Il panorama europeo relativo all'interruzione volontaria della gravidanza (IVG) presenta un quadro complesso e variegato, in cui il diritto all'autodeterminazione della donna non è sempre garantito con la stessa efficacia in ogni Stato membro. Sebbene l'Unione Europea sia spesso percepita come un baluardo dei diritti civili, la realtà quotidiana mostra discrepanze profonde, che spingono le donne a intraprendere veri e propri viaggi verso altri confini pur di accedere a una prestazione sanitaria essenziale. Si è parlato molto in questi anni della restrizione del diritto all’aborto negli Stati Uniti dopo la decisione della Corte Suprema che, di fatto, ha lasciato questo diritto delle donne in mano all’arbitrarietà della legislazione dei singoli stati, obbligando le donne a doversi spostare da uno stato all’altro per accedere all’interruzione di gravidanza. Anche nell’Unione Europea, al contrario di quanto si possa credere, esistono situazioni in cui le donne sono costrette a spostarsi da un paese all’altro dell’Unione per abortire. In Europa il diritto all’interruzione di gravidanza è ampiamente riconosciuto. L’ultimo paese a riconoscerlo è stata l’Irlanda, nel 2018. Ma esistono due eccezioni: a Malta e in Polonia è praticamente proibito salvo in casi eccezionali, come il rischio per la vita della madre, violenza sessuale o anomalie fetali gravi. Le donne polacche e maltesi devono viaggiare in paesi vicini, o in ultima istanza recarsi in Gran Bretagna o Olanda dove è permessa l’interruzione di gravidanza anche nel secondo trimestre di gestazione.

Tuttavia, l'ostilità verso l’aborto non si manifesta solo nei contesti di divieto quasi totale; essa si fa sentire anche nei paesi dove il diritto è formalmente consolidato, come nel caso emblematico del Portogallo. Analizzare la situazione portoghese significa esplorare il divario tra la legalizzazione teorica e l'accesso effettivo al servizio, una dicotomia che colpisce le donne portoghesi ogni giorno.
Il percorso verso la legalizzazione: il referendum del 2007
La storia dell’IVG in Portogallo è segnata da un lungo percorso di attivismo sociale e lotte politiche. Qui la IVG, l’interruzione volontaria della gravidanza, è stata legalizzata solo nel 2007 dopo un referendum in cui il sì ottenne il 60% dei voti. Questo risultato rappresentò una vittoria storica per i diritti civili in un Paese fortemente influenzato dalla tradizione cattolica e da decenni di regime conservatore. Tuttavia, la conquista legislativa non è stata il punto di arrivo, bensì l’inizio di un nuovo confronto tra le aspirazioni della società civile e le resistenze, sia burocratiche che istituzionali, che ancora oggi ne frenano l'applicazione.
Il legislatore portoghese, pur recependo la volontà popolare, ha strutturato una legge con paletti estremamente rigidi, creando una cornice giuridica che, di fatto, rende l’aborto un diritto "sotto condizione". Questa limitazione non è solo teorica, ma incide profondamente sulla vita di chi decide di interrompere una gravidanza, trasformando una scelta sanitaria in una corsa contro il tempo e la burocrazia.
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Il limite delle 10 settimane: una restrizione fuori standard
Ma anche dopo la legalizzazione, abortire per le donne portoghesi rimane difficile. Non solo perché il Portogallo è uno dei paesi europei con una delle leggi più restrittive: è permesso solo entro le prime 10 settimane, rispetto alle 12 della maggioranza dei paesi europei o la vicina Spagna dove il limite è 14 settimane. Questa discrepanza temporale è di fondamentale importanza, poiché le prime settimane di gestazione spesso coincidono con un periodo in cui la donna può non essersi ancora accorta dello stato di gravidanza o può essere impegnata nella ricerca di una soluzione medica o psicologica.
Ed è proprio questa limitazione che sta obbligando le donne portoghesi a recarsi nelle cliniche spagnole per ottenere, a pagamento, il diritto che gli viene negato in patria. Si assiste così a un fenomeno di "turismo abortivo" inverso: cittadini di un Paese europeo che varcano i confini nazionali per fruire di servizi che, nel vicino, risultano più accessibili e garantiti. La scelta della Spagna non è casuale: la vicinanza geografica e una legislazione più permissiva rendono le cliniche iberiche la meta principale per chi supera il termine delle 10 settimane imposto dalla normativa portoghese.
L’esodo transfrontaliero: i numeri di un disagio crescente
Le cifre che descrivono questo fenomeno, pur essendo frammentarie, parlano chiaro. Secondo un’indagine del settimanale portoghese Expreso, più di 500 donne portoghesi solo nel 2023 hanno dovuto attraversare la frontiera per recarsi a Badajoz, una città vicino al confine, per interrompere la gravidanza. Se si guarda indietro negli anni, si tratta di una costante: anche nel 2019 furono più di 500 gli aborti praticati in Spagna da parte di donne portoghesi. Una situazione che si ripete nelle zona nord, con centinaia di persone che dalla zona di Oporto viaggiano fino a Vigo, in Galizia.
Questi dati, pur essendo parziali, sono emblematici di una tendenza consolidata. Non esiste un registro unificato che fornisca una visione dettagliata del problema, ma sono comunque una spia della difficoltà a cui devono far fronte le donne portoghesi. La mancanza di un monitoraggio centrale impedisce una reale comprensione dell'entità del fenomeno, lasciando le donne in una zona d'ombra dove il problema è minimizzato dalle istituzioni ma pesantemente avvertito dalla cittadinanza. La gravità della situazione è ulteriormente confermata dai dati post-pandemici: una situazione che si sta facendo sempre più grave dopo la pandemia, che ha visto aumentare il numero degli aborti del 15%. Nello stesso anno il 10% delle richieste, attorno a 1300, venne rifiutato per aver superato i limiti previsti dalla legge.

Ostacoli strutturali: il ruolo dell’obiezione di coscienza e la carenza dei servizi
Oltre alle restrizioni legislative, esiste una barriera di natura pratica e organizzativa che rende il sistema sanitario portoghese spesso inaccessibile. Non si tratta solo delle questioni tecniche dei tempi previsti dalla legge. Il 33% degli ospedali portoghesi non pratica l’IVG e un elevato numero di medici si dichiara obiettore di coscienza. Questo dato è estremamente significativo: l'obiezione di coscienza, pur essendo un diritto individuale garantito in molti sistemi sanitari, se esercitata in modo capillare, rischia di svuotare di significato il diritto all'interruzione di gravidanza, trasformandolo in una prestazione discrezionale piuttosto che in un servizio pubblico universale.
La frammentazione dei servizi ospedalieri spinge le donne in una situazione di incertezza costante, dove trovare una struttura in grado e disposta a eseguire l'intervento può diventare un'impresa logistica. A complicare ulteriormente il quadro vi è un ulteriore elemento di filtro: esistono 3 giorni di riflessione obbligatori prima di poter accedere alla prestazione. Questo periodo di attesa, pensato teoricamente per favorire una scelta consapevole, agisce in realtà come un ulteriore freno, aumentando il rischio che la donna superi il termine delle 10 settimane a causa dei ritardi amministrativi e della difficoltà di prenotazione negli ospedali pubblici.
Responsabilità politica e conseguenze sistemiche
Tutto questo ha provocato un intasamento del sistema sanitario che lascia molte donne scoperte. Il combinato disposto tra limiti temporali stringenti, una rete ospedaliera poco collaborativa e protocolli burocratici rigidi genera un clima di pressione psicologica e logistica non indifferente. La responsabilità di tale assetto ricade in gran parte sulla classe dirigente, chiamata a mediare tra le diverse sensibilità del Paese ma incapace, fino ad oggi, di rendere il diritto all'aborto una prestazione realmente universale e priva di ostacoli.
Le politiche sanitarie nazionali sembrano riflettere una visione prudente che preferisce mantenere inalterati gli equilibri esistenti, nonostante l'evidenza delle lacune. Le conseguenze di questa inerzia sono pagate in prima persona dalle donne, che si vedono costrette a cercare alternative private o transfrontaliere, aggravando le disuguaglianze sociali in base alle possibilità economiche di ogni singola cittadina. Mentre l’Europa discute di standardizzazione dei diritti, il caso del Portogallo rimane un promemoria di come anche in democrazie avanzate il diritto di scelta rimanga un cantiere aperto, costantemente minacciato da visioni conservative e inefficienze amministrative che trasformano un atto medico in un atto di resistenza.
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