I social media sono ampiamente utilizzati dagli adolescenti di oggi, un dato che solleva interrogativi fondamentali riguardo al loro impatto sulle abilità sociali. Con il termine social media si intende qualsiasi piattaforma online, inclusi i siti di social networking, utilizzata per costruire reti o relazioni sociali con altre persone che condividono interessi, attività, background o legami reali, come definito da O’Keeffe et al. nel 2011. Questi siti sono cresciuti in modo esponenziale negli ultimi anni e vengono ampiamente utilizzati dai giovani di oggi, cresciuti nella “Net Generation”, secondo Akram & Kumar (2017). L'avvento di queste piattaforme ha portato a una trasformazione radicale nel modo in cui gli individui interagiscono e si connettono, generando sia opportunità che sfide significative.
L'Adolescenza e la Ridefinizione delle Interazioni Sociali Online
In adolescenza la relazione tra pari è fondamentale per lo sviluppo sociale e l’adattamento psicosociale, e oggi una parte significativa delle interazioni interpersonali avviene online, come evidenziato da Tsitsika et al. (2014). Negli ultimi dieci anni, i social network sono diventati uno dei mezzi di comunicazione più comuni tra i ragazzi (Rathakrishnan et al., 2019). Di conseguenza, le relazioni interpersonali hanno subito un impatto e sono avvenuti grandi cambiamenti nel modo di comunicare degli adolescenti (Gallardo et al., 2020), poiché i social network stanno trasformando il comportamento con cui i giovani si relazionano con genitori e coetanei (Akram & Kumar, 2017).
Considerando queste trasformazioni, e tenendo presente che per una buona socializzazione con i coetanei in adolescenza le abilità sociali hanno un ruolo essenziale, è importante valutare l’impatto che l’uso dei social media in adolescenza può avere su queste abilità. Per abilità sociali si intende generalmente un insieme di comportamenti appresi, utilizzati dagli individui per relazionarsi con gli altri e affrontare le difficoltà (come ascoltare e prestare attenzione a un’altra persona, chiedere aiuto, leggere i segnali sociali, esprimere le emozioni in modo appropriato), come definito da Betancourth et al. (2017). Queste abilità fanno, inoltre, parte dello sviluppo quotidiano di una persona e le permettono di adattarsi al suo ambiente sociale e di mantenere la salute psicofisica (Estrada Rodríguez et al., 2016). Un elemento da considerare è che i giovani di oggi trascorrono mediamente tre ore al giorno sui social network e, anche se lo sviluppo delle abilità sociali non sembra legato al tempo trascorso su questi siti, il fatto che gli adolescenti siano connessi quotidianamente può portare a importanti conseguenze (Gallardo et al., 2020; Zegarra Zamalloa & Cuba Fuentes, 2017).
I Social Media tra Potenziale e Vulnerabilità nello Sviluppo delle Abilità Sociali
L'interazione con i social media presenta un duplice volto per lo sviluppo delle abilità sociali, offrendo sia notevoli opportunità che pericoli insidiosi.
Opportunità di Crescita e Connessione
La possibilità di comunicare online è particolarmente adatta alle esigenze di sviluppo degli adolescenti: l’opportunità di sviluppare e mettere in pratica le competenze sociali sui social media può portare a effetti positivi (Tsitsika et al., 2014). L’utilizzo dei social media, infatti, sembrerebbe essere vantaggioso per gli adolescenti per diventare socialmente più capaci (Akram & Kumar, 2017), migliorando la comunicazione e le connessioni sociali (O’Keeffe et al., 2011). È importante evidenziare che questi effetti positivi sembrerebbero essere più presenti in adolescenti più grandi rispetto a quelli più giovani: emerge, infatti, una maggiore competenza sociale (offline) grazie a un uso più intenso di social media.

Le Ombre dell'Interazione Digitale
Nonostante i potenziali benefici, i social media sembrerebbero avere anche effetti negativi sulle abilità sociali degli adolescenti: il loro utilizzo inibisce lo sviluppo delle abilità sociali, tanto che l’interazione sociale può essere compromessa dalla tecnologia (Gallardo et al., 2020). Infatti, la nuova forma di comunicazione che avviene attraverso i social media è superficiale e incompleta, mancando di linguaggio del corpo e contatto visivo, e tende a far sbiadire la relazione sociale (Del Barrio Fernández & Ruiz Fernández, 2016). Le relazioni che si sviluppano in questo modo non forniscono agli adolescenti il livello emotivo che sperimenterebbero con l’interazione faccia a faccia, perché le emoticon sembrerebbero sostituire le emozioni, impedendo di conseguenza le esperienze interpersonali.
Di fatto gli adolescenti, così facendo, perdono interesse nelle conversazioni faccia a faccia (Gallardo et al., 2020) e sperimentano difficoltà a mostrare le abilità sociali necessarie per l’interazione offline, limitando il loro corretto sviluppo sociale. In definitiva, i social media fanno parte della vita quotidiana degli adolescenti e hanno, sulle loro abilità sociali, sia effetti positivi che negativi, dove quelli negativi sono generalmente sopravvalutati mentre quelli benefici sottovalutati (O’Reilly, 2020). I social media dovrebbero integrare le relazioni sociali faccia a faccia e non sostituirle, offrendo una vera connessione interpersonale con gli altri a livello cognitivo e affettivo. Un fenomeno correlato è il "phubbing", ovvero l'atto di snobbare una persona in un contesto sociale concentrandosi sullo smartphone, come studiato da Bouffard, Giglio e Zheng (2022) e Roberts e David (2023).
Per i nativi digitali, ovvero le generazioni nate dagli anni ’90 in poi, che sono cresciuti usando i nuovi media, l’utilizzo della rete costituisce una quota importante delle loro esperienze sociali, educative, professionali e commerciali. Di conseguenza, i rischi connessi all’utilizzo dei social network sono maggiori in questa fascia di popolazione. L’utilizzo di questi strumenti può ostacolare il processo di separazione-individuazione che gli adolescenti devono affrontare per costruirsi un’identità ben integrata e differenziata da quella genitoriale (Kujath, 2011; Mazzuchelli, 2014). I social network, infatti, possono concorrere alla formazione di un’identità frammentata che, seguendo la logica della desiderabilità sociale e del bisogno di approvazione altrui, va ad adattarsi ogni volta al contesto con cui la persona si trova ad interagire. L’utilizzo delle piattaforme online ci dà l’illusione di essere multitasking, ovvero capaci di fare più cose diverse contemporaneamente, come chattare, leggere, postare contenuti e fare giochi online. In molti sottolineano il rischio di un impoverimento culturale (Tonioni, 2013). I nativi digitali possono far più fatica ad approcciarsi alle informazioni trovate in rete con senso critico e possono accontentarsi di informazioni superficiali ed errate per approfondire la propria conoscenza. La comunicazione online differisce enormemente per tempi, modalità e finalità da quella faccia a faccia e manca della componente non verbale, che è fondamentale per una corretta interpretazione dei messaggi. Di conseguenza, nelle chat online è più difficile leggere l’intenzione comunicativa di chi scrive e decodificarne gli stati emotivi.
L'Impatto Esteso sulla Salute Mentale e il Benessere Psicologico
I social network hanno radicalmente trasformato le nostre vite, e la creazione di reti sociali e il loro sviluppo, in particolar modo nell’ultimo decennio, hanno consentito la creazione di comunità e gruppi virtuali. Giuseppe Riva definisce i social network come delle piattaforme basate sui nuovi media, che consentono agli utenti di gestire la propria rete e la propria identità sociali. Tuttavia, la diffusione, spesso anche incontrollata, dei social ha fatto emergere numerose problematiche. La potenza della rete ha risvolti anche in negativo sul piano dei reati informatici, ma al di là di questo, vi sono preoccupazioni significative per la salute mentale.
Sarebbe stata addirittura a lungo tenuta segreta una ricerca interna in grado di confermare l’impatto amplificativo dei social media sul peggioramento degli stati d’umore dei giovani e sui problemi di immagine corporea per le ragazze adolescenti, causando pertanto depressione, bassa autostima e disturbi alimentari. Questo dimostra la profonda influenza che queste piattaforme possono esercitare sul benessere psicologico.
Contagio emotivo: come liberarti dalle emozioni che non sono tue
Gli effetti tossici dei social sulla salute mentale dei giovani, pur senza disconoscersi del tutto i benefici comunque esistenti con l’avvento di Internet e dei social media, prendono forma nella “era digitale della vulnerabilità” - secondo il termine coniato da una ricerca di settore - per descrivere gli effetti “tossici” che le piattaforme sociali provocano sulla salute mentale dei giovani, stimolando il rilascio di dopamina che funge, come “una sostanza chimica del benessere”, da neurotrasmettitore per creare una dipendenza continua, addirittura paragonabile a quella provocata da alcol e sigarette. Ne consegue che, oltre all’incremento esponenziale dei comuni sintomi di ansia e depressione, talvolta si manifestano anche più violenti atteggiamenti di aggressività o offensività nei contenuti condivisi online, ulteriormente inficiati da una percezione distopica di immagini modificate dai numerosi filtri disponibili in grado di alterare la realtà rispetto alla fittizia apparenza riflessa in rete. Il desiderio di un’attenzione continua, come “ricompensa sociale” di un risultato atteso misurato mediante la visualizzazione del numero di “like” e di commenti, mantiene sempre in condizioni di elevata ipereccitazione la costante interazione virtuale dell’utente nell’intento - secondo la sopracitata ricerca - di “aumentare la propria autostima con la speranza di ricevere feedback positivi” per ottenere una gratificazione immediata che lo induce ad aggiornare continuamente i propri profili. Sono questi, dunque, i tratti preoccupanti del lato oscuro della Rete che sembrano delineare una vera e propria sindrome patologica da paura di essere disconnessi e di perdersi online (cd. “Fear of Missing Out” - acronimo FOMO) strettamente connessa all’inedito paradigma “Digito ergo sum”, come nuova dipendenza configurabile nell’ambito dei disturbi comportamentali e cognitivi provocati dall’uso eccessivo di Internet (cd. “Internet Addiction Disorder”) declinabile anche come “Smartphone Addiction”. In un certo senso è la stessa struttura tecnica delle piattaforme sociali a incentivare inconsciamente una sorta di “dissociazione” spazio-temporale, facendo perdere alle persone la “cognizione del tempo”, con deficit comportamentali sempre più infelici, abbattuti, conflittuali, violenti e aggressivi.
Gli studi su social e salute mentale sono numerosi. Il Report #StatusOfMind ha monitorato a lungo gli effetti (positivi e dannosi) prodotti dai social media per la salute mentale e il benessere dei giovani, identificando come specifici problemi causati da tali piattaforme: ansia, sentimenti di preoccupazione, nervosismo, disagio, depressione, solitudine, disturbi del sonno, crisi di identità, insoddisfazione della propria immagine, alterazione delle relazioni nel mondo reale. Tali evidenze trovano conferma anche in ulteriori studi da cui si evince che “le persone che usano frequentemente i social media si sentono più depresse e meno felici della vita rispetto a quelle che trascorrono più tempo in attività non legate allo schermo”, alimentando quindi la comparsa di condizioni psicologiche negative. Dello stesso tenore sono i dati rilevati dal The National Center for Health Research al pari di quanto emerge da più recenti indagini sui medesimi profili di approfondimento.
Particolarmente interessanti risultano inoltre i dati pubblicati dallo studio “Social Media and Mental Health: Benefits, Risks, and Opportunities for Research and Practice” che, nel riportare numerose evidenze empiriche risalenti al 2015, descrive l’esistenza di una frequente interrelazione tra malattie psichiatriche e utilizzo continuativo e malsano dei social media soprattutto tra i soggetti più giovani, riscontrando che “i tassi di utilizzo dei social media tra le popolazioni psichiatriche sono aumentati negli ultimi anni”, atteso che “il 47% dei pazienti ricoverati e ambulatoriali con schizofrenia ha riferito di utilizzare i social media” e, in generale, secondo gli esiti di un sondaggio somministrato agli individui affetti da un disturbo dello spettro della schizofrenia, il tempo trascorso sui social media tramite dispositivi mobili, pari a circa 2 ore al giorno, rappresenta una delle attività più “comuni” rilevate nella vita quotidiana di tali soggetti. Anche nei casi depressivi più lievi sembrano riscontrarsi tendenze di autoisolamento alimentato dal senso di solitudine prodotto da tali strumenti a discapito del benessere psico-fisico generato dalle interazioni reali che si instaurano tra gli individui.
Anche la ricerca “Associations Between Time Spent Using Social Media and Internalizing and Externalizing Problems Among US Youth” (pubblicata sulla rivista “JAMA Psychiatry”) ha rilevato che gli adolescenti che utilizzano i social media più di tre ore al giorno “possono essere maggiormente a rischio di problemi di salute mentale, in particolare problemi di interiorizzazione”. Un report pubblicato da Pew Research Center afferma che “il 59% degli adolescenti statunitensi ha subito atti di bullismo o molestie online”. Circa il 42% degli adolescenti afferma di essere stato chiamato con nomi offensivi online o tramite il cellulare. Inoltre, circa un terzo (32%) degli adolescenti afferma che qualcuno ha diffuso false voci su di loro su Internet, mentre quote minori hanno avuto qualcuno diverso da un genitore che chiede costantemente dove si trovano, con chi stanno o cosa stanno facendo (21%) o sono stati oggetto di minacce fisiche online (16%). Le ragazze sono più propense dei ragazzi a dichiarare di essere state destinatarie di immagini esplicite che non hanno richiesto (29% contro 20%).
Le relazioni sentimentali virtuali, salvo eccezioni, non sono destinate a durare molto, in quanto uno dei loro principali svantaggi è la mancanza di contatto fisico, fondamentale nei rapporti di coppia. L’incapacità di riconoscere le proprie emozioni, che impedisce anche di comprendere quelle degli altri, può portare al disinteresse emotivo e, nel peggiore dei casi, è uno dei sintomi della psicopatia. L’uomo è un essere sociale, in quanto le relazioni sociali rappresentano un importante punto di riferimento per i comportamenti e le decisioni del soggetto. È attraverso l’interazione sociale che si condividono una cultura, un linguaggio e un modo di esprimersi. Le persone assuefatte all’utilizzo di queste piattaforme si sono sentite perse, escluse dal mondo sociale, ed hanno provato sentimenti d’impotenza e di ansia quando le relazioni virtuali vengono a mancare.
Secondo alcune stime, una media compresa tra il 5 ed il 10% dei fruitori di internet è affetto da una vera e propria patologia legata all’utilizzo del web, un disturbo la cui sigla psichiatrica è IAD (Internet Addiction Disorder). Un uso totalmente sregolato e privo di limiti della rete che, oltre ad incidere vistosamente sulle relazioni sociali che risultano fortemente danneggiate, agisce come una vera dipendenza, come le dipendenze da sostanze. Le scansioni cerebrali di queste persone rivelano danni nelle stesse aree colpite nel cervello di chi fa abuso di droghe: si nota una degradazione della sostanza bianca (fasci di fibre nervose che collegano l’encefalo al midollo), nelle regioni che controllano le emozioni, l’attenzione e i processi decisionali. Studi in risonanza magnetica funzionale hanno dimostrato che i centri della ricompensa nel cervello sono più attivi quando, in una conversazione, si parla di sé, piuttosto che quando si è chiamati ad ascoltare.

Il Contesto Globale e le Risposte Normative
Durante la pandemia da Covid-19 l’impatto che la rete e i social hanno avuto è stato molto forte a livello globale. La popolazione “social” in Italia è di circa 51 milioni di utenti - con un incremento dell’1.7% nell’ultimo anno - ed è rappresentata dalle donne per il 51.3%. Per più di 6 ore al giorno gli utenti, in Italia, accedono ad internet e più di 2 ore al giorno le trascorrono sui social dai dispositivi mobili. Il dato più alto è rappresentato proprio dalla diffusione delle piattaforme che consentono di vedere video (88.7% degli utenti). Lo dimostra Instagram che si colloca al terzo posto e in questo caso la diffusione delle stories (15 secondi), ma dà anche la possibilità di caricare video o di fare dirette. Un dato che potremmo definire “basso” rispetto ad altri dati è quello relativo ai video che rientrano nella categoria “educazione”. Nell’anno della pandemia, in Italia, ha visto raddoppiare il numero di utenti, soprattutto quelli più giovani e spesso sono ancora bambini. Un social che ti consente di caricare brevi video e questo, insieme alle stories di Instagram, porta l’utente a “cambiare” la sua soglia di attenzione.
Oggi possiamo affermare che la rete e i social sono una costante nella vita di ognuno di noi. Ma ciò che è cambiato è il modo di interagire perché siamo abituati a veder “scorrere” i contenuti, a leggere post molto brevi, a vedere video della durata di pochi secondi. È cambiato il modo di confrontarsi anche a livello umano e professionale. Gli utenti sempre più giovani postano, commentano, spesso anche utilizzando un linguaggio che arriva all’odio. L’arrivo di internet nella vita delle persone è stato uno dei fenomeni più impattanti nella socialità degli ultimi venti anni; in particolar modo, l’avvento dei social network ha creato le condizioni perfette per una rivoluzione nella rivoluzione. Per avere un’idea ancora più precisa possiamo prendere in esame i dati di “Statista Digital Economy Compass”: il tempo medio globale trascorso sulle piattaforme social è di 142 minuti ogni giorno. Questo valore è generato da utilizzatori e utilizzi diversi ma allo stesso tempo simili tra loro. La generazione Y, i cosiddetti Millennials, rappresentano sicuramente uno dei bacini d’utenza più corposi e con più competenze. Una menzione particolare però va fatta alla GenZ, nati con, o addirittura dopo, alcuni social network.

La diffusione di Internet ha permesso la nascita di comunità virtuali, formate da gruppi di persone a volte appartenenti a paesi diversi, che generalmente non si incontrano nella vita reale. L'articolo di L. Sartori (2007) si focalizza sulle implicazioni sociali dell'uso di Internet e delle nuove tecnologie nelle attività quotidiane e nelle relazioni sociali. A partire da un’analisi qualitativa di 60 interviste in profondità a utilizzatori nel 2000 della Rete, il contributo indaga come Internet si sia configurato come un’infrastruttura nell’organizzazione sociale delle attività della vita quotidiana. Ciò significa che esso non ha sortito un effetto di spiazzamento, ma ha aiutato a organizzare in modo alternativo la dimensione privata delle relazioni sociali. In questo modo si riesce anche a spiegare il ‘paradosso’ di Internet che, almeno negli anni ’90, sembrava avere un effetto negativo sulla socialità, riducendo il numero di relazioni sociali e sostituendo il contatto faccia a faccia con la mediazione virtuale. Internet sembra invece inserirsi e allacciarsi a una delle più tradizionali tendenze della modernità, conosciuta come individualismo, enfatizzandone alcuni aspetti. Per questo motivo si parla di ‘Individualismo di rete’ (Networked Individualism), come nuovo meccanismo che sostiene le relazioni e le dinamiche sociali.
Gli studi esistenti sull'influenza sociale nei social network sono stati principalmente limitati alla misurazione di comportamenti e risultati online come l'adozione di app, download e ri-condivisione di contenuti. L’impatto di queste dimensioni sul comportamento degli utenti rimane sfuggente. Nei suoi studi, la dottoressa Beata Jungselius, si è concentrata sull'uso di Instagram e ha condotto interviste con un gruppo di utenti nel 2012. Questi tipi di studi longitudinali dove i ricercatori analizzano le descrizioni degli utenti del loro uso dei social media nell’arco di un determinato periodo di tempo sono molto rari. Alcuni utenti hanno infatti riportato la tensione emotiva provocata dall'utilizzo dei social. Ad esempio, alcuni hanno descritto che l'uso è aumentato in tempi recenti, altri che è diminuito. Le persone sono interessate a mantenere le conversazioni per loro. Molte interazioni precedentemente pubbliche ora si svolgono in forum chiusi, ad esempio tramite messaggi diretti, chat o gruppi chiusi. Le piattaforme diventano sempre più social man mano che le persone interagiscono su di esse. Più si abituano a queste pratiche, migliore è il modo in cui le usano e migliore è la capacità di connettersi senza problemi. Gli utenti monitorano e riflettono sui feedback nei loro post e li utilizzano per pianificare le loro attività future.
Comprendere come le piattaforme possano avere un peso nelle attività quotidiane degli utenti di tutto il mondo e come possa influenzarne il benessere è stato l’obiettivo dello studio di Althoff et al. In secondo luogo sono stati identificati gli effetti dell’influenza dei social sulla base delle nuove connessioni degli utenti. Infine, ci si è basati su misure oggettive dell’attività fisica attraverso app per smartphone, elemento fondamentale in quanto le auto-relazioni di qualsiasi comportamento possono essere distorte.
Contagio emotivo: come liberarti dalle emozioni che non sono tue
Negli USA, invece, in un momento storico in cui il Congresso sembra - almeno in linea teorica - intenzionato a riformare la legislazione vigente (attualmente “pro Big-tech”), superando l’attuale disciplina “iper-protettiva” prevista dalla cornice generale della Sezione 230 del “Communications Decency Act” del 1996, sono in corso di esame una serie di proposte normative recanti interventi correttivi alla disciplina introdotta dal Children’s Online Privacy Protection Act, soprattutto nell’ottica di garantire adeguati standard di trasparenza e informazioni complete sulla conoscibilità integrale del sistema di classificazione algoritmica. In particolare, è stato recentemente presentato il cd. “Kids Online Safety Act” (KOSA), il quale impone ai gestori delle piattaforme l’obbligo di mettere in atto misure di protezione per prevenire danni ai minori. In realtà, nella prassi, alcune aziende “high-tech” risultano anche particolarmente attive nell’introdurre nuovi strumenti per proteggere i bambini, indipendentemente dall’esistenza di vincoli giuridici posti a loro carico. La sfida rimane quella di far sì che i social media integrino le relazioni sociali faccia a faccia, senza mai sostituirle, fornendo una vera connessione interpersonale con gli altri a livello cognitivo e affettivo, preservando così il benessere individuale e collettivo.