Credenze e Superstizioni Legate alla Gravidanza e alla Nascita tra Magia e Sincretismo Afro-Africano

La gravidanza e la nascita, momenti cruciali e intrinsecamente misteriosi dell'esistenza umana, hanno da sempre ispirato un'ampia gamma di credenze, superstizioni e pratiche magico-religiose in ogni cultura del mondo. Queste fasi "critiche" della vita, percepite come un ponte tra il visibile e l'invisibile, il terreno e il divino, erano - e in molte realtà ancora sono - avvolte da timori e speranze profonde, spingendo l'uomo a cercare protezione, controllo e comprensione attraverso rituali, amuleti e invocazioni. Dall'antica sapienza faraonica alle complesse cosmovisioni afro-americane, il bisogno di armonizzare il corpo umano con le forze della natura e gli spiriti del cosmo ha dato origine a tradizioni affascinanti e stratificate, capaci di persistere attraverso i secoli, adattandosi e trasformandosi. L'Africa, continente dalla ricchezza culturale incommensurabile, è un crogiolo di tali credenze, che, esportate e sincretizzate nel Nuovo Mondo, hanno dato vita a sistemi spirituali unici, intrisi di magia e profondamente legati alla vita, alla morte e alla riproduzione.

Le Radici Antiche della Magia e della Nascita: Dall'Egitto Faraonico alle Pratiche Globali

Nella cultura faraonica, l'ipotesi di scindere razionalità e magia (heka) era inconcepibile. Avrebbe implicato la negazione di quella stessa perfezione cosmica, garantita dalla fusione armonica tra dei, esseri viventi, astri, pianeti, vegetali e minerali, che l'uomo aveva invece il dovere di preservare sfruttando i flussi energetici da cui l'intero creato era pervaso, per mantenere un rapporto armonico con l'ambiente circostante. Rispettare il ritmo del tempo terreno - scandito dall'alternanza del bene e del male - significava anche prevenire possibili afflizioni. D'altronde, la tendenza a credere che qualsiasi malanno fosse sintomo di uno scompenso armonico dovuto all’interferenza di spiriti maligni era piuttosto radicata anche in ambito medico. Per quanto assai abili nel prevenire e trattare le circa 320 patologie allora note, spesso i medici egizi ricorrevano all’aiuto di maghi-sacerdoti nella speranza che con formule, rituali e amuleti contro interferenze maligne potessero contribuire alla guarigione di un paziente.

Secondo gli antichi egizi, ogni fase “critica” dell’esistenza (morte inclusa) andava monitorata; ma in determinate circostanze come quelle legate alla nascita, le arti magiche diventavano addirittura imprescindibili, a fronte dei rischi che comportavano. Oltre a un bacino alto e stretto, infatti, la natura aveva dotato le egizie di una pelvi piuttosto piccola, che rendeva problematica l’espulsione del feto, sempre ammesso che le gestanti avessero superato i numerosi rischi di aborto. Ecco perché le future madri del Paese del Nilo preferivano affidarsi agli influssi benefici della magia piuttosto che all’esperienza diretta di ostetrici, la cui presenza al parto (lo si evince dal papiro di Kahun del 1850 a.C., il più antico testo ginecologico finora individuato) non fu peraltro mai attestata prima del 700 a.C.

Al contrario, abbondavano statuette raffiguranti il dio nano Bes, nume tutelare della casa e dei bambini, o le dee Taweret e Hathor.

Statuetta della dea Taweret egizia
Statuetta di Taweret, dea della fertilità che proteggeva le madri durante il parto, era un simbolo potente di protezione. Uno degli scongiuri più comuni recita: «Che ogni dio protegga il tuo nome, ogni luogo ove ti troverai, ogni latte che berrai, ogni seno dove sarai preso, ogni ginocchio dove sarai seduto […] che ti tenga in salvo per loro, che ti calmi per loro, ogni dio e ogni dea».

Il momento del parto stesso era gestito con una combinazione di pratiche igieniche e rituali. Le future madri partorivano in un ambiente meticolosamente sterilizzato per controbilanciare l’impurità del sangue versato nel corso del travaglio. Per favorire le contrazioni uterine, si accucciavano con i piedi appoggiati sui quattro mattoni (meskhen) associati sia alle dee Nefti, Heket e Iside, impersonate dalle levatrici che le assistevano, sia alla dea delle nascite Meskhenet. Quest'ultima era rappresentata in veste di donna con un glifo - cioè un’immagine stilizzata connessa a un suono - di utero bovino in testa, oppure in forma di pietra dal volto umano. Se da un lato la scelta della posizione accovacciata rispondeva a una necessità essenzialmente pratica, in quanto nello spazio centrale tra i mattoni rimasto libero sarebbe stato raccolto il liquido amniotico, dall'altro poteva facilmente causare fastidiose lacerazioni perineali. In base al papiro medico di Ebers (datato 1550 a.C. ma risalente, pare, al IV millennio, ossia all’inizio dell’Antico Regno), queste venivano curate con impacchi di oli emollienti, mentre non ci sono giunte conferme di eventuali suture. Acqua di carrube, miele, latte e una non meglio definita pianta kheper-wer venivano impiegate per ridurre le emorragie e facilitare l’eliminazione della placenta. E qualora, a causa degli sforzi compiuti, si fosse verificato un prolasso uterino, gli egizi credevano che le fumigazioni vaginali con un ibis di cera sciolto sul fuoco avrebbero ovviato al problema. Nonostante la fiorente letteratura specializzata (oltre a quelli già citati di Kahun ed Ebers vanno ricordati anche i papiri di Edwin Smith, o Libro segreto dei medici, del 1501 a.C. circa e di Brooklyn, attribuibile al periodo della XII Dinastia, esteso dal 1793 al 1645), i figli del Nilo non avevano alcuna cognizione circa il funzionamento dell’apparato riproduttivo femminile. L’utero era per loro soltanto un ricettacolo dello spermatozoo preposto alla custodia della vita in formazione.

I metodi per accertare la gravidanza o per influenzare la fertilità erano altrettanto intrisi di credenze. Miele, fieno greco, lattuga e radice di mandragola erano sostanze impiegate per contrastare la sterilità femminile, mentre quella maschile veniva combattuta con carrube, angurie e bacche di ginepro, anche se s'ignora l'esito di tali metodi. Gli egizi stabilivano se una donna fosse più o meno fertile in base a criteri che non avevano un reale valore scientifico, ma che, specialmente tra il Medio e Nuovo Regno (2050 - 1070 a.C. circa), godevano di notevole popolarità. Quello maggiormente accreditato consisteva nell’osservare la reazione di una paziente alla somministrazione di una disgustosa bevanda ricavata da latte umano e anguria: una crisi di rigetto avrebbe confermato l’idoneità a procreare; con un semplice rutto, invece, qualsiasi speranza sarebbe svanita. Meno perentoria, ma altrettanto qualificata, era l’analisi basata sull’iridologia: «Lascia la donna in piedi nel corridoio, dietro la porta, che aprirai bruscamente in modo che la luce dia sul suo viso. Esamina i suoi occhi. Se vedi che un occhio assomiglia a quello di un asiatico e l’altro a quello di un nero, questa donna non è incinta». In alternativa, bastava porle una cipolla sulla vulva, posticipando il verdetto al giorno seguente: un persistente sapore sgradevole in bocca avrebbe indicato l’avvenuto concepimento. Ampiamente consigliate anche le fumigazioni di sterco di ippopotamo: se avessero causato l’evacuazione, il responso sarebbe stato positivo. Tuttavia, si trattasse di accertare una gestazione o verificare una potenziale fecondità, i test finivano spesso per coincidere, tanto che non è mai stato possibile distinguerli con certezza. Lo stesso Ippocrate (470 - 370 a. C.) - fondatore della medicina scientifica in Grecia - si rassegnò a riproporli in blocco senza ulteriori approfondimenti.

Già dal terzo mese di attesa i genitori potevano conoscere il sesso del bambino: «Mettere orzo e grano (in due sacchi di tela) che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno; allo stesso modo, mettere nei sacchi sabbia e datteri» si legge in un frammento del papiro Ebers. «Se orzo e grano germoglieranno entrambi, ella partorirà (ciò significa che è fertile). Se germoglierà per primo l’orzo, sarà un maschio; se germoglierà per primo il grano, sarà femmina. Se non germoglieranno né l’uno né l’altro, ella non partorirà». Sebbene prediligessero le famiglie numerose, le egizie non erano così ossessionate dalla maternità: e per evitare eventuali “incidenti di percorso” non esitavano a servirsi dei metodi contraccettivi più fantasiosi, ottenuti grazie a ingredienti che oggi sappiamo possedere un grado di acidità, o pH pari a 3.9, mentre quella vaginale oscilla tra il 4 e il 4,2. Queste sostanze erano dunque perfettamente in grado di neutralizzare la leggera alcalinità spermatica. I metodi erano vari e creativi: il papiro di Ebers parla di un tampone di lino posizionato rigorosamente “alla bocca dell’utero” impregnato con foglie di acacia, coloquintide, datteri tritati e un henu di miele, ovvero circa 450 ml; il papiro Kahun raccomanda di utilizzare lo sterco di coccodrillo e latte acido per ricavare una sorta di diaframma utilizzabile per almeno un anno.

Credenze simili, seppur con manifestazioni diverse, sono sostenute anche in altre culture. Ad esempio, gli Ifaluk, che abitano un’isola remota nel Pacifico settentrionale, condividono un approccio alla vita che tiene conto di forze invisibili. In un villaggio dell’India Centrale, Nimkheram, le donne incinte devono proteggere il bambino dagli spiriti malevoli, quindi rimangono in casa il più possibile, si dipingono il corpo e mangiano alcuni cibi rituali, dimostrando una preoccupazione universale per la vulnerabilità della gravidanza.

Sincretismo e Magia nel Nuovo Mondo: I Culti Afro-Americani

La tratta degli schiavi, un capitolo doloroso e determinante della storia umana, ha avuto un impatto profondo sulla diffusione e trasformazione delle credenze africane. Secondo alcuni studi, il totale di africani deportati assomma a 24 milioni, provenienti per lo più dalle popolazioni yoruba (Nigeria, Benin, Dahomey e Togo) e bantu (Angola, Congo e Mozambico): di questa enorme cifra, peraltro, soltanto la metà riuscì a giungere effettivamente a destinazione, dopo essere sopravvissuta alle disumane condizioni delle traversate in mare. Al momento dello sbarco venivano ammassati confusamente e soltanto in seguito classificati in base alle loro caratteristiche fisiche in vista dei diversi tipi di lavoro che avrebbero dovuto svolgere. Chi veniva destinato alle miniere non aveva tempo né per riunirsi né per praticare i riti prescritti dalle proprie credenze. Gli schiavi africani si trovarono immersi in una cultura eminentemente europea: l’organizzazione amministrativa, i costumi e i meccanismi sociali erano quelli delle potenze conquistatrici trapiantate sul suolo americano.

In questo contesto di sradicamento e oppressione, si originò un insieme di cosmovisioni spirituali che sono state denominate “culti afro-brasiliani” o “riti afro-americani”. Queste religioni si sono poi diffuse in America Latina, assumendo una configurazione sincretistica che mescola credenze delle popolazioni africane yoruba con la fede cattolica. Un approccio consueto ma fuorviante è la tendenza a semplificare, riunendo indistintamente tutti questi culti sotto uno stesso nome - per esempio “macumba”, “vudu” o “santeria” - laddove è invece necessario distinguerli.

Gli elementi fondamentali per comprendere i culti afroamericani sono molteplici e interconnessi. Anzitutto, le credenze e le pratiche africane, che davano forma a una religiosità di carattere fondamentalmente animista e magico. Circondati da una situazione ambientale ostile, gli indigeni africani svilupparono pratiche che pretendevano di sottomettere le potenti forze della natura. Sebbene in alcune occasioni si parlasse di un dio supremo, veniva data maggiore importanza a entità intermedie tra il divino e l’umano: spiriti della natura o antenati. In secondo luogo, la fede cattolica, dalla quale provengono le figure di Cristo, di Maria e dei Santi, oltre a varie pratiche di devozione, oggetti di culto e sacramentali. Infine, lo spiritismo contemporaneo. Per strano che possa sembrare, anche questo è un elemento fondamentale per comprendere i culti afroamericani, soprattutto l’Umbanda.

Sincretismo: qual a relação entre santos católicos, orixás e colonialismo?

I Bantu, ad esempio, cercarono di preservare le loro tradizioni religiose in Brasile, adattando le loro convinzioni alla schiavitù cui erano sottoposti. Alla fine del XVI secolo, all’interno delle senzalas (capannoni in cui abitavano gli schiavi), nacque così la prima manifestazione sincretistica del cattolicesimo bantu in Brasile: il Calundu. Uno dei primi resoconti scritti di Calundu è il Compêndio narrativo do peregrino da América (“Compendio narrativo del Pellegrino d’America”) pubblicato nel 1728 dal viaggiatore portoghese Nuno Marques Pereira. Il resoconto sottolinea inoltre l’apparente tolleranza al Calundu manifestata dai proprietari degli schiavi. Molto probabilmente ciò era dovuto alla loro convinzione che con questa pratica gli africani avrebbero mantenuto vive le rivalità tribali presenti in Africa all’interno degli alloggi degli schiavi, il che avrebbe reso difficile provocare ribellioni o gesti simili.

Durante il XVII e il XVIII secolo, il numero delle città crebbe in tutto il Paese, in particolare nella regione mineraria a causa delle caratteristiche di questa attività economica. È appunto intorno alle residenze di questi neri e mulatti liberti, per lo più capanne e case popolari, che le manifestazioni religiose di origine africana trovarono le condizioni minime per svilupparsi: in tali luoghi, infatti, gli afro-discendenti potevano celebrare le loro feste con una certa frequenza e costruire e preservare gli altari con i contenitori consacrati ai loro dèi. Tali manifestazioni non possiedono una dottrina formale di culto che funzioni come modello. Dal 1840 in poi, il commercio di schiavi sudanesi si intensificò attraverso la Rota da Mina, che ebbe origine nei porti africani di Lagos, Calabar e, soprattutto, São Jorge da Mina, che superò tutti gli altri per quantità di schiavi deportati in Brasile.

Mappa delle rotte della tratta degli schiavi verso il Brasile

I modelli di culto africani si differenziano a seconda delle etnie di origine. Il modello di culto Bantu è il più diffuso in Brasile e si trova per lo più negli stati di Bahia, Rio de Janeiro, San Paolo, Pernambuco, Minhas Gerais, Goiás e Rio Grande do Sul. Il modello di culto Sudanese Nagô fa riferimento alle Nazioni Ketu (o Queto), Efan e Ijexá. Il Candomblé della Nazione Ketu è attualmente il più diffuso grazie all’elevato numero di scrittori e cantanti di Bahia che iniziarono a divulgarlo; esso è praticato in quasi tutto il Brasile, principalmente a Bahia. Il Candomblé de Nação Efã è praticato principalmente negli Stati di Bahia, Rio de Janeiro e San Paolo. Il modello di culto sudanese Jeje ha avuto origine dalle Nazioni Jeje-Fon e Jeje-Mahin. I Candomblés de Nação Angola, Congo e Muxicongo rendono culto a un dio supremo chiamato Nzambi o Zambi (noto anche come Nzambi Mpungu o Zambiapongo) e alla natura deificata, personificata nelle divinità chiamate Inchisses. Per raggiungere il grado di sacerdote nella Nazione Angola, è necessario passare attraverso sette rituali, gli ultimi quattro legati al tempo di iniziazione alla religione (1 anno, 3 anni, 5 anni e 7 anni), durante i quali sono tramandate le tradizioni religiose, le danze, i canti, le preparazioni di cibi sacri, la cura degli spazi sacri e i voti di segretezza e obbedienza.

Obeah e Myal in Giamaica: Conflitto e Stregoneria

In Giamaica, durante l'epoca della tratta degli schiavi, diversi individui appartenenti a tribù e gruppi etnici diversi entrarono in contatto tra loro provocando anche situazioni conflittuali. In questo contesto emerse la pratica di Obeah. Il termine Obeah finì in seguito per indicare qualsiasi oggetto rituale che veniva utilizzato nella magia nera e nella stregoneria. Nel XIX secolo l'apparizione in cielo di una cometa scatenò una esplosione di crisi mistiche e di spiritualismo che sfociò spesso in marcate forme di millenarismo e di fanatismo religioso tra gli uomini Myal della Giamaica. Durante il conflitto tra religione Obeah e Myal, questi ultimi si posero come i buoni in contrapposizione agli stregoni malvagi della religione Obeah. Essi dichiararono che gli uomini Obeah rubavano l'ombra dei viventi e aiutavano coloro che volevano tornare dal regno della morte, delineando una chiara dicotomia tra pratiche considerate benefiche e quelle maligne.

Il Candomblé: Un Universo di Orixá e Potere Ancestrale

Il Candomblé è una religione afrobrasiliana tuttora praticata in Africa e in Brasile, ma anche in Uruguay, Paraguay, Argentina e Venezuela, e inoltre diffusa in alcuni paesi europei (Portogallo, Spagna, ecc.). Gli orixá rappresentano archetipi antropologici. Vi sono associati determinati colori, attività umane, tipi di alimenti, erbe mediche, ecc. Essi trasmettono agli umani l’axé, cioè l’energia universale che è in tutte le cose e nei viventi. Questa religione è giunta in Brasile dall’Africa, portata da sacerdoti africani e fedeli che erano stati deportati come schiavi. Il Candomblè, a differenza degli altri culti sincretistici, conserva più aspetti della sua origine africana, quali la lingua, gli abiti colorati, i costumi, ecc. Prevede la realizzazione di sacrifici animali e non crede nella reincarnazione. Spicca per la sua marcata segretezza e per l’assenza di libri ufficiali sistematici. I suoi rituali cercano di attrarre il favore degli orixà e di allontanare l’azione degli exùs: a tal fine vengono utilizzate pratiche magiche in cui si mescolano vegetali con pietre, polveri, terra proveniente da cimiteri, ecc.

In origine bandito dalla Chiesa cattolica e perfino ritenuto un crimine da alcuni governi, il Candomblé - all’inizio praticato solo dalla popolazione in schiavitù - è sopravvissuto per secoli e si è molto diffuso nel XIX secolo, anche dopo la fine della schiavitù. Ora è una religione ampiamente diffusa, con seguaci appartenenti a tutte le classi sociali e decine di migliaia di templi o terreiros. Durante un recente censimento, circa due milioni di brasiliani (1,5% della popolazione) si sono detti seguaci del Candomblé. La nascita e lo sviluppo istituzionalizzati di questa religione in Brasile sono abbastanza recenti. Il Candomblé nacque grazie ai sacerdoti africani e alle sacerdotesse africane che giunsero nel Nuovo Mondo come schiavi nel periodo dal 1549 al 1888. In questi secoli, i missionari cattolici convertirono in massa gli schiavi, i quali tuttavia mantennero sotterraneamente vive le loro tradizioni religiose. Durante il periodo finale della tratta degli schiavi (ultimo decennio del XIX secolo), gli schiavi portati in Brasile dai portoghesi si trasferirono nelle città, dove aumentarono notevolmente le loro possibilità di aggregazione, di confronto e scambio, anche fra diverse etnie (un contatto impossibile nelle fazendas, in cui gli schiavi di diversa provenienza erano spesso suddivisi in differenti senzalas). Allo stesso tempo, gli ex-schiavi si ritrovarono liberi dall’influsso del cattolicesimo.

Gli schiavi brasiliani erano originari di svariati gruppi etnici, tra cui gli Yoruba, gli Ewe, i Fon, i Bantu, i Nagò, ecc. I mercanti di schiavi li classificavano secondo il porto di imbarco: pertanto la loro vera origine etnica poteva non corrispondere a quella che veniva loro attribuita. Siccome il Candomblé nacque quasi in modo indipendente in ciascuna di queste “nazioni”, per mancanza di un’autorità centrale, si articolò dunque in varie “sette”, assumendo spesso nomi che derivavano dallo specifico luogo di origine: per questo il termine “Candomblé” designa vari riti, i cui seguaci vengono anch’essi identificati a seconda della “nazione” di appartenenza. Nella cosiddetta nazione Ketu, a Bahia, predominano gli Orixà e i riti di origine yoruba. La nazione Angola, di origine bantu, adotta il pantheon degli Orixà yoruba e incorpora molte delle pratiche iniziatiche della nazione Ketu. Il suo linguaggio rituale, anche se intraducibile, si originò dalla lingua quicongo.

Nonostante il pantheon di divinità sia numeroso, il Candomblé non è propriamente una religione politeista: esiste un principio primo - chiamato Olorun dalla nazione Ketu; Zambi o Zambiapongo dalla nazione Bantu; Mawu dalla nazione Jeje - da cui provengono gli Orixà (divinità) a cui ha delegato il suo potere. Il Candomblé cerca un rapporto armonioso ed equilibrato fra tutte le parti che compongono l’essere umano, il cosmo e la società. L’universo sacro è reale e i fedeli partecipano al mondo invisibile; il mondo sacro esiste, si può sentire ed entrarci in comunicazione. Generalmente chi pratica il Candomblé nutre una profonda fede nelle “energie superiori” della natura. Ogni persona è un frammento della divinità, dalla quale ha ereditato le caratteristiche fisiche, psichiche ed energetiche. La continuità e l’equilibrio con l’universo sacro e la natura si acquisiscono attraverso una forza magico-sacra che fluisce in tutte le cose, piante, animali, esseri umani, chiamata axé. L’axé può diminuire, aumentare ed essere distribuito attraverso riti che hanno la finalità di portare benessere ed equilibrio alla comunità o all’individuo con il cosmo, la natura e le altre persone.

Gli adepti del Candomblé credono negli Orixá, divinità che possiedono una personalità propria e ciascuna associata ad un fenomeno naturale specifico e a certi colori. I miti raccontano una grande quantità di insegnamenti mistici legati all’elemento naturale caratteristico del particolare Orixà. L’Orixá, detto anche santo in seguito al sincretismo con i santi cattolici, si impossessa del credente e si serve di lui come strumento per comunicare con i mortali. Gli Orixás ascoltano le richieste, danno consigli, concedono la grazia, curano le malattie e consolano nel momento del bisogno. Gli Orixás ricevono omaggi sotto forma di offerte (ebò), danze sacre e canti.

Orixá del Candomblé raffigurati

Esistono poi due importanti personaggi indipendenti dal mondo degli Orixà ma con il quale interagiscono: l’oracolo Ifà e il messaggero Exù. Si tratta di due elementi riscontrabili costantemente nei culti afro-americani: Ifà lavora per portare agli uomini le parole degli Orixá ed è situato in posizione superiore ad Exù, il cui compito è invece quello di trasmettere agli Orixá i desideri degli uomini.

Olorun è la divinità suprema e il creatore della popolazione africana Yoruba. Il suo nome significa etimologicamente “il signore del cielo” (olo = “signore” e orun = “cielo”). È il dio della pace, dell’armonia e della purezza. È associato al colore bianco e controlla tutto ciò che ha questo colore, come le ossa, il cervello e le nuvole. Olorun creò l’universo, fissò il giorno e la notte, ordinò le stagioni e stabilì il destino degli uomini. Non si occupa direttamente degli affari umani: la sua potenza sarebbe altrimenti troppo grande e potrebbe inavvertitamente distruggere ogni essere umano che incontrasse. Nel pantheon degli Yorubá, costituito da circa 1.700 divinità, la carica di Olorun può essere descritta come “capo dei capi dei sacri misteri della alta corte del paradiso”. In questo compito ha come braccio destro Ofun, che è l’unico tra i 16 Odu dell’Ifa che viene chiamato Hepa. È il padre di Oduduá e Obatalá. Dalla sua energia si sprigionarono gli irunmale che sono suddivisi in orishà (energie mascoline) ed eborà (energie femminili). Olorun non ha né templi né culti propri e gli esseri umani non possono menzionare il suo nome.

Ogni Orixá venne associato a un santo cattolico, sulla base di una caratteristica comune di vita o di somiglianze nelle rappresentazioni iconografiche o ancora di analogie nelle prerogative e nei poteri degli uni e degli altri. Gli orixà, che solitamente in vita erano uomini importanti dotati di potere, vengono propiziati tramite riti sacrificali, offerte floreali e culinarie che rispettino i loro gradimenti, e spesso in loro onore vengono praticate danze ispirate alla loro vita.

Tra gli Orixá più noti, si annoverano:

  • Aialamô, orixá dei bimbi ancora non nati della nazione Yorubà. La sua esistenza sottolinea l'importanza attribuita alla vita fin dal concepimento.
  • Babalú Ayé (noto anche con i nomi di Omolu, Shonponno, Obaluaiê): è un importante orixá della mitologia yorubá e delle religioni afroamericane derivate, spesso associato alla malattia e alla guarigione, e per estensione, alla protezione della salute, inclusa quella materno-infantile.
  • Eleguà: presente con Orumila al tempo della creazione, è l’orixá che presiede a tutti gli incroci della vita, aiutando o dirottando il destino.
  • Eshu, orixà guardiano di templi, case, città e persone, messaggero divino degli oracoli. Detto anche Esu, Exú, Eleguá o Elegbá, è una delle divinità più rispettate nella religione yoruba e nei culti sincretistici correlati, quali Santeria e Candomblé, in cui è talvolta identificato con Sant’Antonio o San Michele. Spesso viene confuso con il demonio e considerato una personificazione del male. Svolge il ruolo di intermediario fra gli dèi (gli Orixà) e l’uomo. A lui vengono attribuiti i colpi di fortuna, le intuizioni geniali, il buon successo nel commercio e nelle imprese di qualsiasi genere; per questo motivo, lo si invoca all’inizio di ogni attività e di ogni rituale religioso e magico; è inoltre l’ultimo al quale si rivolgono le attenzioni e le invocazioni dei fedeli, visto il suo ruolo di messaggero e di protettore dei responsi. È anche il protettore dei viaggiatori e il dio delle strade e in particolare degli incroci, dove vengono lasciate offerte in suo onore; è anche il custode della casa. È associato alla fertilità e viene spesso raffigurato con appariscenti organi sessuali. In suo onore è consigliabile collocare una pietra dalla forma umanoide dietro la porta e sul pavimento. Il suo giorno è il lunedì, ma molti fedeli lo festeggiano anche il terzo giorno di ogni mese. Protegge anche dalla povertà e dalla morte per emorragia. I suoi colori sono il rosso e il nero. Predilige i giocattoli dei bambini, le monete e gli attrezzi per la pesca. I suoi animali prediletti sono galli, polli e tartarughe. Il suo simbolo è una collana imperlata con elementi rossi e neri che rappresentano i due poli opposti: la vita e la morte, la guerra e la pace, la sfortuna e la buona sorte. La sposa di Eshu è la sensuale Pomba-Gira (detta Vira nel Candomblé), che simboleggia l'essenza della femminilità e della sessualità.

Rituali Post-Parto e Credenze sulla Gravidanza: Tra Tradizione e Falso Mito

In diverse regioni dell'Africa, la gravidanza e il post-parto sono accompagnati da rituali profondamente radicati, volti a purificare la madre, proteggere il bambino e ristabilire l'equilibrio fisico e spirituale. Un esempio significativo è la pratica de “l’acqua calda”, un rito africano di cure tradizionali fatto alle neo mamme che hanno un parto naturale. Ogni punto cardinale dell’Africa ha il proprio rito e le proprie piante che usa. Nell’Africa dell’Ovest, principalmente dagli Akan, il rito si svolge in diverse fasi.

Per prima cosa viene scaldata dell’acqua che viene versata in un recipiente basso, insieme ad alcune piante, sul quale la donna si siede. Il vapore che sale le pulisce l’interno dell’utero dal resto delle impurità e dal sangue coagulato. Questa fase è chiamata bagno vaginale e fa sì che le ferite interne si cicatrizzino in fretta. Sandrine, una donna che ha vissuto questa esperienza, racconta: “All’inizio, il vapore è piacevole ma dopo 2 minuti, inizi a non capire più niente. Ti bruciano le cosce, l’ano e quindi sei costretta ad alzarti ogni tanto”. Per lei, la fase più difficile è stata la seconda: il massaggio. “Il vapore contro la vagina, non è niente in confronto al massaggio con l’acqua bollente. La nonna o la mamma ti massaggia tutto il corpo (tranne il seno) con un asciugamano bollente”. Finito ciò, è il momento di depurarsi. Con una peretta clistere, viene spruzzato peperoncino nell’intestino. Dopo esser andata di corpo, la neo mamma viene lavata e unta con burro di Karitè e spezie; questo perché quando una donna nera rimane incinta, viene coperta da una seconda pelle chiamata maschera di gravidanza che la rende scura e sporca. La miscela di burro di karitè e spezie serve a ridarle la carnagione iniziale, dopo nemmeno tre mesi. La terza fase è la cintura. Le viene legato strettamente sulla pancia un pezzo di kente per rimodellare il suo fisico di prima della gravidanza. “I primi giorni, non riuscivo a respirare e volevo toglierlo, ma mia madre mi ha minacciato. Dopo due settimane, vedevo già i risultati”. Questo esempio dimostra l'intensità e la dedizione dietro queste pratiche tradizionali, spesso percepite come necessarie per il benessere a lungo termine della madre.

Rituale tradizionale post-parto africano

Oltre ai riti post-parto, la gravidanza stessa è da sempre oggetto di innumerevoli leggende e falsi miti, che si manifestano in diverse culture con variazioni affascinanti. Ad esempio, una vecchia credenza popolare cinese suggerisce che una donna incinta dovrebbe astenersi dallo sfregare eccessivamente la pancia sporgente. Alcune superstizioni cercano di prevedere il sesso del nascituro: se una donna incinta sente freddo, avrà un maschio; se ha voglia di cose dolci, avrà una ragazza. Secondo le antiche culture cinese e maya, se sia l'età della madre che l’anno in cui ha concepito sono entrambi pari, sta per avere una bambina. Un altro metodo popolare prevede di legare una fede a una corda e appenderla sopra la pancia: se oscilla in cerchio, è un maschio. Altre indicazioni meno specifiche ma diffuse includono il gonfiore alle gambe o alle caviglie o i frequenti mal di testa durante la gravidanza come segnali, spesso interpretati in relazione al sesso del bambino, sebbene la logica sia sfuggente. Anche il colore dell'urina, se è di un giallo brillante, viene talvolta associato all'arrivo di un maschio, così come un umore generalmente felice o dolce della madre.

Non mancano poi le leggende e i falsi miti sul concepimento, che spesso emergono quando la strada per la maternità si rivela più complessa del previsto. Rimanere incinta è una specie di terno al lotto: può succedere quando non te l’aspetti o non avvenire nonostante si faccia di tutto perché accada. Ed è il secondo caso che richiama gli atteggiamenti più fantasiosi, almeno sino a quando la situazione non si rivela bisognosa di interventi mirati e scientificamente validi. I miti e le leggende che aleggiano intorno alla magia del concepimento sono tanti e vengono smerciati come consigli tramandati da generazioni o soluzioni estemporanee senza alcun fondamento attendibile. Di fronte alla difficoltà di concepimento, tutti si sentono in dovere di rendersi utili ed attingono al bagaglio del sentito dire che, se per caso fortuito e coincidenza, trova conferma in una gravidanza, diventa subito regola da applicare!

Tra le convinzioni più diffuse per favorire il concepimento, sicuramente ci sono le posizioni da assumere durante il rapporto sessuale e subito dopo. In realtà, non servono, quindi è inutile studiare il kamasutra della fecondazione o tenere le gambe sollevate dopo aver copulato! Anche la frequenza dei rapporti sessuali è considerata un aiuto fondamentale e quindi far l’amore tutti i giorni sarebbe una garanzia. Per un discorso di probabilità, potrebbe essere un suggerimento corretto, ma non è così perché sono pochi i giorni fertili della donna in un mese ed anche lo sperma maschile necessita di alcuni giorni per rigenerarsi di spermatozoi maturi. L’orgasmo, croce e delizia della vita sessuale di qualsiasi coppia, viene erroneamente considerato portatore di gravidanza. Di vero c’è solo che l’orgasmo è bello e buono per la donna (come per l’uomo), ma non favorisce il concepimento nonostante le contrazioni che lo caratterizzano servano a favorire l’arrivo degli spermatozoi nella cervice dell’utero.

Un'altra credenza comune è che evitare di lavarsi dopo aver fatto sesso favorisca la fecondazione: una bugia! Ci si può lavare tranquillamente perché gli spermatozoi, se sono sani e vitali, arrivano rapidi a destinazione e nessun lavaggio può fermarli. Altre due indicazioni curiose vengono spesso dispensate per favorire il concepimento: alimentazione e precedente gravidanza. Si tratta di altri due falsi miti perché non ci sono alimenti propedeutici alla fecondazione ed aver già portato a termine una gestazione non ne favorisce un’altra. In merito al nutrimento, vale la raccomandazione a seguire una dieta sana ed equilibrata e ricca delle vitamine utili allo scopo, evitando alcol, grassi saturi e tabacco. Mentre per una seconda gravidanza bisogna considerare fattori come l’età che più avanza e meno facile rende il concepimento. Queste superstizioni e tradizioni, siano esse antiche o moderne, riflettono il desiderio umano di comprendere e influenzare i misteri della vita, della nascita e della fertilità, anche quando la scienza non offre conferme immediate.

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