L’interruzione di gravidanza rappresenta un tema complesso, che intreccia aspetti legali, sanitari, psicologici ed etici. Se è vero che il primo periodo è sempre quello più delicato, la possibilità di qualche inconveniente sfortunatamente accompagna tutta la gravidanza. Anche se il test di gravidanza positivo fa vedere cuoricini da tutte le parti, purtroppo l’imprevisto può sempre essere dietro l’angolo. In alcuni casi particolarmente gravi, si deve ricorrere all'interruzione volontaria, provocando un grande dolore ai futuri genitori. È necessario analizzare con chiarezza cosa accade, come avviene la procedura e quale sia il quadro normativo di riferimento.

Definizione e inquadramento normativo
L'aborto (dal latino abortus, derivato di aboriri, "perire") è l'interruzione della gravidanza, che si differenzia in aborto spontaneo, un evento involontario, e aborto indotto o procurato. Quest'ultimo, noto legalmente come Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG), si attua con procedure di tipo farmacologico o chirurgico.
In Italia, l’interruzione della gravidanza (sia volontaria che terapeutica) è regolata dalla legge n. 194 del 22 maggio 1978, intitolata “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Questa legge stabilisce che l’aborto non è più un reato e che, entro i primi 90 giorni di gravidanza, la donna può decidere liberamente di interromperla per motivi di salute, familiari, sociali o economici. Dopo questo periodo, l’interruzione può essere effettuata solo in casi specifici, definiti come aborto terapeutico.
La distinzione tra IVG e aborto terapeutico
Per aborto terapeutico si intende l’interruzione della gravidanza che avviene dopo il primo trimestre ed è necessaria per evitare rischi molto gravi alla donna. L'articolo 6 della legge 194 parla chiaro: l’aborto terapeutico può avvenire quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna o quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna.
Mentre l'IVG entro i 90 giorni può essere decisa per motivi diversi, per l'aborto terapeutico devono esserci motivazioni connesse al benessere della gestante. Le cause principali includono patologie materne (grave gestosi, cardiopatie, diabete non compensato, tumori), rischio di ripercussioni psichiche, distacco di placenta, rottura del sacco amniotico con infezione o gravi malformazioni fetali (problemi neurologici, anomalie cromosomiche, disordini metabolici).
Il limite temporale e la capacità di vita autonoma
Il tempo massimo entro cui si può effettuare un aborto terapeutico è un nodo piuttosto spinoso. La legge impone ai medici l’obbligo di tentare qualunque manovra di rianimazione su un feto capace di vita autonoma. Considerato che ci sono casi di bimbi sopravvissuti a 23-24 settimane, viene posto un limite prudenziale di 22 settimane di gravidanza. Dopo questa epoca, il medico è tenuto alla rianimazione del feto. Accade che spesso le mamme che si trovano nella situazione di dover interrompere una gravidanza molto avanzata debbano rivolgersi a Paesi stranieri, ad esempio la Francia o l’Inghilterra, dove si può intervenire anche dopo le 22 settimane.
Percorsi di accesso e procedure
Per accedere all'IVG, la donna può rivolgersi al Consultorio, preferibilmente della propria zona di residenza, dove riceverà accoglienza, informazioni, counselling e verrà fissato un appuntamento con il ginecologo. Il medico fornirà tutte le informazioni sulle metodiche e rilascerà un documento attestante lo stato di gravidanza e la volontà di interromperla. Per legge, è necessario attendere sette giorni tra il rilascio del documento e l’esecuzione dell’intervento.
L'aborto farmacologico
Potrai scegliere la via farmacologica se la tua gravidanza è inferiore a 63 giorni (9 settimane) dall'ultima mestruazione e se non ci sono controindicazioni. È un procedimento che avviene a livello ambulatoriale in due fasi. Nella prima si assume il mifepristone (Ru486), che blocca il progesterone, ormone che garantisce il buon andamento della gravidanza. Dopo 48 ore si passa al secondo farmaco, un analogo delle prostaglandine, che facilita il distacco e l’espulsione del prodotto del concepimento. La sintomatologia sarà assimilabile a quella di un aborto spontaneo nelle fasi iniziali di gravidanza.
Aborto farmacologico: cos'è la pillola RU-486
L'aborto chirurgico
L’intervento chirurgico può variare in base all'epoca gestazionale. Fino alla 15esima o 16esima settimana si procede allo svuotamento dell’utero tramite raschiamento o isterosuzione (metodo Karman). Si tratta di tecniche che prevedono il ricovero in day hospital e la sedazione. L’intervento viene effettuato in anestesia; dopo essere stata dimessa, la donna può tornare presso il proprio domicilio.
Per epoche più avanzate, come nel caso di procedure D&E (Dilatazione ed Evacuazione), utilizzate solitamente dai 16 mesi in poi, il medico prepara la cervice, talvolta inserendo piccoli bastoncini dilatatori chiamati laminaria. La procedura prevede l'uso di strumenti medici e un dispositivo di aspirazione per estrarre delicatamente il tessuto della gravidanza.
Considerazioni sanitarie e rischi
L’aborto settico è una grave infezione dell’utero che si verifica poco prima, durante o dopo un aborto indotto o spontaneo. È un’emergenza medica. Il rischio è elevato se l’intervento è eseguito da soggetti non addestrati o senza tecniche sterili. I sintomi includono brividi, febbre, secrezioni vaginali, sanguinamento e tachicardia. Il trattamento immediato prevede antibiotici per via endovenosa e la rimozione del tessuto gravidico rimasto nell’utero.
È fondamentale sottolineare che l'interruzione di gravidanza, seppur volontaria, può avere un impatto sulla sfera psicologica e sociale. La decisione può esporre la donna alla sperimentazione di sentimenti contrastanti e alterazioni dell'umore, rendendo essenziale il supporto di uno specialista.
Esiti e fertilità futura
Un aborto terapeutico o volontario non pregiudica, di norma, la possibilità di avere altri bambini. Tuttavia, si segnala che alcuni autori suggeriscono una possibile connessione fra l'aborto e alcuni problemi riscontrati in un'eventuale successiva gestazione, quali sanguinamento, problemi connessi alla placenta o parto prematuro. Dopo un aborto, le mestruazioni tornano solitamente dopo 30-40 giorni. È consigliabile parlare con il proprio ginecologo prima di riprendere la ricerca di una nuova gravidanza: nel caso dell'IVG, si attendono solitamente un paio di cicli, mentre per un'ITG è prudente attendere almeno 5-6 mesi per permettere una completa guarigione fisica e psicologica.

Il ruolo dell'obiezione di coscienza
Un aspetto rilevante in Italia è l'obiezione di coscienza, un fenomeno diffuso tra il personale sanitario. L’associazione Luca Coscioni stima che una parte significativa di ginecologi, ostetriche e infermieri si rifiuti di interrompere la gravidanza per motivi etici. Sebbene a livello teorico il servizio debba essere garantito in tutte le strutture pubbliche, la reperibilità di medici non obiettori può rendere complicato il percorso per la donna in alcune aree geografiche.
Contraccettivi e prevenzione
Per ridurre il rischio di gravidanze indesiderate, è essenziale pianificare la contraccezione subito dopo l'intervento. In alcune regioni, come la Toscana, la contraccezione è gratuita per le donne iscritte al SSN nei due anni successivi all’IVG. Il counselling contraccettivo e l’avvio della contraccezione viene garantito già dai reparti dove viene effettuata l’interruzione. L'uso di dispositivi intrauterini (IUD) o impianti può essere valutato immediatamente dopo la procedura, garantendo una protezione efficace per il futuro.