Agape: L'Amore Disinteressato e la sua Evoluzione tra Sacro e Profano

L'Agape, un termine che affonda le sue radici nell'antica Grecia, ma che ha trovato la sua più profonda risonanza nel cristianesimo, rappresenta un concetto di amore disinteressato, immenso e smisurato. Non si tratta semplicemente di un sentimento, ma di una virtù, uno stato spirituale, un dono divino, una grazia. La sua storia e il suo significato si intrecciano con diverse tradizioni, rivelando un percorso evolutivo che ne ha plasmato la comprensione attraverso i secoli.

Le Origini del Concetto e il Contesto Grego-Romano

Il termine greco antico ἀγάπη (agápē) e il suo equivalente latino caritas descrivono un amore che si distingue da altre forme come l'eros (amore passionale) e la philia (amicizia). Già nel mitraismo, l'agape indicava un banchetto rituale riservato agli iniziati, che si teneva in una stanza specifica del mitreo. Questo aspetto conviviale, seppur con significati diversi, si ritroverà in seguito anche nella tradizione cristiana.

Banchetto in un mitreo

Nell'antica Grecia, il concetto di amore era ampiamente dibattuto. Il filosofo Empedocle, nel V secolo a.C., attribuiva all'Amore (Φιλότης, Philótes), che egli identificava anche con Afrodite (Ἀφροδίτη) o Kýpris (Κύπρις), la caratteristica di "legare", "congiungere", "avvincere", ponendolo accanto all'Odio (Νεῖκος) come principio cosmico. L'Amore, nel suo stato di completezza, era per Empedocle lo Sfero (Σφαῖρος), immobile, uguale a sé stesso e infinito, ovvero Dio. Questa visione influenzò anche il poeta romano Lucrezio, che dedicò un inno a Venere, l'equivalente romano di Afrodite, nel proemio del De rerum natura.

Con Platone, nel V-IV secolo a.C., si compie un fondamentale passo filosofico e teologico inerente a Eros. Nel Fedro, l'anima umana, decaduta dal mondo perfetto e intelligibile nel corpo fisico, prova un'irresistibile nostalgia per la condizione perduta. Nel Simposio, Eros è descritto come un demone, figlio di Indigenza (Penia) e di Espediente (Poros). Povero come la madre, Eros aspira alla ricchezza del padre, diventando una tendenza, una mania, uno stato emotivo provocato dalla bellezza terrestre che stimola il ricordo di quella perfetta e intelligibile, celeste, da cui l'anima è caduta. Tuttavia, l'oggetto del desiderio dell'anima non è la "bellezza" in sé, ma la sua fecondità. Platone distingue due tipi di Eros: l'amore sensuale (πάνδημος ἔρως, pandemos eros), attratto dalla bellezza dei corpi e provocante la fecondità fisica, e l'amore celeste (ουράνιος ἔρως, ouranios eros), attratto dall'amore spirituale e provocante la fecondità spirituale. Il vero amante si eleva attraverso sei gradi di attrazione, che lo conducono dalla bellezza di un corpo bello alla Bellezza in sé, il momento in cui l'uomo contempla il Bello in sé, considerato il più degno di essere vissuto. Sebbene Platone utilizzi diverse volte termini afferenti ad agápē, lo fa senza particolari accezioni teologiche, più che altro per rendere il concetto di "avere caro", "avere affetto", "venerare", "desiderare", "dilettevole".

Nel contesto greco, il "simposio" (συμπόσιον) era un banchetto che seguiva la cena, in cui i partecipanti, spesso con ghirlande, dopo un canto iniziavano a bere vino diluito con acqua e dialogavano su argomenti filosofici o politici, o assistevano a recitazioni di poesie e spettacoli. Il grecista Domenico Musti evidenzia le differenze tra il simposio greco e l'agape ebraico-cristiana, notando che mentre il simposio aveva un carattere più individualistico, restituendo il protagonista alla sua solitudine dopo la festa, l'agape ebraico-cristiana era incentrata sulla comunità e sull'amore fraterno.

L'Agape nel Cristianesimo delle Origini

Per i cristiani delle origini, l'agape era una pratica caritatevole che consisteva in un banchetto comunitario. Questo banchetto comprendeva la messa, una comunione, e rappresentava più in generale l'espressione del legame di una comunità umana riunita insieme e vincolata dall'amore fraterno. I Vangeli attestano la pratica del banchetto conviviale, occasione di insegnamento dell'amore fraterno da parte di Gesù. Una prima attestazione di questa pratica si trova nella lettera paolina I Corinzi (11) e nella Lettera di Giuda, dove viene indicata con questo nome. Anche la Lettera agli Smirnesi di Ignazio di Antiochia e la Lettera a Traiano di Plinio il Giovane confermano questa usanza religiosa.

Affresco dell'agape nella catacomba di Priscilla

Un affresco rinvenuto nella Cappella greca della catacomba di Priscilla a Roma, risalente alla seconda metà del III secolo, e un'altra raffigurazione nelle catacombe dei Santi Marcellino e Pietro, potrebbero rappresentare il banchetto dell'Agape. Queste illustrazioni di cene dell'agape intendono rappresentare banchetti funerari dedicati al defunto, simboleggiando il pasto celeste nel luogo di pace e di ristoro, e ricordano il Vangelo di Luca (22, 29-30). La Chiesa ha difeso questa tradizione, ma, essendo anche occasione di abusi, si è risoluta a regolamentarla (Agostino, Confessioni 6.2; Concilio di Laodicea, cc.27-28) e infine ad abbandonarla. A partire dal IV secolo, la pratica dell'agape si avvia a scomparire, abolita poiché i suoi aspetti profani avrebbero preso il sopravvento su quelli sacrali dell'eucaristia, sostituita con altre forme di carità.

Precedente all'agape dei cristiani è il "banchetto sacro", testimoniato nella Regola della comunità (o Manuale di disciplina), proprio della comunità ebraica di Qūmran (1QS 6.2-5), dove i membri mangiavano, benedicevano e deliberavano in comune, con il sacerdote che stendeva per primo la mano per benedire il pane e il vino dolce.

Luca Mazzinghi "Il banchetto nei libri sapienziali, tra simbolo e realtà."

Agape nella Bibbia e nel Nuovo Testamento

Nella Bibbia, e in particolare nel Nuovo Testamento, la parola agape è usata non in contrapposizione con l'amore "umano", ma come completamento e sublimazione dello stesso. Il rapporto tra le due forme di amore è stato al centro di un dibattito critico tra gli studiosi. Mentre Anders Nygren distingueva nettamente l'agape dall'eros, attribuendo il primo al cristianesimo e il secondo al mondo greco, Benedetto XVI, nella sua enciclica Deus caritas est, presenta le due forme di amore come espressioni complementari di un unico sentimento. Richiamandosi a vicenda, pervadono entrambe il messaggio biblico: «Eros e agape, amore ascendente e amore discendente, non si lasciano mai separare completamente l'uno dall'altro […]». Anche Origene e Dionigi, secondo Rist, non ritenevano eros e agape in contrasto tra loro, sebbene la letteratura cristiana abbia preferito adoperare il termine agape per evitare gli equivoci a cui si sarebbe prestato l'utilizzo di eros, qualora inteso in senso troppo «carnale».

Il termine greco "agape" fu utilizzato dal Nuovo Testamento perché corrispondeva bene all'ebraico 'ahab (e composti), un termine che la Bibbia ebraica utilizzava per esprimere l'amore di Dio per il popolo eletto e l'amore che il popolo era chiamato ad avere per il suo Dio (Deuteronomio 6,4-5). In greco esistevano termini più coloriti ed efficaci per dire l'amore, come eros e philia. Sono soprattutto i profeti a interpretare la relazione di alleanza in termini di amore nuziale (Osea, Geremia), esprimendola col termine 'ahab/agape. Gesù intensifica questa idea dell'amore di Dio e vi affianca l'amore del prossimo (Marco 12,29-31). Il grande comandamento include l'amare il prossimo come se stessi, anzi chiede che l'amore per l'altro sia all'altezza dell'amore del Padre creatore, un amore che precede, perdona, si effonde ugualmente su tutti, amici e nemici.

Paolo riprende questa esigenza espressa da Gesù, ricordando che l'amore di Cristo ci spinge al dono di noi stessi così come siamo stati amati da Dio in Cristo Gesù (2 Corinzi 5, 14-15). È interessante che Paolo, che non ha conosciuto Gesù prima di Pasqua, possa dire che «mi ha amato e ha donato se stesso per me» (Galati 2,20). Giovanni, infine, farà il passo decisivo laddove ricorda il comandamento nuovo dato da Gesù: che ci amiamo come lui ci ha amato, ossia come il Padre ama il Figlio e viceversa (Giovanni 15,9-17).

L'agape, nel Nuovo Testamento, è quasi sempre usata per descrivere l'amore che è di e da Dio, la cui natura è l'amore stesso: "Dio è amore" (1 Giovanni 4:8). Dio non si limita ad amare, ma è amore. Tutto ciò che Dio fa scaturisce dal Suo amore. L'agape si mostra sempre attraverso ciò che fa. L'amore di Dio si manifesta con la massima chiarezza sulla croce. «Ma Dio, che è ricco in misericordia, per il suo grande amore con il quale ci ha amati, anche quando eravamo morti nei falli, ci ha vivificati con Cristo (voi siete salvati per grazia)» (Efesini 2:4-5). Non meritavamo un tale sacrificio, «ma Dio manifesta il suo amore verso di noi in questo che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Romani 5:8). L'agape di Dio è immeritato, benevolo e costantemente alla ricerca del beneficio di coloro che ama. La Bibbia dice che siamo i destinatari immeritevoli del Suo agape (1 Giovanni 3:1). Dobbiamo amare gli altri con agape, sia che si tratti di compagni di fede (Giovanni 13:34) che di acerrimi nemici (Matteo 5:44). Gesù ha raccontato la parabola del Buon Samaritano come esempio di sacrificio per il bene degli altri, anche di coloro ai quali potrebbe non importare nulla di noi. L'agape non ci viene naturale. A causa della nostra natura decaduta, non siamo in grado di produrre un tale amore. Se vogliamo amare come ama Dio, quell'amore - quell'agape - può venire solo dalla Sua fonte. È l'amore che «l'amore di Dio è stato sparso nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato» quando siamo diventati Suoi figli (Romani 5:5; cfr. Galati 5:22). «Da questo abbiamo conosciuto l'amore: egli ha dato la sua vita per noi; anche noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli» (1 Giovanni 3:16).

L'esperienza dei cristiani si basa sulla certezza espressa in 1 Giovanni 4,9: «Dio è amore», perciò «Chi ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio». Non si tratta di un'intuizione mistica, né di un'affermazione speculativa, ma della testimonianza di un'esperienza storica, inscritta nel tempo: «In questo si è manifestato l'amore: non noi abbiamo amato Dio, ma Egli ha amato noi e ha inviato il Figlio suo». A un grande interprete di Giovanni come sant'Agostino non poteva sfuggire la radicalità di questo dono d'amore che viene da Dio. Amare con lo stesso amore che viene da Dio è la grande sfida dell'esperienza cristiana: si tratta di corrispondere a un amore che ci precede e ci coinvolge, scegliendo di amare Dio piuttosto che il mondo. Come afferma Agostino: «Non c'è nessuno che non ami; quel che si domanda è che cosa ami. Non ci si esorta a non amare ma a scegliere quel che amiamo. […] Noi amiamo perché lui ci ha amati precedentemente […] Chi ama? Chi è amato? Gli uomini amano Dio, i mortali l'immortale, i peccatori il giusto, i fragili l'immutabile, le creature l'artefice. Noi abbiamo amato. Ma chi ci ha dato questa facoltà? Poiché egli ci ha amati antecedentemente. […]».

Benedetto XVI enciclica Deus Caritas Est

L'amore/agape che è in gioco nell'esperienza cristiana è qualcosa di vivo e vivace, di dinamico e appassionato, qualcosa che permette al Dio immutabile di com-patire con i suoi amati. «Agape» è un amore che si fa compagno di strada e sa aspettare e perdonare. Le riflessioni di sant'Ambrogio alla fine del commento sui Sei giorni della creazione ci ricordano che «Dopo aver creato i mostri marini, le specie delle fiere e degli animali, Dio non riposò; riposò invece dopo aver fatto l'uomo a sua immagine e somiglianza […] Ringrazio il Signore Dio nostro che ha creato un'opera così meravigliosa nella quale trovare il suo riposo». L'agape è il riposo di Dio che deve aspettare la sua creatura, cioè perdonare. Dio sa aspettare per amore, ha pazienza e ridona fiducia.

Priapo: Il Dio della Fertilità e la sua Presenza Culturale

Il culto della fertilità ha radici antiche e profonde, e una delle figure più emblematiche in questo contesto è Priapo. Priapo è il dio della fertilità, spesso raffigurato con un fallo smisurato, simbolo della sua potenza generativa. Nonostante la sua associazione con la fecondità e l'abbondanza, la sua storia è costellata di episodi che ne hanno determinato l'esilio dall'Olimpo, come il tentativo di abusare di Estia. Per questa ragione, Priapo ordinò ai suoi adepti di sacrificare un asino all'anno in suo onore, un animale che lui odiò ma che, per l'analogia tra i loro falli, divenne il suo alter ego in terra.

Statua di Priapo

Priapo era figlio di Afrodite, la dea della bellezza, ma la paternità è oggetto di diverse leggende, attribuita variamente ad Ares, Ermes o Adone. La sua influenza culturale si estese ampiamente, arrivando a Napoli attraverso i Greci, portando con sé un ricco bagaglio di miti e tradizioni. La fecondità di Priapo si incontra inaspettatamente anche con la leggenda della sirena Parthenope, la cui morte per amore non consumato diede vita a Napoli, simboleggiando una fecondità che trova vie alternative di realizzazione.

In Campania, la devozione verso Priapo si manifestava in diverse forme. Le baccanali, originariamente celebrazioni in onore di Bacco, si trasformarono in occasioni di smodato libertinaggio, tanto da essere ufficialmente abolite nel 186 a.C. Le testimonianze pittoriche e scultoree rinvenute a Pompei mostrano quanto fosse quotidiana la presenza di Priapo nelle case dei cittadini campani, a dimostrazione della sua importanza nella vita dell'epoca. Una delle forme artistiche più caratteristiche legate al suo culto era il "fallo volante", una creatura mitologica con zampe posteriori, ali e un pene al posto del collo e della testa.

Durante i Carnevali napoletani, le "Falloforie" erano cortei organizzati in periferia dove la tematica sessuale di ispirazione priapesca era il fulcro della festa. Un'altra testimonianza sorprendente della sua presenza si trova nelle catacombe di San Gennaro a Napoli, dove fu rinvenuta una stele di marmo con un'evidente forma fallica e l'iscrizione "Priapo". Sebbene inizialmente celata al pubblico per questioni di decenza in un luogo sacro, questa scoperta rivela una delle funzioni meno note di Priapo: quella di custode di sepolcri. La sua potenza generatrice e la sua prepotente fertilità lo ponevano al confine tra la morte e la vita, alla base del sistema di creazione del Cosmo.

L'imbarazzante commistione tra festività religiose e resistenza priapesca è testimoniata anche nelle prime raffigurazioni della Natività a Napoli. Petronio Arbitro, nel suo Satyricon (I sec. d.C.), ambienta una scena in un piccolo tempio dedicato a Priapo, nei pressi della Crypta Neapolitana, dove vergini venivano portate in grotte sotterranee per riti pagani. Quando la Chiesa decise di costruire un santuario mariano in quei luoghi, le vecchie abitudini si fusero con le nuove istanze religiose, creando un improbabile connubio tra la fertilità di Priapo e la generosità della Madonna.

Ancora oggi, l'influenza di Priapo si può ritrovare nella cultura napoletana. La forma allungata e non rettilinea dei cornicielli e dei peperoncini, oggetti utilizzati per scacciare il malocchio e onnipresenti nei negozi di souvenir, richiama chiaramente la simbologia fallica. Inoltre, il rituale del bacio al pesce di San Raffaele, dove la statua dell'Arcangelo San Raffaele stringe un pesce, è un'ennesima dimostrazione di come sacro e profano a Napoli si diano del tu, senza mai offendersi. Il pesce, simbolo cristiano di riconoscimento e acronimo di Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore, a Napoli ha anche un significato più terreno e allusivo alla fecondità maschile.

Il Rito dell'Agape e i suoi Simboli Iniziatici

Il Rito dell'Agape, inteso come atto iniziatico antichissimo, ha attraversato culture e tradizioni, dal mondo egiziano agli esseni, dai pitagorici ai mitraisti, dai vichinghi ai romani, dal monachesimo d'oriente e d'occidente ai primi cristiani, dai sufi alla cavalleria medievale, fino ai Templari, ai cavalieri della Tavola Rotonda, ai Massoni, al Rito Scozzese, ai Rosa Croce e ad altri Ordini e Circoli esoterici ermetici. Il termine "Agape", che deriva dal greco "AGAPE" (Amore) e dal latino pasto in comune, è stato associato alla terza emanazione della Santissima Trinità, lo Spirito Santo, o Agape, con sede fissa nel centro cardiaco o cuore.

Questo rito, conservato fino a oggi dalla Tradizione Iniziatica, possiede valenze alchemiche, magiche e astrologiche. Gli iniziati ai misteri ermetici lo celebrano nei giorni solstiziali ed equinoziali per affermare e consolidare il lavoro operativo interiore e benefico per la propria "umanità cellulare" e, di conseguenza, per tutta l'umanità. La sua origine si perde nella notte dei tempi, e la sua sacralità è stata riproposta dal Maestro Gesù insieme ai suoi apostoli nell'Ultima Cena.

Rito dell'agape in una comunità iniziatica

Durante lo svolgimento del Rito d'Agape, se ben diretto e con i partecipanti in silenzio e concentrati nel proprio "lavoro", si attua un'espansione d'amore senza pari. È un processo energetico in espansione che arricchisce l'Egregore del gruppo e il corso evolutivo di ogni commensale. Tutti partecipano apportando una dose di energia alla "catena", attivando una simbiosi catartica e arricchendo il proprio patrimonio energetico.

I Riti di Agape nelle Logge Massoniche sono celebrativi degli Equinozi e dei Solstizi e sono atti collettivi dei fratelli in catena d'unione. Si mangia in compagnia (cum panis), per trasmutare il cibo materiale in energia spirituale. I diversi alimenti che si consumano in questo "Pasto Sacro" hanno significati simbolici profondi:

  • Pane azzimo: Simbolo del grano, quindi fertilità, nutrimento e vita. Quello senza sale, mangiato dagli ebrei in fuga dall'Egitto, è legato all'iniziazione solare, al mistero di morte e resurrezione, e al Sacerdozio Regale di Melkitzedeq. Il pane è un elemento femminile, lunare, passivo e corrisponde al principio spermatico dell'uomo.
  • Vino rosso: Simbolo del sangue, fuoco d'amore, legato alla vigna da coltivare e all'energia fecondante del sole, analogico dell'Albero della Vita o Albero della Scienza del Bene e del Male. In altre tradizioni, la vite è sacra agli dei che "muoiono e risorgono"; per i cristiani, Cristo è la vera vigna.
  • Agnello: Chiaro simbolo di dolcezza, innocenza, mitezza, purezza. È soprattutto simbolo del sacrificio (dal latino sacrificium = rendere sacro), è l'Ariete Celeste legato al segno zodiacale dell'Ariete, quale Fuoco Primo, fisico, che nella tradizione iniziatica segna l'inizio reale dell'anno. L'agnello sacrificale o Agnus Dei, o, ancora, Ignis Dei (Fuoco di Dio), corrisponde all'Ariete Celeste e al segno zodiacale "Aries", Fuoco Primo Fisico. Nella tradizione cristiana rappresenta la vittima innocente, il Cristo sofferente, la passione, la resurrezione. Nella iconografia classica, il Cristo è il "Buon Pastore" che guida il suo gregge. È l'Agnus Dei che si sacrifica, che si immola per alimentare la propria umanità cellulare e donarle l'immortalità. L'agnello, il Cristo, è il Logos Solare, la cui cifra è il 666, ridotto all'unità, e chiamato da Giovanni nell'Apocalisse, la "Grande Bestia", in senso positivo, perché il germe della vita viaggia in microscopici "serpentelli", che si chiamano "spermatozoi", che non sono altro che la forza vitale creatrice e generatrice del Grande Architetto dell'Universo. Per i primi cristiani, sulla croce, invece della figura del Cristo sofferente, c'era un serpente inchiodato al legno, simboleggiando il serpente portatore di energia vitale cristica. Cibarsi con il proprio Agnus Dei è come mangiare il Corpus Domini o l'agnello pasquale che si sacrifica per aiutare l'uomo nel processo di trasformazione da mortale a "uomo Dio": immortale.
  • Uovo: Simbolo della vita, del principio, della fine e dell'eternità. L'uovo sodo ricorda l'archetipo dell'Uovo Cosmico con le componenti planetarie: guscio-Saturno, pellicola-Mercurio, albume-Luna, tuorlo-Sole. Richiama anche i quattro elementi: Terra, Aria, Acqua e Fuoco. È l'origine occulta e misteriosa dell'essere, l'inizio, il grembo di tutta l'esistenza embrionale, la speranza e la resurrezione. Viene accomunato all'"uovo cosmico" e a quello "filosofale", poiché rappresenta il vaso sigillato ermeticamente in cui si compie la Grande Opera Alchemica. L'uovo è un alimento nutriente e completo e un simbolo presente in numerose tradizioni iniziatiche e religiose.
  • Olio e Sale: L'olio è il simbolo di Pace e il sale quello della Sapienza. Le olive, frutti dell'albero caro alla dea Minerva, dalla proverbiale sapienza, forniscono l'olio che alimenta il fuoco perenne dei santuari.
  • Frutta fresca: Simbolo dell'immortalità, è l'essenza, il culmine e il risultato di uno stato e il seme di quello successivo.
  • Acqua: La fonte di tutte le potenzialità dell'esistenza, l'origine e la tomba di tutte le cose dell'universo. È l'elemento purificatore per eccellenza e, come settimo alimento, serve ad amalgamare il tutto. L'acqua è un elemento di gestazione, trasparente, e rappresenta la sostanza vitale primordiale da cui nascono le forme, una sorta di "Biblioteca Vivente" con il seme di ogni informazione. In ogni tradizione precede ogni forma a sostegno dell'intera creazione, essendo l'origine del tutto e della vita. L'acqua racchiude tesori di conoscenza e le sue innumerevoli simbologie, sotto la protezione della Grande Madre Isis, conducono tutte al Grande Architetto dell'Universo. Questo preziosissimo Elemento Vitale è Vita e Morte contemporaneamente.

Luca Mazzinghi "Il banchetto nei libri sapienziali, tra simbolo e realtà."

Gesù, nell'Ultima Cena, invitò i suoi discepoli a cibarsi del suo corpo e del suo sangue, con il pane e il vino, come principi creatori. «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo…» dove l'invito era riferito al "suo proprio pane", quale principio creatore, di colore bianco, con l'aroma del pane fresco appena sfornato, energia già trasmutata e sublimata. E lo stesso vale per il vino rosso, simile e prodotto dalla sua anima interiore, Maria. Con i due principi racchiusi in un'unità -corpo, Gesù invita i suoi discepoli: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue…in remissione dei peccati…» (Matteo 26-27-28). E ancora Gesù, per bocca di Giovanni, disse: «Io sono il Pane della vita, il vivo pane che è disceso dal cielo; se alcuno mangia di questo pane, vivrà in eterno. Ora il pane che io darò è la mia carne. Se voi non mangiate la carne del Figliol dell'uomo e non bevete il suo sangue, voi non avete vita in voi. Perocché la mia carne è veramente cibo e il mio sangue è veramente bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me ed io in lui». È chiarissimo l'invito del Maestro a cibarsi del proprio DNA, così l'iniziato arricchisce il proprio codice genetico, ridando l'ordine alla sua umanità cellulare. Gesù, rappresentando lui stesso il principio generativo, invita i suoi discepoli "cellule", a cibarsi della sua propria "carne" e a bere il suo "Preziosissimo Sangue". In questo passaggio si cela il Grande Mistero dell'Eucarestia, che se compreso, permette di fare a meno di prendere l'energia "cristica" del prete.

Con questo scambio energetico, si dà inizio al rito, nel quale tutti i partecipanti sono "sacerdoti officianti", esattamente come Gesù insegnò ai suoi discepoli. Il Rito dell'Agape era corale; tutti i componenti partecipavano allo stesso modo e in questa "comunione di anime" si palesava la più grande energia d'Amore, ossia l'Agape-Bellezza-Spirito Santo! Poi, nell'anno 397 d.C., nel Concilio di Cartagine, questo fu abolito e al posto di quei meravigliosi "Convivium", fu introdotto il rito singolo della Messa, cambiando la vera e reale tradizione cristiana insegnata da Gesù, dove tutti erano protagonisti attivi. Il prete divenne l'unico che guadagnava energeticamente, mentre il resto partecipava passivamente.

Spezzare il pane è uno dei gesti più significativi del partecipante al Rito d'Agape, perché per analogia, rappresenta lo spezzarsi, farsi in due e offrire una parte di sé al proprio fratello. Il pane viene cosparso di sale, simbolo della Sapienza, e il fratello seduto alla destra farà altrettanto con il suo vicino e così via fino a completare il giro. Al contrario, nel rito "singolo" della Messa, l'officiante spezza e benedice l'Ostia più grande, che, "insufflata" e cosparsa di piccolissime gocce della sua saliva con il DNA, sarà poi mangiata solo da lui stesso. Il pane lo spezza, ma non agisce come il Maestro, che offrì la metà ai suoi fratelli; invece sovrappone le due metà e le mangia entrambe. Per confermare quanto detto, benedice il Vino con lo stesso processo e invece di offrirlo, come è stato tramandato da Gesù, se lo beve lui e svuota il calice.

Il "pane bianco" è un principio lunare, passivo, prodotto maschile, generativo, il cui "pianeta" reggente è la Luna e la sua polarità è meno. Il "vino rosso" è un principio solare, attivo, prodotto femminile, generativo, il cui pianeta reggente è il Sole e la sua polarità è più. Il paragone che è più vicino, per la chiarezza di queste due polarità complementari, è la corrente elettrica; "unendo" i due poli, si crea la scintilla, ossia la luce. Accendere la luce utilizzando solo una polarità non produrrà nulla. La stessa cosa vale per l'Eucarestia; è come voler raggiungere l'illuminazione cristica, attivando un solo "principio", cioè il pane. L'unico che ci guadagna è il prete, perché si ciba con entrambe le componenti ed è probabile che ottenga lo stato cristico, mentre i fedeli staranno a guardare.

Il rito si conclude con brindisi dedicati al Sole, alla Luna, a Mercurio, a Giove, a Venere e a Saturno, ciascuno con il proprio significato simbolico. Infine, si uniscono le mani in catena e colui che dirige, usando il suo verbo, dà una giusta proiezione a quell'energia d'Agape, ad esempio per la pace nel mondo, per gli infermi o per i partecipanti. La catena d'unione dura un minimo di tre minuti, ma anche sette, quattordici, ventuno. Dopodiché, i commensali riempiono i calici con acqua e bevono insieme, alzando il calice al cielo e dicendo: "Alla Vita, Salute!". L'acqua, elemento di gestazione, trasparente e senza colore, rappresenta la sostanza vitale primordiale, l'origine di tutte le cose e della vita in particolare, una "Biblioteca Vivente" con il seme di ogni informazione. Essa racchiude tesori di conoscenza e le innumerevoli simbologie che accompagnano questo elemento sotto la protezione della Grande Madre Isis.

Durante il rito, si continua a mangiare la frutta e a bere, mentre il conduttore dell'Agape concede la parola sull'argomento Agape, o per esprimere lo stato emotivo vissuto, mantenendo un tono educato e un'atmosfera d'Amore e fratellanza. Tutti i ricercatori, Candidati, Amatori e Filosofi, celebrano la Grande Croce Cosmica: due Solstizi e due Equinozi, dove ogni braccio della Croce Zodiacale corrisponde a un elemento: Fuoco Primavera, Acqua Estate, Aria Autunno, Terra Inverno.

tags: #agape #dio #greco #della #fecondita