La storia dell'umanità è stata profondamente plasmata da una delle trasformazioni più radicali e durature: il passaggio da uno stile di vita basato sulla caccia e la raccolta a uno fondato sull'agricoltura e la sedentarietà. Questa transizione, nota come Rivoluzione Neolitica, ha avuto un impatto così vasto da ridefinire le strutture sociali, economiche e culturali delle popolazioni umane. Al centro di questo cambiamento epocale si trova la Mezzaluna Fertile, una regione storica del Vicino Oriente che per lungo tempo è stata considerata la culla di questa rivoluzione. Tuttavia, scoperte archeologiche e, più recentemente, analisi paleogenetiche, rivelano un quadro molto più complesso, indicando origini multiple e percorsi migratori diversificati che hanno portato l'agricoltura a diffondersi in quasi ogni angolo del pianeta.

Le Radici del Neolitico: La Cultura Natufiana e la Sedentarizzazione Pre-Agricola
Il processo di neolitizzazione vede i suoi presupposti nella cultura natufiana, in un periodo compreso tra il 12000 e il 9600 a.C. La nozione di Natufiano, introdotta da Dorothy Garrod a seguito delle sue ricerche condotte nello Wadi an-Natuf in Israele, è stata riconosciuta, sulla base dell’industria litica e del tipo di insediamento, in tutto il Levante, nel Sinai e lungo il medio corso dell’Eufrate. Non è esclusa la possibilità che sia presente anche in altre regioni della Mezzaluna Fertile, ma attualmente sembra confinato nei territori occidentali di essa. È probabile si tratti di una lacuna di conoscenza piuttosto che di un effettivo vuoto di occupazione.
Un esempio significativo è il villaggio Natufiano di ‘Ain Mallaha, messo in luce nel 1955 lungo l’alta valle del Giordano con scavi sistematici condotti da J. Perrot, M. Lechevalier e F. Valla. Questo sito documenta una comunità di cacciatori-raccoglitori epipaleolitici, ma la grande novità risultante dalle ricerche è che per la prima volta si è posto il problema di un processo di sedentarizzazione nel Vicino Oriente precedente all’avvento dell’agricoltura. Le abitazioni di ‘Ain Mallaha erano costituite da case circolari seminterrate, le cui pareti erano rinforzate con muretti a secco. Pali disposti in modo circolare costituivano la struttura di sostegno per il tetto, e le abitazioni erano attrezzate con uno o due focolari.
Nei siti natufiani, la produzione di cibo non era ancora presente; si trattava piuttosto di un'economia definita “ad ampio spettro”, in grado di sfruttare un insieme vario di risorse alimentari. Contrariamente a quanto era stato ipotizzato in precedenza da vari autori, nel Natufiano non vi era una scelta preferenziale per una o per un’altra risorsa. La caccia era rivolta ad animali disponibili in un’area relativamente lontana dal sito, e lo stesso valeva per la raccolta delle specie vegetali. Tra la fauna spicca la gazzella e tra i vegetali la raccolta di frumento selvatico. La gazzella e il grano selvatico vivevano un po’ ovunque nel Levante, ma soprattutto nelle fasce costiere e lungo le rive dei fiumi e dei laghi. I siti natufiani distribuiti in queste zone mostravano un carattere più stabile, con la caccia alla gazzella e la raccolta di cereali selvatici che risultavano prevalenti. Tuttavia, in aree meno favorevoli, la mobilità della popolazione aumentava e cambiava anche il tipo di risorse sfruttate, secondo ciò che il territorio offriva spontaneamente. Questo stretto legame tra uomo e territorio portò a un cambiamento dello stile di vita, rendendo l'adattamento all'ambiente uno strumento fondamentale di sopravvivenza. Ad esempio, i villaggi nel Negev o a sud del Giordano, come Beidha, potrebbero aver avuto un carattere stagionale.
Le fasi più recenti del Natufiano sono senz’altro quelle più conosciute attraverso gli scavi sistematici nel Negev a Rosh Zin e Rosh Horesha, e sul medio Eufrate siriano ad Abu Hureyra e Mureybet. Molti siti, comprendenti quelli della fase antica e recente, sono stati individuati anche in Libano e in Siria attraverso ricerche di superficie.

La Cultura Materiale e le Prime Espressioni Simboliche
Nei territori umidi, molti elementi suggeriscono la stanzialità degli insediamenti natufiani. In primo luogo, come già menzionato, le case stesse, le cui strutture erano solide e avevano un carattere permanente. In secondo luogo, l’attrezzatura in pietra pesante di uso quotidiano, costituita da macine, mortai e pestelli, era utilizzata sia per macinare le piante raccolte sia per triturare minerali per ottenere colorante. L’industria litica era costituita soprattutto da microliti geometrici che nel Natufiano avevano una forma caratteristica a semiluna e servivano per armare strumenti compositi per la caccia, la pesca e la raccolta di piante selvatiche. La lavorazione dell’osso raggiungeva una qualità straordinaria con oggetti quali ami, arponi dentati, lame e perforatori. È interessante notare che oggetti in pietra levigata, considerata a lungo una prerogativa tecnologica del Neolitico, facevano in realtà la loro prima apparizione tra queste comunità epipaleolitiche.
Oltre agli strumenti, sono stati rinvenuti oggetti che rappresentano animali, probabilmente gazzelle, e più raramente figure umane realizzate in modo naturalistico. Si trattava delle prime esperienze di natura simbolica che avrebbero caratterizzato tutto il corso del periodo successivo. Anche le sepolture nelle case erano un indizio importante di un rapporto stabile con il territorio, che iniziava a essere percepito in relazione con i propri antenati. Per la verità, tutti gli elementi che ritroviamo nel Neolitico erano già presenti nel Natufiano, sebbene in una forma embrionale o iniziale. Alcune sepolture singole o collettive erano collocate sotto le case o in una zona esterna a esse, e l'unico animale domestico documentato era il cane, che ritroviamo sepolto insieme all’uomo sia ad ‘Ain Mallaha che nel sito di Hayonim.
L'Alba dell'Agricoltura: Cronologia, Clima e Siti Emblematici
Fino ad alcuni anni fa, le rive del lago Tiberiade, del fiume Giordano e del Mar Morto erano considerate le aree dove per la prima volta nacquero villaggi stabili con le più antiche comunità agricole. Oggi sappiamo che questo processo ha investito in realtà contemporaneamente un territorio molto ampio e non geograficamente omogeneo. Oltre al Levante, infatti, le regioni dei Monti Zagros, le fasce pedemontane e montane del Tauro e le rive del medio corso dell’Eufrate furono anch'esse teatro delle prime manifestazioni di produzione agricola. Il Neolitico si associa alla coltivazione delle piante e all’allevamento degli animali, e un tale radicale cambiamento nelle strategie di sussistenza dell’uomo è stato per lungo tempo considerato come un miglioramento dello stile di vita. Tuttavia, oltre agli indubbi benefici che questa trasformazione economica ha comportato, alcune difficoltà di adattamento alle nuove condizioni emersero proprio all’inizio di questo processo.
L’introduzione della produzione del cibo richiese un sostanziale riassetto dei gruppi umani verso una maggiore stanzialità degli insediamenti e una diversa organizzazione sociale che, anche se mostrava ancora caratteri egalitari come nelle precedenti comunità di cacciatori-raccoglitori, assumeva in questo periodo un diverso compito proprio in rapporto all’economia nascente e a esigenze sociali mutate rispetto al passato. Alcuni cambiamenti potevano essere anche il frutto di precise scelte comunitarie. Iniziavano a nascere forme di attività specializzate che, sebbene non ancora definite strutturalmente, suggerivano la presenza di differenziazioni sociali basate principalmente sulle classi di età e su ruoli emergenti a carattere temporaneo, ma ancora del tutto effimeri e non consolidati.
Gli studi paleoclimatici indicano che il Neolitico si afferma in un periodo con clima abbastanza mite, con una piovosità distribuita regolarmente durante l’anno e inverni relativamente temperati. Si tratta di un periodo che coincide con il cosiddetto optimum climatico olocenico. Il clima durante l’Olocene antico risultava essere leggermente più caldo e umido rispetto a oggi. L’origine del Neolitico si associa, dunque, a un periodo di marcato miglioramento climatico. Nel Levante, questo processo verso un’economia di produzione del cibo è assolutamente locale ed è chiara la forte continuità con l’Epipaleolitico Natufiano.
La Rivoluzione del Neolitico: l'Agricoltura
La Gerarchia Cronologica del Neolitico Preceramico
Il sito di Gerico, Tell es-Sultan, i cui scavi furono condotti da una missione austro-tedesca tra il 1907 e il 1911 e proseguiti da John Garstang tra il 1930 e il 1936, è stato fondamentale per comprendere il processo di neolitizzazione nel Vicino Oriente, ancor di più a seguito degli scavi condotti da Kathleen Kenyon nel dopoguerra. Nel Neolitico di Gerico è stato possibile distinguere un livello preceramico e uno ceramico, mettendo in luce il fatto che la ceramica, inizialmente considerata contemporanea al processo di neolitizzazione, è risultata essere un prodotto tardivo rispetto all’introduzione dell’agricoltura. La Kenyon, osservando la sequenza di Gerico, introdusse uno schema cronologico ancora oggi in uso, distinguendo il Neolitico in Neolitico Preceramico A (Pre-Pottery Neolithic A, PPNA) seguito dal Neolitico Preceramico B (Pre-Pottery Neolithic B, PPNB).
Attraverso le più recenti acquisizioni di datazioni radiocarbonio ottenute su campioni provenienti da vari siti del Vicino Oriente e corrette con la più recente curva di calibrazione, possiamo considerare il PPNA compreso tra il 9600 e l’8500 a.C. e il PPNB tra l’8500 e il 7000 a.C. I siti del PPNA si concentrano soprattutto intorno alla valle del Giordano. Due sono le facies culturali di questo periodo nell’area levantina, distinte sulla base soprattutto delle industrie litiche: il Khiamiano e il Sultaniano. Il Khiamiano, nome che trae spunto dal sito di El-Khiam lungo le rive del Mar Morto, è una facies poco definita e comunque riferita al momento di passaggio tra Natufiano e PPNA. Il Sultaniano, individuato a Tell es Sultan-Gerico nell’ambito del Levante meridionale, risulta invece più conosciuto ed è presente anche nei siti più settentrionali quali Mureybet, Jerf el-Ahmar in Siria e Çayönü in Turchia.
I siti del PPNA levantino mostrano dimensioni variabili. Gerico, Netiv Hagdud, Dhra’ e Gigal I coprono un’estensione di circa un ettaro e risultano almeno otto volte più grandi dei precedenti siti Natufiani. Al contrario, ‘Iraq ed-Dubb, Nahal Oren e altri si estendono solo per poche centinaia di metri quadrati. Tranne il caso di Gerico, l’architettura levantina del PPNA era tutta di tipo domestico. Le case erano circolari oppure ovali con un diametro che oscillava tra i 3 e gli 8 metri. Di solito erano costruite con una fondazione in pietra e uno spiccato in argilla pressata o in mattone crudo. Si tratta della prima testimonianza dell’uso del mattone crudo, un tipo di materiale da costruzione che sarebbe stato dominante in tutto il Vicino Oriente ed Egitto. Le case erano spesso incassate nel terreno e separate una dall’altra, costituite da un’unica stanza, più raramente da due ambienti, con poche strutture interne rappresentate da un focolare, pozzetti e macine fisse. La loro distribuzione nell’abitato risultava poco codificata, ma in genere le strutture si disponevano irregolarmente intorno a un’area aperta in cui erano presenti sili e focolari.
Il caso di Gerico è particolarmente interessante. Qui gli scavi hanno messo in luce una struttura che potrebbe aver avuto funzioni pubbliche. Si trattava di una torre alta 8,5 metri con un diametro di 9 metri alla base. Una stretta scala interna permetteva di raggiungere la sommità. La torre era a sua volta inserita in un muro alto 3,60 metri e spesso oltre un metro. Questo tipo di installazione non è stata interpretata come una struttura difensiva, ma come un efficace sistema di protezione dalle esondazioni del fiume. Sebbene il Neolitico sia di solito considerato come il periodo della più antica attestazione di produzione di cibo, testimonianze di questo genere sono piuttosto rare con presenza di farro, piccolo farro, grano e orzo. Inoltre, la coltivazione di piselli e lenticchie a Tell Aswad e Yfthael documenta la domesticazione dei legumi. In realtà, tra questi primi gruppi neolitici del Levante, la coltivazione era un’attività ancora marginale. Essi continuavano a procacciarsi il cibo con la raccolta di piante selvatiche e la caccia a gazzelle, oltre che a pecore e capre selvatiche, al cinghiale, al cervo e all’uro. Tra le prede di piccola taglia si annoverano lepri, volpi e uccelli.

Oltre il Levante: I Molteplici Centri di Nascita dell'Agricoltura
È convinzione diffusa che l’agricoltura sia nata nella Mezzaluna Fertile circa 8-10 mila anni fa. Tuttavia, come sottolineato da Anil Gupta, questa visione potrebbe essere legata alla vasta attività di scavi condotta per secoli nel Vicino Oriente. Basterebbe fare due passi verso est e scavare anche nella valle dell’Indo, o in altre regioni, per scoprire altre agricolture del Neolitico. I dati archeologici mostrano infatti che la coltivazione di svariati tipi di piante ebbe inizio in luoghi diversi e separati in tutto il mondo nell'epoca geologica dell'Olocene, all'incirca 12500 anni fa. Tra gli 8 e i 20 mila anni fa, nascono in 7-8 parti diverse del mondo delle agricolture basate sulle specie presenti in quei luoghi.
Il contributo degli studi archeologici si basa sul ritrovamento di resti paleobotanici trovati negli strati, databili con precisione, di antichi insediamenti umani. Questi reperti indicano che è in questo periodo temporale che l’uomo rinuncia all’incessante bisogno di muoversi per seguire le mandrie di animali e raccogliere piante selvatiche, e adotta, invece, la stanzialità fondando villaggi di case. Tutto ebbe probabilmente inizio quando fu scoperto il valore del seme: può essere conservato e consumato come cibo ma può anche produrre un nuovo raccolto.
La Mezzaluna Fertile: La sua importanza è dovuta, come abbiamo già avuto modo di dire, alla quantità di reperti archeologici raccolti. L’addomesticamento di pecore, capre, maiali e, forse, vacche rappresenta probabilmente il primo passo dell’uomo verso la vita sedentaria, seguito dalla domesticazione di alcuni cereali e leguminose. L’area si estende dai siti archeologici dell’antica Gerico in Palestina alle pendici montagnose del sud della Turchia; a sud-est si estende fino alla Mesopotamia (attuale Iraq e in parte Iran), mentre verso nord-est arriva fino ai bordi del Mar Nero e del Mar Caspio. Le piante rinvenute in questi centri sono cereali come orzo, farri, frumenti; leguminose come piselli, lenticchie e poi fichi, datteri e forse carrubi. Tra gli animali, sono stati trovati resti di maiali, capre, pecore e bovini.
Papua-Nuova Guinea: Questa area geografica, tuttora di difficile esplorazione, è un luogo che a pochi verrebbe in mente come sede di un’agricoltura neolitica. Eppure, in quella regione l’uomo 20.000 anni fa o forse prima ha iniziato a coltivare banane (Musa sp.), taro (Colocasia esculenta) e forse igname (Dioscorea sp.). Tracce di scavi di drenaggio nelle paludi del Kuk ai limiti degli altipiani occidentali e meridionali in Papua Nuova Guinea indicano la comparsa della coltivazione del taro e di una serie di altre colture a partire da 11000 anni fa. Sono state identificate due specie risalenti a questo periodo, il taro e la patata dolce. Ulteriori testimonianze riguardanti la coltivazione della banana e della canna da zucchero risalgono a un periodo tra il 6950 e il 6440 a.C.
La Cina e le valli del Fiume Giallo e dello Yangtse: Benché l’archeologia in Cina sia scienza recente, sviluppata solamente a partire dal XX secolo, i siti neolitici esplorati sono già parecchie migliaia, a testimonianza di insediamenti umani importanti e sparsi su larga scala. Due sono i principali centri di domesticazione: uno a nord, collocato lungo il corso del Fiume Giallo, dove l’agricoltura è iniziata con la coltivazione di setaria, panìco e brassicacee; e uno più a sud, lungo la valle dello Yangtse, dove l’agricoltura è iniziata con la coltivazione del riso. I più vecchi fitoliti di riso ritrovati lungo il corso dello Yangtse vengono fatti risalire a circa 13.900 anni fa.
Le Americhe: Nelle Americhe l’agricoltura inizia con l’uso di fagioli e mais da una parte, patate dall’altra e, più tardi, girasole e zucche da un’altra ancora. Le prime colture domesticate in America centrale furono il mais (a partire dal 4000 a.C.), i legumi (non più tardi del 4000 a.C.) e la cucurbita (a partire dal 6000 a.C.). La patata e la manioca furono domesticate in America meridionale. Nel territorio degli odierni Stati Uniti i nativi americani cominciarono a coltivare il girasole, il farinello e l'Iva annua intorno al 2500 a.C.
Africa Subsahariana: Nonostante il genere Homo sia originario dell'Africa, i ritrovamenti non testimoniano agricolture antiche quanto in altre aree. L’insediamento di Nabta Playa nel sud-ovest dell’attuale Egitto, risalente a 10-8 mila anni fa, offre resti di bestiame e non di piante. Le piante domesticate qui rinvenute includono il riso africano (Oryza glaberrima), il miglio e il sorgo. Il riso africano, una delle due specie di riso coltivato, è presente solamente in Africa e si pensa sia stato domesticato circa 2.500 anni fa lungo le coste del Niger. La coltura più famosa che venne domesticata nell’acrocoro etiopico è il caffè, insieme al qāt, agli ensete, al teff, alla Guizotia abyssinica e all’Eleusine coracana. Le colture domesticate nella regione del Sahel includono il sorgo e il miglio perlato.

Migrazioni, Scambi e la Diffusione Demica dell'Agricoltura
Le economie agricole completamente sviluppate emergono nel Neolitico medio-tardivo (PPNB 10-9 mila BP), e la rivoluzione si estese verso Est (India) e Ovest (Mediterraneo ed Europa centrale lungo il Danubio), raggiungendo la Grecia nel 9 mila BP e le isole britanniche nel 6 mila BP. La velocità di diffusione dell’agricoltura in Europa (0,5-1 Km/anno) è compatibile con l’ipotesi che gli agricoltori, non solo la loro tecnologia, migrarono e resero possibile la formazione di società agricole. Questa diffusione è indicata come "demica" da Ammerman e Cavalli-Sforza, un concetto che è alla base dell’ipotesi che le lingue indo-europee si siano spostate con le migrazioni degli agricoltori neolitici. Colin Renfrew, in particolare, individuò nel rapido sviluppo demografico dei contadini tra il Mesolitico e il Neolitico la causa più probabile della diffusione delle lingue indo-europee.
Esistono prove evidenti di una connessione tra i siti neolitici mediorientali e quelli situati più a est, fino alla valle dell’Indo. Queste prove suggeriscono la teoria di una relazione tra il periodo neolitico nel Medio Oriente e quello nel subcontinente indiano. Il sito preistorico di Mehrgarh in Belucistan (odierno Pakistan) è il primo sito neolitico nel subcontinente indiano nord-occidentale, risalente all’incirca all’8500 a.C. Le coltivazioni a Mehrgarh includevano più orzo e una piccola quantità di grano. Nella parte meridionale dell’India, il periodo neolitico ebbe inizio circa 6500 anni fa e durò fino a circa 1.400 anni fa, quando avvenne la transizione al periodo megalitico.
La cultura neolitica venne introdotta in Europa attraverso l’Anatolia occidentale. In tutti i siti neolitici europei sono state rinvenute ceramiche e resti di piante e animali domesticati in Medio Oriente: monococco, farro, orzo, lenticchie, suini, capre, pecore e bovini. La diffusione in Europa, dalla zona egea alla Gran Bretagna, richiese circa 2500 anni (6500-4000 anni fa). La zona del mar Baltico fu raggiunta successivamente, circa 3500 anni fa, e anche la zona della pianura pannonica passò a una cultura di tipo neolitico in ritardo rispetto ad altre zone del continente. In generale, la colonizzazione neolitica mostra un andamento "a salti", avanzando da un appezzamento di fertile terreno alluvionale all’altro, evitando le aree montuose. Gli agricoltori dell’Europa neolitica erano geneticamente più prossimi alle moderne popolazioni anatoliche o medio-orientali.

Nel contesto del Mediterraneo, crocevia di popoli e culture, la diffusione neolitica seguì percorsi complessi. Popolazioni provenienti dall’Europa avrebbero portato nell’attuale Maghreb conquiste fondamentali come l’agricoltura, l’allevamento e la lavorazione della ceramica, ricevendo impulso dall’attraversamento dello stretto di Gibilterra da parte di alcuni gruppi umani. La rivoluzione neolitica si diffuse in Anatolia per poi attraversare, intorno al 6.500 a.C., il Mar Egeo e penetrare in Grecia e nei Balcani. In seguito, le comunità portatrici della nuova cultura impiegarono quasi un millennio per arrivare, tramite l’Italia e la costa mediterranea della Francia, nella penisola iberica, nello stesso periodo in cui l’agricoltura compariva in Corsica e in Sardegna e si espandeva gradualmente attraverso i bacini fluviali dell'Europa continentale.
Fino a pochi anni fa, era possibile ricostruire il loro percorso soprattutto grazie alle tracce della cosiddetta cultura della ceramica cardiale. Tuttavia, questo non sembrerebbe significare che i nuovi gruppi provenienti da nord abbiano sopraffatto o sostituito quelli autoctoni: in alcuni siti è stata scoperta un'intera comunità con profilo genetico del tutto indigeno che però coltivava la terra e aveva una propria produzione di ceramiche, suggerendo che le tecnologie si diffondessero anche al di là dei legami genetici e ancestrali. È una sorta di movimento a tenaglia a dar luogo al melting pot in cui le tre stirpi - quella anatolica-europea, la mediorientale-africana e l’autoctona - si fusero insieme nel processo di neolitizzazione dell’Africa nordoccidentale. Il DNA umano risalente al 3.700 a.C. scoperto nel sito di Kelif el Baroud, vicino a Rabat, risulta essere un perfetto mix tra questi tre gruppi.
Le Nuove Frontiere della Paleogenetica
Le origini genetiche dei primi agricoltori del Neolitico sembravano risiedere nel Vicino Oriente. Tuttavia, un nuovo studio pubblicato sulla rivista Cell dimostra che i primi agricoltori rappresentavano in realtà un mix di gruppi di cacciatori-raccoglitori dell'era glaciale, diffusi dal Vicino Oriente fino all'Europa sud-orientale. Questo nuovo studio dimostra che le origini genetiche del Neolitico non possono essere chiaramente attribuite a una singola regione. I ricercatori dell'Università Johannes Gutenberg di Magonza, insieme a un team internazionale, hanno analizzato il DNA di quattro persone vissute circa 10.000 anni fa nella parte orientale della Mezzaluna Fertile, nei Monti Zagros, al confine tra Iraq e Iran. Si aspettavano che i loro genomi assomigliassero a quelli di altri contadini vissuti 2.000 anni dopo nella parte occidentale della Mezzaluna Fertile, in Turchia e Grecia.
È stato sorprendente scoprire che persone così geneticamente differenti, che quasi certamente erano fisicamente diverse e parlavano altre lingue, abbiano adottato lo stile di vita agricolo quasi simultaneamente in diverse parti dell’Anatolia e del Vicino Oriente. Gli antichi abitanti dei Monti Zagros (Iran) non migrarono dunque a Ovest, bensì a Est. Grazie al loro genoma, sappiamo che sono gli antenati dei moderni abitanti dell’Asia meridionale, molto simili agli attuali afghani e pakistani, ma ancora di più agli odierni zoroastriani in Iran. In breve, sembra che almeno due gruppi altamente divergenti furono i primi contadini al mondo: la popolazione dei Monti Zagros, nella parte orientale della Mezzaluna Fertile, antenati della maggior parte degli asiatici meridionali; e le popolazioni sul Mar Egeo, nella parte occidentale della Mezzaluna Fertile, che colonizzarono l’Europa 8.000 anni fa. L’origine dell’agricoltura fu geneticamente più complessa di quanto si pensasse.
Queste analisi sono state rese possibili dalla combinazione di due tecniche: la produzione di genomi antichi di alta qualità da scheletri preistorici, abbinata alla modellizzazione demografica dei dati ottenuti, un approccio che il team di ricerca ha coniato come "modellizzazione demogenomica".
L'Impatto Profondo: Trasformazioni Sociali e Culturali
La rivoluzione neolitica, detta anche transizione demografica del Neolitico, o prima rivoluzione agricola, comportò molto più dell’adozione di una serie limitata di tecniche di produzione del cibo. Durante i millenni successivi, implicò la trasformazione dei piccoli gruppi nomadi di cacciatori-raccoglitori che avevano dominato fino ad allora la preistoria umana in società sedentarie, residenti in villaggi e città stabili. Queste società andarono a modificare radicalmente il proprio ambiente naturale per mezzo della coltivazione, con attività annesse come l’irrigazione o la deforestazione, che portava alla produzione di un surplus di cibo.
Questi mutamenti fornirono la base per lo sviluppo di amministrazioni centralizzate, strutture politiche, ideologie gerarchiche, sistemi di trasmissione della conoscenza non personali (cioè la scrittura), insediamenti densamente popolati, sistemi di divisione e specializzazione del lavoro, reti commerciali, e per la nascita dell’arte non trasportabile e dell’architettura e della proprietà personale come ricchezza. Vere Gordon Childe (1936), che coniò il termine Rivoluzione Neolitica, identificò elementi caratterizzanti come l'agricoltura basata su piante e animali addomesticati, lo sviluppo esponenziale della popolazione, l'accumulazione e ridistribuzione dei surplus, la sedentarietà, la rete di commerci, il coordinamento delle attività collettive, le tradizioni magico-religiose a sussidio della fertilità, lo sviluppo di strumenti di pietra e di ceramica, e la manifattura di tessuti.
Dal punto di vista della religione, anche se in forma embrionale, si può osservare la nascita di una forma di religione legata al culto degli antenati. Figurine zoomorfe e umane in pietra e argilla sono state interpretate come divinità, mentre alcune sepolture di adulto, a eccezione di quelle della torre di Tell es Sultan-Gerico, venivano interrate singolarmente e collocate in posizione flessa in semplici fosse, prive di corredo funebre. In seguito tali fosse venivano riaperte e il cranio separato dal resto del corpo per essere deposto in ripostigli specifici. I bambini non subivano questa decapitazione, ma venivano spesso sepolti sotto le fondazioni dei muri o sotto le case. Anche il mondo religioso si rivela sin dalle prime fasi del Neolitico molto complesso, con materiale associato alle pratiche rituali ampio e diversificato, che comprende figurine, crani modellati in argilla e gesso, statuaria complessa, bassorilievi e architettura imponente, come l'edificio dei teschi di Çayönü.
Le Teorie sull'Origine e la Diffusione dell'Agricoltura
Esistono diverse teorie, che non si escludono necessariamente a vicenda, riguardanti i fattori che portarono queste popolazioni a sviluppare l’agricoltura.
- La teoria delle oasi: Postulata in origine da Raphael Pumpelly nel 1908 e proposta al pubblico da Vere Gordon Childe nel 1928, questa teoria afferma che con l’inaridimento del clima, le comunità vennero confinate nelle oasi, dove furono costrette a convivere con gli animali, i quali vennero quindi addomesticati insieme alle piante da seme.
- Il modello del banchetto (o feasting model) di Brian Hayden: Sostiene che ciò che portò alla comparsa dell’agricoltura fu l’ostentazione del potere, come l’imbastimento di festività per esercitare il dominio.
- La teoria evolutiva/intenzionale, sviluppata da David Rindos e altri: Considera l’agricoltura come un adattamento evolutivo delle piante e degli esseri umani.
- Ipotesi del clima stabile: Peter Richerson, Robert Boyd e Robert Bettinger propugnano l’idea che lo sviluppo dell’agricoltura sia coinciso con un clima sempre più stabile all’inizio dell’Olocene.
- L'ipotesi dell'impatto cosmico del Dryas recente: Postula l’impatto di uno o più oggetti siderali, evento ritenuto responsabile dell’estinzione della megafauna del periodo quaternario e della fine dell’ultima era glaciale, che avrebbe creato le condizioni per un cambiamento.
Alcune comunità umane tendevano già a uno stile di vita sedentario circa 10 millenni prima dell’invenzione dell’agricoltura, come documentato a Ohalo II, nel corridoio palestinese, dove venivano consumati una grande varietà di semi di cereali e leguminose selvatici. Ad Abu Hureyra, località posta sull’Eufrate, gli scavi relativi a periodi pre-agricoli hanno prodotto resti di semi che i paleobotanici hanno assegnato a 157 specie vegetali diverse. Nella regione, lo stile di vita sedentario e poi l’adozione dell’agricoltura sono stati stimolati da cambiamenti climatici, dalla diminuzione delle grandi prede animali e dai rischi connessi alla caccia. L’adozione dell’agricoltura è stata anche anticipata da un’intensificazione dello sfruttamento delle risorse ambientali e da nuove preparazioni del cibo.
Una volta che l’agricoltura ebbe preso slancio, all’incirca 9000 anni fa, l’attività umana consistette nella selezione artificiale delle piante da cereali (cominciando con il farro, il monococco e l’orzo), e non semplicemente di quelle piante che fornivano un maggiore contenuto calorico per mezzo di semi più grandi. Le piante con caratteristiche quali semi piccoli o un sapore amaro venivano considerate sgradite. Daniel Zohary ha identificato alcune specie vegetali come "colture pioniere" o prime colture domesticate del Neolitico, sottolineando l’importanza del grano, dell’orzo e della segale, e suggerendo che la domesticazione del lino, dei piselli, dei ceci, della vecciola e delle lenticchie sia avvenuta in seguito.

Conflitti e Integrazione: Il Destino dei Cacciatori-Raccoglitori
La rivoluzione agricola del Neolitico fu preceduta da milioni di anni durante i quali la specie e i suoi antenati praticarono la caccia e la raccolta, e di conseguenza le interazioni tra individui finalizzate alla caccia e alla divisione della preda influirono sull’evoluzione fisica e sociale della specie. L’evoluzione sociale che si impose si è risolta contro i cacciatori-raccoglitori, che non solo sono stati sconfitti ma quasi sempre dimenticati. Jared Diamond (1988) commenta che anche nelle ere preistoriche e non solamente con gli imperialismi moderni, la sostituzione dei cacciatori-raccoglitori con gli agricoltori ha avuto effetti dirompenti.
L’aumento degli agricoltori generò la colonizzazione o l’allontanamento, se non lo sterminio, dei cacciatori-raccoglitori. Le famiglie stanziali di agricoltori potevano generare anche un figlio ogni anno, mentre presso i cacciatori-raccoglitori, l’allevamento dei figli era compatibile con un intervallo tra i parti di 3-4 anni, dando agli agricoltori un vantaggio demografico. Alla frontiera tra agricoltori e cacciatori-raccoglitori, confine via via spostato a favore dei primi, si sono intrattenuti scambi anche stabili, soprattutto di bestiame. Questi riguardavano anche il passaggio di donne dei cacciatori-raccoglitori agli agricoltori, casi di iperginia di questi ultimi che consideravano i gruppi di cacciatori-raccoglitori inferiori e in dissoluzione.
I contatti tra i due diversi modi di vivere hanno determinato la sostituzione dei cacciatori-raccoglitori con comunità agricole (fino all’eliminazione: la produzione intensiva di cibo poteva anche mantenere un esercito professionistico), o l’assimilazione nelle comunità agricole, o l’adozione, da parte dei cacciatori-raccoglitori, di pratiche agricole, o il loro isolamento con il movimento forzato. I processi descritti possono essere considerati positivamente quando hanno dato vita a società complesse, ma questo non esclude la considerazione del destino dei soccombenti.
La transizione neolitica nel delta del Reno ha riguardato i territori a sud, fertili e colonizzati dagli agricoltori attorno a 7 mila BP, mentre i cacciatori-raccoglitori occupavano le terre a nord. Pur esistendo contatti tra le due comunità, i gruppi mantennero le loro identità separate. Gli agricoltori sostituirono o integrarono molto rapidamente i cacciatori-raccoglitori, forse utilizzandoli come pastori. La ragione suggerita per la transizione è che l’agricoltura modificò radicalmente l’ambiente, tanto che il territorio non fu più in grado di offrire risorse animali e vegetali spontanee. La colonizzazione iniziò circa 6500 anni fa e si concluse rapidamente dopo 250 anni. La regione baltica, invece, è da considerare un caso particolare. Qui il processo di passaggio dal Mesolitico al Neolitico è stato, apparentemente, anche associato all’adozione di pratiche agricole da parte dei cacciatori-raccoglitori. Esisteva una frontiera agricola che avanzava gradualmente e la sostituzione durò 3 mila anni (tra 6 e 3 mila anni prima del presente), illustrando un tipo di interazione tra i due stili di vita che non ha generato guerre e guerriglie, ma che, probabilmente, era guidato dal controllo sociale da parte dei gruppi agricoli.
L'Agricoltura Globale e le Sue Conseguenze Storiche
Il periodo neolitico era caratterizzato da insediamenti umani stabili e dalla scoperta dell’agricoltura circa 10000 anni fa. Ciò che succede a partire dal XVI secolo con l’avvio della colonizzazione del Nuovo Mondo ha qualcosa di imprevedibile. L’uomo trasferisce specie da un continente all’altro, sradicandole dalle aree geografiche in cui si erano adattate nel corso dell’evoluzione e trasferendole in nuove aree del mondo, usurpando le terre ai nativi. Avvia coltivazioni su estensioni così ampie che lasciano tuttora sbalorditi e piega alle necessità di queste coltivazioni intere popolazioni.
Ecco allora l’introduzione di mais, patata, pomodoro in Europa; la diffusione di colture come cotone, tabacco, canna da zucchero nelle colonie del Nuovo Mondo; la spettacolare diffusione di banane, caffè, tè e cacao in tutti i continenti, la più recente diffusione dell’albero della gomma e della palma da olio nel sud-est asiatico. Questi fatti, oltre che estendere i suoli occupati dall’agricoltura a 1,5 miliardi di ettari nel mondo, fanno anche la storia della civiltà umana.
Si ricordino le guerre tra le monarchie occidentali per il controllo delle rotte commerciali e per il controllo del mercato di prodotti come il pepe, lo zucchero, il caffè; l’attività delle potenti Compagnie delle Indie (inglese, olandese, francese, belga) per il controllo dei commerci delle spezie; l’estinzione di intere popolazioni di nativi nelle Americhe, nelle isole della Sonda e nel continente australe a causa della diffusione di malattie portate dagli europei e a causa di prepotenze; la tratta di 12,5 milioni di africani ‘raccolti’ e deportati forzatamente verso le Americhe per la coltivazione di cotone, tabacco e canna da zucchero; la diffusione della coltivazione dell’oppio nell’Assam, utilizzato per pagare il tè ai Cinesi, da parte della Compagnia delle Indie inglese che impiegava fino a 1 milione di persone.
Sono molte le storie da raccontare. Storie positive, come l’addomesticamento e la diffusione di specie che rappresentano la base dell’alimentazione umana e che hanno permesso lo sviluppo e la prosperità della popolazione mondiale; l’attività dei genetisti nella raccolta e la salvaguardia nella diversità genetica delle specie coltivate con oltre 1400 centri di raccolta di germoplasma. Ma anche storie meno edificanti. Nel bene e nel male, le piante hanno accompagnato la storia dell’uomo; anzi, l’hanno fatta. Come dice Hobhouse nel suo affascinante libro “Seeds of Change. Six Plants that Transformed Mankind”, l’uomo è convinto di aver fatto la storia; in realtà, la storia l’hanno fatta le piante e l’uomo è stato solo un dispensatore di semi.
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