L'esperienza di un aborto spontaneo è un evento profondamente doloroso che colpisce in modo significativo le coppie che desiderano ardentemente diventare genitori. La sofferenza e la delusione possono essere schiaccianti, spingendo a volte a rinunciare al sogno di avere figli, come nel caso di sua moglie, gentile signor Jacopo, dopo aver affrontato il secondo aborto spontaneo in due anni. È un lutto personale che richiede tempo e vicinanza, senza forzarne le tappe. Per molto tempo, l'attenzione della medicina riproduttiva si è concentrata quasi esclusivamente sulle cause femminili, lasciando spesso in ombra il potenziale contributo del partner maschile. Tuttavia, i recenti progressi scientifici stanno rivelando un quadro più complesso e articolato, ponendo in evidenza come anche fattori legati all'uomo possano giocare un ruolo cruciale nell'esito della gravidanza, compresi i casi di aborto spontaneo. Comprendere appieno tutte le possibili cause è un passo fondamentale per offrire un supporto più efficace e mirato alle coppie che affrontano questa difficile prova, aprendo nuove prospettive diagnostiche e terapeutiche che vanno oltre le interpretazioni tradizionali.
L'Aborto Spontaneo: Una Realtà Statistica e un Dolore Profondo
L'aborto spontaneo è un fenomeno purtroppo comune, che colpisce circa il 15-20% delle gravidanze, con un picco di incidenza registrato nel primo trimestre. Una delle sue caratteristiche più frustranti è che, nella gran parte dei casi, la causa sottostante non è immediatamente riconoscibile, rendendo il percorso diagnostico spesso difficile e la spiegazione della perdita un miraggio. Il rischio di incorrere in un aborto spontaneo cresce progressivamente all'aumentare dell'età materna, arrivando a toccare il 40% nelle donne di età superiore ai 40 anni. Questo dato è stato a lungo un punto focale nella valutazione dei rischi riproduttivi.
Tuttavia, accanto all'età materna, studi recenti suggeriscono che anche l'età paterna non sia irrilevante. Seppure in misura meno netta rispetto alla donna, i 40 anni sembrano rappresentare un'età critica anche per il padre, un aspetto che merita maggiore considerazione e approfondimento. In presenza di un singolo episodio di aborto spontaneo, generalmente non è indicato alcun approfondimento diagnostico specifico. La situazione cambia radicalmente quando l'aborto si ripete, trasformandosi in una condizione che impone un'indagine più scrupolosa per identificare le cause e offrire speranze concrete per il futuro.
Abortività Ripetuta: Un Fenomeno Persistente che Richiede Approfondimento
Quando una coppia sperimenta un secondo aborto spontaneo, o più episodi consecutivi, si parla di abortività spontanea ricorrente, un fenomeno che richiede un'attenzione specialistica. Si stima che l'aborto ricorrente incida per il 2-5% delle coppie ed è un'incidenza che, purtroppo, sembra essere in aumento negli anni. In queste circostanze, è fortemente raccomandato rivolgersi a un centro specializzato nello studio dell'abortività ripetuta. Solo un approccio altamente qualificato può garantire una valutazione adeguata di tutti i possibili fattori in gioco, sia femminili che maschili, offrendo un percorso diagnostico completo.
Le cause attribuite all'aborto ricorrente sono molteplici e complesse, spaziando da disordini metabolici a anomalie citogenetiche, dalla sindrome da anticorpi antifosfolipidi a anomalie uterine. Tra le eziologie più controverse, ma sempre più sotto esame, figurano il deficit della fase luteinica, l'endometrite cronica o la trombofilia ereditaria. Nonostante questi avanzamenti, oltre la metà di tutti i casi di aborto rimangono inspiegabili, una condizione spesso etichettata come "abortività idiopatica" o "sine causa" (senza causa evidente). Questa elevata percentuale di casi inspiegati sottolinea l'urgente necessità di indagare possibili cause in campi non ancora completamente esplorati, spingendosi al di là della responsabilità tradizionalmente attribuita in modo quasi esclusivo alla donna.
Il Contributo Maschile alla Fertilità: Oltre la Semplice Produzione di Spermatozoi
Tradizionalmente, la fertilità maschile è stata valutata principalmente in base alla capacità di produrre spermatozoi in quantità sufficiente e con motilità adeguata. Nell'uomo, gli spermatozoi sono molti milioni e, poiché prevale il più competitivo nella corsa verso l'uovo appena prodotto dall'ovaio, è più probabile che a fecondare sia il più vitale. Questa logica, tuttavia, ha un limite fondamentale: si applica purché l'uomo non sia portatore di malattie genetiche o cromosomiche, nel qual caso tutti gli spermatozoi (con l'eccezione del rarissimo mosaicismo) ne saranno affetti. Questa distinzione è cruciale e apre la porta a un'analisi più profonda del ruolo maschile.
Il fattore maschile nell'infertilità è più comunemente associato a carenze nel volume e nella qualità del liquido seminale, come definito dai parametri stabiliti dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Tra i fattori qualitativi tradizionalmente valutati, la motilità spermatica (nota come astenozoospermia) e la morfologia spermatica (teratozoospermia) sono caratteristiche funzionali comunemente associate all'infertilità. Tuttavia, gli studi hanno dimostrato che l'alterazione di questi parametri spermatici valutati in base ai criteri classici del WHO (concentrazione, motilità, morfologia) non è chiaramente e direttamente associata al rischio di aborto sporadico o ricorrente. Questa constatazione suggerisce che le carenze osservate nel liquido seminale potrebbero, in realtà, rappresentare la manifestazione di una causa più profonda e non immediatamente evidente tramite un semplice spermiogramma. La scienza sta quindi cercando di capire quali siano queste "cause più profonde" che influiscono sulla capacità di una gravidanza di progredire.

L'Influenza Silenziosa dell'Età Paterna: Un Nuovo Paradigma Reproduttivo
Per molto tempo, si è creduto che l'età del padre avesse un impatto trascurabile sulla capacità riproduttiva e sull'esito della gravidanza, al contrario dell'età materna. La domanda "Uomini mai troppo vecchi per avere un figlio?" ha trovato una risposta chiara e scientificamente fondata: non esattamente. La scienza sta sfidando la convinzione comune che l'età degli spermatozoi abbia poco peso una volta avvenuta la fecondazione. Se i 40 anni sembrano essere un'età critica anche per il padre, seppure in misura meno netta rispetto alla donna, nuovi dati spostano ulteriormente questa soglia, evidenziando rischi significativi anche a partire dai 45 anni.
Un recente studio internazionale, presentato al 41esimo Congresso annuale della Società Europea di Riproduzione Umana ed Embriologia (Eshre 2025 - Parigi), e con abstract pubblicato su 'Human Reproduction', ha fornito prove schiaccianti in tal senso. I risultati di questo lavoro retrospettivo, che ha analizzato 1.712 primi cicli di donazione di ovociti effettuati tra il 2019 e il 2023 in sei centri tra Italia e Spagna, assicurano che gli anni del padre contano eccome. Per comprendere l'effettivo impatto dell'età paterna, isolandolo da fattori collegati alla madre, in tutti i cicli considerati sono stati usati esclusivamente ovociti freschi di donatrici giovani, con un'età media di 26,1 anni, e sperma congelato di partner maschili. Lo studio ha incluso solo il primo singolo trasferimento di blastocisti in donne riceventi di età media 43,3 anni.
I padri partecipanti sono stati suddivisi in due gruppi principali: uomini di età pari o inferiore a 45 anni (1.066 individui) e uomini di età superiore ai 45 anni (646 individui). I dati emersi sono stati eloquenti: "I cicli di fecondazione in vitro che coinvolgono partner maschi di età superiore ai 45 anni comportano un rischio significativamente maggiore di aborto spontaneo e tassi inferiori di nati vivi, anche quando vengono utilizzati ovuli di giovani donatrici". Nello specifico, i tassi di aborto spontaneo sono stati notevolmente più alti tra le coppie in cui il partner maschile aveva più di 45 anni, raggiungendo il 23,8% rispetto al 16,3% registrato nella fascia d'età paterna più giovane. Allo stesso modo, i tassi di natalità sono risultati significativamente inferiori nella fascia d'età paterna più avanzata, attestandosi al 35,1% contro il 41% registrato tra gli uomini under 45. Questi numeri chiari e concreti indicano che "l'età maschile gioca un ruolo fondamentale nel successo riproduttivo".
Maria Cristina Guglielmo, embriologa e direttrice di laboratorio alla clinica Eugin di Taranto, ha commentato questi risultati, affermando che: "Tradizionalmente l'età materna è stata al centro dell'attenzione in medicina riproduttiva, ma i nostri risultati dimostrano che anche l'età del partner maschile gioca un ruolo cruciale e indipendente" da quella della madre biologica. Ha aggiunto: "Anche utilizzando ovociti di donatrici giovani e sane e trasferendo un solo embrione di alta qualità, abbiamo osservato risultati peggiori negli uomini di età superiore ai 45 anni".
Ma perché l'età paterna ha un impatto così significativo? La specialista spiega che: "Con l'invecchiamento, la continua divisione delle cellule staminali spermatogoniali, che sono i precursori degli spermatozoi, aumenta il rischio di errori di replicazione del DNA. Ciò si traduce in un maggior numero di nuove mutazioni genetiche e in un tasso più elevato di aneuploidie spermatiche", ovvero casi in cui gli spermatozoi presentano cromosomi anomali. Inoltre, "l'età paterna avanzata è anche collegata a una maggiore frammentazione del DNA spermatico e a cambiamenti nel profilo epigenetico degli spermatozoi, come la metilazione del DNA". Considerati tutti insieme, questi fattori influenzano sia l'integrità genetica sia la qualità funzionale degli spermatozoi, il che può compromettere lo sviluppo dell'embrione e contribuire a un rischio maggiore di aborto spontaneo.
Per Guglielmo, i risultati della ricerca "sottolineano la necessità che le cliniche della fertilità adottino un approccio più equilibrato, che riconosca il ruolo dell'età paterna anche nei cicli di ovodonazione in cui i fattori materni sono controllati". L'esperta Eugin suggerisce che "Le cliniche dovrebbero garantire che i pazienti maschi siano pienamente informati su come l'avanzare dell'età paterna possa influire sul potenziale di fertilità, sul successo della gravidanza e sul rischio di aborto spontaneo". Le ricerche future, come prospettato dall'autrice, "mireranno ad approfondire la comprensione dei meccanismi biologici alla base dell'impatto dell'età paterna, concentrandosi sul danno al DNA spermatico, sullo stress ossidativo e sui cambiamenti epigenetici".
Al di là del successo strettamente 'tecnico' delle procedure di procreazione medicalmente assistita, è fondamentale considerare come l'età del padre possa condizionare la salute della prole a lungo termine. Guglielmo ricorda che "Esistono prove crescenti che collegano l'avanzare dell'età paterna a un aumento del rischio di disturbi dello sviluppo neurologico nei bambini". Per questo, "il nostro lavoro futuro studierà gli esiti a lungo termine dal punto di vista della salute e dello sviluppo dei bambini concepiti tramite cicli di ovodonazione con padri anziani, in cui i fattori materni sono ridotti al minimo per isolare più chiaramente gli effetti paterni". Questi studi aprono una nuova era nella comprensione della fertilità maschile e del suo impatto generazionale.
Immunologia regenerativa: la sfida contro l'invecchiamento | Ermelinda Porpiglia | TEDxCatania
La Frammentazione del DNA Spermatico: Un Indicatore Predittivo Cruciale
Nell'ambito della riproduzione assistita e nella valutazione dell'abortività ricorrente, l'integrità del DNA spermatico ha dimostrato di essere un parametro di importanza critica. Attraverso i progressi della genetica molecolare, è emerso chiaramente come l'integrità del DNA spermatico influenzi la fecondazione, il successivo sviluppo embrionale, l'impianto dell'embrione e, in ultima analisi, il successo della gravidanza.
Una recente meta-analisi ha evidenziato una chiara associazione tra un'alta frequenza di danni al DNA dello spermatozoo e l'aborto ricorrente, in confronto a coppie fertili di controllo. Diversi studi hanno associato un aumento del danno del DNA spermatico a un incremento del numero di aborti spontanei, suggerendo che un maggiore danno al DNA possa aumentare la probabilità di compromissione dello sviluppo embrionale. Le cause della frammentazione del DNA spermatico sono multifattoriali e possono essere influenzate da una serie di fattori ambientali e legati allo stile di vita, tra cui l'esposizione a tossine ambientali, il fumo di sigarette, la presenza di varicocele e, come abbiamo visto, l'aumento dell'età paterna.
Per valutare la frammentazione degli spermatozoi esistono vari metodi diagnostici, tutti in grado di fornire una misura del danno. Questi test offrono una rappresentazione più accurata della fecondità maschile rispetto allo studio convenzionale del liquido seminale tramite lo spermiogramma, poiché presentano una variabilità biologica inferiore. Uno studio preliminare condotto da ricercatori dell'Imperial College London, pubblicato su Clinical Chemistry, ha analizzato gli spermatozoi di un gruppo di 50 uomini le cui partner avevano vissuto tre o più aborti spontanei consecutivi. Confrontando questi soggetti con coetanei che non avevano vissuto la stessa esperienza, è emerso che gli uomini le cui partner avevano avuto aborti consecutivi presentavano spermatozoi con un più alto livello di danno genetico, in particolare una doppia quantità di danno genetico.
All'origine di questo danno potrebbero esserci le specie reattive dell'ossigeno, i cosiddetti radicali liberi. Queste molecole sono prodotte dalle cellule del liquido seminale per proteggere gli spermatozoi da batteri e infezioni. Tuttavia, se presenti in quantità eccessive, finiscono per danneggiare le cellule sessuali maschili. Nello studio dell'Imperial College, gli uomini le cui partner avevano avuto aborti consecutivi presentavano infatti quattro volte la quantità di radicali liberi negli spermatozoi rispetto ai coetanei. Questo squilibrio tra la produzione di radicali liberi e la capacità del sistema antiossidante di neutralizzarli è noto come stress ossidativo, e rappresenta la fonte primaria di frammentazione del DNA. Un sistema difettoso dell'attività antiossidante, dunque, potrebbe essere correlato ad un danno a carico dello spermatozoo.
Tra i possibili fattori di rischio che possono influire su questo dannoso accumulo di radicali liberi vi sono il peso e l'età. L'obesità, ad esempio, può ridurre la salute degli spermatozoi perché gli alti livelli di grasso possono incoraggiare la formazione nelle cellule di specie reattive dell'ossigeno. I pazienti del primo gruppo (quelli con aborti ricorrenti) risultavano un po' più sovrappeso rispetto a quelli del gruppo di controllo, oltre che un po' più anziani (37 anni in media contro 30). Infine, anche la presenza di batteri derivanti da passate infezioni all'interno della ghiandola prostatica, dove gli spermatozoi sono prodotti, potrebbe innescare una più abbondante produzione di specie reattive dell'ossigeno, contribuendo a problemi di questo tipo.
A ulteriore conferma dell'importanza della frammentazione del DNA, uno studio prospettico condotto in Spagna dal professor Jorge Bellver e dai suoi collaboratori dell'Università di Valencia ha confrontato tre gruppi di pazienti, ciascuno composto da 30 uomini. In tutti i gruppi sono stati valutati la frequenza di microdelezioni del cromosoma Y, il valore medio di frammentazione del DNA degli spermatozoi e l'ossidazione del DNA degli spermatozoi causata da danno ossidativo. Dall'analisi dei dati è risultato che solo la frammentazione del DNA degli spermatozoi risulta aumentata, anche se in modo lieve, nel gruppo con aborto ripetuto. Riguardo le microdelezioni del cromosoma Y, queste non sono state rilevate in nessuno dei maschi di coppie con aborto ricorrente. Questo rafforza l'idea che la frammentazione del DNA sia un indicatore più sensibile e rilevante rispetto ad altre anomalie genetiche maschili nella valutazione dell'aborto ricorrente.

HPV e Aborto Spontaneo Idiopatico: Una Nuova Frontiera Diagnostica e Terapeutica
Nonostante i numerosi studi e le scoperte, le cause dell'abortività spontanea idiopatica rimangono ancora poco conosciute in circa il 40% dei casi. Questa condizione, caratterizzata dall'assenza di una causa evidente, è spesso associata a gravi conseguenze cliniche e psicologiche negative per la donna, per l'uomo e per la coppia. La ricerca scientifica, però, continua a esplorare nuove piste, andando oltre i confini delle conoscenze pregresse.
In questo contesto di ricerca, è emerso che l'integrità del DNA spermatico è un parametro di particolare importanza. Gli spermatozoi con un alto livello di frammentazione del DNA seminale possono apparire vivi, mobili e avere una morfologia normale, rendendo difficile individuarne il problema con un semplice spermiogramma. Tuttavia, se l'ovocita, una volta fecondato, non riesce a ripristinare l'integrità del DNA danneggiato, lo sviluppo dell'embrione può essere gravemente compromesso, portando all'aborto.
Una scoperta significativa riguarda il legame tra le infezioni virali e l'abortività inspiegabile. Le infezioni sessualmente trasmissibili sono da tempo considerate una causa di infertilità maschile, ma fino a poco tempo fa non erano ancora state investigate come possibili cause dirette di abortività idiopatica. Recentemente, in coppie con abortività spontanea ricorrente idiopatica, è stata osservata una correlazione tra un'aumentata incidenza di infezione da HPV (papilloma virus umano) nel maschio e un alto indice di frammentazione del DNA contenuto negli spermatozoi. Questa correlazione è stata anche associata a un tasso maggiore di aborti spontanei ricorrenti.
Questi dati sono stati comprovati da due studi sperimentali di grande rilevanza, condotti da Humanitas University in collaborazione con il Policlinico Gemelli di Roma e con l'Università di Padova, e pubblicati su due riviste internazionali di spicco nel settore, quali Fertility and Sterility e Andrology. Gli studi hanno evidenziato come l'infezione dello sperma da papilloma virus umano (HPV) influisca negativamente sulla fertilità maschile, un concetto che comprende sia la capacità di concepire sia quella di portare a termine la gravidanza.
Ciò che emerge chiaramente dai dati analizzati è la necessità impellente che i ginecologi considerino attentamente i fattori sia materni che paterni nella valutazione delle coppie che soffrono di abortività senza causa evidente. Alla luce di questi risultati, il test della frammentazione del DNA contenuto negli spermatozoi e la vaccinazione contro l'HPV possono rivelarsi strumenti preziosi per migliorare l'approccio diagnostico e terapeutico alla problematica dell'aborto spontaneo idiopatico. Questi strumenti possono aiutare concretamente le coppie nell'ottenere e portare a termine la tanto desiderata gravidanza, oltre a offrire una strategia preventiva accelerando il trattamento di un'infezione spermatica da HPV.

Quando il Sesso del Nascituro Racconta una Storia Genetica: Complessità e Predisposizioni Ereditarie
Al di là delle cause generali di aborto spontaneo legate al fattore maschile, esistono situazioni complesse in cui il sesso del nascituro sembra essere un elemento chiave, rivelando predisposizioni genetiche o incompatibilità particolari. Talvolta, le coppie che hanno affrontato perdite ripetute riferiscono di aver notato una costante nella quale la gravidanza si interrompeva sempre in relazione a un determinato sesso del bambino, mentre sono riuscite successivamente a diventare mamme di bambini del sesso opposto. Questo suggerisce la presenza di dinamiche genetiche più intricate.
Un esempio particolarmente toccante e istruttivo emerge da un'esperienza condivisa in un forum dedicato alla perdita di un figlio. Una partecipante ha raccontato di aver avuto due gravidanze di figlie femmine terminate in modo tragico: la prima a 20 settimane con un'interruzione terapeutica a causa di una grave malformazione congenita, la seconda a 22 settimane per un parto estremamente prematuro, con la bambina che è vissuta solo pochi giorni. La particolarità di questo caso si amplifica osservando l'albero genealogico della famiglia. Sua nonna, ad esempio, ha avuto cinque figli, tutti maschi, mentre ha perso e più volte le figlie femmine, spesso con dinamiche simili a quelle della nipote.
I figli di questa nonna, tutti maschi e quindi gli zii della partecipante al forum, hanno avuto prevalentemente figli maschi sani e poche figlie femmine, anch'esse sane, ma che a loro volta hanno poi avuto problemi importanti con gravidanze relative a figlie femmine. Un'altra cugina, infatti, ha avuto un maschio sano e una femmina con una malformazione congenita, seppur diversa da quella riscontrata nella prima bambina della narratrice. La connessione genetica diventa ancora più evidente considerando che la prima bambina della partecipante aveva una forma gravissima di focomelia. Questa stessa malformazione è presente anche in uno dei suoi zii dalla nascita, ma nel suo caso in una forma molto meno invalidante. Questo schema suggerisce una trasmissione legata al sesso, dove il gene o i geni responsabili potrebbero manifestarsi in modo diverso tra maschi e femmine, causando aborti o malformazioni più gravi nelle seconde e condizioni meno invalidanti nei primi.
Questa osservazione di "incompatibilità" o di una tendenza specifica legata al sesso del nascituro nelle gravidanze interrotte non è passata inosservata neanche tra i professionisti. La partecipante ha riferito di aver sollevato questa questione al centro ecografico che l'ha seguita in gravidanza, e anche loro hanno riscontrato, in generale, questa tendenza in altre pazienti. Questi casi mettono in luce come il fattore maschile, inteso come il patrimonio genetico trasmesso dall'uomo, possa influenzare non solo la possibilità di concepire o portare a termine una gravidanza, ma anche la salute specifica della prole in relazione al suo sesso, evidenziando la necessità di un'indagine genetica approfondita in presenza di tali schemi familiari.

Infertilità nel Tempo: Dalle Superstizioni Reali alla Scienza Moderna
La ricerca della fertilità e la gestione dell'aborto spontaneo hanno una storia lunga e complessa, intessuta di convinzioni culturali, poteri reali e scoperte scientifiche. Questa storia è ricca di "INFERTILITA’ NELLA STORIA: POZIONI, ABORTI E PREGIUDIZI". Un caso simbolo che illustra la cultura e le pressioni dell'epoca è quello di Enrico VIII, sovrano vissuto in Inghilterra a cavallo tra il XV e il XVI secolo. Noto per essersi sposato ben sei volte, il monarca si sbarazzava delle mogli che non adempivano al loro presunto dovere reale e coniugale di mettere al mondo un erede maschio sano.
Le prime due mogli del monarca, Caterina d'Aragona e Anna Bolena, ebbero in totale dieci gravidanze, ma ben sei di queste si conclusero tragicamente con un aborto spontaneo. Il primo figlio maschio di Enrico, sebbene nato, visse meno di due mesi, alimentando ulteriormente l'ossessione del re per un erede. Solo due figlie riuscirono a sopravvivere e a raggiungere l'età adulta, e il tanto desiderato figlio maschio, nato dalla terza moglie Jane Seymour, deceduta poco dopo averlo messo al mondo, morì adolescente. Questa storia di fallimenti, violenze e aborti è stata a lungo interpretata come il tragico destino del re di trovare sempre mogli infertili o sfortunate. Tuttavia, le moderne conoscenze scientifiche offrono una prospettiva differente.
Basandosi sui recenti studi sulla ridotta funzionalità spermatica, le ricercatrici britanniche ipotizzano che la salute riproduttiva del sovrano possa essere stata una delle cause primarie dell'infertilità e degli aborti ricorrenti. "Non sarà stata la qualità spermatica del re il problema invece dell’infausto destino di trovare sempre mogli infertili?" Questa domanda retorica, seppure applicata a un contesto storico remoto, risuona con le scoperte attuali sul ruolo cruciale del fattore maschile.
Al di là di questo specifico caso regale, l'infertilità era un problema sentito trasversalmente da tutte le classi sociali nel Medioevo e all'inizio dell'età moderna. Erano epoche in cui il tasso di mortalità infantile era altissimo e avere molti figli era una necessità non solo per garantire continuità dinastiche, ma anche per assicurare forza lavoro e supporto nella vecchiaia. Per questo motivo, uomini e donne hanno sempre cercato modi per favorire la fertilità. Le soluzioni adottate nei secoli scorsi per restare incinta si fondevano tra religione, magia e superstizione, con pratiche che oggi possono far sorridere. Venivano infatti proposte terapie curiose e spesso inefficaci, come l'ingestione di una polvere a base di fegato e testicoli di maialino "figlio unico", l'applicazione di lana imbevuta di latte d'asina sull'ombelico, o l'assunzione di elisir a base di latte di cavalla, sangue di coniglio e urina di pecora.
Fortunatamente, da allora, la scienza ha fatto numerosi passi avanti. La comprensione dei meccanismi riproduttivi si è affinata enormemente e molte coppie sono riuscite ad avere un figlio grazie alle moderne tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA). Presso istituti come S.I.S.Me.R., gruppi di ricerca hanno condotto studi che hanno preso in considerazione le possibili cause maschili in coppie con insuccesso ostetrico ripetuto nel primo trimestre. Queste coppie, fino a ora, erano state poco studiate e la ricerca ha ottenuto risultati rilevanti, che aprono la strada a trattamenti mirati anche sull'uomo con la finalità di ottenere una gravidanza con successo. Questo percorso di conoscenza, che parte dalle congetture storiche e arriva alle evidenze scientifiche più recenti, dimostra un'evoluzione cruciale nella medicina riproduttiva, spostando il focus verso un approccio più olistico e inclusivo per affrontare la complessa sfida dell'aborto spontaneo.
