Analisi prenatale: orientarsi tra screening e diagnostica per le trisomie

Nel corso della gravidanza è fondamentale raccogliere informazioni relative allo stato di salute del feto. Sebbene la maggior parte dei bambini nasca senza apparenti difetti congeniti, circa il 3-5% dei neonati presenta anomalie più o meno gravi. Ogni donna, indipendentemente dalla sua età, può partorire un bimbo con disabilità fisica e/o mentale, con una frequenza stimata di 1 ogni 100 casi. Per comprendere come gestire questo percorso, è necessario distinguere tra le due grandi categorie di esami prenatali: gli esami di screening e gli esami diagnostici.

rappresentazione schematica dei cromosomi umani e delle trisomie

La distinzione tra test di screening e test diagnostici

Gli esami prenatali si dividono in due categorie: diagnostici e di screening. Gli esami di tipo diagnostico forniscono, come suggerito dal nome stesso, una certezza clinica. Tuttavia, queste metodiche sono di tipo invasivo e, a causa di questo, presentano un rischio di aborto che può arrivare all’1%. Le tecniche di diagnosi prenatale invasiva, come il prelievo dei villi coriali (CVS) e l’amniocentesi, oltre ad essere costose dal punto di vista economico, presentano un rischio di perdita fetale stimato intorno allo 0.2 - 0.5%.

Al contrario, gli esami di screening, come il Test Combinato o il test del DNA fetale, permettono di ottenere un calcolo personalizzato della probabilità di avere un figlio affetto da un’alterazione cromosomica. Questi test non forniscono una diagnosi di certezza, ma indicano se la gravidanza debba essere considerata ad alto o basso rischio.

Il ruolo della genetica e le anomalie cromosomiche

Gli esseri umani possiedono 23 paia di cromosomi, strutture di DNA e proteine che contengono le informazioni genetiche. Gli autosomi sono le coppie che vanno dal numero 1 al numero 22 e non partecipano alla determinazione del sesso. Le anomalie cromosomiche più comuni sono le aneuploidie, in particolare le trisomie: esse presentano 3 copie di un particolare cromosoma, invece delle 2 abituali.

La trisomia 21, comunemente nota come Sindrome di Down, è legata ad un cromosoma 21 in eccesso ed è la più comune trisomia alla nascita, con un’incidenza stimata pari ad 1/700 nati. La trisomia 13, nota anche come Sindrome di Patau, è dovuta ad un cromosoma 13 sovrannumerario. La prevalenza delle anomalie cromosomiche è del 30% più alta nei feti a 16-18 settimane di gestazione rispetto ai bambini nati vivi, a causa dell’elevata incidenza di aborti spontanei.

Cromosomi e alleli

Indicatori di rischio e fattori genetici

L’età materna avanzata (>35 anni) è l’indicazione più frequente allo studio citogenetico prenatale. Anche se le anomalie cromosomiche si verificano nella prole di madri di ogni età, la frequenza di figli affetti da trisomia aumenta con l’età, in maniera esponenziale dopo i 35 anni. Per questo motivo, la diagnosi prenatale deve essere offerta a tutte le donne che avranno 35 anni di età al momento del parto.

Anche la storia familiare gioca un ruolo cruciale. Le anomalie cromosomiche in un precedente figlio sono un’indicazione alla diagnosi prenatale. Se una coppia ha avuto un figlio nato vivo affetto da trisomia 21 e la donna avrà meno di 30 anni al momento del parto, il rischio di avere un altro figlio trisomico è di circa l’1%. Queste cifre presuppongono che i genitori non siano portatori di una traslocazione robertsoniana. Le persone con riarrangiamenti cromosomici bilanciati - come traslocazioni o inversioni - sono di solito fenotipicamente normali, ma devono essere inviate a una consulenza genetica poiché hanno una probabilità più alta di generare figli affetti da patologie cromosomiche.

Tecniche di screening non invasivo: il NIPT

La diagnosi prenatale può oggi venir effettuata con metodiche non invasive. Il DNA del feto passa normalmente nel sangue materno durante la gravidanza; tra la 10° e la 13° settimana è possibile ottenere questo materiale genetico tramite un semplice prelievo di sangue. Il test prenatale non invasivo, noto come NIPT (Non Invasive Prenatal Test), si basa sull’analisi del DNA fetale libero presente nel sangue materno, isolato e studiato attraverso tecnologie di sequenziamento NGS (Next Generation Sequencing).

infografica che mostra il prelievo di sangue materno e l'estrazione del DNA fetale

I test NIPT, come ad esempio le varianti neoBona, consentono di misurare, per ogni cromosoma, le quantità di specifiche sequenze di DNA. Per valutare, ad esempio, il rischio di sindrome di Down, si esaminano le sequenze del cromosoma 21 confrontando il rapporto tra i frammenti cromosomici attesi in una gravidanza senza anomalie e quelli effettivamente rilevati. È importante notare che il NIPT su DNA fetale per il rilevamento delle principali trisomie (13, 18, 21, X e Y) è stato inserito nell’aggiornamento LEA (Livelli Essenziali di Assistenza) approvato nell'ottobre 2025.

Oltre le trisomie principali: limiti e consapevolezza

Sebbene attualmente siano disponibili test che promettono di rilevare ulteriori mutazioni, come le sindromi da microdelezione o duplicazione, le linee guida del Ministero della Salute e del Consiglio Superiore di Sanità mettono in guardia da tali estensioni. Gli studi indicano infatti una bassa sensibilità (62-95%) e un elevato tasso di falsi positivi per queste indagini aggiuntive. Molti processi di validazione si sono basati su campioni creati in laboratorio (PlasmArtTM) piuttosto che su screening reali, portando a valori predittivi positivi molto bassi.

Di conseguenza, la raccomandazione ufficiale è che lo screening basato sul NIPT non debba essere esteso oltre le trisomie 21, 18 e 13, che da sole rappresentano il 50-70% delle aberrazioni cromosomiche fetali. Accanto al NIPT, resta fondamentale l'uso di parametri ecografici standardizzati, come la misurazione della traslucenza nucale (i tessuti molli retronucali del feto), che deve essere eseguita tra le 11+0 e le 13+6 settimane di gestazione secondo le indicazioni della "Fetal Medicine Foundation" (FMF).

Patologie poligeniche e multifattoriali

Oltre alle anomalie cromosomiche, esistono disturbi poligenici o multifattoriali, come i difetti del tubo neurale (spina bifida o anencefalia), la cui incidenza è di 1-2 casi ogni 1000 nascite. Quando un soggetto presenta un difetto del tubo neurale, il rischio per i figli dei parenti di primo grado è pari all’1%-2%. Il rischio nelle gravidanze successive può essere ridotto con la somministrazione di folati (4 mg/die) da un mese prima del concepimento fino al terzo mese. Per altre anomalie, come i difetti cardiaci congeniti, la schisi labiale o la stenosi pilorica, il rischio di ricorrenza segue i modelli dell'ereditarietà poligenica. In questi casi, l'ecografia ad alta risoluzione gioca un ruolo determinante, permettendo spesso un trattamento ottimale prima del parto e una cura neonatale immediata.

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