compiute in città da parte dei nazi-fascisti. Madre Luisa Arlotti decise quindi di interrompere l’attività di assistenza e di confessare tutto alla Madre Superiora, che la rimproverò duramente per essersi esposta a quel pericolo con tale audacia.

Alcuni giorni dopo essere arrivata all’Istituto San Giovanni Battista della Giudecca, si presentarono a lei un ufficiale tedesco e uno fascista, che le comunicarono un ordine di arresto per aver offerto ospitalità a partigiani e soldati nemici. Venne quindi riportata a Schio, questa volta come prigioniera. I nazi-fascisti, a quanto pare, sapevano tutto, e a raccontarglielo era stato il pilota francese che lei aveva ospitato e curato, evidentemente sotto tortura o pressione. Quando la liberazione dell’Italia finalmente arrivò, per Madre Luisa Arlotti iniziò un nuovo e doloroso capitolo. Venne trasferita dai suoi superiori da una parte all’altra d’Italia senza sosta, oltre a perdere gli importanti ruoli che ricopriva. Nonostante le difficoltà personali e istituzionali post-belliche, il suo valore non rimase inosservato. Nel 1975, in occasione dei 30 anni dalla Liberazione, Madre Luisa Arlotti venne insignita con il titolo di Cavaliere della Repubblica per meriti resistenziali, un riconoscimento tardivo ma importante per il suo eroismo. Nel 2017, il Comune di Schio e l’ANPI locale hanno dedicato a Madre Luisa Arlotti il nome della piazzetta antistante all’Asilo Rossi, inaugurando anche una targa. Su questa targa si può leggere: “Madre e sorella canossiana, qui non dimenticata soccorritrice di partigiani feriti durante la guerra di Liberazione.” Alla storia di Madre Luisa Arlotti è dedicato anche un libro, che contribuisce a mantenere viva la memoria del suo coraggio.

L'Assistenza Sanitaria Missionaria: L'Esperienza di Suor Luigia Trombini

Parallelamente all'impegno in contesti di conflitto, il ruolo delle suore nell'assistenza sanitaria si è manifestato con grande forza nel campo missionario, specialmente in aree del mondo prive di adeguate infrastrutture mediche. Suor Luigia Trombini, classe 1932, rappresenta un esempio lampante di questa dedizione. Con quasi 35 anni di missione in Etiopia, racconta con nostalgia gli anni trascorsi nella terra dei Negus, esprimendo il desiderio di poter tornare a fare quella vita, ma la cecità glielo impedisce, una conseguenza purtroppo comune tra molti missionari, spesso attribuita all'uso prolungato di clorochina per tenere a bada le zanzare della malaria.

La religiosa è stata la pioniera delle infermiere nella congregazione della Divina Provvidenza dell’infanzia abbandonata, fondata da monsignor Francesco Torta il 19 marzo 1921. Quello sanitario è stato un progetto nuovo e fondamentale, che ha accompagnato la crescita e la diffusione delle missioni di mons. Torta in Etiopia. Lei aveva incontrato quelle suore da ragazzina nel suo paese natale, Prestine in provincia di Brescia. Tra quelle montagne esse accudivano con amore materno gli orfanelli e i bambini a loro affidati per una salutare vacanza estiva. Era rimasta affascinata da quell’agire in un tempo di grandi bisogni, qual era l'Italia del secondo dopoguerra lacerata da immense ferite. E le si era svelata la strada del suo futuro, una vocazione chiara verso il servizio e la cura.

Fu così che da Prestine approdò alla casa madre di Piacenza, in via Torta, per la formazione religiosa fino alla pronuncia dei voti perpetui. Seguì la scelta missionaria e la decisione, insieme alla superiora generale del tempo, la piacentina madre Adelaide Brandazza di Rottofreno, di dedicarsi alla salute, anziché all'educazione dei più piccoli. Suor Luigia, seppur non più giovanissima, tra il 1971 e il 1975, si era diplomata infermiera con specializzazione in ostetricia a Parma, acquisendo competenze vitali per la sua futura missione. Poi era andata a Londra per studiare la lingua inglese e frequentare il corso di Nursery secondo la scuola britannica, richiesto dalle autorità sanitarie etiopiche per garantire standard elevati di cura. E finalmente prese la via della missione, nella quale espresse tutta la sua Fede e il carisma del Fondatore.

Suor Luigia p3

Le sue esperienze sul campo includevano situazioni che evidenziavano la crudezza della vita e la costante necessità di intervento: “Quel giorno, dopo aver fatto nascere alcuni bambini alla clinica di Shalalà, tornai ad Hossanna, dove una mucca della nostra missione era ormai vicina al parto. Si trattava di una primipara, perciò pregai il nostro autista di tornare il più veloce possibile, compatibilmente con la strada accidentata, e i molti guadi, per fortuna in secca, che c’erano sul percorso. Trascorsi la notte nella stalla dormendo brevi sonnellini, finché la mucca si decise a partorire, era ormai l'alba. D'altronde un parto è sempre un parto, e se chi lo fa è alla sua prima volta i rischi sono uguali, quale che sia la neomamma. Non era la prima volta che mi toccava di dormire con una mucca e di passare dalla maternità della clinica alla stalla delle mucche, così preziose per il latte che davano a noi suore e ai bambini.” Questo aneddoto sottolinea la versatilità e la profonda dedizione richieste ai missionari, pronti a intervenire in ogni situazione di bisogno, dal parto umano a quello animale, sempre con l'obiettivo di sostenere la vita e la comunità. La celebrazione del primo centenario di fondazione della Congregazione e del 50esimo di opera missionaria in Africa, prevista per sabato 27 marzo, a causa dell'emergenza da covid, è stata rinviata al 24 aprile, sempre alle ore 10.30. Si terrà all'interno del sacello della Madonna della Bomba alla presenza del vescovo mons. Adriano Cevolotto. L'impegno e la formazione di suore come Luigia Trombini, che si concretizzarono in competenze ostetriche proprio negli anni intorno al 1975, sono un esempio di come le religiose abbiano contribuito attivamente al benessere delle popolazioni, specialmente in contesti di estrema necessità, offrendo assistenza qualificata e amorevole anche nel momento cruciale del parto.

Suor Luigia Trombini con bambini in Etiopia

Le Ombre dell'Assistenza: Misure Coercitive e Arbitrio Istituzionale

Accanto a queste luminose testimonianze di servizio, la storia registra anche episodi e sistemi in cui il ruolo delle istituzioni, inclusi gli enti religiosi, si è macchiato di pratiche lesive dei diritti fondamentali dell'individuo. Le misure coercitive a scopo assistenziale venivano decise dai servizi dello Stato. Per ridurne i costi, potevano delegare queste misure a istituzioni private o religiose, un meccanismo che, per diverso tempo, accordò molto poca importanza ai bisogni degli individui. Si configurò, in tal modo, una pratica favorevole all’arbitrario.

Le procedure applicabili alle misure coercitive non erano regolamentate e ancor meno armonizzate: un grande potere era quindi lasciato alle persone che erano responsabili presso i servizi dello Stato e gli istituti privati o religiosi. Chiunque rifiutasse di sottomettersi o si fosse messo in fuga rischiava d’essere trasferito altrove, di vedersi prolungare le misure o di subire un attacco alla propria libertà di procreare, evidenziando una profonda violazione dell'autonomia personale. Le persone coinvolte in misure coercitive, così come le loro famiglie, erano raramente informate sulle procedure, sui possibili ricorsi e sulla durata delle misure, alimentando un senso di impotenza e disperazione.

L’Opera «Seraphische Liebeswerk» di Soletta è un esempio di queste istituzioni, che collocava bambini e giovani cattolici, li dava in adozione, sorvegliava istituti e case di cura e gestiva essa stessa degli istituti. La storia di Alois Kappeler, che è stato collocato in più di 30 luoghi differenti, è emblematica della precarietà e dell'instabilità vissute da molti individui sotto tali regimi. Questi giudizi di valore denigranti appaiono sovente negli atti di bambini, adolescenti e adulti. Sono emanati da una vasta gamma di attori sociali: funzionari, ecclesiastici, psichiatri, assistenti sociali e impiegati di istituzioni private o religiose. Queste valutazioni avevano un ruolo determinante nel percorso di vita di queste persone, proprio perché influenzavano fortemente la maniera in cui successivamente venivano giudicate, segnandone il destino in modo indelebile.

La questione del finanziamento di tali misure aggiungeva un ulteriore strato di ingiustizia: la persona collocata o internata doveva lei stessa, o i suoi parenti, prenderne a carico i costi, se ne avevano i mezzi, in virtù del principio della sussidiarietà. Questo creava un doppio fardello per le famiglie già in difficoltà, costrette a pagare per un'assistenza spesso imposta e non sempre nel migliore interesse dell'individuo. Questo sistema di delega e la mancanza di trasparenza hanno aperto la strada a ben più gravi abusi, come il tragico fenomeno dei "Niños Robados".

Simbolo di giustizia e bilancia

Il Tragico Segreto dei "Niños Robados" in Spagna

Il contesto storico della Spagna franchista ha fornito il terreno fertile per uno dei drammi più sconvolgenti del XX secolo: il traffico di bambini, noti come "Niños Robados". Questo fenomeno, che vide spesso il coinvolgimento di personale religioso, inclusi medici e suore, si estese per decenni, con ripercussioni che arrivano fino ai giorni nostri. È il 1982, in Texas, quando Randy Ryder, dopo un’infanzia passata con la madre affetta da alcolismo e problemi psichiatrici, scopre di non essere suo figlio, un caso che, pur non spagnolo, apre la strada alla comprensione di simili segreti familiari. In Spagna, il dramma è collettivo e sistematico. È il 2009, in un ospedale di Madrid, quando Jean Luis Moreno ascolta suo padre sul letto di morte confessare di averlo comprato nel 1969 da un prete a Saragozza per 150.000 pesetas, poco meno di 50.000 euro. Sconvolto, Jean Luis va a vedere i registri dell’ospedale dove crede di essere nato. Non ci sono né il suo nome né quello di sua madre. Usando investigatori privati, risale alla suora che aveva reso possibile l’adozione. Lei prima nega di aver preso denaro, poi ammette con tono gelido di ricordare i compratori. Jean Luis presenta denuncia al tribunale civile, poi all’ordine provinciale di Saragozza e infine alla corte suprema, dando il via a una lunga e difficile battaglia legale.

È il 2010 quando Ines Madrigal scopre in un cassetto il suo certificato di nascita e qualcosa non torna. Date e luogo non coincidono con la sua carta d’identità. Affronta sua madre e viene a sapere di essere stata data “in regalo” da un ginecologo famoso, che non disse mai da dove proveniva la bambina. Questi non sono casi isolati, ma solo alcune delle innumerevoli testimonianze di un sistema ben radicato.

Il contesto di questo orrore inizia nell’aprile del 1939, in Spagna, quando il generale Francisco Franco prende il potere. È un uomo con forti valori cattolici e nazionalisti. Uno dei suoi più fidati consiglieri è lo psichiatra Antonio Vallejo-Nagera. Vallejo aveva passato la prima guerra mondiale in Germania, dove aveva appreso il concetto di pulizia etnica e formulato una serie di "cazzate clamorose spacciate per verità scientifiche". Tra i tanti deliri spiccava quello del “morbo rosso”. Secondo Vallejo, essere comunisti o dissidenti era una malformazione mentale, trasmissibile come un virus, dalla quale non si poteva guarire.

Il 17 ottobre 1941, Franco semplifica le leggi sull’adozione per un motivo specifico: quando le famiglie dei nemici del regime venivano incarcerate, i figli venivano affidati agli orfanotrofi, che a loro volta li affidavano a famiglie considerate rispettabili: bastava fossero politicamente corrette, eterosessuali e cattoliche. Nel 1958 ci fu una seconda riforma, secondo la quale i genitori biologici, dopo tre anni dall’abbandono, perdevano qualsiasi diritto sul bambino. Gli orfanotrofi - leggi il Vaticano - non erano più tenuti a dare informazioni, rendendo ancora più semplice il traffico e l'occultamento.

Dal 1943 al 1987, in Spagna, il traffico di bambini genera introiti miliardari. Il meccanismo è semplice e crudele: le suore intercettano le puerpere ideali, di solito donne sole, con famiglie problematiche, o molto povere. Le coccolano dicendo che le aiuteranno, raccomandandosi che quando verrà il momento vadano nelle loro cliniche a partorire. Quando arrivano, le drogano col Pentothal. Appena partorito, il bambino viene portato immediatamente in un’altra stanza, dove a volte c’è già la compratrice, a volte un nido nascosto. Si fa aspettare la madre biologica per ore, raccontando che il neonato ha delle complicazioni impreviste, poi dopo 6-9 ore si riferisce che è morto. Se la madre protesta o diventa aggressiva, la si sottomette prima con la forza, poi con la burocrazia e i ricatti, un sistema perfettamente congegnato per annullare ogni possibilità di resistenza o di ricerca della verità. Manoli Pagador partorisce nel 1971 a Madrid, a 23 anni. L’ultima cosa che ricorda di suo figlio è il pianto che sparisce giù per il corridoio, un'immagine straziante che racchiude il dolore di migliaia di madri.

Quando nel 1975 Franco muore e il regime collassa, il traffico di bambini, sorprendentemente, continua florido. Il popolo spagnolo è stremato e diviso, e affrontare i propri orrori non è mai facile, perché si rischia una spirale giustizialista dove tutti hanno colpe. Nel 1977, il nuovo governo promulga la "ley de amnistia", che molti chiamerebbero “legge scurdammoce ‘o passato”. Nessuno vuole parlare del fatto che ovunque madri e figli si stanno cercando. Chiunque sollevi l’argomento viene ignorato o messo a tacere, perpetuando il silenzio e l'ingiustizia.

Manifestazione per i Niños Robados

Nel 1981, nella clinica Santa Cristina, Purificacion Betegon partorisce due gemelle premature. Suor Maria Gomez Valbuena le chiede di darle in adozione. Quando Betegon rifiuta, la suora riferisce che le bambine sono morte a causa dell’incubatrice rotta. La Betegon corre a vedere e le trova vive. Un’infermiera le spiega che sono cerebralmente morte, poi Betegon viene portata via a forza. Nessuno le presta soccorso o aiuto, testimonianza dell'impunità con cui operava questo sistema. Ma la gente per strada parla, e le voci cominciano a circolare con sempre maggiore insistenza.

L'Inchiesta, le Coperture e la Ricerca della Verità

Così, nel 1982, German Gallego, fotografo per il settimanale spagnolo Interviù, inizia a indagare su queste voci crescenti. Va alla clinica San Ramòn, una piccola clinica con solo dieci stanze, ma un costante viavai di donne che vanno e vengono senza registrarsi né lasciare traccia, un segnale evidente di attività illecite. Il primario è il dottor Eduardo Vela, ginecologo. Lui rifiuta di rilasciare interviste e smentisce ogni voce. Lo stesso fa la suora responsabile, suor Maria. Alcune novizie, però, seppur spaventate, chiedono al giornalista di tornare nel cuore della notte. Una volta lì, gli confessano tutto, rivelando dettagli agghiaccianti. Le suore mostrano una cella frigorifera, dove sono conservati dei neonati morti da mostrare in caso di emergenza, una macabra messa in scena per ingannare le madri e le autorità. Gallego fotografa i corpicini, pubblica l’inchiesta e aspetta almeno una telefonata della polizia, ma l'aspettativa di giustizia viene disattesa.

Il dottor Eduardo Vela durante il franchismo è diventato ricchissimo, ma non curando le persone, bensì facendo affari. È stato consigliere della Security World SA, una società di sicurezza privata. Negli anni ’70 fonda la Bellcasa, una società immobiliare che ha le mani in tutta Madrid. Come riusciva a fare tutto questo con tanta impunità? Ecco perché la Bellcasa andava a gonfie vele: se un gerarca franchista ti vuole comprare la casa al prezzo di un panino, rifiutarsi potrebbe essere pericoloso. Girón era così in alto che dopo l’assassinio del primo ministro era candidato a sostituirlo, finché nel 1957 il suo ruolo viene affidato a dei tecnici dell’Opus Dei. Insomma, Eduardo Vela aveva agganci belli grossi, e di uno a tutt’oggi non si sa nulla: quel dottor Manuel F.M. di cui i giornali spagnoli non rivelano il nome completo, perché è l’ultimo ancora vivo.

Quando nel 1982 esce l’inchiesta, tutte le proprietà del dottor Vela cambiano nome, una mossa per eludere le responsabilità legali. Dal 1982, risulta nullatenente, mentre sua moglie è miliardaria, un classico stratagemma per proteggere i beni illeciti. Sempre nel 1982, il braccio destro di Vela, cioè suor Maria Gomez Valbuena, porta via dal grembo di Maria Luisa Torres la figlia appena nata, Pilar Alcalde, dimostrando che il sistema continuava imperterrito nonostante le prime rivelazioni. Dal 1980, ogni tentativo di risolvere la questione legalmente viene bloccato e insabbiato, frustrando le speranze di giustizia delle vittime. Quando le madri chiedono di esumare le tombe dei figli, dentro trovano resti di bambini ben più grandi, o del sesso sbagliato, o vuote, o riempite di pietre. In un caso, trovano la gamba di un maschio adulto, un'ulteriore prova della sistematica falsificazione e dell'abuso di fiducia. Uno dei giudici più influenti di Spagna, Baltasar Garzon, prova ad aprire un’inchiesta, ma viene bloccata dalla corte suprema, a dimostrazione del potere e delle coperture di cui godevano i responsabili.

Gli anni passano, e le voci aumentano, finché il traffico di bambini si interrompe nel 1987, non per un atto di giustizia, ma forse per un mutamento dei tempi e delle condizioni sociali. Nel 2010, Vela parla (inconsapevolmente) con dei giornalisti di ElMundoTV, che si spacciano per bambini adottati in cerca delle loro madri biologiche. Lui confessa di aver bruciato l’archivio con i nomi di madri e compratori, distruggendo prove cruciali e rendendo ancora più ardua la ricerca della verità. Poi, nel 2011, arriva la BBC. In un documentario agghiacciante la giornalista ricostruisce tutto. Intervista le tante associazioni di madri derubate, ma mettere insieme tutte le storie umane, sotto le statistiche, è impossibile, tanta è la portata del fenomeno. Prova a intervistare anche Vela, che si rifiuta. Allora finge di essere incinta e fissa un appuntamento. Durante il colloquio, registrato con una telecamera nascosta, appena Vela capisce di essere di fronte a una giornalista, si altera, va nell’altra stanza e fa ritorno brandendo un crocifisso e recitando passi della Bibbia, un gesto che evidenzia la manipolazione della fede per coprire crimini.

Dopo l’inchiesta si mobilita l’opinione pubblica di tutto il mondo. I bambini sono stati comprati anche da coppie estere, spargendosi in Sud America, America, Messico, Francia, trasformando il dramma in un fenomeno internazionale. A fine 2012 viene arrestata suor Maria Gomez Valbuena, imputata di avere orchestrato la rete dei sequestri. Si avvale della facoltà di non rispondere e il 19 gennaio 2013 muore, con un certificato che indica prima insufficienza cardiaca, poi enfisema polmonare, per poi tornare a dire che era molto malata. Comunque è morta, c’è il certificato firmato dal dottor Enrique Berrocal Valencia. Peccato che il certificato, in tribunale, proprio non ci vuole arrivare, accusando ritardi inspiegabili. Le associazioni non credono alla morte della suora. Dicono, “se possono falsificare il certificato di nascita e la carta d’identità di mio figlio, possono falsificare il certificato di morte di una suora”, una critica tagliente alla mancanza di fiducia nelle istituzioni. Del resto nessuno ha visto il corpo: l’ordine a cui apparteneva rende pubblica la morte solo due giorni dopo, quando è già stata seppellita in una tomba priva di nome, una circostanza che alimenta ulteriormente i sospetti. E negli anni, gli spagnoli hanno imparato che nelle tombe spesso e volentieri non c’è quello che dovrebbe. Quando chiedono l’esumazione del corpo, la sorella di suor Maria la nega e dice che lei era presente al decesso, una testimonianza che non convince chi cerca la verità. Nella stanza spoglia e austera dove suor Maria ha passato i suoi ultimi anni gli inquirenti trovano le cartoline che le famiglie adottive hanno mandato da tutto il mondo alla suora nel corso degli anni. Una, del 2013, dice “Buon Natale!”, un dettaglio che aggiunge un tocco di triste ironia alla storia.

Il dottor Eduardo Vela, che grazie a un’equipe di avvocati riesce a procrastinare il processo da quattro anni, finalmente finisce alla sbarra. Il processo procede a rilento perché nomi, fatti, documenti, sono difficilissimi da reperire. Tutto è in mano a poche donne che ricordano, testimoni ormai lontani sullo sfondo di un regime crudele e ancora troppo vicino. Quando Zapatero nel 2007 ha istituito la legge della memoria storica, la Spagna si è divisa. Fare i conti col proprio passato rischia di far sprofondare il popolo in una spirale d’odio e rancore senza fine. L’ETA non fa in tempo a consegnare le armi che la Spagna affronta una delle crisi peggiori della sua storia tra secessionisti, indipendentisti ed estrema destra. Ai “niños robados”, però, oltre alla giustizia interessa soprattutto trovare la propria famiglia, un desiderio profondo che va oltre le dinamiche politiche.

È solo di recente, grazie al processo della Betegon, che qualcuno pensa a suor Maria. La donna annotava meticolosamente nei quaderni blu i nomi dei bambini, dei genitori adottivi e biologici, il prezzo e l’indirizzo. Un secondo archivio, in pratica. Quei quaderni esistono ancora, ma la Conferenza Episcopale Spagnola, presieduta dal cardinale Antonio Maria Rouco Varela, rifiuta di collaborare coi tribunali spagnoli. I quaderni sono custoditi da loro, che fanno capo al Vaticano. Ossia uno Stato estero, una circostanza che complica enormemente le indagini e la ricerca della verità. Solo a maggio di quest’anno una delegazione delle Nazioni Unite si è incontrata coi rappresentanti delle autorità spagnole e della Chiesa, dicendo che è ora di dire basta. Tutti hanno convenuto sia ora di aprire i quaderni, ma ad oggi non c’è ancora nessun colpevole, e la giustizia per i "Niños Robados" rimane un obiettivo ancora da raggiungere. Le associazioni hanno formato una banca del DNA e ogni domenica manifestano in piazza, tenendo in mano un cartello che dice “Ti cerco. Ti stiamo cercando”, simbolo di una speranza che non si spegne nonostante gli ostacoli e le lunghe attese.

Suor Luigia p3

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