La preferenza per il figlio maschio e la conseguente pratica dell’aborto selettivo sono ancora presenti in Montenegro, un fenomeno che si ripropone con forza nel dibattito pubblico e sociale. Questo drammatico fenomeno relativo agli aborti selettivi, che vede le bambine di sesso femminile essere negate del diritto di nascere, evidenzia come l'aborto nello stato della penisola balcanica sia di genere. Una delle maggiori cause per cui le donne decidono di effettuare un aborto selettivo, in Montenegro come in altri stati, è, infatti, la preferenza per il figlio maschio. Al giorno d’oggi, l’aborto selettivo è facilitato dalla presenza di nuove tecnologie. Se si considerano gli ultimi 30-40 anni, si può notare come il rapporto maschi/femmine alla nascita sia cominciato a crescere a metà degli anni ’80, molto probabilmente per lo sviluppo e la diffusione di nuove tecnologie in tutto il mondo e, ovviamente, anche in Montenegro. Questo problema, sebbene forse non così marcato come un decennio e passa fa, sottotraccia ancora perdura.

Le Radici Storiche e Culturali della Preferenza di Genere
Storicamente, in Montenegro, gli uomini hanno sempre avuto più potere anche perché il nome, la proprietà e tutte le risorse della famiglia venivano sempre trasmesse ai figli maschi. Ciò significava che solo gli uomini potevano ereditare. Gli uomini, solitamente, vivevano vicino alla propria famiglia per prendersene cura, mentre le donne si sposavano, allontanandosi dalla propria famiglia per occuparsi di quella del marito e della sua casa. C’è sempre stata una preferenza per il figlio maschio per non disperdere le proprietà e le risorse della famiglia. Anche oggi, dare beni in proprietà alle figlie creerebbe uno sbilanciamento nel modello patriarcale presente nella società, in quanto le donne otterrebbero maggiore valore al di fuori della loro funzione riproduttiva. Questo significherebbe rendere più ricche non solo le donne, ma anche i loro mariti e le rispettive famiglie, quindi garantire risorse ad una famiglia sconosciuta e toglierle alla propria. Una famiglia senza l’erede maschio è, ancora oggi, condannata a fallire ed estinguersi, secondo troppi.
Durante il periodo socialista in Montenegro, lo stato cercò di sostenere l’uguaglianza tra i sessi garantendo il diritto al lavoro, alla protezione sociale, all’istruzione e alla salute a tutti, ma in realtà c’erano delle differenze tra quella che era la situazione della donna nella sfera pubblica e nella sfera privata, accentuate in base alla posizione sociale ricoperta e al luogo in cui si viveva. Per le donne fu possibile ottenere in questo periodo maggiori diritti, come il diritto all’aborto a partire dal 1952, mentre con la Costituzione del 1974 venne garantita una maternità retribuita di 12 mesi a tutte le donne. Nella realtà, però, molte di loro avevano possibilità molto limitate di partecipare alla vita politica nel paese ed erano costrette a lavorare sia all’interno che fuori di casa. Nonostante i tentativi statali di promuovere l'uguaglianza, le profonde radici patriarcali della società hanno mantenuto viva la preferenza per i figli maschi.
La letteratura è piena delle storie del trattamento discriminatorio delle donne che erano colpevoli di non aver dato alla luce figli maschi. Ci sono diversi detti popolari, tramandati di generazione in generazione, che stridono alle nostre orecchie tipo “Una figlia femmina è la cena di qualcun altro,” ma ci danno l’idea in che posizione si trovavano le donne. La battuta “Che peccato, ti ho detto di partorire un maschio e non una femmina,” non è uno scherzo sopra le righe, ma un’accusa pesante che le donne montenegrine hanno sentito spesso, troppo spesso. Persino l’usanza che resiste anche oggi in Montenegro di utilizzare il sostantivo maschile anche per le figlie, come in “Figlio mio, sei proprio bella” (Sine moj, baš si lepa), non è un errore grammaticale, ma un retaggio culturale che sottolinea la centralità del genere maschile nella percezione familiare. Il buon esempio del re Nikola, che andava fiero delle sue nove figlie femmine (oltre ai tre figli maschi) e aveva costruito la sua politica estera e la posizione privilegiata per il suo piccolo reame grazie a loro, non fu seguito né dai suoi sudditi né dalle generazioni dei montenegrini che sono arrivate dopo. Le figlie femmine sono state trattate come un peso per la famiglia, un’altra bocca da sfamare o qualcosa di inutile.
Un esempio citato in un articolo, quello di Ivana e di sua madre, illustra chiaramente il cambiamento tra le generazioni e la persistenza della pressione sociale. Ivana è una giovane donna di circa 25 anni che vive a Podgorica ed è totalmente contraria all’aborto selettivo, in quanto non dimostra una preferenza per il figlio maschio. Sua madre, una donna sulla cinquantina, risiede sempre nella capitale e ha due figlie e un figlio. La madre si è recata in Serbia diverse volte per abortire in modo da poter avere il tanto agognato figlio maschio dopo due figlie femmine. Ivana manifesta una prospettiva più progressista e moderna, eppure sente la costante pressione familiare e sociale di avere un figlio maschio. Avere un figlio maschio, infatti, è visto come qualcosa di più desiderabile a livello sociale. Le continue domande sulla sua vita personale che le vengono fatte durante i pranzi e le cene in famiglia e il disappunto che il marito le ha mostrato quando ha scoperto che il suo primo figlio sarebbe stato una bambina la fanno sentire continuamente sotto pressione. Questo caso evidenzia come, nonostante i mutamenti sociali e l'emergere di nuove mentalità, le aspettative culturali rimangano profondamente radicate e influenzino le scelte individuali e il benessere psicologico delle donne.

Il Fenomeno Attuale: Statistiche, Tecnologie e Implicazioni
Il fenomeno degli aborti selettivi si è consolidato in Montenegro negli ultimi decenni e il numero dei bebè maschi supera regolarmente quello delle bimbe al livello annuale: per ogni 110-112 maschi nascono solo 100 femmine. C’erano anni in cui si registravano anche 115 maschi per 100 femmine. Questi dati sono molto più alti del rapporto naturale di 105 maschi ogni 100 femmine. In Montenegro, secondo dati dell’ufficio di statistica di Podgorica, il Monstat, negli ultimi 15 anni sono state quasi 5mila bimbe in meno rispetto ai maschi, numeri che confermano che gli aborti selettivi continuano, con il solo anno 2016 che ha visto numeri in linea con quelli normali, come ha denunciato il quotidiano Vijesti. Differenze così marcate tra maschi e femmine alla nascita «non sono possibili senza un intervento umano», il che implica il ricorso agli aborti, come ha confermato l’esperta del tema, Jovana Davidovic.
Le nuove tecnologie hanno giocato un ruolo significativo in questa tendenza. La presenza di nuove tecnologie, infatti, ha facilitato l'aborto selettivo. Le nuove tecnologie, che permettono i test prenatali già all’ottava settimana, portano le donne a ricorrere alla pillola abortiva, anche senza rivolgersi al medico, ha confermato da parte sua Mirko Varjic, medico dell’ospedale di Niksic. Per determinare il sesso nella fase iniziale, in alcune cliniche private si usano metodi come la biopsia dei villi coriali e il metodo basato sulla presa del sangue da una vena e successiva analisi del DNA del feto. L’intervento di cordocentesi, per esempio, costa approssimativamente 400 euro. È opinione del dottor Dušan Protić, ginecologo privato di Belgrado, che le coppie disposte a pagare questo importo non lo facciano per propria curiosità ma per essere capaci di abortare entro i termini specificati con la legge, tipicamente 10 settimane di gravidanza.
Il Montenegro è un paese che sta lottando contro la piaga della natalità negativa. «È il nostro dovere a far rispettare il diritto a tutti di nascere, a prescindere dal sesso. Dobbiamo ancora lottare per i diritti delle donne e dell’uguaglianza tra i sessi. Non è una coincidenza che il fenomeno dello squilibrio delle nascite tra i sessi sia in correlazione con i diritti umani», ha dichiarato Srđan Pavićević, medico e deputato del movimento URA nel parlamento del Montenegro. Egli ha definito il “gendercidio” come “un marchio di vergogna per il Montenegro, che portiamo tutti”. Questo sottolinea la gravità del problema non solo come questione di genere, ma come una violazione fondamentale dei diritti umani e un ostacolo al progresso sociale.
DEMOGRAFICA. Popolazione, persone, natalità: Noi domani
Un Problema Regionale e Globale: I Balcani e Oltre
L’aborto selettivo non è un fenomeno isolato al Montenegro, ma è una piaga che affligge diversi paesi della regione balcanica e, più ampiamente, a livello globale. In parti dei Balcani, quelle dove la cultura patriarcale è più forte, per alcuni avere un figlio maschio invece di una femmina rimane ancora oggi quasi un imperativo morale - o un obiettivo da raggiungere con qualsiasi mezzo, perfino ricorrendo all’interruzione di gravidanza. Il fenomeno degli aborti mirati per “selezionare” il maschio, infatti, nei vicini Balcani non si riesce a fermare.
In Albania, la questione è particolarmente d’attualità. «Negli ultimi dieci anni il Paese ha “perso” 21mila femmine», ha spiegato Manuela Bello, numero uno in Albania dell’Unfpa, il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione, da sempre in prima linea nel combattere il cosiddetto “sex-selective abortion”. Questo si verifica perché, quando i futuri genitori «vengono a sapere che il feto» nel grembo della madre «è di una femmina, per varie ragioni preferiscono l’aborto», ha aggiunto. Una scelta presa in particolare da famiglie che hanno già figli, ha spiegato l’Unfpa: quasi un quarto delle coppie, appena scoperto il sesso del nascituro attraverso ormai comuni test del sangue, precisi fino al 90%, quando si tratta di un’altra bimba invece del maschio desiderato, decide per l’interruzione. In Albania, basandosi su dati dell’Onu, dal 2000 al 2020 sono nati in media 111 maschi ogni 100 femmine, un’enormità, dato che in natura il rapporto tra maschi e femmine alla nascita è di 105 contro 100. Si tratta del quarto dato più alto al mondo nel periodo preso in considerazione, dopo Cina - conseguenza della politica del “figlio unico” - e Azerbaigian (115), Armenia (114), appunto Albania e Vietnam (111), seguiti da India (110) e Georgia (109), tutti Paesi dove il fenomeno degli aborti selettivi è stato o è ancora endemico.
Situazione simile si riscontra in Kosovo, malgrado recenti miglioramenti, la percentuale di maschi alla nascita rimane più alta. Il «culmine» della denigrazione delle donne «si manifesta nell’incessante desiderio del kosovaro medio di avere un figlio maschio e ci si può spingere fino agli aborti selettivi per raggiungere l’obiettivo», ha confermato anche un’inchiesta di New Eastern Europe. È alla fine «un femminicidio, che si manifesta prima che una bambina nasca». Anche la Macedonia del Nord non fa eccezione, come ha svelato nei mesi scorsi un rapporto del Consiglio d’Europa, in cui si legge che «statistiche indicano che aborti selettivi» continuerebbero a «essere praticati» tra Skopje e Bitola e si invitano le autorità a sensibilizzare la popolazione su questa «pratica discriminatoria».
Gian Antonio Stella si è occupato del “gendercidio” sul Corriere della Sera, riportando numeri piuttosto chiarificanti dai dati del think tank Population Research Institute (Pri), basati su numeri del Census Bureau americano. Questi parlano di oltre 15 mila aborti selettivi in Albania dal 2000 al 2014, 2.700 in Bosnia, 7.500 in Kosovo, 3.100 in Macedonia, 746 in Montenegro, 2.140 in Serbia. Tutte bambine di domani, tutte figliolette di un Dio minore. Negli stati balcanici, insomma, l’aborto selettivo sembra rappresentare una consuetudine più che diffusa.

Il “ginecidio” è tipico anche di altri paesi, tra cui alcuni asiatici. Come ricordava l’Avvenire già nel 2011, in Cina «secondo l’Accademia cinese delle scienze sociali nascono 124 maschi ogni 100 femmine». In India si registrano da 115 a 120 maschi, con punte terrificanti in alcuni Stati come il Punjab e l’Haryana. Nel 1991 c’era un solo distretto con un rapporto superiore a 125 ogni 100, nel 2001 erano 46, spiega ancora la rivista. Il dramma delle figlie mai nate riguarderebbe quasi 100 milioni di bambine di sesso femminile abortite nel mondo. L’economista e filosofo indiano Amartya Sen, che due anni prima aveva ricevuto il premio Nobel per l’economia, denunciava già nel 1990 che «Mancano, nel mondo, almeno 100 milioni di donne». Un numero spropositato, avrebbe annotato la biologa e giornalista scientifica Anna Meldolesi nel libro «Mai nate», pari a quello delle donne che vivono in Francia, Germania e Italia messe insieme: «Una perdita numericamente superiore alle vittime delle guerre mondiali, o delle carestie del XX secolo, o delle grandi epidemie». Un numero che continua a crescere. Il dossier dell’Onu sulle popolazioni asiatiche presentato a Bangkok cinque anni fa stimava già in 117 milioni le donne che mancavano all’appello.
I medici indiani hanno iniziato a pubblicizzare l’ecografia con lo slogan: “Paghi cinquemila rupie oggi ma ne risparmi 50 mila domani”. Il risparmio, ovviamente, è sulla dote di un’eventuale figlia. Milioni di coppie che volevano un maschio ma non avevano il coraggio di uccidere le bambine, hanno scelto l’aborto. In India quello selettivo è vietato dal 1994, in Cina dal 1995. «È illegale in quasi tutti i Paesi», accusa il settimanale britannico, «ma resta molto diffuso perché è praticamente impossibile dimostrare che un aborto è stato deciso per motivi di selezione sessuale. Un’ecografia è alla portata di quasi tutte le famiglie cinesi e indiane, visto che costa in media 12 dollari. In India, il premier Narendra Modi, che due anni fa aveva lanciato la campagna «Beti Bachao Bet Padhao» (Salva una bambina, educa una bambina), «ha denunciato il feticidio femminile, esortando a non discriminare più tra i sessi. «Che siano scolarizzate o ignoranti, povere o ricche, cittadine o di campagna, indù o musulmane, sikh, cristiane o buddhiste…». Si sono mossi anche l’immenso pianeta cinematografico di «Bollywood» e le tivù che «trasmettono seguitissime soap opera, come Na Aana Is Des Laado (“Cara figlia non venire su questa terra”), 870 episodi incentrati sugli orrori dell’infanticidio femminile e l’oppressione dell’India rurale».
Qualche speranza, va detto, viene dalla Corea del Sud, il primo Paese che, stando a una recente inchiesta dell’Economist ripresa da Internazionale, ha invertito da qualche anno un andazzo simile a quello dei due Paesi più colpiti dal «ginecidio», Cina e India. La svolta sarebbe dovuta a un cambiamento culturale: «Il maggiore grado di istruzione delle ragazze e le denunce contro le discriminazioni hanno cominciato a far apparire la preferenza per i maschi inutile. Ma le cose sono cambiate solo quando la Corea del Sud è diventata ricca. La Cina e l’India, dove il reddito medio è rispettivamente un quarto e un decimo di quello sudcoreano, dovranno aspettare molte generazioni». Tuttavia, la questione resta se le donne cinesi e indiane, o meglio ancora tutte intere le loro società, possano permettersi di aspettare così a lungo.

Quadro Normativo, Etico e Medico dell'Aborto Selettivo
L’aborto selettivo non è solo, dal punto di vista morale e medico, un gesto abominevole, ma è anche punibile dalla legge montenegrina. Però, grazie al radicamento di una cultura patriarcale non viene punito perché, ancora oggi, in troppi credono che una famiglia senza l’erede maschio sia condannata a fallire ed estinguersi. Nonostante il fatto che si registrino poco meno di 1500 aborti annualmente, nessuna delle donne che ha abortito per motivi legati al sesso del feto ha voluto testimoniare, nemmeno con la garanzia che ne sarebbe stata tutelata l’identità e garantito l’anonimato nei sondaggi svolti dalle organizzazioni che lottano contro il gendercidio. Questo “muro dell’omertà totale” intorno al fenomeno degli aborti selettivi rende difficile combattere efficacemente la pratica e assicurarne la punibilità legale.
A livello medico, la discussione è accesa. Il dottor Srđan Pavićević ha sottolineato che «La decisione se un bambino nascerà o meno spetta solo a sua madre. Per la medicina l’unica valida indicazione per l’aborto è che qualcosa non vada bene per il feto. Decidere se un bambino deve nascere basandosi sul suo sesso non è solo incivile, disumano ma altamente non etico». Egli ha espresso forte indignazione: «Mi vergogno dei miei colleghi senza etica e senza onore che si rendono complici in questo gendercidio. Le persone comuni hanno diritto di essere ignoranti, non informati, hanno diritto di avere dilemmi o di sbagliare e di prendere decisioni insensate e immorali. Però, proprio per questo motivo esistono i dottori, gli psicologi, le strutture competenti che hanno il dovere di agire, spiegare e fornire risposte a tutte le domande. Manderei un messaggio chiaro ai miei colleghi di lasciar perdere quelle pratiche. Non comportatevi come se foste una divinità che decide sulla vita e la morte. Ci sono leggi biologiche che non vanno compromesse con le decisioni degli umani».
È chiaro che dietro a questo fenomeno si nasconde anche un business molto remunerativo. Alcuni medici in Montenegro e i loro colleghi in Serbia hanno creato un sistema molto efficace che permette in poco tempo e per tanti soldi di far abortire le donne, senza troppa burocrazia, domande e ostacoli vari. La professoressa Snežana Rakic, direttrice della Clinica di Ginecologia e Ostetricia “Narodni front”, la più visitata in Serbia, informa che l’aborto selettivo è più spesso fatto in cliniche private e in tacito accordo col ginecologo, spiegando che l’aborto selettivo non è disponibile negli ospedali pubblici. In Serbia, così come nel Montenegro e l’Albania, le donne decidono di interrompere la gravidanza se scoprono che stanno aspettando una figlia femmina, ha detto per “Blic” il dottor Dušan Protić, ginecologo privato di Belgrado. La maggioranza dei suoi pazienti che arrivano dalla regione sono quelli dal Montenegro. Vengono da lui per scoprire il sesso del feto nella fase iniziale per poter decidere sull’aborto selettivo. Molti casi registrati vengono dalla Serbia, ma ci sono anche quelli dall’estero, come la Germania. Il dottor Protić ha affermato che «Le coppie che vengono da me spesso hanno due o tre figlie e vorrebbero che il prossimo fosse maschio. Ci sono anche i casi in cui i genitori vorrebbero che il primo figlio fosse maschio e dove la gravidanza finisce con l’aborto se il risultato delle analisi mostra che c’è una femmina».
Il tema dell'aborto selettivo ha generato un acceso dibattito anche sulla stampa italiana, come evidenziato da articoli apparsi sul Corriere della Sera. Gian Antonio Stella si è indignato perché ha scoperto che in Montenegro, nei Balcani e poi soprattutto in Asia si fanno aborti selettivi per non avere figlie femmine. L’editorialista è indignato perché dalla campagna di una organizzazione non governativa ha scoperto che in Montenegro si pratica l’aborto selettivo, che tende ad eliminare le bambine. Si tratta di una cinquantina di aborti l’anno - secondo le stime - che però sono indice di una realtà più ampia che tende a penalizzare le femmine. Per stare al Montenegro sono oltre mille gli aborti ogni anno, e Stella vibra di indignazione solo per i 50 che riguardano le femmine in quanto tali, al punto da citare più volte l’espressione di papa Francesco sulla “cultura dello scarto” solo per costoro. Un’altra prospettiva ha accusato Stella di ipocrisia, sostenendo che l’espressione del Papa si rivolge a tutte le vittime dell’aborto, non solo a quelle dell’aborto selettivo. L’articolo criticava l’ignoranza e l’ipocrisia nel presentare la questione, affermando che sul ricorso agli esami diagnostici per sapere il sesso del nascituro ed eventualmente abortirlo se femmina, «non c’entra niente lo shopping: anzi, è una scelta ancora più sofferta e drammatica delle altre perché ci sono dietro motivi culturali, sociali, politici ed economici che in molte situazioni vedono la madre dover soccombere alle imposizioni del marito o della società e ricorrere all’aborto». Questi motivi includono la continuità della linea familiare, soprattutto nei Balcani, che esige almeno un erede maschio; la necessità di braccia per lavorare, soprattutto laddove la politica impone un severo controllo delle nascite (Cina soprattutto, ma anche l’India); il costo delle figlie femmine in società dove si deve pagare una costosissima dote per poterle sposare.
Livia Turco, ministro della Salute, diessina e cattolica, è stata colpita da un episodio di interruzione di gravidanza tragica in Italia, un fatto che «obbliga a riflettere»: «Penso al dramma di questa famiglia, di questi genitori, della loro scelta. Ci potrebbe essere stata poca informazione sui rischi, qualche leggerezza? La legge li permette. La legge parla di aborto terapeutico. E non va certo cambiata. Sarebbe inaccettabile una legge che ti impedisce di scegliere sulla maternità. Io credo che la 194 sia al contrario una legge molto saggia, che ha permesso di trovare un equilibrio tra i valori molto avanzato, tanto che negli anni ha permesso di ridurre il numero degli aborti». Riguardo all’aborto «selettivo», la Turco ha riflettuto: «No, eugenetica non direi proprio. Di fatto, però, il gemello malato e quello sano finiscono per avere due sorti diverse… E quello malato ha la peggio. Questi casi pongono certamente un quesito etico. Su che cosa ci interroga? Partiamo dal fatto che la maternità non è soltanto un fatto biologico, ma è fatta anche di capacità di accoglienza, ha una dimensione psichica. Ma, se non possiamo mettere in discussione la scelta e il dramma di questa coppia, sono altrettanto convinta che non possiamo esimerci dal discutere pubblicamente sui nostri valori. Un problema etico esiste e dobbiamo parlarne senza ipocrisia. Io sono a disagio, penso che questo sia un punto limite che interroga le nostre convinzioni profonde. Responsabilità individuale, scelta personale. Proprio la solitudine della donna o della coppia in questi momenti viene spesso individuata come una delle cause ultime di una parte degli aborti. È vero che si può fare di più per non lasciare abbandonate le donne in questi passaggi così delicati. Per questo come governo abbiamo già stanziato nella scorsa Finanziaria dei fondi per migliorare i servizi di assistenza psicologica non solo nei consultori ma anche negli ospedali».
L’articolo del Corriere della Sera, commentando la questione dell’aborto selettivo di bambine, ha intuito che «scandalizzarsi per l’aborto di una bambina è scandalizzarsi per l’aborto simpliciter: lo scandalo della disparità si innesta sullo scandalo dell’uccisione, ma è lampante che il primo non può essere più grave e più radicale del secondo». Questo tentativo di distinguere le situazioni, provando a delimitare almeno una zona franca in cui l’aborto in sé risultasse fuori discussione, suona però come un riconoscimento importante, forse a denti stretti, che si potrebbe disambiguare così: la lotta in favore della bambina che potrebbe venire alla luce non può non portarsi dietro quantomeno un punto di domanda sulla sostenibilità di un diritto assoluto della donna di impedire che questo accada.
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Il Ruolo Cruciale della Società Civile e della Sensibilizzazione
Le organizzazioni non governative sono molto importanti nell’evidenziare la presenza dell’aborto selettivo in Montenegro. A livello locale, questo argomento è stato portato alla ribalta a partire dal 2017. In quell’anno, una campagna chiamata “Neželjena” (non voluta) è stata lanciata dal Centro per i diritti delle donne, situato a Podgorica. La sconcertante rivelazione è facilmente desumibile da "Neželjena", che ha denunciato come in Montenegro "ogni anno viene effettuato un gran numero di aborti selettivi". Una pratica che sarebbe giuridicamente vietata, ma che nello stato balcanico continuerebbe ad essere praticata senza troppi problemi. In Montenegro, specifica il testo della campagna, si "dà più valore ai bambini maschi che alle femmine". E il testo che accompagna la denuncia è forte e sconcertante: "Cara non voluta, i tuoi genitori desiderano di più un maschio e perciò non hai avuto la possibilità di nascere, perdonaci". L’Ong, infatti, ha deciso di sensibilizzare la popolazione montenegrina pubblicando fra gli annunci mortuari sui giornali, ma anche sui pali della luce e sugli alberi, dei veri e propri necrologi bordati di rosa. Il messaggio, intenerito dalla sagoma rosa di una ragazzina con le trecce dentro la cornice nera degli annunci mortuari, inonda in Montenegro le pagine di necrologie sui giornali, i pali della luce dove il manifesto viene incollato, gli alberi e le bacheche sui quali è affisso. Un pugno in faccia, ben dato a tutti quei genitori della repubblica balcanica che, nel solco di barbariche tradizioni patriarcali, sempre più spesso decidono di scegliere il sesso dei figli liberandosi subito, con un aborto selettivo, delle femmine. La società civile e le attiviste per i diritti delle donne hanno iniziato quattro anni fa la campagna mediatica “Indesiderata” (Neželjena) con lo scopo di sensibilizzare i cittadini alla questione degli aborti selettivi.
Diana Kiscenko ha avuto l’occasione di partecipare a un progetto di Horizon 2020 chiamato “Inform: closing the gap between formal and informal institutions in the Balkans” e, allo stesso tempo, ha cominciato a fare ricerca sull’aborto selettivo e la preferenza per il figlio maschio in Montenegro. Ha anche compiuto una ricerca sul campo in Montenegro a partire dal 2017, in particolare raccogliendo interviste. Negli ultimi dieci anni, sia attori internazionali che locali hanno portato alla ribalta quello che sta avvenendo in Montenegro, anche grazie all’intervento delle organizzazioni non governative e al lavoro di diversi giornalisti che hanno scritto articoli e realizzato interviste. Molti giornalisti si sono occupati ampiamente di questo tema, che alla fine ha avuto una grande copertura mediatica, ma a livello locale e internazionale c’è ancora una mancanza di fonti accademiche sull’aborto selettivo.
Se consideriamo alcuni paesi come India o Cina, il fatto che ci sia una preferenza per i figli maschi e uno squilibrio di genere è ben visibile e diverse ricerche sono state compiute, libri scritti, documentari girati e discussioni portate avanti. Non c’è la stessa conoscenza rispetto a ciò che sta avvenendo per paesi situati nel sud-est Europa, come Albania, Kosovo, Nord Macedonia e Montenegro e alcuni paesi del Caucaso, come Azerbaijan, Armenia e Georgia. È difficile, comunque, rispondere a questa domanda, perché di sicuro questo problema è riconosciuto in alcune parti della società, mentre in altre è ancora sconosciuto. Per esempio, quando Diana Kiscenko ha cominciato a parlare di aborto selettivo in Lituania, le persone erano sorprese, in quanto non sapevano che questa pratica fosse ancora presente in Europa. Questa carenza di studi accademici e di consapevolezza generalizzata rende il lavoro delle ONG e dei giornalisti ancora più vitale per portare alla luce queste problematiche profonde.