"Femminuccia": Decostruire uno Stereotipo di Genere in Psicologia e Oltre

Molto spesso, nella quotidianità, si sente parlare di “differenza di genere” in contesti che, a un’analisi più approfondita, rivelano un substrato di luoghi comuni e stereotipi radicati. Una frase, apparentemente innocua ma intrinsecamente densa di significati negativi, che riemerge ciclicamente è "non fare la femminuccia". Questa espressione, indirizzata a un bambino che esprime emozioni o comportamenti considerati "deboli" o "non maschili", non solo manca di consolare o accogliere il piccolo, ma, come nel caso di un bambino che urla "non sono una femminuccia!!!", può addirittura amplificare il suo disagio e il senso di inadeguatezza. Si tratta di un'affermazione che, purtroppo, veicola il messaggio che la femmina sia un “essere fragile e deboluccio”, un concetto pericolosamente distorto che ha profonde ripercussioni sulla psicologia individuale e sulle dinamiche sociali.

Il Peso delle Parole e l'Influenza dei Modelli Genitoriali

Le parole sono importanti, come ha sottolineato Paola Cortellesi nel suo discorso alla serata di presentazione dei David di Donatello, e il loro impatto è ancora più significativo quando provengono dalle figure di riferimento primarie del bambino: i suoi genitori. Quando una madre dice, ad esempio, "non fare la femminuccia!", senza rendersene conto sta infondendo nel figlio un pre-giudizio che alimenterà le sue future azioni e percezioni. Questo messaggio, interiorizzato in tenera età, si cristallizza e riaffiora in contesti sociali diversi, come a scuola, dove i compagni potrebbero riprendere lo stesso insulto, rafforzando nel bambino la convinzione che le emozioni autentiche siano una debolezza da nascondere. Il bambino, in tali circostanze, non imparerà niente di nuovo, poiché "d’altronde glielo dicono anche mamma e papà, quindi è proprio vero!". L'educazione, in questo senso, non può limitarsi al mero "dire" che i bambini e le bambine sono diversi ma non superiori; deve passare all’azione, dimostrare ogni giorno che si crede fermamente nella loro libertà di essere se stessi, anche quando mostrano ciò che non ci piace o ci spiazza.

Bambino che piange e genitore che dice

Stereotipi di Genere: Radici Psicologiche e Manifestazioni Quotidiane

In psicologia, numerosi studi sui ruoli di genere raggruppano tutte le credenze sugli atteggiamenti e i comportamenti che sono visti come socialmente accettabili solamente per uno dei due sessi. Questi studi definiscono ciò che rende una bambina "femminile" e un bambino "maschile", e le generalizzazioni e gli stereotipi che emergono sono davvero tanti. I genitori, senza esserne consapevoli, li mettono in atto fin dalla nascita dei loro bambini, adottando atteggiamenti diversi in funzione del loro sesso.

Il pre-giudizio alimenta l’azione, e se non si riesce a liberarsi di ciò che si ritiene culturalmente negativo, senza accorgersene, si indirizzeranno i bambini ad avere determinati comportamenti piuttosto che altri. Questo significa che le bambine potrebbero sentirsi giudicate se sono troppo vivaci e un po' selvagge, descritte come dei "maschiacci". Al contrario, i bambini saranno tacciati di essere deboli e pieni di problemi se amano giochi tranquilli e sono particolarmente sensibili ed emotivi. A livello educativo e sociale, si tende a insegnare la gentilezza alle bambine e la forza ai maschi; le femmine vengono indirizzate verso sport armonici e basati sulla grazia, mentre i maschi verso sport di forza e di competizione.

Si tende a pensare che, mentre le bambine che giocano a fare la mamma imparano ad essere materne, i maschi che giocano a fare il papà con un bambolotto tra le braccia corrano il rischio di “diventare una femminuccia”. Questo tipo di pensiero influenza l'espressione libera dei bambini, limitando il loro essere autentici e fornendo loro strumenti inadeguati per relazionarsi. Invece di valorizzare le differenze, si tracciano dei confini rigidi, e si fa sì che i bambini imparino a nascondere le loro emozioni, quelle vere e autentiche. Essi non smetteranno di provarle, ma impareranno solo a non farcele vedere, a vergognarsene e a reprimerle. Ostenteranno forza laddove è richiesta, ma non capiranno perché non devono piangere se sono tristi o non possono arrampicarsi su un albero se hanno voglia di farlo.

Un esempio lampante della pervasività di questi stereotipi è l'esistenza di reparti nelle librerie con cartelli che indicano “libri per maschi”, o l'abitudine di dire a una bambina che sceglie un personaggio di Star Wars che è un "gioco da maschio", porgendole invece una Barbie o una principessa Disney. Bisogna smettere di etichettare i giochi come "da maschi" o "da femmine", e soprattutto smettere di dire ai figli maschi che sono delle femminucce. Agendo diversamente, si aiuteranno non solo i bambini ad esprimere ciò che piace loro veramente, ma non si farà più passare il messaggio che la femmina è un "essere fragile e deboluccio".

L'Impatto Sociale e Mediale sulla Percezione di Genere

La società stessa non aiuta nel superamento di questi stereotipi. La maggior parte degli annunci pubblicitari, ad esempio, "dipingono" le donne come vuote, belle e senza personalità. L'impatto degli annunci televisivi o delle immagini delle campagne pubblicitarie tocca, inconsciamente, anche gli utenti più piccoli che assimilano quelle immagini come canoni, anche se, ovviamente, non sono veritieri. Nonostante gli sforzi che alcuni genitori fanno, quindi, spesso si mette di mezzo quella che Daniel Pennac in "Diario di Scuola" chiamava "nonna marketing", che distrugge una parte del lavoro ben fatto.

Il superamento di queste strutture che impongono ruoli rigidi ai bambini passa attraverso l’educazione. Non basta dire che non sono superiori alle bambine, ma semmai diversi; bisogna educare, fare, passare all’azione, dimostrare ogni giorno ai figli che non solo si crede fermamente che debbano essere il più possibile loro stessi, ma farlo veramente anche quando ci mostrano ciò che non ci piace, che non ci aspettavamo, che ci spiazza.

Donne: Violenza e stereotipi di genere. | Michela Sale Musio & Tiziana Troja | TEDxCagliari

Oltre il Binario: Sesso, Genere e Identità di Genere

Per comprendere appieno le sfumature legate agli stereotipi di genere e alla frase "femminuccia", è fondamentale distinguere tra concetti spesso confusi: sesso, genere e identità di genere. Il sesso e il genere non sono la stessa cosa, e devono essere considerati clinicamente come caratteristiche distinte.

Il sesso si riferisce generalmente alle caratteristiche biologiche (cromosomi, genitali, ormoni) con cui si nasce e che determinano l'attribuzione del sesso anagrafico alla nascita, ad esempio "è un bel maschietto" o "è una bella femminuccia". I cromosomi, in particolare, sono determinanti: XX per nascere femmina, XY per nascere maschio. Curiosamente, subito dopo il concepimento, il programma base di sviluppo dell’embrione è femmina.

L'identità di genere, invece, è il senso interiore e profondo di essere maschio, femmina, entrambi, nessuno dei due o altrove lungo lo spettro dei generi. Si tratta del "sentirsi maschio" o "sentirsi femmina", coerente o meno con il sesso biologico. L'identità di genere si sviluppa a partire dalla primissima infanzia e solitamente assume maggiore stabilità solo dopo l'adolescenza. Il processo di sviluppo della nostra identificazione di genere è guidato da molteplici influenze di tipo sociale, culturale e storico; infatti, è importante ricordare che esso non è un costrutto biologico e di conseguenza non coincide con il sesso di appartenenza.

Un individuo la cui identità di genere non si allinea con un concetto binario di genere è descritto come genere non binario. Questo termine comprende coloro che si pensano come maschi e femmine, che non passano da un genere all’altro, quelli che si considerano appartenere a un terzo genere o si collocano al di fuori del genere. Include persone i cui generi sono costituiti da più di un’identità di genere contemporaneamente o in momenti diversi (p. es., i bigender); che non hanno un’identità di genere o hanno un’identità di genere neutra (p. es., agender o neutrois); che hanno identità di genere che racchiudano o mescolino elementi di altri generi (p. es., poligender, demiboy, demigirl); e/o che hanno un genere che cambia nel tempo. Un altro termine specifico è eunuco, un individuo a cui è stato assegnato il sesso maschile alla nascita i cui testicoli sono stati rimossi chirurgicamente o resi non funzionali e che si identifica come un eunuco.

L'orientamento sessuale, infine, è il modello di attrazione emotiva, sentimentale e/o sessuale che le persone hanno verso gli altri. Si riferisce anche al senso di identità personale e sociale di una persona basato su tali attrattive, comportamenti correlati e l’appartenenza a una comunità di altri con simili attrattive e comportamenti. È cruciale capire che l'orientamento sessuale è distinto dall'identità di genere.

È chiaro come vi siano molte determinanti psicosociali che plasmano il modo di “sentirci donne” o “uomini”, che normano il modo in cui percepiamo di dover essere e poter vivere. Uno dei problemi più rilevanti è che i ruoli interiorizzati sin dai primi anni di vita, spesso irrigiditi e cristallizzati in veri e propri stereotipi, hanno la capacità di guidare le scelte in maniera coercitiva, limitando la libertà individuale.

Spettro dell'identità di genere

La Disforia di Genere: L'Incongruenza e la Sofferenza Associata

Per la maggior parte delle persone, vi è congruenza tra sesso assegnato alla nascita, identità di genere e ruolo di genere. Tuttavia, i soggetti con disforia di genere sperimentano disagio associato a un certo grado di incongruenza tra il loro sesso di nascita e la loro identità di genere. Se un individuo sperimenta o mostra incongruenza di genere o non conformità di genere, questo di per sé non è considerato un disturbo. È considerata una variante normale dell’identità e dell’espressione del genere umano.

Tuttavia, quando la discrepanza percepita tra il sesso alla nascita e il senso interno di identità di genere provoca un disagio significativo o compromette il funzionamento, una diagnosi clinica di disforia di genere può essere appropriata. Il disagio provocato dalla disforia di genere è tipicamente descritto come una combinazione di ansia, depressione, irritabilità e di un senso pervasivo di non sentirsi a proprio agio nel proprio corpo. I soggetti con grave disforia di genere possono presentare sintomi gravi, inquietanti e di lunga durata.

Secondo alcuni studiosi, la diagnosi di disforia di genere è principalmente una condizione medica con sintomi psichiatrici, simile ai disturbi dello sviluppo sessuale, e non principalmente un disturbo mentale. Di conseguenza, l’incongruenza di genere e la disforia di genere non sono più elencate come condizioni di salute mentale nell’International Classification of Diseases, 11th Revision (ICD-11), ma piuttosto in un nuovo capitolo sulla salute sessuale [4]. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha effettuato questo cambiamento, in parte, per ridurre lo stigma provocato da una condizione già stigmatizzata [5].

Indipendentemente dal punto di vista circa la natura clinica dell’incongruenza e della disforia di genere, vi sono prove sostanziali che le persone transgender come popolazione soffrono di un aumento del carico di diagnosi mediche, di salute mentale e di salute sessuale, spesso associate a barriere all’accesso alle cure. Non tutti i disturbi di salute mentale in questa popolazione sono disforie di genere (p. es., depressione concomitante, disturbi d’ansia, disturbi da uso di sostanze), e la disforia di genere non è sperimentata da tutti gli individui con incongruenza di genere.

Le cause della disforia di genere non sono ancora individuabili con certezza. Stando alle teorie più accreditate, comunque, il disturbo sarebbe legato sia a fattori psicosociali e ambientali sia a fattori biologici [1]. In alcuni casi, inoltre, il disturbo può derivare da specifici disordini dello sviluppo sessuale (come l’insufficienza surrenalica congenita o la sindrome di Morris) che portano allo sviluppo di genitali ambigui [3]. Tra i fattori precipitanti, va sottolineato oggi il ruolo dei media, per cui è stato coniato il termine di transessualismo “mediagenico”. Sui media, la visibilità crescente di persone che hanno cambiato sesso con successo può indurre una bambina in difficoltà e confusa a credere che il suo sogno possa realizzarsi facilmente. La crisi di identità può esplodere alla pubertà, quando la comparsa del seno, di forme femminili e della mestruazione “forza” la bambina che si sente un maschio a uscire dall’illusione di poter essere quello che ha in mente, per rendersi conto della forza del corpo e delle sue ragioni. Non ultimo, lutti, come la morte della persona di riferimento più amata, il papà o un nonno, e crisi personali possono definitivamente precipitare la crisi di identità sul fronte psicologico.

Affrontare gli Stereotipi e Sostenere l'Identità: Strategie Educative e Psicologiche

Affrontare la rigidità degli stereotipi di genere e il messaggio denigratorio contenuto nell'espressione "femminuccia" richiede un impegno su più fronti, dall'educazione quotidiana alle strategie di auto-affermazione e supporto psicologico.

Il Ruolo Fondamentale dei Genitori nell'Educazione Antistereotipi

Il primo esempio viene sempre dai genitori che, purtroppo e inconsciamente, trascinano nel loro DNA l'educazione delle vecchie generazioni in cui la donna era vista semplicemente come "angelo del focolare", ovvero una perfetta cuoca che, oltre a sfornare dolci, era addetta anche - e soprattutto - a sfornare figli. Dare il giusto esempio è la cosa migliore; è abbastanza semplice intuire che le bambine che vedranno il proprio padre collaborare nei servizi di casa cresceranno pensando che quei compiti non saranno solo suoi in futuro, cosa che, invece, non avverrà nel caso in cui non dovesse esserci collaborazione casalinga tra i due genitori.

È cruciale evitare gli stereotipi che limitano il ragionamento. Un errore comune è l'uso di frasi fatte che ancora oggi vengono ripetute ai figli. È importante, infatti, porre attenzione a quello che si dice ai bambini, eliminando dal "frasario" espressioni sessiste purtroppo ancora assai diffuse. Frasi come "Non fare la femminuccia, smettila di piangere!" sono nocive perché educano il bambino di sesso maschile a pensare che essere una "femminuccia" equivalga a essere deboli, e allo stesso tempo denigrano il sesso femminile. Similmente, dire a una bambina "Ti stai comportando come un maschiaccio!" è dannoso perché presuppone che la bambina stia assumendo atteggiamenti troppo vicini ai canoni maschili e, per questo, errati, portandola a pensare che non potrà mai essere al pari di un maschio perché è sbagliato.

Per cercare di ridurre il problema, l'ideale sarebbe fare attenzione a quello che le bambine pensano, fare domande mirate per capire la loro visione del mondo femminile e intervenire, in base anche all'età, facendole capire che non c'è nulla che non può (o peggio deve) fare semplicemente perché è femmina.

Ecco alcuni consigli pratici:

  • Coinvolgere i bambini in più attività possibili, abituandoli a fare sia lavori manuali che creativi.
  • Non crescerli "ghettizzandoli" con amici di solo sesso femminile o maschile. Se una bambina ha un buon rapporto con un maschietto della classe, aumentare le possibilità di interazione con lui in modo da farli giocare insieme.
  • Lasciare scegliere l'attività extrascolastica senza nessun limite. Non proporre solo la danza o la pallavolo; esistono mille altri sport e, nel caso in cui dovesse sceglierne uno reputato "mascolino", non dire di no.
  • Alle feste, alle riunioni familiari o in situazioni in cui ci sono diversi bambini, non dividere i gruppi in maschietti e femminucce; farli interagire, saranno loro a scegliere come - e se - dividersi.
  • Diversificare i racconti della nanna. I pirati, i draghi e i dinosauri sono affascinanti anche per le femminucce, quindi è inutile comprare 10 libri sulle principesse.
  • Se un bambino ha un sogno o un'attività che gli piace fare, sostenerlo e aiutarlo ad arrivare al traguardo.
  • Lasciare scegliere lo stile. Abituarlo fin da piccolo a comprare i vestiti insieme, fargli scegliere lo stile e il colore dei suoi abiti, non obbligarlo nella scelta se dovesse preferire un abbigliamento sportivo a uno un po' più femminile.

Un aiuto importante arriva anche dal cinema. Fortunatamente, da qualche anno a questa parte, il cinema sta seguendo la scia della "rivoluzione", non solo nelle pellicole riservate ai grandi ma anche in quelle studiate per i più piccini. Ed è così che, se nel lontano 1937 avevamo Biancaneve (bellissima ragazza che, impegnata nelle faccende domestiche, verrà salvata da un baldo principe), nel 2012 arriva Merida a rivoluzionare l'idea della principessa: lotta per la sua libertà, fa un po' di pasticci con una strega ma, alla fine, risolve tutto senza l'ausilio di un principe. Se poi si aggiunge che l'ultimo Star Wars - Il Risveglio della Forza, uno dei film più amati dai bambini e dagli adulti, ha come protagonista Rey, una ragazza battagliera e assolutamente indipendente, allora si può dire che, forse, le nuove generazioni avranno qualcosa da insegnarci. J.J. Abrams, regista del film, dichiarò in merito al suo prequel di Guerre Stellari, quanto segue: "Star Wars è sempre stato una "cosa da maschi". In parte è ancora così, ma io ho sperato sin dall'inizio che il mio fosse un film che le madri potessero andare a vedere con le figlie: vorrei che ragazzi e ragazze lo vedessero e riuscissero a immedesimarsi, e a capire che non c'è niente che non possono fare."

Illustrazione di Rey di Star Wars, Merida e altre

Questo porta a una riflessione: chi ha detto che una femminuccia, in quanto tale, non debba essere impavida e coraggiosa e, anzi, debba aspettare o volere che il suo compagno sia un eroe o una sorta di cavaliere giunto lì per salvarla dal drago? Bisogna incoraggiare le bambine ad essere loro stesse ribelli, mettendo in discussione chi dice loro di essere delle fragili principesse che devono aspettare il principe azzurro che le venga a salvare. Anche le principesse della Disney sono diventate “Ribelli” e non aspettano più il loro principe, ma si salvano da sole!

Affrontare il Conflitto Interiore e le Pressioni Sociali: Il Percorso di Auto-Affermazione

La storia di Arianna, una donna che in un momento della sua vita ha sentito il bisogno di inaugurare un cambiamento, è un esempio calzante di come gli stereotipi di genere possano condizionare profondamente l'identità individuale. Arianna si sentiva come se fosse ingrassata da un momento all'altro, ogni cosa cominciava a starle stretta; lentamente ciò che era sempre stata non era più la vera lei. Un crescente desiderio di riconquista la portò a rivalutare molti aspetti della sua vita e a ponderare l’idea di abbandonarne alcuni: il ruolo di madre, casalinga perché costretta a lasciare gli studi universitari per la nascita del primogenito; il ruolo di moglie materna, sempre presente e attenta ai bisogni di Luca; perfino alcuni tratti della sua personalità le apparivano ora estranei, il suo essere accondiscendente e timida, ad esempio. La sua antica passione per l’uncinetto le faceva quasi ribrezzo. Arianna, in certi momenti, avrebbe pure voluto cambiare nome.

Quello di Arianna è un conflitto ontologico, cioè che riguarda la sua identità di genere, o meglio, ciò che socialmente e culturalmente determina la percezione di cosa è femminile e cosa non lo è. L’impatto di queste pressioni a volte può essere molto sottile e celarsi dietro dinamiche che non vengono immediatamente collegate in maniera causale alla sofferenza percepita. Si pensi, ad esempio, alle scelte di vita: una donna che si sente obbligata in quanto tale a sposarsi e a “mettere su famiglia”, ma che poi, una volta madre e moglie, soffre un’insoddisfazione a cui non riesce a dare significato e per cui prova profondi sensi di colpa. In risposta a questa conflittualità possono emergere sintomi riferibili a veri e propri disturbi psicopatologici come la depressione e i disturbi alimentari (anoressia, bulimia ecc.).

L’esperienza di Arianna ci dice che, in un determinato momento della nostra vita, è possibile sentire il bisogno di inaugurare un cambiamento, provare ad affrontare in maniera propositiva questo conflitto, per mitigarne o eliminarne gli effetti negativi. L’autoaffermazione è direttamente legata all’identità e alla capacità di esprimere in maniera assertiva e coerente ciò che si è (pensieri, sentimenti, idee ed emozioni).

Un primo e fondamentale ingrediente è l’introspezione, ovvero un lavoro a un livello più intimo e personale. La seconda cosa è evitare l’isolamento e dare spazio alla solidarietà. Un modo per rendere questo processo meno doloroso e più facile è quello di unirsi ad altre compagne e scoprire di non essere sole. La psicologia sociale ha dimostrato quanto sia importante il senso di appartenenza a un gruppo per mitigare i fattori di stress, aumentare l’autostima e il senso di autoefficacia. L'ultimo suggerimento, ma non per questo meno importante, riguarda la richiesta di aiuto. Non sempre si riesce ad affrontare tutto da soli; a volte si può sentire il bisogno di dover chiedere un aiuto professionale e specifico, sia per sviscerare alcuni aspetti più ostici e raggiungere una consapevolezza maggiore, sia perché la sofferenza si è fatta troppo ingombrante e non si riesce a portarne il peso da soli. A tal fine, esistono servizi come il Supporto Psicologico di DONNEXSTRADA, che mette a disposizione un team di psicologhe e psicoterapeute professioniste e specializzate.

Gestire le Incertezze nell'Identità di Genere nei Bambini e nei Giovani

Quando un bambino, come la figlia di 10 anni di una cugina che "vuole diventare un maschio", esprime un'incertezza così profonda sulla propria identità di genere, si apre un campo delicato di domande e preoccupazioni. La domanda "Perché non è contenta di essere una bimba? Come comportarsi? Che futuro l’aspetta?" è molto delicata. Il percorso del diventare donna, certo per millenni, è oggi vulnerabile a inquietudini e problemi. I radicali cambiamenti sociali in corso nelle società ad alto reddito, la perdita del ruolo della famiglia come formatore primario dell’identità e il ruolo dei media hanno aumentato i passaggi critici. Con il risultato che l’identità sessuale, quel sentimento soddisfatto di sé che porta a dire «Sono felice di essere una donna», oppure «Sono felice di essere un uomo», è oggi molto più incerta.

L’identità sessuale, ossia il sentimento di appartenere o meno al proprio sesso biologico, ha tre componenti principali:

  • L’identità sessuale di genere, il “sentirsi maschio” o “sentirsi femmina”, coerente o meno con il sesso biologico da cui dipende l’attribuzione del sesso anagrafico alla nascita.
  • L’identità di ruolo, quello che una persona fa o dice, anche nella scelta della professione, coerentemente o meno con il sesso biologico. Una donna può essere molto femminile e soddisfatta di essere una donna, ma scegliere di fare il poliziotto, ossia di avere un ruolo maschile.

Perché una bambina può desiderare di essere un maschietto e diventare un uomo? Le motivazioni psicosessuali possono essere suddivise in due categorie principali: difensive ed espressive.

Motivazioni difensive, di fuga dalla femminilità:

  • Quando è mancata un’identificazione positiva e affettuosa con la mamma, quando il rapporto con lei è stato inadeguato, perché è stata sentita come distante, negativa, aggressiva, rifiutante. La bambina normalmente “imita” la mamma, o un suo sostituto stabile, in genere la nonna, e si “complementa” con il papà. Se questo rapporto con la mamma manca, e ha un papà che ama molto, l’identificazione può avvenire con lui. "Troppo poca mamma, troppo papà" (“Too much father, too little mother”) è la lettura clinica di queste perturbazioni precoci dei riferimenti familiari.
  • Quando l’essere femmina è percepito come perdente, repressivo, restrittivo, in contesti e culture che ancora considerano l’essere donna un minor valore.
  • Quando le delusioni sulla femminilità sono pesanti («Una bambina non deve comportarsi così») e quando vengono repressi talenti vivaci per attività invece consentite ai maschi.
  • Quando la bambina si è sentita una preda sessuale. Un “volevo i pantaloni”, vissuto quindi come difesa da una femminilità sentita come causa di vulnerabilità, di negazione di sé, di abuso.

Motivazioni espressive, di caratteristiche psicosessuali ed emozionali di tipo maschile, le cui cause biologiche non sono ancora state ben identificate.

In questi casi, è fondamentale adottare un approccio attento e di supporto:

  • Evitare le etichette con diagnosi definitive di disturbo dell’identità, data la grande plasticità psichica e del comportamento dei piccoli.
  • Offrire un sostegno psicologico qualificato, al piccolo/a e alla famiglia, per aiutarlo, se possibile, a sentirsi meglio all’interno del sesso di appartenenza, senza banalizzare il problema o, peggio, deridere.
  • Ritardare la pubertà, con opportuni farmaci, che già si usano in sicurezza nelle pubertà precoci, se invece emerge con chiarezza un orientamento transessuale.

Uomini e donne sono differenti. Non ci sono dubbi. Vero? O il dubbio ve lo sta instillando il fatto di porvi questa domanda? Pensateci. Siamo in un'epoca in cui la situazione è ancora molto complessa. Le donne sono ancora considerate il "sesso debole"; troppo emotive, poco considerate e reputate non adatte a lavori o a compiti che, in alcuni casi, sono ancora appannaggio dell'uomo. Il vero valore sta nel valorizzare le differenze senza tracciare confini e senza imporre ruoli, permettendo a ogni individuo di esprimere la propria autenticità.

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