Il caso Marshae Jones: l'Alabama e la criminalizzazione della gravidanza

Il sistema giudiziario dell'Alabama si trova al centro di un acceso dibattito nazionale in seguito all'incriminazione di una donna incinta per la morte del feto che portava in grembo. La vicenda, che ha visto protagonista la ventisettenne Marshae Jones, solleva questioni fondamentali riguardanti i diritti riproduttivi, la definizione legale di persona e le implicazioni di una legislazione che, nello Stato, è diventata la più restrittiva degli Stati Uniti in materia di interruzione di gravidanza.

veduta simbolica di un'aula di tribunale americana

La dinamica dell'evento: dal litigio al dramma

I fatti che hanno portato all'arresto di Marshae Jones risalgono al dicembre scorso, quando la donna si trovava a Birmingham, in Alabama. Secondo le ricostruzioni, la Jones fu coinvolta in una rissa sul marciapiede di un discount con una conoscente, Ebony Jemison, di quattro anni più giovane. Le due donne lavoravano nella stessa azienda e, secondo quanto emerso, i dissapori tra loro erano annosi, probabilmente alimentati da un intreccio sentimentale riguardante la paternità del nascituro che Jones portava in grembo, allora di cinque mesi.

La dinamica del litigio è complessa, ma in tribunale ha fatto testo per ora la versione fornita dalla donna che ha sparato: Marshae Jones sta arrivando nel parcheggio in macchina, ed è con amici. Gli amici vedono Ebony Jemison e le vanno incontro, minacciosi. Lei è sola, si spaventa e teme che inizi una rissa. Ha in borsa una pistola - che portava con regolare licenza - e spara un colpo di avvertimento. Due. A terra, in teoria; ma uno dei proiettili «rimbalza e colpisce il pancione di Marshae Jones», che cade a terra. Jones sopravvive, ma perde il bambino.

Le decisioni della giuria e l'accusa di omicidio colposo

L’accusa di omicidio colposo è stata dapprima rivolta a Ebony Jemison, ma la giuria ha fatto cadere le accuse. Decisivo sarebbe stato un report della polizia che confermava la versione della difesa, in cui cioè a iniziare la lite sarebbe stata proprio Marshae Jones, a dispetto del suo stato. Ed è su questo punto che l’accusa si sposta su di lei: un’altra giuria contesta a lei l’omicidio colposo e la fa arrestare.

La ventisettenne Marshae Jones è stata arrestata e rilasciata dopo aver versato una cauzione di 50mila dollari. Rischia fino a 20 anni di reclusione. La sua colpa, secondo la corte della Contea di Jefferson, è di aver provocato la lite al culmine della quale è stata ferita, mettendo a rischio il feto di cinque mesi che portava in grembo. La procura non ha comunque ancora deciso se portarla in giudizio.

«Non perdiamo di vista la realtà: l’unica vittima di questa storia è il disgraziato bambino che non è mai nato», ha dichiarato il capo della polizia locale, Danny Reid. «Sua madre ha iniziato e continuato una rissa senza curarsi di lui».

infografica che illustra la giurisprudenza sui diritti del feto negli Stati Uniti

Il quadro giuridico: il feto come "persona"

L’Alabama è uno dei 38 Stati americani che classificano il feto - a ogni stadio di sviluppo - come persona, e in quanto tale come vittima in caso di incidenti o omicidi. E il reato di omicidio colposo comprende anche comportamenti negligenti che causano la morte di un’altra persona, come ignorare un rischio noto. Ma è «un rischio noto», si chiede un avvocato interpellato per commentare il caso dal Washington Post, quello di ricevere un colpo di pistola da una collega?

L’avvocato rievoca un caso in cui le leggi sull’omicidio siano state interpretate con tanta flessibilità: un uomo che aveva lanciato delle chiavi sull’autostrada, in una lite, e la moglie era scesa dall’auto a prenderle, finendo investita da un Tir.

La situazione in Alabama è caratterizzata da una spinta conservatrice che ha portato all'approvazione di una legge che vieta l'interruzione di gravidanza, la più restrittiva degli States. È stata votata a maggio, ad esempio, una legge che vieta l’aborto anche in casi in cui la gravidanza si debba a una violenza sessuale, o a un incesto. Non è chiaro se è su questa legge che il processo a Marshae Jones si svolgerà, ma per molti osservatori e per le associazioni pro-choice questo caso è un passo ulteriore nella «criminalizzazione della gravidanza» in questo Stato.

Era già in vigore da prima del veto di maggio, per esempio, un comma circa la «messa in pericolo chimica» di un bambino: esporre un feto o un embrione ad alcune sostanze è illegale. Un’associazione per la tutela dei diritti delle donne incinte - la National Advocates for Pregnant Women - ha calcolato che l’Alabama ha il più alto numero di reati commessi contro embrioni e feti, anche perché ha il maggior numero di leggi che li sanzionano.

La prospettiva delle associazioni e la difesa dei diritti

Le reazioni delle organizzazioni non sono tardate ad arrivare. «Lo Stato dell’Alabama ha voluto certificare che dal momento in cui una donna resta incinta è la sola responsabile della vita del bambino, e ogni azione intrapresa che possa impedirne la nascita è considerata un atto criminale», denuncia un’organizzazione per i diritti delle donne, Yellowhammer Fund, che si è impegnata a offrire assistenza legale a Jones.

La portavoce del fondo argomenta che la prossima tappa sarà arrestare una donna incinta che beve un drink. È la prima volta che la considerazione del feto come persona conduce all’arresto di una donna sì incinta, ma vittima a sua volta di un atto criminale. In difesa di Jones sono arrivati diversi movimenti per i diritti delle donne e dei neri, che hanno accusato la polizia di aver trattato Jones con ingiustificata durezza, in quanto la donna è afroamericana.

Alabama, una legge vieta l'aborto anche in caso di stupro

Il confronto con altri casi: il precedente di Dynel Lane

Per comprendere la complessità del dibattito giudiziario, è utile guardare ad altre vicende che hanno coinvolto il feto come oggetto di tutela legale. Un caso emblematico, seppur diverso per dinamica, è quello di Dynel Lane in Colorado. La donna, mamma di due figli, aveva simulato una gravidanza per mesi. Nel marzo 2015, architettò un piano per adescare una donna incinta, Michelle, attraverso un annuncio online per vestiti da neonato.

Una volta arrivata, la vittima fu aggredita e tramortita. Lane le tagliò il ventre con un coltello da cucina per sottrarre il feto, portandolo poi in ospedale e spacciandolo per suo, dichiarando di aver subito un aborto spontaneo. La vittima, nonostante l'emorragia, riuscì a chiamare i soccorsi e la polizia risalì alla responsabile.

La sentenza del tribunale di Boulder fu netta: 48 anni per tentato omicidio e 32 anni per interruzione illegittima di gravidanza. Tuttavia, il processo non riuscì a stabilire se il feto fosse vitale prima dell'attacco. Di conseguenza, la donna non fu accusata di omicidio. Questo caso evidenzia come, in assenza di prove sulla vitalità fetale, il sistema giudiziario fatichi a configurare il reato di omicidio, differenziandosi nettamente dall'approccio intrapreso in Alabama dove, invece, il feto è considerato persona sin dal concepimento, indipendentemente dallo stadio di sviluppo.

Implicazioni sociali e legali di una visione restrittiva

Il caso di Marshae Jones pone interrogativi di vasta portata. Se in Alabama il riconoscimento del feto come potenziale vittima di omicidio prevale su ogni altra considerazione, ciò che si osserva è una trasformazione della condizione giuridica della donna incinta.

La tensione tra il diritto del nascituro e l'autonomia della donna si manifesta in una serie di normative che pongono la gestante sotto una lente di ingrandimento costante. Le conseguenze, come evidenziato dal caso Jones, possono portare alla criminalizzazione di comportamenti che in altri contesti non verrebbero considerati atti criminali.

Il sistema dell'Alabama è oggi un osservato speciale a livello nazionale. Il timore espresso dai gruppi per i diritti civili è che il riconoscimento del feto come entità giuridicamente separata dalla madre possa portare a una serie di incriminazioni che ignorano il contesto dell'evento e la condizione di vittima della madre stessa.

La prospettiva della polizia e il ruolo della colpa

Il punto di vista delle autorità, come espresso dal capo della polizia Danny Reid, si concentra sulla responsabilità individuale della madre. Secondo questa interpretazione, la scelta di partecipare a una rissa pur essendo in stato di gravidanza costituisce un comportamento negligente, tale da giustificare l'incriminazione.

Questa visione presuppone che la donna incinta abbia il dovere di proteggere il feto in ogni circostanza, al punto che ogni atto che espone la gravidanza a rischi - volontari o derivanti da una lite - possa essere sanzionato. È un cambio di paradigma che sposta il focus dall'evento criminoso (la sparatoria) alla condotta della donna (l'inizio della rissa).

La complessità della giustizia e il ruolo della società

In conclusione, la vicenda di Marshae Jones funge da cartina di tornasole per le frizioni etiche e giuridiche che attraversano gli Stati Uniti. Il dibattito non riguarda solo la legge sull'aborto in sé, ma l'intero sistema di tutele che circonda la maternità. La polarizzazione tra chi difende i "diritti del nascituro" e chi sostiene l'autonomia e la protezione della donna è estrema.

La strada intrapresa dall'Alabama, con la sua legislazione restrittiva e l'interpretazione rigorosa del concetto di "persona" applicato al feto, sembra voler tracciare un solco netto, imponendo una visione della vita che, secondo i critici, sacrifica le libertà fondamentali delle donne sull'altare di una tutela che si spinge fino alla penalizzazione delle vittime stesse.

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