L'Aborto Volontario e la Ricerca del Perdono: Un Percorso Tra Trauma, Elaborazione e Riconciliazione

L'interruzione volontaria di gravidanza (IVG), comunemente nota come aborto volontario, rappresenta un crocevia di esperienze umane profondamente complesse, che si intrecciano con dimensioni personali, etiche, sociali e spirituali. In Italia, la Legge 194 del 22 maggio 1978 riconosce l'IVG come un diritto della donna, consentendone l'esecuzione entro i primi 90 giorni di gestazione, o anche oltre in casi specifici, come quelli di aborto terapeutico. Questa titolarità legale, tuttavia, non esime la donna dal confrontarsi con una responsabilità spesso gravosa, carica di interrogativi intimi e del peso di un giudizio, talvolta implicito, della società. Molte esperienze di interruzione volontaria di gravidanza sono accompagnate dalla sensazione di dover giustificare una scelta che è intrinsecamente personale e intima.

Al di là del dibattito sociopolitico o delle definizioni mediche, l'aborto volontario è un evento che può lasciare un segno profondo nell'animo di chi lo vive. Se da un lato c'è chi lo percepisce come un atto contro la vita, dall'altro vi è chi lo considera un intervento medico su un insieme di cellule. Ma nel cuore di ogni donna che lo affronta, emerge una domanda tanto profonda quanto silenziosa: "come si fa a perdonarsi dopo un aborto?". È una ricerca interiore che molte donne intraprendono, cercando un modo per superare l'aborto volontario e il suo carico emotivo. Questa scelta, lungi dall'essere sempre semplice o dettata dalla leggerezza, è spesso il risultato di un profondo conflitto, di circostanze difficili e di una solitudine che rende il percorso ancora più arduo. Attraverso questo articolo, esploreremo le diverse esperienze legate all'IVG, le possibili conseguenze psicologiche e le vie attraverso cui un adeguato supporto può aiutare a risignificare questo evento, offrendo prospettive di elaborazione, perdono e, in alcuni casi, di rinascita personale e spirituale.

Donna che riflette dopo una scelta difficile

L'Interruzione Volontaria di Gravidanza: Contesto e Complessità di una Decisione

L'aborto è l'interruzione prematura di una gravidanza, un evento che può avvenire per cause naturali, noto come aborto spontaneo, oppure essere provocato artificialmente, definito aborto provocato o interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Mentre l'aborto spontaneo è un evento non controllabile, improvviso e privo di qualsiasi volontà da parte della madre, l'aborto indotto implica una responsabilità consapevole. Generalmente si è convinti che una tale consapevolezza della propria decisione non provochi sentimenti di lutto e perdita; tuttavia, ciò non preclude una ferita profonda, un dolore viscerale che può tornare vivido anche dopo tempo. Al riguardo, Galimberti (1994) afferma: "è frequente che il ricordo di aborti provocati in epoca lontana e superati apparentemente senza difficoltà, ricompaia carico di sensi di colpa in occasione di episodi depressivi".

In Italia, l'IVG è regolato dalla Legge 194 del 1978 e può essere effettuato a qualsiasi età. Per le minori di 18 anni, l'articolo 12 della stessa legge prevede il consenso di entrambi i genitori o di chi ne ha la tutela. I motivi che portano una donna a decidere per un aborto volontario possono essere molteplici e di varia natura: economica, sociale, familiare o personale. Ogni anno in Italia vengono effettuate circa 75.000 IVG, prevalentemente su donne nubili, e il dato generale è in calo, probabilmente grazie all'aumento delle informazioni sulla prevenzione delle gravidanze indesiderate. Questi dati, raccolti dal Sistema di Sorveglianza epidemiologica delle interruzioni volontarie di gravidanza, mirano a migliorare le strategie di prevenzione e assistenza. Tuttavia, dietro la freddezza dei numeri si cela un mondo sommerso, fatto di esperienze intime, spesso segrete e cariche di solitudine.

Nel contesto adolescenziale, ad esempio, dove si cerca di fare esperienza e si scopre la sessualità, dare per scontato che avere un ragazzo o una ragazza implichi primariamente avere rapporti sessuali può portare a gravidanze inattese. La scelta di avere rapporti protetti è una responsabilità che riguarda ogni donna, sia single che coniugata o convivente, o separata, perché l'atto sessuale, in modo naturale, ha la funzione di riproduzione per garantire la sopravvivenza umana. Per questa ragione è importante proteggere sé stesse. Amare l'altro significa prima di tutto amare sé, e questo comporta vivere consapevolmente un rapporto con passione e allo stesso tempo con responsabilità.

A volte, la decisione di abortire non nasce da una volontà piena e libera, ma da un senso di costrizione. Se l'interruzione avviene quando non si è pienamente consapevoli o se si percepisce che le risorse territoriali non possono essere di supporto nel sostenere la gravidanza e il nascituro, sebbene sia un atto volontario, psicologicamente diviene un gesto non voluto, di costrizione. Questa sensazione di essere costrette a scegliere può amplificare il peso emotivo. Una donna, come ha testimoniato "Viola", può sentirsi "senza scelta, costretta di interrompere a causa sua e del suo problema" e "schiacciata dalla situazione", pur volendo tenere il bambino. In tali circostanze, si sente divisa "a metà tra cuore e razionalità". Un simile vissuto può condurre a una profonda rottura: rispetto a una determinata immagine di sé, a un progetto di vita, o in relazione a una parte della propria identità.

Le Profonde Ripercussioni Psicologiche dell'Interruzione Volontaria di Gravidanza

L'interruzione di gravidanza è un evento traumatico che, in alcuni casi, ha gravi ripercussioni sulla salute mentale della donna sia nel breve che nel lungo termine. Le conseguenze psicologiche di un'interruzione naturale o una provocata possono essere molteplici e diverse nei due casi: a differenza di un aborto spontaneo, dove il dolore è socialmente riconosciuto e legittimato, chi sceglie un'interruzione volontaria di gravidanza spesso si sente privata del diritto di soffrire. Essendo protagonista della scelta, la donna può avvertire di non avere il "permesso" di stare male, di chiedere conforto.

Uno dei quadri nosologici maggiormente discussi è la cosiddetta Sindrome Post-Abortiva (SPA). Questa sindrome si riferisce a una serie di disagi che possono insorgere subito dopo l'interruzione oppure dopo anni, potendo rimanere latente per molto tempo. Essa viene fatta rientrare, in linea teorica, all'interno dei disturbi post-traumatici da stress, essendo l'IVG un evento traumatico in grado di creare un marcato stress e disagio.

Sintomi della Sindrome Post-Abortiva (SPA)

I sintomi della SPA possono interessare varie aree del funzionamento e comprendono:

  • Disturbi emozionali: ansia, depressione (inclusa la depressione post aborto volontario), tristezza profonda e persistente.
  • Disturbi della comunicazione e del pensiero.
  • Disturbi dell'alimentazione: il cibo può diventare un modo per gestire o silenziare emozioni difficili.
  • Disturbi della relazione affettiva e della sfera sessuale.
  • Disturbi neurovegetativi.
  • Disturbi del sonno: come i "attacchi di pianto e sensi di colpa" menzionati da "Viola" che impediscono di dormire bene.
  • Disturbi fobico-ansiosi.
  • Flashback dell'aborto: rivivere in modo intrusivo l'evento dell'aborto.

I sintomi principali che fanno rientrare la SPA nella categoria della sindrome post-traumatica da stress sono, invece:

  • Esposizione o partecipazione a un'esperienza di aborto, percepita come uccisione volontaria di un bambino ancora non nato.
  • Rivivere in modo intrusivo l'evento dell'aborto.
  • Sforzi per evitare di riportare alla memoria i ricordi legati all'interruzione di gravidanza.
  • Altri sintomi associati all'evento come senso di colpa e sensazione di essere sopravvissuti, che non erano presenti prima del trauma.

Fattori scatenanti, anche dopo anni, possono essere l'anniversario dell'interruzione, l'ipotetica data di nascita e tutta una serie di scadenze legate ad anniversari e ricorrenze. Anche se l'esistenza e la morte del bambino non sono riconosciute da nessuno intorno a lei, il legame tra la madre e il bambino che non c'è più è spesso totalizzante, anche se in modo inconsapevole. I fattori di rischio per sviluppare una sindrome post-traumatica da stress legata all'aborto includono lo scarso supporto sociale, la pressione di un amico, compagno, marito o parenti riguardo all'aborto, e sentimenti come vergogna e sensi di colpa. Nel lungo termine, le manifestazioni possono presentarsi fino a 15 anni dopo l'evento con emozioni disturbanti e pensieri ricorrenti e intrusivi.

La testimonianza di una donna, che ha scritto una lettera a un sacerdote, è emblematica di questo dolore prolungato. Affermava di aver abortito ventidue anni fa a causa di una grave depressione e crisi ansiose, interrompendo le cure con psicofarmaci su consiglio di un ginecologo per non nuocere al bambino. Nonostante il tempo trascorso, una quasi guarigione, e l'aver avuto un altro figlio, "il ricordo, dolorosissimo, si riaffaccia periodicamente e il fatto di non poterne parlare con nessuno, di comprendere - ora che sto meglio - la gravità della cosa, mi pesa come un macigno". Similmente, "Beatrice", pur essendo felicemente madre di una splendida bambina tre anni dopo un'interruzione di gravidanza, si trova a rivivere "il dolore ed i sensi di colpa che ti attanagliano completamente e ti buttano giù come se fosse stato ieri". Questo dimostra che il dolore legato a una perdita può riemergere anche quando tutto sembra essersi sistemato, e che la maternità, sebbene fonte di gioia, può anche riaprire vecchie ferite.

La cicatrice dell'aborto

L'Aborto come Crisi e Trasformazione: Un Percorso di Crescita Personale

Al di là del dolore, è importante considerare anche un altro significato psicologico dell'aborto. Un aborto, dal punto di vista psicologico, può essere analizzato con vari livelli di interpretazione. La donna che abortisce volontariamente, in buona parte dei casi, si trova dapprima a subire un evento: la gravidanza non desiderata. Spesso, il nucleo del dolore risiede nel sentirsi messe alle strette, nel dover affrontare una decisione irrevocabile senza averla cercata. Questa sensazione di essere costrette a scegliere può amplificare il peso emotivo, ma può anche, paradossalmente, innescare un processo di profonda rinascita personale.

Per alcune donne, infatti, l'IVG può rappresentare il primo "no" esplicito e consapevole della loro vita: un atto di affermazione di sé che, pur nascendo da una crisi, può segnare una svolta, accelerando il percorso di definizione della propria identità. In questo senso, la donna che sceglie di abortire si trova di fronte a una sorta di "prima nascita di se stessa". Sebbene possa sembrare un paradosso, esistono esperienze di aborto volontario che, pur non essendo "felici", possono essere "positive" perché la consapevolezza che ne deriva può essere generativa e trasformativa.

La scelta di abortire raramente è un passaggio indolore. Può essere accompagnata da senso di colpa e da un sentimento di inadeguatezza, proprio perché rappresenta una forte affermazione di sé. In termini psicologici, affrontare un'IVG può significare confrontarsi con la propria "madre onnipotente interiore": quella parte di noi che si prende cura degli altri fino ad annullarsi, che fatica a dire di no per paura di deludere o di non essere amata. Visto in questa luce, l'aborto può assumere le forme di un evento iniziatico, un rito di passaggio che segna una trasformazione. Considerarlo tale, come avviene in alcune culture, implica riconoscerne l'importanza trasformativa nella propria storia personale e andare oltre l'apparenza di un evento puramente negativo per coglierne il potenziale di crescita.

Nell'inconscio, i processi non sono sempre lineari o evidenti. Può sembrare un paradosso vedere un potenziale generativo in un evento che socialmente è legato alla fine di qualcosa. Eppure, è proprio nel dialogo tra fine e inizio, tra morte e vita, che possono emergere e trovare spazio nuove parti di noi. La rinuncia a un percorso, come quello di diventare madre in un dato momento, può aprire le porte a nuove consapevolezze, che sono a loro volta generative. Da un punto di vista psicodinamico, si potrebbe ipotizzare che alcune gravidanze inizino già con un destino inconscio di interruzione: non come una fatalità subita, ma come una necessità interiore (ananke, per i greci) di fare ciò che è indispensabile per la propria evoluzione in quel preciso istante.

Questa non è una visione egoistica, ma una presa di coscienza: la salute psicologica di una madre è un fattore determinante per il benessere di un futuro figlio. In definitiva, ciò che rende un evento davvero trasformativo non è tanto la scelta in sé, quanto la riflessione e la consapevolezza che possono accompagnarla o seguirla. È questo lavoro interiore che permette di superare un aborto e integrarlo nella propria storia.

Metafora della crescita personale dopo un evento difficile

Il Ruolo Fondamentale del Supporto Psicologico nell'Elaborazione del Trauma

Il dolore dopo un aborto, soprattutto volontario, è un'emozione che non deve essere nascosta. Imparare a superare il dolore di un aborto volontario è un processo che richiede tempo e gentilezza verso se stessi. Le ripercussioni psicologiche non devono essere affrontate in solitudine. La consulenza psicologica è uno strumento importante, sia prima che dopo un'interruzione di gravidanza, per lavorare sulla consapevolezza delle conseguenze delle varie scelte e per ottenere un miglior esito psicologico. Quando una donna si presenta da uno psicologo nel momento in cui deve prendere questa decisione deve sentirsi supportata in ognuna delle sue scelte.

È importante accompagnare la donna nell'elaborazione del lutto e indagare pensieri disfunzionali relativi a questo evento. Per elaborare la perdita è anche importante accettare l'esperienza vissuta e accogliere la sofferenza che ne consegue. Per queste ragioni, è auspicabile che ogni donna che ha vissuto un'interruzione di gravidanza possa avere il giusto supporto psicologico, sia per accettare la sofferenza che per colmare l'immenso senso di vuoto che quell'evento ha prodotto. Spesso anche la partecipazione a dei gruppi di supporto sostiene e dà il giusto aiuto per elaborare la perdita. Il gruppo veicola significati ed emozioni importanti per raggiungere questo obiettivo.

Chiedere aiuto e andare dallo psicologo dopo un'interruzione di gravidanza è un passo importante. La terapia, infatti, offre uno spazio protetto dove è possibile dare voce e significato a tutto ciò che si agita dentro. In particolare, permette di:

  • Avviare l'elaborazione del lutto: anche se la gravidanza non è stata portata a termine, c'è una perdita da riconoscere e onorare.
  • Risignificare il dolore: trasformare la sofferenza in un'occasione di comprensione più profonda di sé.
  • Elaborare eventuali ricordi traumatici: affrontare gli aspetti più difficili legati all'intervento, che sia stato un aborto farmacologico o chirurgico.
  • Lavorare sulla narrazione della propria esperienza: raccontare la propria storia in un ambiente non giudicante aiuta a ricomporre i pezzi e a integrarla nel proprio percorso di vita.

La cicatrice dell'aborto

La ricerca scientifica suggerisce che, nella maggior parte dei casi, dopo un'IVG non si sviluppano conseguenze psicologiche o psichiatriche gravi a lungo termine. Tuttavia, quando emergono difficoltà significative, è spesso perché l'aborto si inserisce in un quadro di vulnerabilità preesistente. Questo non minimizza il dolore, ma sottolinea l'importanza di un ascolto attento e competente per comprendere la situazione nella sua interezza. Uno psicologo o psicoterapeuta può offrire un supporto fondamentale per affrontare e gestire l'impatto e i sintomi psicologici dopo un aborto. Che si tratti di una possibile depressione post aborto volontario, di un blocco emotivo o di altre difficoltà, un professionista aiuta a navigare queste acque complesse, fornendo strumenti per elaborare l'esperienza e prevenire lo sviluppo di disagi più strutturati.

Come evidenziato dalle risposte ai racconti personali, il supporto psicologico non si limita a un'unica sessione. Per "Viola", vari professionisti hanno sottolineato l'importanza di "affrontare i sentimenti e i pensieri legati a questa perdita", di "svolgere un lavoro di elaborazione del lutto per superare questa crisi esistenziale", e di "perdonarsi". Un medico-chirurgo, psicologo clinico, psicoterapeuta, ha evidenziato che perdere un figlio, indipendentemente dalla sua età gestazionale, è un lutto, spesso "aggravato dalle circostanze ambientali, dalle persone accanto a lei che non l'hanno capita e supportata". Dottoresse come Maria e Daniela Noccioli hanno invitato ad "esplorare meglio il significato di un percorso di terapia personale per essere accolta ed accogliersi" e a "intraprendere un percorso psicoterapico che l'aiuti ad elaborare questo dolore e a riprendersi in mano la sua vita".

Per "Beatrice", che dopo tre anni riviveva il dolore nonostante la nascita di una figlia e un precedente percorso terapeutico, i professionisti hanno ribadito che il suo "dolore è valido", "profondamente umano e naturale", e che "il percorso del lutto non è lineare". Si è suggerito di "vedere queste emozioni non come un segno di debolezza, ma come una prova del tuo cuore sensibile e della tua capacità di amare profondamente", e di considerare "una forma di terapia che ti permetta di esplorare e rielaborare il senso di colpa in modo più profondo, come la Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) focalizzata sul perdono di sé o la Terapia EMDR per elaborare i ricordi traumatici". Una psicologa ha sottolineato che "il dolore per la perdita di un figlio volontaria o no potrà essere sempre presente nella nostra vita ma possiamo imparare a conviverci", e che è necessario "intraprendere un percorso di sostegno psicologico all'interno del quale avrà modo di elaborare il lutto per il bambino che ha perso, esprimere la sua sofferenza emotiva, imparare a perdonare se stessa, elaborare e superare i traumi che lei ha vissuto finora".

L'obiettivo della terapia è percorrere insieme al terapeuta "un sentiero buio e tortuoso per scoprire ogni ferita e curarla", per "imparare ad accogliere e accettare i propri errori, la situazione ingiusta in cui ci siamo trovati e perdonare noi stesse". Cercare un supporto psicologico, anche attraverso una/o psicoterapeuta online, non è un segno di debolezza, ma una scelta di consapevolezza e di amore verso se stesse.

Il Peso del Senso di Colpa e la Ricerca del Perdono

Il senso di colpa è una delle emozioni più pervasive e difficili da gestire dopo un'interruzione volontaria di gravidanza. Molte donne, anche quando hanno preso una decisione che ritenevano la migliore in quel momento, si ritrovano a tormentarsi con pensieri come "non riesco a perdonarmi per quello che alla fine ho fatto" o "penso che forse sarei riuscita a essere forte, che ce l'avrei fatta da sola". Questo senso di colpa è una reazione comune in situazioni di scelte difficili. Sentirsi combattute e aver preso una decisione in un contesto di incertezza e preoccupazione non rende una donna "una cattiva mamma" né un "essere orribile", come ha espresso "Beatrice".

Donna che cerca di liberarsi dal senso di colpa

Spesso, dietro la sofferenza, vi è un conflitto interiore, una rabbia verso se stesse per la scelta intrapresa. Come ha notato una psicologa a "Beatrice", lei "ha ammesso di non aver ascoltato realmente se stessa perché in realtà era combattuta e ha dato più spazio alle paure del suo compagno". Questo genera domande e rimpianti su cosa sarebbe successo se avesse fatto altre scelte. Il perdono verso se stessi è uno dei processi più difficili, soprattutto quando coinvolge scelte così profonde.

Un aspetto particolarmente angosciante del senso di colpa, emerso in diverse testimonianze, è la convinzione di subire una "punizione divina". Donne come "Bimba" e "Lalla", dopo aver affrontato un'IVG e aver incontrato difficoltà a concepire in seguito, si sono interrogate se queste difficoltà fossero una punizione per la scelta fatta in passato. "Ultimamente mi sto convincendo che questa sia la punizione che mi merito per ciò che ho fatto all'epoca… che un Dio lassù voglia punirmi", ha scritto "Bimba". Un'altra donna ha riferito che sua madre, dopo un'IVG, era "fermamente convinta che Dio mi abbia mandato questa croce dell'infertilità per punire lei, per il suo gesto".

Tuttavia, altre voci nel forum hanno offerto una prospettiva diversa e rassicurante. "Dio non ti sta punendo, non ti meriti nessuna punizione!", ha affermato una. "Da cattolica posso dirti che Dio non punisce, Dio consola. E, ne sono certa, ti darà una seconda possibilità", ha aggiunto un'altra. Questo spauracchio della punizione divina è un'idea fissa per molte donne che hanno fatto IVG, ma è importante riconoscerlo come un meccanismo psicologico: "la nostra mente preferisce prendersi una colpa piuttosto che non trovare nessuna spiegazione", ha osservato un'utente atea che pure si sentiva in colpa per le sue difficoltà di fertilità.

I professionisti della salute mentale e spirituale concordano nell'aiutare le donne a superare questa percezione punitiva. Un dottore ha sottolineato a "Viola": "lei ha fatto una scelta molto ragionevole, ha voluto evitare a sé e al suo potenziale bambino una vita difficile e senza la necessaria protezione". Una dottoressa ha aggiunto che "non si deve sentire in colpa per ciò che è successo, ma deve rivedere alcuni aspetti della sua vita". Il perdono, in questi casi, non è un atto immediato, è un processo lento. Significa riconoscere che quella scelta è stata fatta con la consapevolezza, il coraggio e i limiti di quel momento. Non si è deboli perché si piange ancora; si è vivi e si sta attraversando una ferita che ha bisogno di tempo e gentilezza. Il suggerimento è di "abbracciarsi, con tutta la comprensione che riserveresti alla tua migliore amica, a tua sorella, a tua figlia se un giorno si trovasse a dover scegliere. Tu meriti pace".

Perdono Spirituale e Riconciliazione: Il Percorso de "La Vigna di Rachele"

Oltre alla dimensione psicologica, per molte persone la sofferenza causata da un aborto volontario include una "profonda ferita spirituale che va guarita, con l'aiuto di Gesù". La morale cristiana ha sempre insegnato che la responsabilità si collega strettamente con la consapevolezza e la libertà, vale a dire con la capacità di intendere e di volere. Il grado di libertà e, quindi, di responsabilità, può diminuire o anche annullarsi per vari motivi e, tra questi, l'ignoranza (ritenere buona un'azione che, invece, è cattiva o viceversa), la pressione sociale che diminuisce la nostra libertà, o particolari condizioni esistenziali che sconvolgono più o meno profondamente la persona. In altre parole, si possono compiere azioni anche gravissime, ma in una condizione in cui la persona è profondamente turbata e, quindi, non padrona di sé stessa e delle sue decisioni. Il parere competente della psicologa che seguiva la donna che scrisse al sacerdote ("dovevo considerare 'quel fatto' come una cosa che mi era capitata, al pari della malattia di cui ero stata vittima, nella convinzione che mai avrei agito allo stesso modo se fossi stata psichicamente a posto") ha un serio fondamento e aiuta a comprendere l'effettiva responsabilità nella decisione che è stata presa nel ricorrere all'aborto. Tutto questo, però, non annulla la gravità del fatto, che ritorna insistentemente alla memoria e impedisce di vivere, poiché il senso di colpa paralizza e intristisce.

Dove trovare luce e grazia non per cancellare ma per dare senso a quanto è accaduto? Queste domande trovano risposta nel messaggio cristiano che Giovanni Paolo II ha annunciato proprio alle donne che hanno fatto ricorso all'aborto (cf. Evangelium vitae, 99). Un sacerdote, rispondendo alla lettera, si è limitato a trascriverlo, affermando che non ha bisogno di commenti:

«La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato di una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non si è ancora rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della riconciliazione. Vi accorgerete che nulla è perduto e potrete chiedere perdono anche al vostro bambino, che ora vive nel Signore… Attraverso il vostro impegno per la vita, coronato eventualmente dalla nascita di nuove creature ed esercitato con l’accoglienza e l’attenzione verso chi è più bisognoso di vicinanza, sarete artefici di un nuovo modo di guardare alla vita dell’uomo.»

Questo testo è una perla evangelica, ricca di verità, carità e speranza, focalizzandosi sull'ingiustizia dell'aborto, la parola di conforto e di speranza alla donna, l'apertura al perdono di Dio e del "bambino che ora vive nel Signore", e l'invito a mettersi al servizio della vita. Dio, che si è rivelato in Gesù di Nazaret, non è un Dio che punisce, ma che salva e libera.

Simbolo della riconciliazione e del perdono

Un percorso concreto di riconciliazione per chi è passato attraverso l'esperienza dell'aborto volontario è offerto da realtà come "La Vigna di Rachele". Questa iniziativa propone un "posto sicuro, bello, in cui comprendere la perdita vissuta, che è la perdita di un figlio". Il percorso parte dal riconoscere questo figlio, riconoscendo cioè la maternità e la paternità perdute, ed elaborando il lutto per questa morte. Successivamente, si lavora sul piano spirituale, dove entra in gioco il perdono e l'esperienza dell'amore incondizionato di Dio, quindi della riconciliazione con Lui e anche con la Chiesa.

La fondatrice de "La Vigna di Rachele", Theresa Burke, una psicoterapeuta specializzata nel trattamento dei traumi, ha scoperto l'esigenza di questo approccio specifico quando, negli anni Novanta, notò che quasi tutte le donne di un suo gruppo di supporto per disordini alimentari avevano vissuto uno o più aborti. Era stato l'unico problema di cui fino ad allora nessuno aveva osato pronunciare parola. La psicoterapeuta comprese che doveva aiutare a superare questo "lutto proibito", di cui quasi non si può parlare perché il mondo dice: "Cara mia, tu lo hai scelto, quindi vai avanti…". Essendo cattolica, vide che le sue migliori tecniche psicoterapeute non raggiungevano il nocciolo del problema, e così capì che è la fede cristiana a dover offrire le risorse necessarie per sanare le ferite della vita, inclusa questa.

Il programma de "La Vigna di Rachele" prevede ritiri di tre giorni, con gruppi di circa 10-12 partecipanti, seguiti da un'équipe di 6-7 persone. L'accompagnamento inizia prima del ritiro e può durare vari mesi, spesso "gemellando" la persona con collaboratori della Vigna che sono vicini geograficamente o hanno avuto esperienze simili. C'è grande attenzione alla singola persona, ai silenzi, al pianto. "Non fuggiamo davanti al pianto, non fuggiamo davanti ai silenzi necessari, perché tante volte ci siamo trovati con persone che hanno tentato - magari in famiglia, dallo psicoterapeuta o in confessionale - di chiudere questa vicenda, di risanarla, senza però trovare il tempo e lo spazio necessari".

Durante questi ritiri, che un sacerdote ha definito una "lunghissima confessione", si promuovono "preghiere spontanee, parole che rivolgiamo al Creatore di questa vita". Molte persone testimoniano di aver incontrato per la prima volta "un Gesù che ti parla personalmente, un Cristo che tocca personalmente la tua vita". In questo senso, l'opera de "La Vigna" non è solo di riconciliazione con Dio, i propri figli e la propria vita, ma è anche un'opera di evangelizzazione, perché si tratta di offrire a queste persone la "Buona Notizia": "Dove ti senti più ferita, è proprio lì che il buon Gesù vuole toccare la tua vita". E questa è una bella notizia, perché "Proprio lì ti vuole toccare e trasformare quello scudo, magari di vergogna…". Una signora di più di 50 anni ha espresso "grazie" perché era la prima volta che raccontava nella sua interezza la sua vera storia.

Il percorso è rivolto sia alle donne che agli uomini, sebbene questi ultimi vivano l'esperienza dell'aborto in modo diverso, avendo spesso difficoltà a prendere contatto con questo dolore. Tuttavia, quando l'uomo vede la donna che piange e non sta bene, vive un'ulteriore sofferenza perché "l'uomo vuole riparare le cose, ma questo dolore non è una cosa che si ripara come le altre", e quindi "l'uomo spesso si sente impotente". Questa è la tristissima realtà dell'aborto, perché un aborto viene eseguito, così si dice, per risolvere "un problema", ma non viene detto che da lì nasceranno altri problemi, aprendo "tutto un vaso di Pandora". Spesso c'è una dialettica tra uomo e donna, tra marito e moglie, e la confessione aiuta il singolo, riaprendo un dialogo che molte volte "è stato abortito con l'aborto del figlio". Il legame che c'è ed è risanato, con il bambino non nato, è vissuto interiormente con serenità, e dai feedback si notano molti altri benefici in famiglia, in diversi campi sociali e lavorativi, perché il trauma dell'aborto coinvolge l'intera famiglia e tocca inconsciamente tutti, e una volta risanato, riproduce effetti positivi.

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