L'immagine di una madre che nutre la propria creatura è, nella sua essenza, uno dei gesti più naturali e universali dell'esperienza umana. Tuttavia, quando questo atto di accudimento si sposta dal privato delle mura domestiche al centro del potere decisionale di una nazione, esso assume una valenza simbolica e politica di portata straordinaria. È quanto accaduto in Australia, dove la senatrice Larissa Waters, vice leader dei Verdi, ha trasformato l'aula del Senato in un luogo di testimonianza civile, allattando la piccola Alia Joy durante una seduta. Questo momento non rappresenta solo una svolta burocratica o logistica, ma segna una tappa fondamentale nel percorso verso l'inclusività e la conciliazione tra vita professionale e maternità nelle istituzioni democratiche.

Un momento storico a Canberra
La senatrice Larissa Waters ha portato in aula la piccola Alia Joy, di poche settimane, durante il voto su una mozione dei Verdi. Si è trattato della prima volta che la senatrice presenziava in Parlamento da quando è diventata madre per la seconda volta in marzo. L’evento ha assunto un rilievo internazionale poiché la bimba della vice leader dei Verdi australiani è entrata nella storia parlamentare australiana, diventando il primo neonato allattato al seno nel luogo istituzionale.
«Sono orgogliosa che mia figlia Alia sia il primo bebè ad essere allattato al seno nel Parlamento federale!», ha dichiarato la senatrice, sottolineando l'importanza di normalizzare la presenza delle madri nei ruoli di potere. Qualche mese dopo il primo evento, Larissa Waters ha compiuto un passo ulteriore: ha allattato la piccola di 14 mesi mentre stava parlando all’assemblea, dimostrando che il ruolo di madre e quello di parlamentare possono coesistere con dignità e naturalezza. Come ha affermato la deputata laburista Katy Gallagher in televisione, «le donne già lo fanno in parlamenti attorno al mondo», ribadendo che il lavoro di mamma non si ferma mai.
Il contesto normativo e le resistenze del passato
Sebbene il gesto della Waters appaia oggi come un passo avanti necessario, esso si innesta su una storia di lunghe battaglie. Alle senatrici è consentito di allattare in aula dal 2003 e, lo scorso anno, il permesso era stato esteso anche alla Camera. Eppure, nessuna delle parlamentari ne aveva finora usufruito. Il motivo risiede in un clima di pregiudizi radicato che, per anni, ha costretto le donne a scelte dolorose.
La svolta fa seguito alle reazioni negative registrate nel 2015, quando alla ministra conservatrice Kelly O'Dwyer fu chiesto di considerare di estrarre il proprio latte e imbottigliarlo nel biberon per non mancare ai doveri parlamentari. Ancora prima, nel 2003, la deputata Kirsty Marshall, ex sciatrice olimpica, fu costretta a lasciare l'aula perché allattava la figlia di 11 giorni. Questi episodi dimostrano come le istituzioni, nate in contesti maschili e meno attenti alle esigenze della genitorialità, abbiano a lungo considerato l'allattamento come una distrazione dai doveri istituzionali, anziché come un diritto imprescindibile.
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Prospettive internazionali: il superamento dei confini
L'Australia non è un caso isolato. Larissa Waters non è la prima parlamentare ad allattare in un’assemblea legislativa; il suo gesto si inserisce in un movimento globale che vede diverse donne rivendicare il proprio spazio politico senza dover rinunciare alla propria natura di madri.
Nel gennaio del 2016, la deputata spagnola Carolina Bescansa, di Podemos, aveva fatto discutere per aver portato suo figlio di 6 mesi in aula. Allo stesso modo, in Islanda, i colleghi della deputata Unnur Brá Konráðsdóttir non fecero una piega quando, nell'ottobre dello stesso anno, la donna si alzò per spiegare un disegno di legge da lei proposto con la figlia di 6 settimane attaccata al seno. La deputata del Partito dell’indipendenza islandese, parlando dal podio, spiegò: «Aveva fame e io non mi aspettavo di dover parlare quindi avevo iniziato ad allattarla. Potevo scegliere fra staccarla e lasciarla a piangere con un altro deputato o portarla con me: ho pensato che quest’ultima opzione desse meno disturbo».

La necessità di flessibilità e l'impatto sociale
Il dibattito sollevato da queste figure politiche tocca le corde di una società che deve imparare ad adattarsi. «Le donne continueranno a fare figli e, se vogliono fare il loro lavoro e occuparsi del loro bambino, la realtà è che dovremo trovare delle soluzioni per permetterlo», ha commentato su Sky News la senatrice Katy Gallagher. Questa visione pragmatica si scontra spesso con i ritmi di un mondo del lavoro concepito in tempi differenti.
Già nel 2015, la ministra Kelly O’Dwyer aveva lamentato la necessità di «luoghi di lavoro più flessibili e vicini alle famiglie». Non si tratta solo di una questione di comodità, ma di un requisito di civiltà. L'adeguamento delle regole parlamentari non è un privilegio concesso alle madri, ma un atto di rimozione delle barriere che impediscono una partecipazione paritaria alla vita pubblica. Quando le istituzioni iniziano a recepire queste istanze, inviano un segnale a tutto il tessuto sociale, incoraggiando le aziende e gli uffici a seguire l'esempio.
Verso un nuovo paradigma di uguaglianza
La vicenda di Alia Joy e di sua madre Larissa Waters è diventata un simbolo capace di varcare i confini australiani per arrivare, per esempio, in Italia, dove il dibattito su questo tema è vivo e orientato al cambiamento. La decisione di permettere l’allattamento in aula è stata salutata da Gilda Sportiello, deputata, come «un grande passo di civiltà sulle modalità di partecipazione delle deputate madri ai lavori parlamentari».
Le ragioni dietro questa spinta sono anche statistiche: secondo i dati Istat, in molti contesti occidentali, la partecipazione femminile al mercato del lavoro è ancora frenata dalla maternità. In Italia, ad esempio, solo una percentuale limitata di donne mantiene l'occupazione dopo il primo figlio. Questi dati non sono solo numeri, ma indicatori di un sistema che, per via di forti stereotipi che si protraggono da sempre, fatica a mettere in atto soluzioni concrete.
Risolvere questo divario significa anche affrontare il grande gap salariale: finché la cura dei figli ricadrà esclusivamente sulle donne, portandole spesso a lasciare il lavoro, l'uguaglianza resterà un obiettivo lontano. Con una presenza costante e supportata da regole di buonsenso, il ritorno alla vita professionale dopo la maternità non dovrebbe essere vissuto come un conflitto di interessi, ma come una normale evoluzione della vita di un lavoratore. L'esempio fornito dal Parlamento federale australiano dimostra che, quando si rimuovono gli ostacoli culturali e si abbraccia la realtà, la società intera guadagna in termini di rappresentanza, equità e civiltà. Le istituzioni non sono solo i luoghi in cui si scrivono le leggi, ma anche gli spazi che, con il loro esempio, definiscono i valori di un Paese. Ogni volta che una madre può svolgere il proprio dovere senza doversi sentire in colpa o fuori posto, la democrazia intera ne esce rafforzata, diventando più vicina a tutte le persone che rappresenta.