Introduzione: La "Teologia del Corpo" - Un Tesoro Rivoluzionario
Chiamatela pure "teologia del sesso". Nessuna reticenza, nessun imbarazzo. L’ha definita proprio così il suo autore, un papa, un santo della Chiesa. La “scandalosa” Teologia del corpo di san Giovanni Paolo II è un tesoro prezioso che pur affermando verità scomode non ha alcuna soggezione nei confronti della cultura dominante. Questa raccolta, che spiazza ancora oggi, è composta da ben 129 discorsi sull’amore umano che il pontefice polacco pronunciò nelle sue udienze del mercoledì dal 1979 al 1984. Non è dunque casuale che Wojtyla più che la sua firma personale abbia voluto mettere quella da pontefice, a significare l'importanza centrale di questo insegnamento per l'intero suo magistero. Infatti, «Si tratta del più vasto insegnamento mai proposto da un Papa su uno stesso argomento ed è significativo che abbia voluto presentarlo all’inizio del suo pontificato come a farne il pilastro di tutto il suo magistero».
La rilevanza di questo corpus dottrinale è testimoniata da anni da un laico francese, il filosofo Yves Semen, presidente-fondatore dell’Istituto di Teologia del corpo a Lione e professore presso la Libera Facoltà di Filosofia a Parigi. Appassionato e competente divulgatore delle lezioni di Karol Wojtyla, Semen ha curato un nuovo Compendio della Teologia del corpo di Giovanni Paolo II (Ares, pagine 216, euro 15). Oltre a rivedere la traduzione dei testi, lo studioso ha tenuto conto dei manoscritti originali di queste catechesi redatte in polacco ben prima dell’elezione al soglio pontificio. George Weigel, biografo di Giovanni Paolo II, l’ha definita «una sorta di bomba ad orologeria teologica», sottolineando la sua potenza trasformativa. La sua diffusione è ancora in corso: «Solo da qualche anno sono stati pubblicati libri di buona divulgazione e iniziative per farla conoscere. Adesso si stanno per diffondere anche all’estero i Forum Wahou (www.forumwahou.fr) che dal 2015 in Francia hanno già radunato migliaia di persone: nel corso di un week end la gente scopre la grandezza e la bellezza dell’amore nel piano divino». L’Istituto presieduto da Semen dal 2014 ha già formato più di 120 persone in grado di insegnare questa teologia, e vengono formati anche i genitori perché a loro spetta la responsabilità primaria dell’educazione sessuale dei ragazzi. Il successo che si sta riscontrando «è il segno che qualcosa di nuovo sta nascendo nella Chiesa».

"Amore e Responsabilità": Le Radici Filosofiche dell'Antropologia Wojtyliana
Il retroterra concettuale delle posizioni di Giovanni Paolo II sulla persona, sui diritti umani, sul rapporto tra uomo e donna, sulla famiglia e sulla procreazione responsabile si trova profondamente radicato nel suo primo libro, "Amore e responsabilità", edito per la prima volta nel 1960. Questo volume, tradotto subito in varie lingue nel giro di pochi anni, non solo fornisce la documentazione storica del maturarsi di un pensiero, ma offre ancora oggi una precisa chiave interpretativa di alcune tra le affermazioni più rilevanti di papa Wojtyla.
La genesi dell'opera è assai curiosa e particolare: l’estate precedente l’inizio del corso di etica sessuale presso l’Università Cattolica di Lublino, dove fu docente dal 1954 al 1961, il carismatico professor Wojtyła, approfittando di una gita sui laghi cristallini della Polonia, fece circolare tra gli amici partecipanti una prima bozza delle dispense preparate per il corso. Alla gita parteciparono, per la maggior parte, coppie di sposi e fidanzati, ai quali egli chiese di redigere una relazione su ogni capitolo del suo studio. Non era interessato soltanto al loro giudizio critico sui contenuti, ma voleva soprattutto sapere se ciò che aveva scritto avesse un senso concreto nella loro esperienza di vita. Il tempo speso con i giovani nelle gite in montagna, i corsi di preparazione al matrimonio, le confessioni ascoltate e i dialoghi in amicizia, diventarono l’incipit, il materiale su cui basare "Amore e responsabilità". Questo libro, come lo stesso autore scrive, «non costituisce l’esposizione di una dottrina, ma rappresenta prima di tutto il frutto di un continuo confronto tra dottrina e vita». Wojtyła non fu mai un pensatore da biblioteca; la sua produzione intellettuale nasceva sempre dal travaglio dell’esperienza pastorale con i giovani e le famiglie.
Nell’introduzione alla prima edizione del 1960, l’autore descrive il perché abbia voluto cimentarsi in un simile testo, «nato principalmente dalla necessità di porre le norme della morale sessuale cattolica su una base solida, una base il più definitiva possibile, facendo affidamento sulle verità morali più elementari e incontrovertibili e sui valori più fondamentali». Il libro si apre con un’asserzione ben precisa: «L’etica sessuale costituisce il dominio della persona. Non si può capire l’etica se non si è capita la persona, il suo modo di essere, di agire». Nel testo, Wojtyła propone una prospettiva nuova all’etica sessuale introducendo, a fondamento di questa, il comandamento dell’amore e la conseguente “norma personalistica”. Egli evidenzia che «Il principio dell’utilitarismo e il comandamento dell’amore si contrappongono, perché alla luce di questo principio il comandamento dell’amore perde di significato». Porre l’attenzione sulla “persona” vuol dire che l’amore fra un uomo e una donna non può che rappresentare l’incontro fra due “persone”, una considerazione che potrebbe sembrare, a prima lettura, alquanto scontata, eppure non è così. Proprio partendo dal concetto di “persona” è possibile comprendere il dono di sé verso l’altro; il dono della propria persona, appunto, all’altra persona. Scrive Wojtyła: «L’essenza dell’amore si realizza nel modo più profondo nel dono di sé che la persona amante fa alla persona amata. Grazie al suo carattere particolare, l’amore sponsale differisce radicalmente da tutte le altre forme e manifestazioni dell’amore».
L'amore, di conseguenza, per il filosofo-teologo-antropologo Wojtyła può essere solo l’incontro di due libertà in cui ciascuna è responsabile per il bene dell’altro: da ciò, la parola della seconda parte del titolo del testo, “responsabilità”. Solo in questo modo il sesso cessa di essere qualcosa che semplicemente accade, o qualcosa di tollerato per altri fini, e diviene espressione di pienezza in cui uomo e donna cercano insieme il bene personale e comune donandosi reciprocamente l’uno all’altro. Questa norma personalistica è fondamentale: «la persona è un bene che non si accorda con l’utilizzo, non può essere trattata come un oggetto di uso, come un mezzo subordinato ad un fine; la persona è un bene al punto che solo l’amore può dettare l’atteggiamento adatto e interamente valido a suo riguardo. Insomma, la persona non può mai essere trattata come un mezzo ma solo come un fine». In questo modo Wojtyła faceva emergere tutti i limiti della dottrina sui fini del matrimonio, mostrando ad esempio come un marito potrebbe tranquillamente usare la propria moglie come un mezzo per il fine della procreazione restando formalmente fedele alla dottrina dei fini del matrimonio.
Le due domande di fondo che animano il testo sembrano essere scritte nel nostro oggi così “fluido”, per usare il termine coniato dal sociologo e filosofo Zygmunt Bauman, in cui i rapporti sono basati solo sull’aspetto utilitaristico, soprattutto nelle relazioni amorose: «Si può coltivare l’amore? Non è una cosa già fatta, data all’uomo, o più esattamente a due persone, una specie di avventura del cuore? È quel che si pensa spesso, soprattutto tra i giovani». La risposta che darà Karol Wojtyła è inequivocabile e nel nostro tempo presente dovrebbe riecheggiare ancora più forte che mai: «L’amore non è mai una cosa bell’e fatta e semplicemente “offerta” alla donna e all’uomo: deve essere elaborato. Ecco come bisogna vederlo: in certa misura, l’amore non “è” mai, ma “diventa” in ogni istante quel che ne fa l’apporto di ciascuna delle persone e la profondità del loro impegno». È importante che nella nostra attività pastorale, in tutti i nostri modi possibili, si insegni che l’amore non è soltanto un fatto tra coloro che si amano, ma è un fatto tra loro e Dio. Per questo il matrimonio è un sacramento, è il sacramento di Gesù Cristo, e ciò significa l’introduzione nella sua azione salvifica.
Lo studio sull’amore dell’allora professor Wojtyła è suddiviso in cinque capitoli: 1. La persona e il desiderio sessuale; 2. La persona e l’amore; 3. La persona e la castità; 4. Giustizia verso il Creatore; 5. Sessuologia e morale. L'impulso sessuale e il desiderio, venivano così ad essere pienamente riabilitati perché visti come un bene, un dono da amministrare in quanto capaci di condurre al dono di sé ad un altro essere umano. Ed anche la castità più che una serie di divieti tornava ad esprimere l’integrità dell’amore che rende possibile amare nella verità l’altra persona.
"Il nostro amore è frutto dell'incontro con Giovanni Paolo II": la storia dei coniugi Carlocchia
L'Antropologia del Corpo e la Differenza Sessuale: Un Segno del Divino
La cultura contemporanea ha spesso reso il corpo un materiale privo di senso che può essere manipolato in tanti modi, fino alle affermazioni deliranti del transumanesimo. Per Wojtyla invece il corpo è stato fatto per realizzarsi nel dono di sé e per rivelare il divino: «Il corpo, e soltanto esso, è capace di rendere visibile ciò che è invisibile: lo spirituale e il divino. Esso è stato creato per trasferire nella realtà visibile del mondo il mistero nascosto dall’eternità in Dio, e così esserne segno».
Partendo dalla considerazione dei due racconti genesiaci sulla creazione dell’uomo (Gn 1,27 e Gn 2,18-25), il Papa individua nella natura sessuata dell’essere umano una dimensione costitutiva dell’antropologia. Che l’individuo si dia sempre e solo come maschio o come femmina attesta che nessun uomo può esaurire in sé tutto l’uomo. L’uomo non può esistere “solo” (Gn 2,18), ma è sempre in relazione. L’uomo-donna è una manifestazione del principio ontologico dell’unità-duale, per cui nella realtà contingente l’unità si afferma sempre con una interna polarità. Mentre ne indica la finitudine, tale contingenza spiega la vocazione dell’essere umano ad auto-trascendersi e ad aprirsi all’altro. D’altra parte questa caratteristica non è accidentale, ma si radica nel suo essere creato a immagine e somiglianza di Dio. Anzi, dice Giovanni Paolo II, che «l’uomo è diventato “immagine e somiglianza di Dio” non soltanto attraverso la propria umanità, ma anche attraverso la comunione delle persone, che l’uomo e la donna formano sin dall’inizio. L’uomo diventa immagine di Dio non tanto nel momento della solitudine quanto nel momento della comunione».
La Teologia del corpo insiste tanto sulla persona creata maschio e femmina, un ammonimento profetico contro la diffusione del gender che oggi vuole annullare le differenze sessuali. Sì, è una teologia della mascolinità e della femminilità che dimostra come il sesso non sia un semplice attributo, ma un dato fondamentale antropologico che qualifica la persona. È in questo senso che il cardinale Ouellet disse che la teologia di Giovanni Paolo II è l’unico vero “antidoto” all’ideologia del gender. Le catechesi di Wojtyla sono armi della luce per affrontare la corruzione antropologica del gender. Il rapporto tra maschile e femminile chiede ovviamente di essere ulteriormente pensato nella sua simultanea implicazione di identità e differenza. Mentre la prima è riconducibile alla natura personale dell’uomo e alla conseguente pari dignità dei due, la seconda non è priva di problematicità, come ben documenta il travaglio della cultura contemporanea nella sua radicale difficoltà a pensare la differenza sessuale. Questa infatti non rimanda a una banale questione di ruoli, né si riduce, come pensava Aristofane nel Fedone di Platone, ad una complementarità destinata a risolversi nella ricostituzione di un’unità perduta attraverso la fusione delle due metà. Lo si capisce bene se si riflette sulla natura asimmetrica della reciprocità uomo/donna. Non ci riferiamo in questa sede al tema pur importante della discriminazione femminile. Pensiamo al dato ontologico che fa della reciprocità qualcosa di diverso dalla pura pacifica complementarità. Se rinvia al nucleo indistruttibile di ciò che fin dall’origine del pensiero occidentale è stato chiamato physis, la differenza sessuale rivela allo stesso tempo quella che Tommaso d’Aquino chiamava la distinctio realis e Heidegger la differenza ontologica: come accade per l’insuperabile distinzione tra essere ed ente, nell’unità delle creature anche la differenza sessuale si rivela ultimamente come un’offerta dell’infinita libertà di Dio alla libertà dell’uomo.

La Paternità e Maternità Responsabile nel Disegno Divino
Difensore energico dell’Humanae vitae, Giovanni Paolo II ha riconosciuto che «La prima, ed in certo senso la più grave difficoltà è che anche nella comunità cristiana si sono sentite e si sentono voci che mettono in dubbio la verità stessa dell’insegnamento della Chiesa». Il pensiero cattolico è sovente equivocato, come se la Chiesa sostenesse un’ideologia della fecondità ad oltranza, spingendo i coniugi a procreare senza alcun discernimento e alcuna progettualità. Ma basta un’attenta lettura dei pronunciamenti del Magistero per constatare che non è così.
In realtà, ha continuato papa Wojtyla, «nella generazione della vita, gli sposi realizzano una delle dimensioni più alte della loro vocazione: sono collaboratori di Dio. Proprio per questo sono tenuti ad un atteggiamento estremamente responsabile. Nel prendere la decisione di generare o di non generare gli sposi devono lasciarsi ispirare non dall’egoismo né dalla leggerezza ma da una generosità prudente e consapevole, che valuta le possibilità e le circostanze, e soprattutto che sa porre al centro il bene stesso del nascituro. Quando dunque si ha motivo per non procreare [motivi medici, eugenetici, economici e sociali, nda] questa scelta è lecita, e potrebbe persino essere doverosa». Resta però anche il dovere di realizzarla con criteri e metodi che rispettino la verità totale dell’incontro coniugale nella sua dimensione unitiva e procreativa, quale è sapientemente regolata dalla natura stessa nei suoi ritmi biologici.
In questo contesto, i metodi naturali, che non sono contraccettivi, svolgono un ruolo cruciale. Perché i metodi naturali sono ancora poco conosciuti? «Non se ne parla abbastanza, sebbene essi permettono di esercitare una maternità e una paternità realmente responsabili nel rispetto dell’integrità del corpo della donna». Molti però lo stanno comprendendo: in Francia, in dieci anni, la percentuale di donne che utilizzano la pillola è scesa dal 46% al 33%. I moderni metodi naturali, come spiegato dalla coordinatrice del Corso Aurora Saporosi del Centro Studi per la RNF della Cattolica di Roma, «ancora oggi poco conosciuti e valorizzati, sono in grado di svolgere un importante ruolo nella prevenzione e nella tutela della salute della donna e della vita nascente. Ciò è possibile, sia dal punto di vista biologico, attraverso la loro diagnostica, sia attraverso la educativa che i metodi naturali possiedono e trasmettono, proponendosi come stile di vita positivo e responsabilizzante nell’esercizio della sessualità». Oggi, grazie al progresso tecnologico, con un uso corretto essi hanno un’efficacia tra il 95% e il 99,7% per monitorare i momenti di fertilità e infertilità.
La riflessione di Wojtyla-Giovanni Paolo II chiarisce che la responsabilità morale che l’amore tra l’uomo e la donna reca con sé significa «comprendere la ragione e le conseguenze della decisione del Creatore che l’essere umano esista sempre e solo come femmina e come maschio». In questo senso, quelli che sono stati definiti i fini, i beni e i doni del matrimonio trovano una spiegazione adeguata nella comunione fedele-indissolubile e nell’apertura alla vita che devono essere proprie degli sposi. Benché messe radicalmente in discussione da buona parte dei costumi e della cultura contemporanei, queste dimensioni costitutive dell’amore nuziale sono sempre in grado di mostrare la loro attualità. Se colte nella semplicità dell’esperienza elementare e affrontate con un’analisi teoretica rigorosa, continuano ad essere, per l’uomo d’oggi, la via maestra per sperimentare il fascino del per sempre, la verità del desiderio e la dolcezza del frutto dell’amore (fecondità).

Sessualità, Desiderio e Castità: Al di là del Godimento Egocentrico
La Teologia del corpo offre una prospettiva profonda anche sul concetto di "godimento". A corredo del compendio di Semen, un utile glossario riprende parole e concetti dirompenti, come “godimento”: «Nella Teologia del corpo il piacere legato al godimento è talvolta considerato in senso positivo in quanto piacere erotico nobile conforme al disegno divino sulla sessualità umana, talvolta in senso negativo quando è ricercato per sé stesso e mediante l’uso e la strumentalizzazione dell’altra persona a servizio di un piacere egocentrico». Questo manuale controcorrente, smentendo i soliti pregiudizi, esalta il corpo e la sessualità umana, mettendo in luce un desiderio di infinito che nessun “consumo” o possesso può appagare.
Giovanni Paolo II riprende un passo del Discorso della Montagna che lo stesso Wojtyla ammoniva dal considerarlo solo un divieto, ma come chiave per uno sguardo puro che ci permetterà un giorno di godere in anima e corpo il “sommo piacere” della visione di Dio. «Quando Gesù dice: “Chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore” rivolge un appello al cuore dell’uomo, a non farsi dominare dalla concupiscenza che mira ad usare l’altro e a considerarlo oggetto di godimento e possesso». Ecco perché Giovanni Paolo II non ha esitato a affermare che uno può essere adultero anche con la propria moglie se la considera come oggetto per appagare il proprio istinto sessuale.
Niente contraccettivi, niente rapporti prematrimoniali… Spesso la Chiesa è stata accusata di dire sempre di “no”. «Ma la Chiesa dice “sì”. Sì alla verità dell’amore come dono di sé. Sì alla verità del corpo fatto per essere donato. Sì alla nobiltà e alla dignità della sessualità. Sì alla grandezza del dono della vita. Sì al matrimonio come vocazione autentica alla santità. Sì al celibato offerto come annuncio profetico del Regno». L'amore di Cristo, Colui che ci ha amato quando eravamo ancora peccatori, quando eravamo suoi nemici (cfr. Rm 5, 5-11), rompe con ogni logica di scambio per affermare la più assoluta gratuità. Ma per capire che cosa è propriamente l’amore di Gesù Cristo bisogna anzitutto ricordare che la singolarità della persona di Gesù si spiega in quanto Egli è, in senso assoluto, l’apostolo, il mandato dal Padre (cfr. Eb 3,1) cioè Colui nel quale vi è piena identità tra persona e missione. A rivelarLo come tale è lo Spirito Santo, ad un tempo amore sussistente e dono increato.
Il cristianesimo porta in sé un’enorme attenzione per la maturità umana, che corrisponde all’amore di Dio manifestato in Cristo nei riguardi dell’uomo. L’amore si esprime con il desiderio di una dimensione piena di bene per coloro che amiamo. La castità prematrimoniale possiede in questo contesto un doppio significato. Prima di tutto è espressione di quella maturità spirituale che dovrebbero possedere le persone prima di decidersi per il matrimonio. Contemporaneamente è indicatore e in qualche modo banco di prova del peso della maturità per il matrimonio, o anche, prendendo le cose più alla larga, per ogni altra vocazione. Si sa che la vocazione sacerdotale o religiosa richiede anch’essa una più severa castità sulla via verso la quale conduce. La maturazione dell’uomo è strettamente legata all’educazione. Si tratta qui prima di tutto dell’educazione come processo intrapreso nei confronti dei bambini e dei giovani attraverso gli educatori, primi fra i quali sono e devono essere i genitori. Essi sono anche i testimoni più prossimi della maturazione di una persona e dei rapporti che intercorrono fra maturazione ed educazione. Chiaramente la maturità non significa essere in un qualche modo indipendenti, avere la voglia, a volte irrefrenabile, di decidere di sé senza riguardo alla gerarchia oggettiva dei valori, senza riguardo alle ragioni reali e al contenuto del comportamento umano. Questo tipo di indipendenza dei ragazzi in periodo di crescita fisica è sempre stato un problema, oggi è diventato uno dei problemi più importanti. Le persone “indipendenti” e non mature sono una minaccia importante per la cultura e per la moralità della società, e prima di tutto un pericolo per se stesse. Indubbiamente uno dei sintomi di questo pericolo è il modo di trattare la questione della castità prematrimoniale.
La Minaccia alla Verità dell'Amore: Utilitarismo e Pornografia
La nostra società, pur esaltando la sessualità, fatica a comprenderne il significato profondo, spesso riducendola a consumo e possesso. Si intuisce tacitamente che nella pornografia c’è qualcosa che non va, anche se spesso la si difende. Ma la pornografia fa male, e fa male a me, l'individuo. Io sono la vittima! Innanzitutto, crea dipendenza. Ma non è tutto: la pornografia altera anche il mio immaginario. Per un uomo che guarda pornografia, le donne cessano di essere persone con una storia, dei sogni, delle ferite, delle attese, ed iniziano a tramutarsi in pezzi di corpo da valutare e da usare. Corpi inanimati su cui fantasticare per il proprio piacere. Per molti questo è il normale sguardo mascolino, ma non è affatto così: questo è uno sguardo pornografico.
Qualcuno dice che il male della pornografia è che fa pensare troppo al sesso, ma a ben vedere il sesso viene esibito, consumato, idolatrato, ma non certamente pensato. La nostra cultura pornografica non sa più pensare il sesso. Se sapessimo pensarlo dovremmo chiederci: cos’è il sesso? Che significato ha? Il desiderio sessuale è quell’energia che nel progetto di Dio ci deve portare ad uscire da noi stessi per fare della nostra vita un dono. Ma quando questo desiderio viene deformato dal male si tramuta in lussuria e allora l’energia del desiderio non è più diretta al dono di me all’altro, bensì all’usare l’altro e al farsi usare dall’altro. Va detto che quando Wojtyla parla di amore non si riferisce a romanticherie di varia natura, ma ha in testa qualcosa di molto chiaro: amare qualcuno è volere il bene di quella persona. Giovanni Paolo II nelle sue catechesi individua proprio qui il vero problema della pornografia: la pornografia non svela troppo, ma piuttosto svela troppo poco della persona! Proprio per questo la pornografia è sempre insoddisfacente: ci eccita, ma non è in grado di riempire il vuoto del nostro cuore.
"Il nostro amore è frutto dell'incontro con Giovanni Paolo II": la storia dei coniugi Carlocchia
Il Mistero Nuziale e la Sua Rivelazione Cristiana
Individuare, nell’unità duale dell’uomo-donna, la possibilità dell’accesso al mistero nuziale non significa affermare che questo sia esigibile nella sua pienezza da parte dell’essere umano a partire dall’autoevidenza erotica propria del suo essere situato nella differenza sessuale. Scriveva Wojtyla nel 1951: «Nelle nature stesse, nella loro psicofisica differenza sessuale non si trovano ancora le basi sufficienti di quell’amore a cui la coppia deve il suo principio e la sua esistenza». Senza escludere la capacità naturale di cogliere le tre dimensioni costitutive del mistero nuziale (differenza, apertura all’altro, fecondità), Wojtyla si concentra sull’apporto che la rivelazione cristiana offre in vista della penetrazione di questo mistero. Anticipando l’insegnamento del celebre passaggio di Gaudium et Spes 22 («In realtà solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell’uomo») che lo ispirò in tutta la sua attività ministeriale e in tutta la sua riflessione, il futuro Giovanni Paolo II affermava che «tutte le questioni dell’uomo che suppongono la corporeità e si compiono in modo evidente nel suo [di Gesù Cristo] corpo, sono entrate nell’orbita di questo Evento nuovo».
Fin dagli anni di Persona e Atto e degli studi sull’etica, tutto il portato della svolta antropologica viene ricollocato da Wojtyla in un critico orizzonte teocentrico. Ciò significa un’attenzione eminente al singolo, all’uomo storicamente e concretamente situato la cui “figura” è quell’uomo singolare, perché Figlio di Dio, che è Gesù Cristo Nostro Signore. Mostrandoci come l’amore di Dio non cessa di anticiparci e di prendere l’iniziativa, Gesù Cristo si rivela, nella sua incarnazione, morte e risurrezione, come il nome proprio della misericordia. «Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi» (1Gv 4,10). Traendo spunto dagli scritti giovannei, non senza guardare alla visione agostiniana dell’amore e alimentato dalla frequentazione di San Giovanni della Croce, più volte Giovanni Paolo II si sofferma sulla considerazione del rapporto tra conoscenza e amore. Nel suo magistero, l’amore non è semplicemente la forma pratica della conoscenza della fede, ma la sua consumazione. E questo a tal punto che solo nell’unione trasformante con Lui, come tra l’amante e l’amato, è possibile la conoscenza adeguata di Dio e, in modo derivato, di ogni altra realtà.
Si colloca a questo livello un decisivo approfondimento, compiuto da Karol Wojtyla-Giovanni Paolo II circa il fenomeno dell’amore: egli vede chiaramente che la comprensione di un concetto adeguato di amore non può prendere la mosse dalla formulazione di una teoria previa che venga in seguito realizzata in una prassi, ma esige che l’uomo si sorprenda in azione, cioè mentre ama. L’amore eccede ogni conoscenza (cfr. Ef 3, 19) e se ne può parlare in modo appropriato solo nella misura in cui, riconoscendo questa sua natura propria, lo si viva all’interno della vocazione che il Signore ha assegnato ad ognuno di noi. Nel senso proprio del termine e in tutte le sue dimensioni soggettive ed oggettive, l’amore dice in qualche modo l’essere associati, eucaristicamente ed ecclesialmente, alla “gestione dell’eredità” cui Cristo ci chiama, come ci insegna la celebre parabola dei talenti.
Come spiega Balthasar, il mistero dell’uomo e della donna «riceve la sua ricchezza massimamente misteriosa solo nel mistero del Cristo-Chiesa (Ef 5,27-33)». È questa la coppia originaria che consente di derivare la coppia uomo-donna. L’archetipo definitivo dell’unità duale si trova nelle nozze tra Cristo crocifisso e risorto e il Suo Corpo che è la Chiesa, secondo la potente immagine della Lettera agli Efesini. Questa ci consente di vedere la Chiesa come interlocutore femminile di Dio, che da Lui riceve la sua fecondità: Dio ama il suo popolo come lo sposo ama la sposa, e offre liberamente la sua vita per salvarlo. A ben vedere è da questo rapporto nuziale originario che prende forma la polarità uomo-donna. Ed è in questa chiave che va letta la vittoria di Cristo sulla morte. Una vittoria che inaugura una nuova forma di fecondità che non si esprime nella procreazione umana, ma nella fecondità per il Regno, segno della nuzialità tra Cristo e la Chiesa. Quest’ultima è incomprensibile se si prescinde dalla figura di Maria. Il significato delle nozze mistiche dell’Agnello riceve tutta la sua luce nella maternità della Vergine. Solo l’appassionata indagine del grande Papa sul rapporto nuziale tra Gesù Cristo e la Chiesa consente di individuare la radice profonda della sua incessante difesa e promozione di Humanae vitae e il suo insegnamento su tutti gli aspetti del Vangelo della vita. Ma è a sua volta solo a partire dal suo frutto, la communio ecclesiale di coloro che, per grazia, sono figli nel Figlio, che questo rapporto, letto dal Papa in concretissima chiave eucaristica e mariana, può essere compreso.
Emerge a questo punto il valore della fecondità. Si spiega allora perché oggi il senso dell’amore coniugale, fino al livello dello stesso atto coniugale, è così radicalmente messo in discussione. Alla luce di queste brevi considerazioni ecclesiologiche si capisce meglio l’inedito quanto straordinario contributo di Giovanni Paolo II alla riflessione sul mistero nuziale in tutte le sue dimensioni e in tutte le sue articolazioni, dalla persona, al matrimonio, alla famiglia. Egli ha favorito in tal modo uno sviluppo teologico di questi temi che hanno cessato di essere un semplice corollario del trattato sul matrimonio. Dall’acuta percezione della natura in qualche modo sempre sacramentaria della famiglia, alla potente riflessione sulla generazione (nella biologia di ogni uomo è sempre implicata la sua genealogia) come atto che, dando accesso all’origine, è eminentemente umano, il suo apporto ha spalancato orizzonti oltremodo fecondi all’azione pastorale, alla ricerca teologica, ma soprattutto al bisogno di compimento dell’uomo contemporaneo. Basti citare qui a titolo di esempio le implicazioni che l’archetipo mariano-ecclesiale suggerisce in ambito educativo. La Chiesa infatti, attraverso il battesimo, non genera soltanto nuovi figli di Dio, ma ha anche il compito di educarli.

L'Eredità Profetica di Giovanni Paolo II: Un Magistero Coerente e Attuale
Il magistero di Giovanni Paolo II ha dedicato particolare attenzione ai temi attinenti la persona e i suoi diritti, il rapporto fra uomo e donna, la famiglia e la procreazione responsabile. Secondo una linea sempre presente nei discorsi di Giovanni Paolo II, infatti, i temi riguardanti l'amore, la castità, il matrimonio, l'impulso sessuale, la procreazione e la famiglia, sono collocati entro una visione d'insieme della persona. Si scopre così che il problema dell'uomo, del suo essere e del suo destino, è stato per Giovanni Paolo II un oggetto costante di riflessione.
Non si coglierebbe tuttavia la portata di tale impegno umano e intellettuale, sempre svolto in chiave pastorale, se lo si riducesse a un interesse settoriale e circoscritto. Scaturito nel secondo dopoguerra, come lo stesso Giovanni Paolo II ci ha rivelato, dalle domande che i giovani gli ponevano circa il modo di vivere l’amore e il matrimonio, questo interesse trovò una prima risposta in "Amore e responsabilità". Ma si dilatò in seguito fino a comprendere gli interrogativi sull’esperienza elementare propria di ogni uomo. Di questa è dimensione decisiva il tema dell’amore umano. Il modo più adeguato per trattare le problematiche connesse con l’amore umano in tutte le sue dimensioni, dall’eros all’agape, è quello di leggerlo attraverso il prisma del mistero nuziale. L’espressione mistero nuziale, svelando il carattere profondo dell’amore perché manifesta la sua capacità di mettere in campo l’uno, l’altro e l’unità dei due, conduce al cuore dell’esperienza umana elementare. Il fatto poi esso sia un mistero non rinvia ad una sua assoluta inconoscibilità. Dice solo che essendo una delle dimensioni con cui la libertà personale di ogni uomo entra in relazione con il Fondamento, rimane in ultima analisi inafferrabile e indeducibile. Colta in questa chiave, la riflessione sull’amore - è questo uno degli aspetti più potentemente coraggiosi e originali di tutto il ministero di Giovanni Paolo II - mostra una straordinaria e inedita capacità di spalancare nuove e promettenti prospettive in molti ambiti, dall’antropologia, all’etica, alla teologia.
Non è la Chiesa che può cambiare la Teologia del Corpo ma è la Teologia del corpo che può cambiare la Chiesa! Bisogna lavorare alla sua larga e fedele diffusione perché la visione della persona e dell’amore che promuove è liberatrice e permette di comprendere la dimensione “profetica e sempre attuale” dell’Humanae vitae, per usare le parole di Benedetto XVI. Questa profonda unità del Magistero di Giovanni Paolo II è ben presente nelle sue grandi encicliche sociali - Laborem exercens, Sollicitudo rei socialis e Centesimus annus. Esse sono infatti comprensibili fino in fondo solo nell’ottica dell’amore misericordioso di Dio. Benedetto XVI ha efficacemente approfondito, nella sua Deus Caritas est, l’argomento dell’unità tra eros e agape come forme dell’unico amore. Una eccezionale centralità per uno sviluppo integrale dei popoli nella Caritas in Veritate rivestono il tema del dono («L’essere umano è fatto per il dono, che ne esprime ed attua la dimensione di trascendenza», n. 34) e quello della fecondità e della disponibilità alla generazione.
La fragilità umana sembrerebbe in apparenza smentire la possibilità del “per sempre”, negare la bontà del sacrificio - considerato come un ostacolo invece che come ginnastica del desiderio (Agostino) -, e indurre a pensare il figlio nell’ottica del “prodotto” anziché del frutto. Ma a ben vedere la fragilità certifica in realtà la verità dell’amore. Come mostra il magistero di Giovanni Paolo II, riconoscersi sproporzionati alla fedeltà e all’esclusività dell’amore restando tuttavia disponibili all’accoglienza del figlio, urge l’uomo e la donna a volere la definitività del loro amore come un dovere. È la sproporzione tra la grandezza della vocazione cui sono chiamati e la loro capacità di realizzarla da soli a deciderli attraverso il giuramento che essi fanno di amarsi finché morte non li separi, a poggiare la loro reciproca fedeltà non sulle sabbie mobili dell’umana fragilità ma sul Fondamento stesso, sul Dio che è amore fedele (cfr. 1Gv 4,16). «L’amore non è un’avventura. Prende sapore da un uomo intero. Ha il suo peso specifico. È il peso di tutto il tuo destino. Non può durare un solo momento. L’eternità dell’uomo passa attraverso l’amore. Ecco perché si ritrova nella dimensione di Dio, solo Lui è l’Eternità».
Era il 1960 quando Amore e Responsabilità veniva pubblicato la prima volta e con questo testo iniziava una delle due rivoluzioni sessuali più importanti del secolo scorso: una è stata la rivoluzione sessuale del ’68 quella del sesso libero e della contestazione al perbenismo borghese; l’altra mite e silenziosa è quella della teologia del corpo, evoluzione matura di queste prime riflessioni di Wojtyła su amore e sessualità. È curioso scoprire come quest’opera non subì alcuna censura ad opera della polizia segreta del regime, anzi nel rapporto del funzionario incaricato alla verifica, ci raccontava Ludmiła Grygiel, traspariva una certa ammirazione, a conferma del fatto che il fascino della verità sull’amore è in grado di parlare al cuore di tutti, anche dei non credenti.
Le lezioni scaturiscono dall’esperienza di Wojtyla come sacerdote dei giovani universitari. Dalle domande di quei ragazzi, dalle risposte ai loro dubbi nascono questi interventi che si legano strettamente alla Gaudium et spes, uno dei documenti storici più importanti e influenti prodotto dal Concilio Vaticano II. L’amore così descritto in queste pagine è come quello definito dallo stesso Karol Wojtyla nell’opera La bottega dell’orefice (1960): «Una sfida continua. Dobbiamo porre lo stesso amore alla base della preparazione al matrimonio di tutti i cristiani, e addirittura di tutti gli uomini, semplicemente». La pastorale universitaria è la pastorale dei giovani, che vogliono ascoltare noi sacerdoti parlare di amore e ai quali noi proviamo a parlare su questo tema. E non si tratta solo di parlare, si tratta anche di insegnare. Questa è la prima cosa. Non si tratta qui di definizioni. L’amore è prima di tutto realtà. Proprio l’ambito della cultura europea, quello a cui siamo legati molto da vicino, a cui noi dell’Oriente aderiamo, a cui in pratica apparteniamo, è l’unico ambito in cui si critica l’Humanae vitae. Nella nostra pratica pastorale e nella vita, bisogna parlare di questo amore non come una realtà bell’e pronta, subito matura, ma come un certo compito, una fatica da intraprendere. Ed essa è anche un dono. Si può dire che è un dono ogni amore umano che si risvegli nel cuore del ragazzo, della ragazza dei vostri gruppi di pastorale. La capacità di amare è un dono. C’è una certa disposizione al dono, alla realizzazione concreta di se stessi sulla base di questa visione, che è stata formata dall’intera tradizione cristiana, come ha ricordato il Concilio, e io ho richiamato pochi minuti fa. Chiaramente bisogna interpretare questo dono, questo talento in modo evangelico: sapendo quello che su di esso ci ha detto Gesù, cioè che questo talento può essere ben usato, ma può venire anche sprecato. Questo pericolo, questa minaccia all’amore umano, la minaccia di uno sfruttamento, di un uso consumistico, è oggi particolarmente grande.
"Il nostro amore è frutto dell'incontro con Giovanni Paolo II": la storia dei coniugi Carlocchia
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