Storia e Normativa dell'Aborto in Irlanda: Dalle Leggi Più Severe d'Europa alla Rivoluzione dei Diritti

L'Irlanda, per decenni, ha detenuto il primato di uno dei paesi con le leggi più severe d’Europa sull’interruzione di gravidanza. La realtà per molte donne era cruda e solitaria, fatta di viaggi segreti e decisioni difficili, spesso avvolte nella vergogna e nella paura del giudizio. Questo scenario ha plasmato la vita di innumerevoli cittadine irlandesi, costringendole a confrontarsi con una normativa che qualificava l'interruzione volontaria di gravidanza come reato in quasi ogni circostanza.

L'Aborto Impossibile: Le Storie Che Hanno Rivelato una Crudeltà Sistemica

La gravità della situazione è stata spesso illuminata da storie personali, che hanno reso tangibile il peso di una legislazione così restrittiva. Una di queste è quella di Siobhan, una studentessa universitaria di 19 anni che, una mattina presto, sei giorni prima di Natale, attraversa il campus dell’università di Dublino ancora immerso nel buio per andare alla fermata dell’autobus. In giro non c’è nessuno, ma alla fermata Siobhan incontra una studente straniera che conosce di vista. Sono entrambe dirette all’aeroporto. La ragazza straniera dice a Siobhan che sta tornando a casa, in Germania. Siobhan risponde con una bugia: “Vado a Liverpool a fare shopping”.

Una volta atterrata a Liverpool, Siobhan accende il telefono. Spera che i genitori, convinti che sia ancora al college, non la cerchino per il resto della giornata. Poi manda un messaggio alla sua migliore amica, l’unica a sapere che si trova a Liverpool. “Il mio numero ti sembra strano quando compare sul display? Si capisce che sono in Inghilterra?”. All’aeroporto Siobhan prende un taxi. Quando dice all’autista dove deve andare, lui le lancia un’occhiata. “Ah, sei irlandese”, commenta senza aggiungere altro. Ha già portato diverse donne irlandesi a quell’indirizzo. Ci vanno per fare una cosa che in Irlanda può costare il carcere. Vanno a interrompere una gravidanza.

Una donna cammina da sola in un aeroporto, simboleggiando i viaggi segreti per l'aborto.

In Irlanda l’aborto era illegale quasi senza eccezioni, perciò le donne che non volevano portare a termine la gravidanza dovevano cavarsela da sole. Molte andavano in Inghilterra o in Galles, dove abortire è legale. Secondo il ministero della sanità britannico, più di 160mila donne irlandesi sono andate ad abortire nel Regno Unito tra il 1980 e il 2014. Questo fenomeno, noto come "fuga silenziosa", è una testimonianza eloquente della disperazione e della determinazione delle donne irlandesi. Per chi è contrario all’aborto, ogni interruzione di gravidanza è la tragica perdita di una vita. Per chi sostiene il diritto all’aborto, ogni viaggio per raggiungere una clinica fuori dall’Irlanda è un’esperienza degradante ed esasperante, che nega il diritto delle donne di decidere liberamente come gestire il proprio corpo.

Queste non sono storie isolate. Mara Clarke, fondatrice dell'Abortion Support Network (ASN), un'organizzazione no-profit, ha dedicato la sua vita ad aiutare donne in situazioni simili. Attraverso l'ASN, ha fornito sostegno a innumerevoli donne che dovevano viaggiare per abortire, spesso senza i mezzi economici necessari. I costi potevano variare dai 300 ai 3.000 euro, una somma troppo alta per molte. Clarke ha raccontato di donne intrappolate in relazioni violente, costrette a mantenere il segreto per paura del giudizio familiare, o che si sono sentite dare dell'assassina dai propri mariti. Alcune, persino ex attiviste pro-vita, si sono rivolte all'ASN in segreto. L'organizzazione ha spesso incontrato casi drammatici, come quello di una minorenne da un paesino estremamente conservatore, che temeva per la propria vita se la famiglia avesse scoperto la gravidanza. Questi racconti evidenziano la profondità della sofferenza e dell'isolamento causati dalla legge irlandese.

Il Contesto Storico e la Rigidità della Legislazione Previgente: L'Ombra dell'Ottavo Emendamento

La radice della stretta legislazione sull'aborto in Irlanda risiede profondamente nella sua storia e cultura, fortemente influenzate dalla Chiesa Cattolica. Il dibattito sull’aborto ha sempre suscitato un acceso confronto in Irlanda. Ma negli ultimi mesi le scelte e i diritti delle donne come Siobhan sono stati al centro della vita politica del paese come non era mai successo prima. Il 26 febbraio gli irlandesi andavano alle urne per eleggere il nuovo parlamento. I militanti dei partiti che hanno fatto campagna elettorale bussando alle case dei cittadini si sono sentiti ripetere le stesse due domande: “Che posizione avete sull’aborto? Volete abrogare l’ottavo?”.

Un'illustrazione dell'Ottavo Emendamento della Costituzione irlandese.

“L’ottavo” è l’ottavo emendamento della costituzione irlandese, che mette la vita della madre sullo stesso piano di quella del feto. Adottato dal parlamento nel 1983, ha confermato l’impegno del governo irlandese a impedire l’aborto in qualunque circostanza. Anche se l’interruzione di gravidanza era già illegale, prima del 1983 la costituzione riconosceva comunque alle coppie il diritto alla privacy nella vita coniugale. E gli antiabortisti temevano che qualche giudice potesse far rientrare nel diritto alla privacy anche la facoltà di interrompere le gravidanze indesiderate. Questa preoccupazione portò all'introduzione dell'emendamento tramite referendum, cristallizzando una posizione dogmatica nella carta fondamentale del paese. L'ottavo emendamento (o articolo 40.3.3) divenne così un baluardo contro ogni tentativo di legalizzazione dell'aborto.

Il femminismo in Irlanda ha svolto un ruolo importante nella definizione della posizione legale e sociale delle donne, ma ha dovuto confrontarsi a lungo con questa realtà. Sebbene dal 1918, con il resto del Regno Unito, le donne usufruirono del suffragio femminile (dai 30 anni), sempre che disponessero di titoli di proprietà o di dottorati universitari, mentre gli uomini poterono votare all’età di 21 anni senza la necessità di nessun’altra qualificazione, il decennio successivo vide l'introduzione di legislazioni restrittive. Queste leggi eliminarono il diritto delle donne a poter far parte di una giuria popolare, di poter lavorare dopo il matrimonio e d’impiegarsi nel settore industriale. Le donne parteciparono attivamente alla rivolta di Pasqua del 1916; circa 260 di loro parteciparono all’insurrezione, anche se fino a poco tempo fa non erano mai citate nei libri di storia. Prima della commemorazione del 2016 diversi storici hanno lavorato per correggere le omissioni; un progetto finanziato dal governo ha permesso a Mary McAuliffe e Liz Gillis di documentare le storie di 77 donne prigioniere a seguito della rivolta.

Un cambiamento importante sopraggiunse dopo l'esecuzione dei leader ribelli da parte degli inglesi, quando la Chiesa cattolica sostenne finalmente la causa dell’indipendenza. La Chiesa si trovava ad essere l’istituzione più importante del paese ed esercitò in seguito il proprio potere per far modellare la costituzione secondo i dettami religiosi. Il primo governo libero sostenne uno Stato pluralista, ma de Valera - che non fu mai un sostenitore dell’emancipazione femminile - assieme alla Chiesa sancì gli insegnamenti cattolici e più socialmente conservatori. La seconda ondata femminista ebbe il suo inizio nei primi anni settanta, sotto la leadership di donne come Nell McCafferty, Mary Kenny, June Levine e Nuala O’Faolain. Negli anni novanta le attività del Consiglio comprendevano progetti di sostegno finanziati dal Fondo sociale europeo e la gestione di programmi e forum per le donne. Nonostante questi progressi, la questione dell'aborto rimase un nodo irrisolto per decenni.

La situazione non era migliore in Irlanda del Nord, dove le leggi erano restrittive quasi come quelle irlandesi. A Belfast l’aborto era permesso solo se era a rischio la vita della madre o se c’era una grave minaccia per la sua salute fisica e mentale. Chiunque fosse ritenuto colpevole di aver procurato un aborto illegale rischiava l’ergastolo.

L'Irlanda Che Cambia: Secolarizzazione e Nuove Sensibilità Sociali

L’Irlanda del 2016 non era più quella del 1983. Il paese è stato a lungo uno dei più cattolici e conservatori d’Europa e la sua identità è ancora fortemente permeata dalla religione, ma oggi l’Irlanda è anche un luogo di imprese high-tech e laureati poliglotti che viaggiano in tutto il mondo e si sentono sempre più europei. Il paese ha aderito all’Unione europea nel 1973 e gli irlandesi in generale sono molto europeisti. E l’Europa da cui i giovani irlandesi si sentono attratti è un continente - come le autorità vaticane denunciano da tempo - sempre più laico e con le chiese vuote. “Rispetto agli anni settanta l’Irlanda è più urbana e più allineata agli standard occidentali ed europei”, spiega Carole Holohan, docente di storia irlandese al Trinity college di Dublino. “Lo schieramento conservatore oggi non ha una voce forte e riconoscibile”.

Oltre ai cambiamenti dovuti alla globalizzazione, in Irlanda anche altri fattori hanno contribuito ad allontanare i cittadini dalla chiesa, a cominciare dagli scandali degli abusi sessuali che negli ultimi anni hanno sconvolto diversi paesi di tradizione cattolica. In Irlanda le prime denunce di abusi a danno dei bambini da parte di suore e sacerdoti risalgono agli anni novanta. Nel 2000 il governo irlandese ha ordinato un’inchiesta che è durata anni ed è stata pubblicata nel 2009. Dal rapporto, lungo 2.600 pagine, è emerso che gli abusi sessuali nelle scuole e negli orfanotrofi cattolici erano stati “sistematici” e avevano riguardato migliaia di bambini. “In seguito a questi scandali sessuali e ai successivi insabbiamenti la chiesa ha perso gran parte della sua autorità morale”, dice Holohan.

È difficile distinguere la causa dall’effetto nelle questioni di fede, ma sta di fatto che oggi la chiesa svolge un ruolo meno importante nella vita di tanti irlandesi: nel 1984 quasi il 90 per cento degli irlandesi cattolici andava in chiesa ogni settimana. Nel 2011 solo il 18 per cento. Questa drastica diminuzione della pratica religiosa è stata un fattore chiave nel cambiamento delle sensibilità sociali. Dieci anni fa l’idea di consentire le unioni tra persone dello stesso sesso era impensabile. Nel maggio del 2015 l’Irlanda ha reso legali i matrimoni gay: è stata il primo paese a farlo tramite referendum, con l'approvazione del 62 per cento degli elettori. Un risultato sorprendente per molti osservatori, convinti che la tradizione religiosa del paese avrebbe prevalso. Questo evento ha dimostrato una chiara evoluzione nel tessuto sociale irlandese, aprendo la strada a dibattiti su altri diritti civili. Ma rispetto ai matrimoni omosessuali, l’aborto provocava divisioni molto più profonde. Le unioni tra persone dello stesso sesso, con l’esaltazione della tolleranza e dell’amore e le allegre manifestazioni di piazza che hanno accompagnato la campagna referendaria, erano molto più facili da accettare.

Abusi nella chiesa in Irlanda

Il Caso Savita Halappanavar: Una Tragedia Che Ha Scosso la Nazione e la Legislazione

La storia di Savita Halappanavar, una donna indiana di 31 anni, ha segnato un punto di svolta drammatico e irrevocabile nel dibattito sull'aborto in Irlanda. Savita Halappanavar muore all’ospedale universitario di Galway, nella Repubblica d’Irlanda, il 28 ottobre 2012, quattro giorni dopo aver subito un aborto spontaneo. C’è l’ombra della sua morte dietro la storica vittoria che il 25 maggio 2018 ha portato all’abolizione dell’ottavo emendamento della Costituzione irlandese.

Quando Savita arrivò in ospedale, era incinta di 17 settimane e lamentava forti dolori. Le fu detto che stava avendo un aborto spontaneo e che il feto non era vitale. Nonostante la chiara indicazione di un aborto inevitabile e il rischio di infezione, i medici si rifiutarono di effettuare un aborto terapeutico perché, secondo la legge allora vigente, il cuore del feto batteva ancora. Ai dottori non importava che il feto fosse in gravi condizioni e che per lui non ci fossero possibilità di sopravvivere: quando Savita arrivò in ospedale il cuore del figlio batteva ancora e quindi venne deciso di rimandare l’operazione. L’aborto le venne praticato tre giorni dopo ma ormai era troppo tardi e la donna morì di setticemia.

La morte di Savita ha provocato proteste a livello nazionale - che si sono sparse presto anche in India, in Gran Bretagna e in molti altri paesi - chiedendo una revisione delle leggi sull’aborto. In quel momento, come spiega Rita Harrold, attivista e fondatrice di Rosa, “è stato chiaro che anche quando la vita della donna era a rischio non c’era modo di avere accesso all’aborto”. Parzialmente in risposta a ciò, il governo irlandese ha introdotto il "Protection of Life During Pregnancy Act 2013". Questa legge ha definito le circostanze e i processi in cui l'aborto poteva essere legalmente eseguito, dando effetto in statuto ai termini della Costituzione così come interpretato dalla Corte Suprema nella sentenza del 1992 (nel caso Attorney General v. X). Quel giudizio aveva permesso l'aborto in casi in cui la gravidanza metteva in pericolo la vita di una donna, anche attraverso il rischio di suicidio.

Tuttavia, l'applicazione del Protection of Life During Pregnancy Act 2013 si rivelò un iter burocratico che assomigliava a una corsa a ostacoli. Se una donna incinta voleva interrompere legalmente la propria gravidanza, doveva farsi esaminare da una commissione di medici (tre per stabilire se la donna avesse tendenze suicide, due nei casi in cui la vita della madre fosse a rischio). Se il responso era negativo, si poteva ricorrere in appello, ma in quel caso il numero dei dottori da convincere aumentava fino ad arrivare a dieci. Si trattava di un processo lungo e snervante e non stupiva quindi che la maggior parte delle donne decidesse di prendere un aereo per andare in una clinica in un altro Paese. Secondo i dati diffusi dal ministero della Salute irlandese, nel 2014 ci sono stati solo 26 aborti legali, dimostrando l'inefficacia pratica della legge nel rispondere alle esigenze delle donne. Nel 2013, il primo aborto legale dell'Irlanda è stato condotto su una donna in stato di gravidanza di 18 settimane e la cui vita era a rischio.

Le Storie Personali e le Difficoltà Quotidiane: Il Costo Umano della Restrizione

Oltre alla storia di Siobhan e al dramma di Savita, molte altre donne hanno vissuto le conseguenze dirette della rigida legislazione irlandese. Vicky Wall, residente nel villaggio di Dungarvan, nel sud dell’Irlanda, ha vissuto una vicenda particolarmente toccante. Wall, 38 anni, ha altri due figli: Taidgh, un ragazzo di 13 anni, e Shannon, una ragazza di 17. Fino a poco tempo fa c’era anche Líadán. Nel febbraio del 2014, Wall, che lavorava come assistente alle vendite per l’azienda di abbigliamento New Look, ha scoperto di essere incinta. Era felicissima di aspettare un bambino, ma dopo il terzo mese ha cominciato a preoccuparsi. A differenza delle prime due gravidanze, aveva troppi dolori. Durante un controllo di routine alla 23esima settimana, l’infermiera che stava facendo l’ecografia si è interrotta bruscamente. “Vedo qualcosa”, ha detto a Vicky. Lei è scoppiata a piangere, e l’infermiera è andata a cercare un medico.

Quando è arrivato, il dottore ha stretto Wall tra le braccia. C’era troppo liquido amniotico e il feto sembrava avere un piede equino: tutti possibili segnali di una malattia genetica. Il dottore l’ha indirizzata a una clinica specializzata in diagnosi prenatali di Dublino. Wall ha preso un appuntamento e si è sottoposta a un’altra ecografia. “Sembra trisomia”, ha detto il medico. La trisomia è un’anomalia genetica: chi ne è affetto ha un cromosoma in più. La sindrome di Down è la forma più comune, ma ne esistono diversi altri tipi. Il feto di Wall aveva la sindrome di Edwards, o trisomia 18. I bambini colpiti da questa malattia di solito soffrono di una serie di problemi mentali e fisici, e solo uno su dodici supera il primo anno di vita. È molto raro che sopravvivano fino all’età adulta. A quel punto il medico ha detto a Wall: “Il bambino è incompatibile con la vita”. Le parole scelte dal dottore l’hanno fatta rabbrividire. “No, non è vero. È compatibile. È compatibile con me”, ha pensato in quel momento. Dopo averle spiegato che la gravidanza difficilmente sarebbe arrivata a termine, il dottore le ha suggerito di “fare un salto in Inghilterra”, con una chiara allusione all’aborto. Wall ha pianto per tutte le tre ore del viaggio di ritorno, mentre cercava informazioni sulla trisomia sul suo telefono. Quello che ha letto non le ha dato motivi di speranza, ma l’ha convinta che, malgrado tutto, il suo bambino sarebbe potuto sopravvivere fuori dal grembo materno. Così, alla fine, Wall non ha fatto il viaggio in Inghilterra che migliaia di donne irlandesi fanno ogni anno. Nel frattempo Wall e il suo compagno, Michael, avevano scoperto che sarebbe nata una bambina e avevano deciso di chiamarla Líadán, che in gaelico significa “signora grigia”. Dopo 32 settimane di gravidanza Wall ha partorito una bambina morta. Ma non ha avuto rimpianti. “La mia bambina non era una cosa da gettar via. Rimarrà sempre mia. Per me ha significato molto averla vista e sapere che alla fine è stata lei a decidere”.

Un rendering artistico della sindrome di Edwards (Trisomia 18).

Come la maggior parte degli irlandesi, Wall ha avuto un’educazione cattolica. “Quando ero piccola mi facevano andare a messa ogni domenica, ma avevo il terrore dei preti”. Per lei erano i severi simboli dell’autorità. Quando compì dodici anni smise di frequentare la chiesa perché non si sentiva più attratta dai suoi insegnamenti. Da adulta si è sposata, ma ha divorziato. Wall sa bene che la chiesa cattolica non ammette il divorzio, ma per lei le dottrine religiose non hanno importanza. “Il cattolicesimo in Irlanda sta morendo”, spiega. Anche se non è più praticante, i suoi due figli sono stati battezzati e cresimati. Non tanto per qualche residua forma di fedeltà alla chiesa, ma perché frequentano una scuola cattolica dove tutti gli altri bambini rispettano i sacramenti. Ancora oggi, spiega Wall, il cattolicesimo pervade gran parte della vita quotidiana degli irlandesi, dall’istruzione alla sanità. Oggi Wall afferma che, in un eventuale referendum sull’ottavo emendamento, voterebbe contro l’abolizione, ma non perché si senta legata agli insegnamenti della chiesa. Al referendum del 2015 ha votato a favore dei matrimoni gay. Wall non si è mai pentita della scelta di far nascere Líadán. Semplicemente non voleva metter fine a una vita umana. “Non credo che l’aborto sia amore. Credo che sia paura e rifiuto della vita”, sostiene, riecheggiando le idee delle militanti antiabortiste come Sherlock. Ha delle amiche che hanno dovuto “fare un salto in Inghilterra”, ma non le giudica. “Mi chiedo solo: se avessi interrotto la gravidanza, sarei comunque riuscita a onorare la vita di Líadán?”.

Il tabù dell'aborto in Irlanda era così forte che poche donne ammettevano pubblicamente di averne avuto uno. La questione è salita alla ribalta anche grazie ad alcune donne del mondo della cultura e dello spettacolo che hanno deciso di parlare pubblicamente del proprio aborto. Tra queste c’è Tara Flynn, attrice e scrittrice. “La prima volta che ho raccontato la mia storia è stato in forma anonima ad un giornale ma nessuno se ne curò. Ho quindi capito che era necessario metterci la faccia. Se la gente si rende conto che alla fermata del bus, in casa o all’università c’è qualcuno che ha avuto un aborto, se possono attribuire quella storia a un volto, allora si sentono anche più vicine". Tara Flynn ha raccontato la sua esperienza: “Ho parlato perché ne avevo abbastanza del silenzio, dei segreti, della vergogna. Non mi pento di aver abortito perché so che per me era la cosa giusta da fare in quel momento”. Tara è rimasta incinta nel 2006 nonostante avesse preso la pillola del giorno dopo. Ai tempi non aveva un lavoro né un compagno e subito decise di volare in Olanda per interrompere la gravidanza. Quando ha detto pubblicamente di aver avuto un aborto ha trovato molto appoggio perché "sono tantissime le donne là fuori che hanno avuto la stessa esperienza". Non mancano, tuttavia, coloro che la definiscono un'assassina.

Non sono solo le donne ad aver paura di parlare. L’ottavo emendamento influenzava così anche i dottori. “Se una donna ha avuto un aborto e, una volta tornata in Irlanda, ha delle complicazioni, è difficile trovare dei medici con una formazione adeguata a seguire il caso”. Anche nei casi di malformazione del feto, poche donne decidevano di intraprendere l’iter burocratico per farsi riconoscere il diritto ad abortire in Irlanda. In questi casi diventava una battaglia contro il tempo. “Può capitare che nella prima ecografia sia tutto in ordine ma che poi, successivamente, si scoprano delle malattie o delle malformazioni. Ricordo il caso di una paziente incinta che un giorno scoprì che il figlio aveva la sindrome di Edward. Lei e il marito decisero di andare in Inghilterra ad abortire”. A tutto questo bisogna inoltre aggiungere il fatto che non tutte le famiglie potevano permettersi un viaggio in una clinica privata. “Ho avuto delle pazienti che si sono fatte prestare dei soldi. Alcune andavano in banca dicendo che dovevano ricomprare la cucina e invece, con quel denaro, andavano ad abortire in Inghilterra”. È importante capire, conclude una voce del settore, “che l’ottavo emendamento non ferma le donne che vogliono avere un aborto”.

Oltre ai medici, anche le organizzazioni che offrivano informazioni sulla pianificazione familiare si ritrovavano spesso con le mani legate. Il “Regulation of Information Act” del 1995 dava disposizioni molto chiare a riguardo. Secondo questa legge, quando una donna si rivolgeva a una struttura o a un medico, questi dovevano presentarle tutte le opzioni possibili, vale a dire la possibilità di tenere il figlio, darlo in adozione e infine l’aborto. Tutte le informazioni che riguardavano la possibilità di avere un aborto dovevano essere date di persona. A prima vista questa poteva sembrare una sottigliezza ma per centri come l’IFPA (Irish Family Planning Association) non lo era. La direttrice Evelyn Geraghty spiegava che, quando una donna chiamava, "quello che noi facciamo è cercare di farla venire nei nostri centri in modo da poterle dare tutte le alternative possibili”.

Il Referendum del 2018 e la Svolta Storica

Il movimento per il diritto all’aborto, nella Repubblica d’Irlanda come nel Nord, stava crescendo e guadagnava consensi. Lo scorso dicembre, un giudice dell’alta corte di Belfast ha stabilito che la legge nordirlandese sull’aborto violava la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Il parlamento di Belfast non era tenuto a rispettare la decisione, ma questo era un segnale di cambiamento.

A Dublino, alcune attiviste raccoglievano firme per estendere il diritto all’aborto in Irlanda e renderlo legale e accessibile in ogni circostanza. Facevano parte di Rosa (for Reproductive rights, against Oppression, Sexism and Austerity), organizzazione nata tre anni fa che si batte per il riconoscimento dei diritti delle donne. “Quando ero giovane, 25 anni fa, ho avuto delle amiche che sono andate in una clinica inglese - spiegava Patrick, che aveva appena firmato la petizione - Dobbiamo fare qualcosa per risolvere questo problema e lo dobbiamo fare ora, non tra 10 anni”. Anche i giovani si univano al coro del cambiamento. “Fino a due anni fa ero contraria - raccontava Daisy, di appena vent’anni - poi ho cambiato idea". Il numero di donne che andavano all'estero per abortire era impressionante: oltre 3 mila solo nel 2014 in Inghilterra e Galles, per un totale di quasi 162 mila dal 1980. Tuttavia, questi dati non erano completi, poiché molte donne fornivano indirizzi inglesi o si recavano in altri paesi come l'Olanda e la Francia. Le associazioni pro-choice calcolavano che ogni giorno circa 12 irlandesi andavano all’estero per interrompere la propria gravidanza.

Un'immagine della campagna

Le associazioni pro-choice chiedevano che venisse organizzato un referendum per abrogare l’ottavo emendamento. Nel 2012 è nata la Coalition to Repeal the Eighth Amendment, un’organizzazione che riuniva circa 50 associazioni e che aveva come obiettivo quello di abrogare l’ottavo emendamento. Un’ulteriore spinta è inoltre arrivata nel maggio del 2015 quando, con un referendum, gli irlandesi avevano detto sì al matrimonio egualitario. Tra i più attivi c’era Amnesty International che all’inizio di aprile aveva dato il via a una serie di manifestazioni quotidiane davanti al Dàil, il parlamento irlandese. “A febbraio abbiamo fatto un sondaggio nazionale - spiegava Colm O’Gorman, direttore di Amnesty - e abbiamo scoperto che l’87% degli irlandesi vuole che sia ampliato il diritto di aborto. L’80% in particolare vuole che sia possibile interrompere la gravidanza nei casi di stupro, incesto o malformazione del feto”.

Sia il Partito laburista irlandese (che faceva parte della coalizione di governo) sia lo Sinn Fein (all’opposizione e, prima del voto, terzo nei sondaggi) si erano dichiarati favorevoli a un referendum sull’abrogazione dell’ottavo emendamento. Enda Kenny, primo ministro e leader del partito conservatore Fine Gael, aveva dichiarato che se fosse stato confermato alla guida del paese, avrebbe nominato una commissione di cittadini per stabilire se il parlamento dovesse indire un referendum sul tema. Diversi sondaggi indicavano che la maggioranza degli elettori avrebbe votato a favore dell’abrogazione.

Tuttavia, accanto alle organizzazioni pro-choice esistevano anche quelle che si battevano per mantenere nella Costituzione l’ottavo emendamento, come Pro-life campaign. “È uno strano tipo di diritto umano quello che consente di porre fine alla vita di un essere umano”, diceva Cora Sherlock, vicepresidente dell’organizzazione antiabortista di Dublino Pro life campaign. “Il diritto umano più importante è il diritto alla vita”. Sherlock era convinta che l’aborto implicasse sempre grandi sofferenze, parlando di ragazze ricoverate in ospedale per gravi emorragie causate dalle pillole abortive e di donne che dopo l’aborto avevano dovuto far ricorso alla psicoterapia. “C’è sempre qualcosa di meglio dell’aborto. Non è mai un lieto fine per nessuno”, affermava. Le idee di Sherlock erano largamente condivise dai cattolici conservatori. Nel catechismo della chiesa cattolica si legge: “La vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; e l’aborto come pure l’infanticidio sono abominevoli delitti”.

Per molti cattolici irlandesi, una decisione di abrogare l'emendamento sarebbe stata un tradimento della tradizione religiosa del paese e di Dio. Secondo Sinead Slattery, portavoce di Pro-life campaign, un referendum non era appropriato perché “non è chiaro il suo significato. Significa che priveremo l’unborn di ogni tutela costituzionale? Oppure che l’articolo verrà sostituito? E se sì, con cosa? Le associazioni pro-choice non hanno detto chiaramente cosa vogliono”. Secondo Slattery le interruzioni di gravidanza si potrebbero ridurre se il governo decidesse di venire incontro ai bisogni delle madri. “Una ragazza che scopre di essere incinta è spaventata, pensa che non potrà finire gli studi, che non potrà avere la carriera che vuole. Credo che si dovrebbero migliorare i servizi per l’infanzia, rafforzando l’educazione a distanza per le studentesse e garantendo la flessibilità lavorativa per le madri”. E quando la donna invece scopriva che il figlio era malato? “Alcuni medici - rispondeva - consigliano l’aborto per evitare una sofferenza ai genitori. È una questione di parità - concludeva - ci sono bambini fortemente voluti che nascono prematuri e sono seguiti in tutti i modi possibili dai dottori, mentre altri non hanno diritti”.

Il 25 maggio 2018, l'Irlanda ha votato con un referendum per legalizzare l'interruzione volontaria di gravidanza. Fino all’ultimo, i media nazionali prospettavano un margine di vantaggio molto ristretto per il sì: nessuno si aspettava che il risultato fosse così ampiamente a favore dell’abolizione, con più del 60% di sì. A spoglio ancora in corso, il partito del No aveva già ammesso la sconfitta. È stato un trionfo per le donne dell’Éire, uno dei paesi più conservatori dal punto di vista sociale in tutta l’Unione, dove almeno fino al 1993 le donne che rimanevano incinte fuori dal matrimonio, venivano violentate o erano semplicemente vivaci venivano internate, separate dai figli e costrette ai lavori forzati nelle Magdalene Laundries, conventi riadattati a lavanderie (le loro storie sono state parzialmente raccontate al cinema dal film Philomena di Stephen Frears e da Magdalene di Peter Mullan).

La portata storica di questa decisione non può essere sottovalutata. Nella postfazione del suo romanzo Te la sei cercata, la scrittrice irlandese Louise O’Neill - attivista della campagna referendaria - racconta che solo l’1% delle violenze sessuali arriva a processo. La sua testimonianza sottolinea come il percorso verso la piena autonomia delle donne fosse ancora lungo e complesso, anche dopo la vittoria del referendum. La situazione irlandese può essere vista in parallelo con altri contesti europei, come la Polonia, dove la legge sull’aborto, introdotta dopo la caduta del Muro e progressivamente ristretta, proibisce l’interruzione di gravidanza tranne in caso di aborto o grave malformazione del feto. I tentativi del governo polacco di criminalizzare totalmente l'aborto hanno scatenato la "Czarny Protest", la "protesta nera" delle donne. Anche in Italia, la legge 194, pur garantendo il diritto all'aborto, è resa quasi inapplicabile da un'obiezione di coscienza capillare (circa il 70% dei ginecologi pubblici). Questo clima ha visto le associazioni antiabortiste rialzare la testa, con campagne aggressive che accostano femminicidio e aborto, o negano la scelta della donna con slogan come "Tu sei qui perché tua mamma non ti ha abortito". Le donne irlandesi, invece, hanno affrontato tutto questo a viso aperto, raccontando i loro aborti, i voli Ryanair per Londra, l’emorragia sul volo di ritorno, la paura, la desolazione, il sollievo di non essere più incinte, le gravidanze successive accolte con gioia.

La Nuova Normativa sull'Interruzione Volontaria di Gravidanza

L'intervento normativo si colloca in un contesto giuridico in cui, fino al Referendum abrogativo dell’ottavo emendamento della Costituzione irlandese, l'interruzione volontaria di gravidanza e la relativa attività di consulenza erano qualificate come reato, in ragione dell’equiparazione della vita della madre a quella dell’embrione/feto. Secondo la disciplina previgente era infatti ammesso l'accesso all'IGV solo in caso di grave pericolo per la vita della madre, come da ultimo stabilito dal Protection of Life during Pregnancy Act, 2013.

Abusi nella chiesa in Irlanda

Scopo del legislatore riformatore è «to provide for and regulate termination of pregnancy…to make available without charge certain services to women for the purpose of termination of pregnancy». A tal proposito vengono individuate le fattispecie in cui è ammesso l’accesso alla pratica:

  • vi sia un ragionevole pericolo per la vita o il rischio di danni permanenti per la salute della donna incinta;
  • o il feto non abbia raggiunto un livello di sviluppo tale da permettergli la sopravvivenza extrauterina (art. 9);
  • le condizioni del precedente articolo siano ravvisabili in una situazione di emergenza (art. 9);
  • vi sia il rischio attuale della morte del feto, prima o entro 28 giorni dalla nascita (art. 11);
  • il periodo di gestazione non abbia superato un periodo complessivo di 12 settimane, il cui conteggio parte dal primo giorno seguente l’ultimo ciclo mestruale (art. 10).

All'articolo 13 è poi sancito il diritto della donna di rivolgersi ad una commissione di esperti nell'eventualità in cui un medico fornisca un parere in contrasto con gli intenti della gestante, per i casi di cui agli articoli 9 e 11, oppure si rifiuti di formularlo. La commissione di revisione dei pareri, la cui definizione e disciplina di dettaglio spetta al ministero competente, sarà composta da appartenenti alla professione medica, i quali, entro 3 giorni dalla ricezione della domanda, avranno il compito di riunirsi per emettere il parere di revisione in forma collegiale. La procedura non può superare i 7 giorni a partire dalla ricezione della domanda. Sullo stesso organo incombe poi il dovere di inoltrare annualmente al Ministero un report riassuntivo del lavoro di revisione svolto, privo di qualsiasi indicazione nominale che possa condurre all'identificazione di chi abbia usufruito dell'IGV, di chi abbia emanato il parere o attuato l’interruzione.

Seguono, in chiusura, disposizioni di natura penale. Fatta salva la facoltà di obiezione di coscienza prevista all'art. 22, sono punite tutte le condotte non conformi al disposto di legge, con la pena al pagamento di una multa o all’incarcerazione fino a un massimo di 14 anni cumulabili. È inoltre incriminabile il funzionario di società commerciale, di qualsiasi grado, che si renda in qualche modo complice o colpevole di una condotta di interruzione di gravidanza non conforme alla nuova disciplina. Infine, l'art. 25 stabilisce la punibilità di chiunque tragga dall'interruzione della gravidanza un indebito vantaggio o beneficio particolare (direttamente o indirettamente, all'interno o fuori dai confini nazionali) che siano sproporzionati rispetto al ragionevole costo che l’attività di consulenza o informazione comporta.

Un'immagine che rappresenta la bilancia della giustizia con i simboli pro-choice e pro-life.

Anche in caso di vittoria referendaria, gli attivisti del Repeal the 8th ("abroga l'emendamento 8") sapevano che le donne irlandesi avrebbero potuto continuare ad avere bisogno di supporto, come quello offerto da Mara Clarke e i suoi volontari. Questo perché i tempi per adottare una legislazione sull’aborto potevano essere lunghi, potevano rimanere delle restrizioni, e anche perché non tutti i medici avrebbero voluto eseguire interruzioni di gravidanza, avvalendosi dell'obiezione di coscienza. Nonostante la svolta epocale, la battaglia per l'accesso pieno e senza ostacoli all'aborto in Irlanda è destinata a continuare, seppur su un piano legislativo radicalmente diverso.

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