La Legge 194 in Italia: Storia, Contributi e Sfide Contemporanee, con il Ruolo di Emma Bonino

La storia della legalizzazione dell'aborto in Italia è un percorso complesso e profondamente segnato da battaglie civili, disobbedienza nonviolenta, compromessi politici e una costante evoluzione del dibattito sociale. Quando nei primi anni ’70 cominciò la lotta per la legalizzazione dell’aborto, le stime valutavano in molte centinaia di migliaia gli aborti clandestini cui le donne italiane erano costrette ogni anno a causa del reato previsto dal Codice Rocco. Questo tragico scenario evidenziava un problema sociale profondo, che imponeva un'azione urgente per sottrarre al dramma della criminalizzazione centinaia di migliaia di donne che erano costrette a ricorrervi con gravi rischi per la loro salute e la loro stessa vita. Oggi, a quarant’anni di distanza, ci si interroga sulle iniziative da intraprendere contro i nuovi attacchi alla legge 194 e contro i ripetuti tentativi di paralizzarla e di renderla inoperante grazie all’obiezione di coscienza dei medici e alle inadempienze delle amministrazioni sanitarie. La consapevolezza che, battendosi per il rispetto della legge e perché siano affermati, salvaguardati, difesi i diritti delle donne, ci si batte anche per la democrazia, per la legalità, per la libertà e la responsabilità della persona, rimane un principio cardine di questa lunga e intricata vicenda.

I. Le Radici di una Battaglia: L'Aborto Clandestino e le Prime Iniziative (Anni '70)

Il problema dell'aborto clandestino giunse all'attenzione del dibattito pubblico in Italia anche grazie all'eco dei movimenti femministi e della contestazione provenienti dall'America. Tuttavia, a muovere gli attivisti italiani non fu esclusivamente il motto, presto fatto proprio anche dalle femministe italiane, "il corpo è mio e lo gestisco io", quanto piuttosto le stime allarmanti dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Se quelle stime erano attendibili, ci si trovava di fronte a un problema sociale che bisognava interrompere e risolvere. L’esempio non solo delle Corti Americane ma anche di alcuni Stati europei come la Gran Bretagna e l’Olanda, che avevano legalizzato l’aborto, suggeriva che questo era possibile. E se era possibile, era doveroso tentarlo, farlo diventare un obiettivo politico da imporre all’Agenda politica del Parlamento e del Paese.

Allora, come accade anche oggi di fronte, ad esempio, ai guasti prodotti dalla crisi della giustizia e alla tragedia del sovraffollamento carcerario, non si inseguirono proclamazioni ideologiche ma ci si pose il problema concreto di come combattere la piaga dell’aborto clandestino. Fu Loris Fortuna, il deputato socialista che aveva costituito la LID e dato il suo nome alla legge sul divorzio approvata nel 1970 dal Parlamento e confermata dal referendum del 12 maggio 1974, a presentare il primo progetto di legge sulla depenalizzazione e la legalizzazione dell’aborto. Durante la campagna elettorale del referendum sul divorzio, si tentò senza successo la raccolta di firme per altri referendum, uno dei quali riguardava la depenalizzazione del reato d’aborto. I radicali conducevano da molto tempo questa campagna per il superamento del Codice penale e, nel frattempo, nel ’74, era già passato il referendum per il divorzio, aprendo tutta una stagione di grande fermento sui diritti civili.

Loris Fortuna, promotore della legge sul divorzio e sull'aborto

II. CISA e la Disobbedienza Civile: Un Punto di Svolta

Il salto di qualità nella battaglia per la legalizzazione dell'aborto avvenne tuttavia con il CISA, il Centro Informazione Sterilizzazione e Aborto di Adele Faccio. Adele aveva aperto e pubblicizzato consultori in alcune città del nord, aveva stipulato convenzioni con cliniche olandesi ed inglesi e organizzato viaggi che consentissero a prezzi ragionevoli alle donne che si rivolgevano ai consultori del CISA di raggiungere quelle cliniche per interrompere la loro gravidanza non voluta e non desiderata. Le donne che nei consultori non avevano sufficienti mezzi per affrontare il viaggio erano aiutate dalle altre che avevano maggiori disponibilità. Al CISA si rivolgevano, infatti, donne di diverse età, condizioni e classi sociali, nubili o madri di famiglia, desiderose di sottrarsi al ricatto dei cucchiai d’oro come alle pessime condizioni igieniche degli aborti realizzati con mezzi di fortuna.

Nel novembre del 1974, al Congresso di Milano, lo stesso in cui fu adottato il simbolo della Rosa nel Pugno che contraddistinse a lungo le liste elettorali radicali, il CISA si federò al Partito Radicale. Insieme, decisero che la questione andava ormai affrontata anche con le armi gandhiane della nonviolenza e della disobbedienza civile. È in questo contesto di effervescenza che scoppiò il caso della clinica di Firenze. Grazie a un ginecologo fiorentino, Giorgio Conciani, le donne che si rivolgevano ai consultori del CISA poterono avvalersi, se le volevano ed erano disposte ad assumersene il rischio, oltre che delle convenzioni con le cliniche inglesi e olandesi, anche di un ambulatorio a Firenze sulla cui porta c’era l’intestazione del Partito Radicale e del CISA.

Nel mese di gennaio del 1975 la polizia fece irruzione in quell’ambulatorio, arrestando le donne che erano in attesa dell’intervento oltre al dott. Conciani e ai suoi assistenti. Gianfranco Spadaccia e Adele Faccio si rivolsero ai giudici, invitandoli con una dichiarazione affidata alla stampa a liberare le donne e ad arrestare loro due, responsabili politici e organizzativi dell’ambulatorio e delle sue attività nelle rispettive qualità di segretario del Partito Radicale e di Presidente del CISA. Il giorno successivo, alle cinque di mattina, Spadaccia fu arrestato nella sua casa romana. Due settimane dopo, si fece arrestare Adele Faccio al termine di un discorso pronunciato nel corso di una grande manifestazione pubblica al Teatro Adriano, sullo stesso palco in cui si trovavano, insieme ad altri leader politici, Marco Pannella e Loris Fortuna. La direzione del CISA, che nei mesi successivi intensificò l’azione di disobbedienza civile in tutta Italia e non interruppe mai la propria attività con il sostegno del Partito Radicale, fu assunta da Emma Bonino, che si fece poi arrestare nel giugno del 1975.

Lotta per il diritto all'aborto in Italia | Re: | ARTE.tv Documentari

Il tentativo che fu messo in atto di ridurre questa vicenda a un affare di cucchiai d’oro o ad un episodio di aborto clandestino sfruttato dal Partito Radicale, non ebbe successo. I clandestini si nascondono, ma i consultori del CISA erano pubblici, come pubbliche erano le deliberazioni e gli atti del Partito Radicale e pubblicamente dichiarate le loro responsabilità. I clandestini, i disubbidienti incivili sfuggono alla legge che violano, non la provocano a fare fino in fondo il suo corso come invece pretende la disobbedienza civile dei nonviolenti che con la loro azione quella legge vogliono cancellare o cambiare. L’esponente radicale e oggi senatrice Emma Bonino, proprio da un'esperienza personale e dall'attivismo nel Cisa a sostegno delle donne che volevano abortire in sicurezza, avviò la linea della disobbedienza civile e la sua intensa storia politica. Fu lei ad autodenunciarsi, dopo aver accompagnato alcune donne al Centro d'informazione sulla sterilizzazione e sull'aborto (Cisa) a Firenze, diretto da Adele Faccio. Ancora lei ne ha aiutate alcune con le sue mani. E infine, dopo aver vissuto in prima persona l'esperienza dell'aborto, decise che quell'umiliazione non avrebbe dovuto viverla più nessuna donna. A una domanda su cosa abbia fatto dopo l'aborto e l'umiliazione, Emma Bonino risponde: "Dopo avere vissuto quell’aborto ed essermi umiliata ho deciso che non sarebbe accaduto mai più a nessuna. Sono entrata in contatto con Adele Faccio e insieme a Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia abbiamo cominciato un percorso di aiuto pubblico ad abortire alle donne che ne avevano bisogno, e quindi di autodenuncia". Un percorso finito con gli arresti.

Emma Bonino con Marco Pannella e Adele Faccio, figure chiave del Partito Radicale

III. La Nascita della Legge 194: Tra Referendum e Compromesso Parlamentare

Grazie anche al sostegno de L'Espresso di Zanetti, Scalfari e Caracciolo, già nei giorni degli arresti fu possibile lanciare la campagna per il referendum abrogativo dell’articolo del Codice Rocco che prevedeva il reato d’aborto, e raccogliere nei mesi successivi le cinquecentomila firme necessarie (in realtà ne furono raccolte 800mila). Da subito si schierarono al fianco dei radicali i socialisti del PSI e gli altri partiti laici. Nei mesi successivi, esattamente come era già accaduto per il divorzio, caddero le ultime resistenze del PCI.

Il referendum pendente fu tuttavia la causa delle elezioni anticipate del 1976. A causa di una discutibile giurisprudenza del Consiglio di Stato, il referendum si sarebbe dovuto svolgere nel 1978, anno nel quale fu invece approvata dal Parlamento la legge 194. Un traguardo legislativo, per alcuni, che metteva fine alla piaga degli aborti clandestini e alle tante morti, all’epoca delle "mammane", dei viaggi all'estero per evitare il carcere e della condanna sociale senza appello per le donne 'colpevoli' di aver abortito.

La legge 194 fu una legge statalista e non liberale, approvata con il voto contrario dei quattro parlamentari radicali a causa dei forti limiti e delle gravi ambiguità che la caratterizzavano. Per i radicali, questa legge era il frutto di un accordo politico attraverso elementi di compromesso, per certi versi anche un po' ipocriti, che consentì alla DC di lasciarla passare. Rimaneva, ad esempio, l'elemento per cui lo stesso atto ha definizioni diverse a seconda del luogo in cui lo si fa: se l'aborto viene praticato in un ospedale pubblico non è reato, o comunque è perdonato, se invece lo si fa in una clinica privata rimane reato. Una distinzione ritenuta francamente sconcertante.

Manifestazione pro-aborto in Italia, anni '70

Per tutti, però, resta uno spartiacque cruciale nella storia del Paese, che ha costretto gli italiani a fare i conti con una realtà innominabile e ha cancellato le leggi del codice penale che punivano con il carcere chi si sottoponesse all'aborto, e insieme chi lo procurasse o ne istigasse la pratica. Una legge sbagliata e pericolosa per altri, nel mondo cattolico e non solo, che legittima un atto contro la vita e apre un dibattito etico che ancora non si è spento.

IV. I Referendum Post-1978 e la Conferma Popolare della 194

Nel 1980, il popolo italiano fu chiamato a votare su un referendum clericale che, come era già accaduto per la legge Fortuna, chiedeva l’abrogazione totale della legge 194. Contemporaneamente, fu proposto un referendum radicale che chiedeva invece l’abrogazione di alcune norme considerate gravemente limitative e potenzialmente pericolose per la libertà di autodeterminazione della donna. Al centro delle proposte radicali c’era in particolare la cancellazione delle norme che limitavano agli ospedali pubblici le interruzioni di gravidanza. Ogni interruzione di gravidanza compiuta fuori delle mura degli ospedali pubblici diventa ipso facto un reato. Una strana e davvero singolare figura di reato, che non si perfeziona con il compimento dell’atto ma a seconda della procedura seguita e del luogo dove viene eseguito, per cui lo stesso atto, lecito nell’ospedale pubblico, diventa automaticamente reato all’interno di una struttura privata.

Il referendum abrogativo voluto dalla Chiesa cattolica fu bocciato dal 70% dell’elettorato. La 194 fu dunque confermata con il 10% in più dei voti che avevano confermato la legge del divorzio. Il referendum radicale, nel quale i promotori rimasero isolati, ottenne invece solo il 20% dei voti. La 194 fu dunque confermata con tutte le sue restrizioni, le sue contraddizioni, i suoi limiti. Questo risultato dimostrava un forte consenso popolare per il mantenimento della legge, nonostante le critiche sulle sue limitazioni. La Dc, in seguito, fu trascinata in un nuovo referendum proposto dal Movimento per la vita di Carlo Casini che si svolse il 17 maggio 1981. Al governo c’era Forlani con un centro-sinistra e l’astensione del Pli. Lo perse malamente: i No furono il 68%.

Risultati del referendum sulla Legge 194, 1981

V. Le Sfide Contemporanee alla Legge 194: Obiezione di Coscienza e RU486

Su queste restrizioni, contraddizioni e limiti hanno fatto leva in oltre tre decenni i tentativi e le campagne che hanno avuto come obiettivo di svuotare dall’interno la legge 194. Essi sono stati bloccati fino ad oggi dalla memoria dello straordinario successo ottenuto dalla grande maggioranza popolare del 1980, che bocciò la richiesta clerico-fascista di abrogazione della 194. Tuttavia, gli attacchi rischiano di riproporsi in forma più virulenta, come ha dimostrato un corteo svoltosi a Roma con il patrocinio del sindaco Alemanno, dove si sono uditi cori con le ripetute accuse di “assassine, assassine” rivolte alle donne costrette a ricorrere all’interruzione di gravidanza. Le stesse donne che l’abolizione della 194 o il successo degli sforzi per svuotarla e renderla inoperante potrebbero riconsegnare al massacro dell’aborto clandestino.

L’Avvenire si è indignato per la definizione di manifestazione clericofascista con cui Radio Radicale ha commentato la cosiddetta manifestazione antiabortista. È comprensibile, ma è davvero difficile liberarsi o mettere tra parentesi l’ingombrante presenza delle schiere di Forza Nuova e di Militia Christi. Così come è difficile ignorare quei cori di “assassine, assassine”. Per L’Avvenire le donne non sono assassine, ma è un’affermazione contraddittoria e ipocrita dal momento che l’aborto è considerato alla stregua di un omicidio. In una recensione del libro di Adriano Sofri “Contro Giuliano” (il suo amico Giuliano Ferrara), che recava come sottotitolo “Noi uomini, le donne e l’aborto”, fu citata una sua considerazione su questo argomento: “Dici: - scrive Adriano rivolto a Ferrara - l’aborto è un omicidio ma le donne non sono assassine. Dici: l’aborto è maschio, l’indifferenza è maschia, il cinismo è maschio. (E tu sei maschio e io sono maschio). È vero se vuoi dire la nostra viltà e la nostra responsabilità… Ma non è vero, ed è una bestemmia, se distoglie dal fatto così esclusivamente e ferocemente femminile dell’aborto.’ Assassini siamo noi, tu, loro, la società’… È vero ma senza spingersi a un nuovo furto d’anima. Le donne vengono così paradossalmente espropriate della autorizzazione a risultare titolari dell’omicidio da loro stesse commesso. Come le donne che partoriscono erano - sono ancora, per tanti - meri contenitori della vita da deporre nel mondo dei padri così le donne che abortiscono sono mero tramite di un omicidio perfetto tramato e compiuto da altri: la ‘cultura di morte’ e io e tu e tutti. L’impiego della formula incolpatrice e il rifiuto di tramutarla in un’imputazione diretta alle donne, lungi dall’ottenere l’effetto acrobatico di indulgenza e comprensione cui mira, ottiene l’effetto opposto. Le donne commettono un omicidio senza essere nemmeno assassine. Povere donne.” Meglio non si potrebbe dire. Adriano coglie l’essenziale dell’ideologia non antifemminista ma antifemminile, rivolta contro le donne, contro la loro sovranità (che definisce “territoriale”) sul proprio corpo, contro la loro autonomia.

Anche per questo non si deve rassegnarsi, ma attrezzarsi a battere il tentativo di strangolare, con lo strumento subdolo, del tutto gratuito e opportunisticamente gratificante dell’obiezione di coscienza, la legge 194 e i diritti delle donne. C’è una ripresa di potere clericale in questo paese ma è una ripresa che si misura non in termini di diffusione di una nuova religiosità ma solo in termini di potere politico, come dimostrano la crisi delle vocazioni, la costante diminuzione dei fedeli, i sondaggi sulle questioni più scottanti e controverse, i dati statistici che registrano i mutamenti che si verificano nella famiglia italiana (matrimoni civili, coppie di fatto, figli nati fuori dal matrimonio). C’è una fragilità del centro-destra che lo sospinge a qualsiasi cedimento di fronte alle pretese clericali. C’è l’opportunismo e nel migliore dei casi la tendenza al compromesso del centro-sinistra. C’è l’indifferenza delle forze che si atteggiano a potenziali alternative di questo regime. Contro tutto questo abbiamo un solo grande elemento di forza: il Paese, con la sua cultura diffusa, è infinitamente migliore delle sue classi dirigenti, politiche e religiose.

Obiezione di coscienza nell'ambito medico in Italia

VI. Il Ruolo di Emma Bonino: Analisi e Dibattito sulla Funzionalità della 194

In un editoriale per l’Unità, la leader di Più Europa (Emma Bonino, pur non esplicitamente nominata come autrice dell'editoriale nel testo sorgente, ma deducibile dal contesto) ha affermato una serie di punti sulla genesi e l’attuazione della 194, dal numero di aborti agli obiettori, fino alle pillole abortive. Secondo la leader, con la 194 “veniva data libertà di scelta per tutte le donne italiane, pur tra molte limitazioni e compromessi”. E, di grazia, quali sarebbero le limitazioni e i compromessi per accedere all’aborto presenti nella 194? Fino al 90° giorno qualsiasi motivo è valido per abortire e le alternative all’aborto che dovrebbero essere suggerite alla donna rimangono sempre lettera morta. Continua la Bonino: “Con la legge 194 si poneva fine a interruzioni di gravidanza clandestine operate con ferri da calza e altri metodi improvvisati e rudimentali da mammane, che provocavano emorragie che mettevano a rischio la salute e la stessa vita di molte donne”. Se abortire, nella maggior parte dei casi, era reato, è ovvio che gli aborti avvenivano in clandestinità e chi voleva commettere quell’illecito si assumeva anche il rischio di attentare alla propria vita. Ottimo deterrente per quel tipo di reato. Tuttavia, gli aborti clandestini ci sono anche oggi, vigente la 194.

La Bonino prosegue affermando che la 194 “aveva iniziato a funzionare, abbassando il numero di interruzioni di gravidanza”. Questa affermazione viene però contestata, poiché gli aborti iniziarono subito a lievitare arrivando nel 1982 a più di 234.000 (fonte Ministero della Salute, p. 3), quando nel 1979 erano stati meno di 188.000. Dopo il 1982 gli aborti iniziarono a scendere, ma non necessariamente grazie alla legge. Infatti, appare intuitivo che, laddove una legge depenalizza una condotta, il numero di persone che assumerà quella condotta aumenterà esponenzialmente.

Poi la Bonino lamenta che “adesso invece siamo ridotti che abbiamo una legge di fatto non applicata” perché ci sono gli obiettori. Conclusione: “Diventa impossibile per molte donne abortire legalmente, se non spostandosi, se possono, da una regione all’altra”. A questa affermazione si contrappone una domanda: in 45 anni di applicazione della 194, quante sono le donne che hanno chiesto di abortire e che non sono state soddisfatte? Zero. E infatti, nel capitolo intitolato “Offerta del servizio IVG e diritto all’obiezione di coscienza degli operatori: numero medio settimanale di IVG effettuate da ogni ginecologo non obiettore” presente nell’ultima Relazione del Ministero della Salute sullo stato di attuazione della 194, in riferimento all’anno 2020, si può leggere che “il numero di IVG per ogni ginecologo non obiettore è in media a livello nazionale pari a 1,0 IVG a settimana, dato in leggera diminuzione. A livello regionale […] il dato più alto si registra in Molise, con 2,9 IVG settimanali in media. Eventuali problemi nell’accesso al percorso IVG potrebbero essere riconducibili ad una inadeguata organizzazione territoriale” (p. 59). Dunque, attualmente ci sono così tanti aborti che il medico abortista compie un aborto a settimana, massimo tre se il medico opera in Molise: la narrazione che vede i medici soccombere di fronte alle innumerevoli richieste di aborti a causa degli obiettori è quindi falsa.

Come caso paradigmatico per provare che l’obiezione di coscienza impedisce di abortire la Bonino cita le Marche e così scrive: “Su 17 strutture sanitarie, 12 sono punti per l’interruzione di gravidanza. In una non si pratica l’aborto (Fermo) e nelle altre quattro non ci sono ginecologi non obiettori. Quattro su dodici hanno più dell’80 per cento di ginecologi obiettori”. I dati tirati fuori dalla Bonino contraddicono quelli della Relazione ministeriale, la quale racconta un altro scenario: per l’anno 2020 il numero di “stabilimenti in cui si pratica l’IVG” sono il 92,9% del totale nelle Marche, addirittura al secondo posto dopo la Valle d’Aosta. Inoltre il numero di “stabilimenti IVG per 100.000 donne in età fertile” è pari a 4,3, quando la media nazionale è 2,9 (cfr. p. 58). Dunque, il servizio abortivo purtroppo è assai capillare nelle Marche. In questa regione ogni medico abortista compie 0,8 aborti a settimana e il carico di lavoro massimo registrato in una singola struttura è di 2,2 aborti a settimana (cfr. p. 59). Sempre troppi dal punto di vista morale, ma pochissimi dal punto di vista organizzativo. Infine, il personale obiettore (cfr. tabella n. 28) è pari al 70% tra i ginecologi (dato superiore a quello nazionale che è del 64%) e al 42% tra gli anestesisti (inferiore al dato nazionale che è del 44%).

Sempre la Bonino informa che, a suo dire, “l’utilizzo della pillola abortiva Ru486, è stato ostacolato per molto tempo. Anche oggi non viene utilizzato in modo sistematico. […] La media nazionale [di utilizzo] è al 24-25 per cento”. Pare che la Bonino viva in un altro Paese. Si ricorda che a motivo di una Circolare dell’allora ministro Speranza, dall’agosto del 2020, come ricorda la Relazione ministeriale di cui sopra, “in Italia l’aborto farmacologico non deve più essere effettuato solo entro la settima settimana di gestazione, bensì entro 9 settimane compiute di età gestazionale. […] Inoltre, la procedura non richiede più l’ospedalizzazione ma può essere eseguita in day hospital o presso strutture ambulatoriali pubbliche […] nonché presso i Consultori familiari” (p. 14). Dunque la RU486 può essere usata in uno spettro di tempo maggiore, ha meno vincoli ospedalieri e si trova ovunque. Inoltre, il 35% degli aborti oggi è praticato con la RU486 (p. 7), ben superiore al 25% citato dalla Bonino. La Relazione poi sottolinea che dopo la pubblicazione della Circolare di cui sopra “si è osservato un aumento della percentuale di IVG effettuate con metodo farmacologico” (ibidem). La leader radicale cita poi ancora le Marche, dove si utilizzerebbe la Ru solo nel 13% dei casi. Ma la Relazione ministeriale dice altro: la Ru nelle Marche è stata usata nel 17,2% dei casi (cfr. tabella n. 25) e si aggiunge che “il confronto nel tempo evidenzia un incremento continuo dell’uso del Mifepristone e delle prostaglandine e il loro esteso utilizzo ormai in tutte le Regioni” (p. 23). Tuttavia, di fronte a questi dati inoppugnabili, la Bonino afferma: “Nonostante questi due enormi limiti fondamentali dell’obiezione di coscienza e del rifiuto dell’aborto farmacologico, che andrebbero superati, la legge ha funzionato”. Però poco prima, in modo contraddittorio, appuntava che “la norma viene applicata infatti solo in Emilia Romagna, Toscana, e Puglia”.

Parlando direttamente, Emma Bonino, nume tutelare e sacerdotessa della legge che regola il diritto all’interruzione di gravidanza, tiene a raddrizzare il concetto, da radicale qual è, per mettere la libertà al centro della questione: “Ho sempre pensato che ciò che andava e va difeso è il diritto alla libera scelta della maternità. Che non è, automaticamente, il diritto ad abortire: quello è semmai uno strumento - emotivamente molto pesante - attraverso cui si esercita, più o meno invasivo a seconda delle metodologie. Ma al centro deve restare, per come la vedo io, la libera scelta della maternità e il diritto ad esercitarla”.La Bonino riconosce alla 194, oltre agli elementi di compromesso, un tratto quasi visionario, nel senso di apertura al futuro. Si scrisse infatti - si era passati appena alla tecnica dell’aspirazione, e negli ospedali italiani si faceva ancora il raschiamento - che le strutture si sarebbero dovute aggiornare, perché si era convinti che la scienza evolve, e che avrebbe continuato a farlo. Nell’articolo 15 c’è scritto che si deve promuovere l’aggiornamento sull’uso delle tecniche più moderne e rispettose dell’integrità della donna, meno rischiose. L'Italia si è aggiornata? “Insomma. Quando cominciò a utilizzarla Silvio Viale, a Torino, successe un inferno. Si parlava di aborto facile, figuriamoci. Ad oggi solo in tre regioni si procede in day hospital, per il resto è prevista una degenza di tre giorni che è irragionevole, irrazionale e molto costosa. Quasi tutte le donne firmano ed escono, però stiamo sempre lì: resta questa specie di barriera, e bene fa l’Associazione Luca Coscioni a battersi per conquistare un altro pezzettino di diritti”.Per quanto riguarda l’obiezione di coscienza, la Bonino osserva che “in molte regioni, molti medici scoprono di avere una coscienza. Non so se ha notato che ci sono regioni dove c’è coscienza mentre in altre no, e che i medici scoprono di avere una coscienza dopo essere stati assunti, non prima. Io non discuto le coscienze di nessuno, ho già problemi con la mia. Sappiamo tutti che è un problema di carriera, ma non voglio neanche entrare in queste discussioni. Però pretendo che le istituzioni facciano rispettare la legge”. Ritiene che vada normata l’obiezione di coscienza? “No, si possono fare cose più semplici. Il tagliando va fatto attraverso le linee guida del ministero, da scrivere in modo tale da far funzionare meglio la legge in favore delle donne”. Le piacerebbe cambiare qualcosa della legge? “Certo che mi piacerebbe. Ad esempio il compromesso iniziale, per il quale la stessa operazione si può fare nelle strutture pubbliche e non in quelle private, a via della Camilluccia sì e a via Tagliamento no. Direi ma allora chiariamoci: è un reato o non lo è? Ma non mi pare ci siano le condizioni e la forza per farlo. Basterebbero nuove linee guida”.

La ministra Lorenzin pone grande enfasi sul fatto che in Italia diminuiscono gli aborti. La Bonino commenta: “Diminuiscono anche le nascite se è per questo: e comunque spero che ciò avvenga perché le donne si sono familiarizzate con i sistemi anticoncezionali: nei primi anni Settanta la pillola era illegale, sa”. L’accesso alla Ru486 è farraginoso nella realtà ma diffuso online. Non è che la nuova via dell’aborto clandestino è quella? “Ognuno si arrangia come può, è la storia di questi anni. Mi impedisci una morte dignitosa? Vado in Svizzera. Mi impedisci la procreazione assistita? Vado in Spagna. Mi impedisci la Ru? Vado su Internet”.

VII. La Legge 194 e il Contesto Socio-Culturale Italiano

A ben guardare, senza nessuna intenzione di fare indebite confusioni, l'ideologia antifemminile, rivolta contro le donne, contro la loro sovranità (che definisce “territoriale”) sul proprio corpo, contro la loro autonomia, è la stessa ideologia, è lo stesso sentimento di superiorità proprietaria che è alla base delle violenze maschili contro le donne e dei tanti omicidi e delitti passionali che hanno contrassegnato e continuano a contrassegnare la cronaca nera delle nostre città. In un paese democratico, le leggi dovrebbero consentire la convivenza di credenti, non credenti e diversamente credenti. Dal punto di vista legislativo non ci sono discriminazioni, il problema piuttosto è sempre l’applicazione delle leggi che tutelano la parità, ma ci sono anche superamenti culturali che stentano ad avvenire o perlomeno a farlo in modo diffuso: la donna rimane moglie e madre, una sorta di 'signora dai mille lavori' che si divide tra la gestione domestica, quella dei figli, dei nonni, delle bollette e di qualunque cosa, e se le resta tempo e voglia lavora. Uno stereotipo ancora duro a morire, anche se cambiamenti ci sono stati. Se si pensa all'Italia com'era in passato, si stenta a riconoscerla.

L'attività politica di Emma Bonino, partita dalla battaglia per l'aborto, è stata seguita da una lunga serie di battaglie a favore dei diritti civili. La Bonino afferma di non stare cercando eredi, ma vede la grande attività dell'Associazione Luca Coscioni sul diritto alla morte dignitosa, o quella delle persone che si sono battute per ottenere le unioni civili. Solo che non si riesce a creare un movimento di massa come ci fu negli anni ’70. Nonostante questo, tutta una serie di battaglie sta andando nella direzione giusta, per il testamento biologico ci sono voluti 30 anni ma si è arrivati, e così per le unioni civili: la strada è sempre molto in salita, ci vuole molta tenuta e molta determinazione e spesso anche nel mondo femminile non c’è. Intanto, dagli anni ’80 gli aborti sono più che dimezzati e in calo anche tra le categorie più svantaggiate come quelle delle immigrate. Questa è la dimostrazione che la legge funziona, che incentiva le donne a usare tecniche contraccettive e in parallelo disincentiva l’aborto, e quello clandestino in particolare, avviando le donne a un percorso di family planning. Si possono educare i giovani anche attraverso altro che non siano i consultori, la scuola in primo luogo, e naturalmente la rete. Si fa abbastanza? Non si crede, tutto è migliorabile e del resto nel nostro Paese parlare di educazione sessuale rimane un tabù.

La Legge 194, dunque, quarant’anni dopo la sua promulgazione, continua a essere un punto focale di dibattito e di scontro, un simbolo delle conquiste civili ottenute ma anche delle fragilità e delle resistenze culturali e politiche ancora presenti nel tessuto sociale italiano. La sua storia e il ruolo di figure come Emma Bonino sono intrinsecamente legati alla lotta per la libertà di scelta e per l'autodeterminazione delle donne in un contesto in continua evoluzione.

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