Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) Farmacologica e Chirurgica a Confronto: Procedure, Indicazioni e Distinzioni dal Taglio Cesareo

La gestione della gravidanza, in particolare quando si presenta la necessità di un'interruzione o di un parto, coinvolge procedure mediche complesse e normate da specifiche leggi. In Italia, l'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) è regolamentata dalla legge 194 del 22 maggio 1978, la quale stabilisce chiare indicazioni e metodologie per accedere a tale diritto. Esistono principalmente due modalità per l'interruzione di gravidanza entro i termini legali: quella farmacologica e quella chirurgica. Queste procedure, sebbene finalizzate all'interruzione della gravidanza, differiscono significativamente per approccio, tempistiche, gestione del dolore e potenziali implicazioni. È fondamentale distinguere queste metodiche da un intervento come il taglio cesareo, che è una procedura chirurgica finalizzata al parto e all'estrazione di uno o più feti, della placenta e delle membrane amnio-coriali attraverso incisioni addominale e uterina, e non all'interruzione della gravidanza. Comprendere le specificità di ciascuna procedura è essenziale per un'informazione completa e consapevole.

La Legge 194/1978: Il Contesto Normativo dell'Interruzione Volontaria di Gravidanza in Italia

In Italia, l’accesso all’aborto volontario è regolato dalla legge 194 del 22 maggio 1978, la quale, pur riconoscendo il diritto alla vita dell’embrione e del feto, tutela il diritto della donna alla salute fisica o psichica, qualora questa sia messa a rischio dalla prosecuzione della gravidanza, dal parto o dalla maternità. L’interruzione di gravidanza può essere fatta per legge entro i primi 90 giorni reali di gravidanza per motivi legati alla scelta o alla salute della donna. Questo significa che entro i primi 90 giorni, ossia 12 settimane e 6 giorni dall’ultima mestruazione, l’aborto è ammesso sulla base di un’autonoma valutazione della donna, che lo richiede perché ritiene che la prosecuzione della gravidanza possa rappresentare un pericolo per la sua salute fisica o psichica.

Diagramma di flusso della Legge 194 in Italia

Dopo il novantesimo giorno, ovvero da 13 settimane, contando dal primo giorno dell’ultima mestruazione, l’aborto è ammesso solo nei casi in cui un medico rilevi e certifichi che la gravidanza costituisce un grave pericolo per la vita della donna o per la sua salute fisica o psichica. Questi casi includono, ad esempio, rilevanti anomalie/malformazioni fetali o a causa di gravi patologie materne come tumori o patologie psichiatriche. La legge 194 del 1978 definisce tutte le interruzioni volontarie della gravidanza come “terapeutiche”, poiché l’aborto è ammesso solo quando la gravidanza o il parto costituiscano un pericolo per la salute fisica o psichica della donna. Tuttavia, comunemente viene definito “terapeutico” l’aborto praticato oltre il novantesimo giorno di gestazione, cioè nel secondo trimestre di gravidanza. La legge 194 lo regola agli articoli 6 e 7, stabilendo che l’aborto oltre il novantesimo giorno è consentito quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna, o quando siano accertati processi patologici che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna. Questi processi patologici possono includere gravi patologie della donna, sia fisiche, come patologie tumorali, cardiopatie gravi o gravi patologie della gravidanza (ad esempio la rottura del sacco amniotico con elevato rischio infettivo), sia psichiche, oppure malformazioni o malattie fetali che potrebbero mettere a rischio la salute fisica o mentale della donna. Tali processi patologici, e il conseguente pericolo per la salute della donna, devono essere certificati dal medico, il quale può avvalersi di apposite indagini come ecografie, risonanze o radiografie, villocentesi e amniocentesi, e di consulenze specialistiche con genetisti, radiologi o psichiatri. È importante notare che la legge 194 non definisce un limite di epoca gestazionale per l’aborto terapeutico, ma all’articolo 7 stabilisce che, nel caso in cui il feto abbia raggiunto uno stadio di sviluppo che ne permette la sopravvivenza al di fuori dell’utero, cioè attorno alle 22-24 settimane, il medico debba mettere in atto tutti gli interventi per salvaguardarne la vita. Per questa ragione, al fine di scongiurare la nascita di bambini con gravissimi handicap, si tende a non procedere oltre le 22-24 settimane, pur tenendo sempre in conto la compatibilità della patologia fetale con la possibilità di vita autonoma.

Secondo la legge 194, tutti gli enti ospedalieri e le cliniche autorizzate devono effettuare tali interventi. L’articolo 9 della legge 194, infatti, recita: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8.” Tuttavia, nella realtà non è sempre così e il servizio cambia moltissimo da città a città.

Il Percorso per l'Accesso all'Interruzione Volontaria di Gravidanza

Sia prima sia dopo il novantesimo giorno, per accedere all’interruzione di gravidanza (IVG), la donna deve rivolgersi a un medico, che può essere del consultorio o anche un medico di sua fiducia. Il medico ha il compito di redigere un documento attestante la richiesta della donna. Questo documento, che diventa un certificato se il medico attesta l’urgenza della procedura, è indispensabile per accedere all’IVG. Nel caso in cui il medico non consideri urgente l’intervento, invita la donna a rispettare un periodo di “riflessione” di sette giorni. Trascorsi questi 7 giorni di riflessione dalla data del certificato, la persona può ottenere l’intervento di IVG. È importante sottolineare che nella valutazione dell’esistenza di condizioni tali da rendere urgente la procedura, il medico deve sempre tenere presente che l’incidenza di complicazioni aumenta progressivamente con l’aumentare dell’età gestazionale. Il modo più semplice per ottenere il documento o il certificato è di rivolgersi a un consultorio pubblico, non di ispirazione religiosa. Nella gran parte dei casi, il consultorio assicura anche tutta la procedura, fino alla prenotazione nell’ospedale di riferimento.

Prima dell’interruzione, viene praticata un’ecografia, solitamente transvaginale, allo scopo di confermare l’epoca precisa della gravidanza e verificare che sia in utero, poiché la gravidanza extrauterina richiede infatti un trattamento specifico e diverso. La sua volontà verrà documentata attraverso un certificato di IVG.

L'Aborto Farmacologico: Procedura, Indicazioni e Gestione

L’aborto farmacologico è a livello medico un’alternativa praticabile e meno invasiva rispetto a quello chirurgico per interventi entro dodici settimane di gravidanza. In Italia, questo metodo può essere prescritto entro il 63° giorno di gravidanza, ovvero entro la nona settimana di gestazione a partire dal primo giorno dell’ultima mestruazione. Tuttavia, in alcuni presidi, l'aborto farmacologico è possibile fino a dodici settimane di gestazione, una possibilità che, a livello medico, è un’alternativa praticabile e meno invasiva rispetto a quello chirurgico. La RU486 può essere assunta entro la nona settimana di gestazione. Sarà il medico specialista, dopo che la donna avrà certificato la sua volontà all’interruzione di gravidanza, ad informarla se, nel suo caso specifico, la pillola abortiva è una prospettiva concreta e non solo una possibilità teorica.

Schema di funzionamento dell'aborto farmacologico

La procedura dell'aborto farmacologico prevede due step e l'utilizzo di due farmaci. La prima somministrazione è quella del farmaco mifepristone, noto come RU486, che viene inghiottito. Il mifepristone blocca il progesterone, un ormone in assenza del quale la gravidanza non può continuare. Dopo 24-48 ore dalla prima somministrazione, si prende il misoprostolo (Cytotec), che consiste generalmente in compresse da lasciar sciogliere sotto la lingua o tra le guance. In alcuni presidi, queste compresse vengono inserite in vagina. Il misoprostolo, un analogo della prostaglandina E1, stimola le contrazioni uterine e favorisce l’espulsione dei tessuti embrionali. A distanza di circa 3 ore dalla seconda somministrazione, solitamente si verifica la conclusione dell’evento abortivo attraverso perdite simili alla mestruazione. La prima somministrazione avviene in ospedale o in consultorio, in regime di day hospital, il che significa non rimanere a dormire la notte e quindi facendo generalmente 1 o 2 accessi nel day hospital. La persona rimane sotto osservazione per alcune ore. I farmaci possono essere dispensati in ospedale, in consultorio o in un ambulatorio autorizzato, tornando dopo la prima somministrazione per assumere il secondo. Tuttavia, in alcune Regioni o singoli ospedali, si può scegliere di assumere il primo farmaco nella struttura sanitaria e il secondo al proprio domicilio, dopo essere stata adeguatamente informata sugli effetti della procedura e con l’indicazione di telefonare o recarsi in ospedale in caso di sanguinamento eccessivo. La Toscana è stata la prima Regione a prevedere questa possibilità, rendendola operativa già nel giugno del 2020. Dopo la Toscana, la Regione Lazio ha approvato la somministrazione della pillola abortiva anche al di fuori delle strutture ospedaliere. Ora, abortire in ospedale, in regime di day hospital, oppure all’interno di ambulatori e consultori, è una libera scelta della donna anche nel Lazio. La Regione ha recepito l’aggiornamento delle “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine”, emanate il 12 agosto dello scorso anno dal Ministero della Salute.

Non è obbligatorio, ma una visita di controllo viene effettuata nelle due settimane seguenti l’intervento per controllare la buona riuscita dell’interruzione di gravidanza, sul posto ecograficamente o diversi giorni dopo con analisi beta HGC. È stato eliminato l’obbligo di ricovero. Per l’IVG farmacologica, il dolore viene gestito nella maggior parte dei casi con antidolorifici da banco (FANS), come ibuprofene o naprossene. In caso di allergia, si può usare paracetamolo. La persona percepisce dolori addominali simili ai suoi mestruali, ma più forti, dato che il processo è quello di un’espulsione indotta. Nella maggior parte dei casi, questo dolore non è paragonabile al dolore di un parto, e si evitano così l’intervento chirurgico e quello anestetico, che sono portatori di possibili complicanze. La persona è attrice principale e consapevole del procedimento. Ci saranno perdite di sangue e coaguli, anche altalenanti nella quantità e nella dimensione, fino a 40 giorni dopo. L’aborto farmacologico, non essendo meccanico, non presenta rischi di lesione o perforazione dell’utero, che possono essere dati dall’errore umano, ma comporta comunque gli stessi rischi di infezione (1 caso su 100 interventi) e di emorragia. In più, c'è la possibile necessità di ripetere l’IVG in 1-2 casi su 100. Non richiede profilassi antibiotica di routine, evita procedure strumentali all’interno della cavità uterina e il rischio di lesioni cervicali, perforazioni uterine e altri potenziali legati all’analgesia/anestesia connessi alla procedura chirurgica. Garantisce sicurezza ed efficacia in condizioni organizzative e strutturali adeguate anche in ambulatorio/consultorio, in Italia entro i 63 giorni di gestazione. Entro questa epoca è possibile offrire la possibilità dell’espulsione a domicilio.

L'Aborto Chirurgico (Isterosuzione): Procedura, Indicazioni e Aspetti Chiave

L’aborto chirurgico, il cui intervento si chiama isterosuzione, è un intervento che si effettua in ospedale, in regime di day hospital. Si può accedere a questo tipo di interruzione se si è nei primi 63 giorni di gravidanza, ma in Italia per lo più avviene entro la nona settimana di gestazione. L’intervento chirurgico può essere effettuato entro 90 giorni, ovvero 12 settimane e 6 giorni dalla data dell’ultima mestruazione. Il metodo chirurgico viene eseguito generalmente dalla settima alla 14-15 settimana e prevede il ricovero in day-hospital. Ci si affida alle mani del personale sanitario.

Illustrazione del processo di isterosuzione

L’intervento avviene per lo più sotto narcosi, una sedazione profonda, oppure sotto anestesia locale. Secondo le attuali evidenze scientifiche è possibile eseguirlo in anestesia locale, con o senza sedazione, ma non è sconsigliata l’anestesia generale, se preferita. Si ha un colloquio con il personale sanitario che effettuerà l’intervento e, dove è ancora in essere l’anestesia generale, si ha un colloquio con l’anestesista. Talvolta l’intervento è preceduto dalla somministrazione di farmaci che facilitano la dilatazione del collo dell’utero, per via vaginale o sub-linguale. Durante l’intervento, il collo dell’utero viene dilatato cautamente con dei dilatatori del diametro da 6 a 13 mm, in modo da poter entrare con una cannula, tecnica che prende il nome di isterosuzione. Viene inserita nell’utero una fine cannula di plastica che aspira i tessuti embrionali. Si esegue l’aspirazione del contenuto, usando un dispositivo di aspirazione a vuoto manuale o elettrico, adattando la dimensione della cannula all'età gestazionale. I dispositivi di aspirazione a vuoto manuale sono portatili, non richiedono una sorgente elettrica, e sono più silenziosi rispetto ai dispositivi ad aspirazione a vuoto elettrici. Questi possono essere utilizzati fino a 12 settimane di gestazione. Raramente l’intervento prevede l’utilizzo finale di una curette di acciaio, per eseguire l’RCU, cioè la revisione della cavità uterina. Per l’IVG chirurgica, il dolore viene gestito con anestesia locale che intorpidisce l’area, o sedazione profonda che può far addormentare la persona durante l’intervento. In alcuni casi, viene ancora praticata l’anestesia generale, che potrebbe portare complicanze. Di solito la persona non vede il procedimento in prima persona, ma solo il pre- e il post- intervento.

Potranno seguire perdite di sangue per circa 15/20 giorni, per alcune persone fino a 40, dopodiché è opportuno ripetere un test di gravidanza in laboratorio (beta HCG) per avere la certezza che si siano ridotti nel sangue gli ormoni relativi alla gravidanza. È importante non effettuare i test casalinghi, perché gli ormoni restano attivi per diverse settimane e quindi saranno senza dubbio positivi. Le mestruazioni torneranno dopo 30 o 40 giorni dall’intervento, ma è importante iniziare subito dopo l’intervento a utilizzare il metodo contraccettivo prescelto. Non è obbligatorio, ma una visita di controllo viene effettuata nelle due settimane seguenti l’intervento. L’intervento chirurgico potrebbe comportare: emorragia grave (1 caso su 1.000 interventi), perforazione uterina (1 caso su 1.000 interventi), danno al collo uterino (2 casi su 1.000 interventi) e infezioni (1 caso su 100 interventi). La fertilità può essere alterata se si manifesta una complicanza infettiva grave o dei danni all’utero molto gravi, quali perforazioni complicate.

La depenalizzazione dell'aborto in Italia: la Legge 194/78

Confronto tra Metodiche di Interruzione Volontaria di Gravidanza: Farmacologica vs. Chirurgica

Entrambi i metodi di interruzione volontaria di gravidanza sono considerati sicuri per la salute. Quello chirurgico è più efficace perché, essendo “meccanico”, ha il minimo rischio che non funzioni, circa il 2%. L’intervento farmacologico, invece, comporta la possibile necessità di ripetere l’IVG in 1-2 casi su 100. La durata di dolori e perdite ematiche post-procedura può essere simile per entrambe le procedure. L’IVG non è mai una procedura desiderata, piuttosto è un bisogno di salute. In questo senso non è mai “facile”: si preferirebbe in ogni caso essere altrove a fare altro e in certi casi pesano il vissuto personale, psicologico e di stigma sociale.

L’aborto farmacologico viene preferito dalle donne in quanto mima un evento vissuto in modo più naturale, per cui deve essere prevista adeguata copertura antidolorifica. Esso non richiede profilassi antibiotica di routine, evita procedure strumentali all’interno della cavità uterina e il rischio di lesioni cervicali, perforazioni uterine e altri potenziali legati all’analgesia/anestesia connessi alla procedura chirurgica. Garantisce sicurezza ed efficacia in condizioni organizzative e strutturali adeguate anche in ambulatorio/consultorio, in Italia entro i 63 giorni di gestazione. Entro questa epoca è possibile offrire la possibilità dell’espulsione a domicilio.

L’aborto chirurgico mediante isterosuzione nel primo trimestre può rappresentare la metodica preferibile in caso di controindicazioni o limiti temporali per l’esecuzione di una IVG farmacologica. Rispetto alla procedura farmacologica, esclude la possibilità di vedere il prodotto del concepimento e il dolore è gestito durante la procedura in sedazione profonda. Ciò spesso comporta maggiore pressione sugli ospedali per la necessità di un’equipe multidisciplinare, ambienti e attrezzature idonei a garantire le necessarie condizioni di sicurezza.

Riassumendo, la scelta tra aborto farmacologico o chirurgico non prevede un metodo migliore o consigliato in assoluto, ma solo il metodo più adatto alla donna, valutate l’esatta epoca gestazionale, solitamente tramite ecografia svolta in loco, e le condizioni mediche. Il metodo disponibile dipende dall'età gestazionale e dall'accesso alle cure. L'evacuazione chirurgica può essere utilizzata per la maggior parte delle gravidanze, ma richiede una formazione aggiuntiva e una preparazione cervicale per le gravidanze nel secondo trimestre avanzato. L'aborto farmacologico può essere utilizzato a qualsiasi epoca gestazionale, tenendo presente che le gravidanze precoci (< 5 settimane di gestazione) possono richiedere la misurazione del livello sierico quantitativo di beta-gonadotropina corionica umana (beta-hCG) prima e poi misurazioni seriali dopo l'aborto farmacologico per accertare l'avvenuta interruzione della gravidanza. L'aborto farmacologico può essere offerto fino a 12 settimane di gestazione in regime ambulatoriale; gli operatori sanitari devono fornire alle pazienti una chiara spiegazione del sanguinamento atteso e delle precauzioni.

Tabella comparativa aborto farmacologico vs chirurgico

Il Taglio Cesareo: Una Metodica Chirurgica per il Parto

Il taglio cesareo (TC) è un intervento chirurgico mediante il quale uno o più feti, la placenta e le membrane amnio-coriali vengono estratti attraverso un’incisione della parete addominale (laparotomia) e uterina (isterotomia), fino al raggiungimento delle rispettive cavità. Dopo l’estrazione del feto e degli annessi si passa alla sutura della parete uterina e addominale rispettando tutti i piani precedentemente elencati. Il taglio cesareo elettivo viene effettuato in situazioni non di urgenza e pianificato precedentemente. Le complicanze più frequenti sono dovute alle massive perdite ematiche, che possono richiedere trasfusioni o l’isterectomia, o a lesioni dell’apparato urinario. È preferibile che la donna non abbia ingerito né cibo né liquidi almeno 8 ore prima dell’intervento. Dopo il TC, le madri e i bambini rimangono in ospedale per circa 72 ore. Questo argomento è stato fonte di lunghe controversie negli anni ed è stato ritenuto ragionevole, dopo un taglio cesareo, proporre di partorire ancora con la via chirurgica considerando comunque i modelli di assistenza che si potevano offrire in centri anche piuttosto piccoli in cui non si poteva avere la disponibilità di una sala operatoria 24 ore su 24. Al giorno d'oggi l'80% delle partorienti con pregresso taglio cesareo potrebbe affrontare un travaglio di prova. Se, in assenza di controindicazioni, si decide per un parto vaginale è opportuno sapere che in oltre il 90% dei casi il parto avrà un regolare decorso ed esito positivo.

Differenze Fondamentali tra Interruzione Volontaria di Gravidanza e Taglio Cesareo

È cruciale distinguere nettamente l'interruzione volontaria di gravidanza (sia essa farmacologica o chirurgica) dal taglio cesareo. La differenza più fondamentale risiede nello scopo primario delle procedure. Le metodiche di IVG sono finalizzate all'interruzione di una gravidanza, cioè alla sua conclusione anticipata, sia per scelta della donna entro i termini legali, sia per gravi motivi di salute della donna o del feto in epoche gestazionali più avanzate. Il taglio cesareo, invece, è un intervento chirurgico finalizzato all'estrazione e al parto di uno o più feti vivi e vitali, insieme agli annessi fetali, quando il parto vaginale è controindicato o impossibile per varie ragioni mediche.

Comparazione tra gli obiettivi dell'IVG e del taglio cesareo

Le indicazioni per un'IVG e per un taglio cesareo sono pertanto completamente diverse. Le indicazioni per l'IVG sono legate alla volontà della donna o a specifiche condizioni di pericolo per la sua salute o per la presenza di gravi anomalie fetali, sempre entro i limiti gestazionali stabiliti dalla legge. Le indicazioni per un taglio cesareo, sia esso elettivo o d'urgenza, sono invece connesse a fattori materni o fetali che rendono il parto vaginale rischioso o impraticabile, come ad esempio presentazione anomala del feto, sofferenza fetale, placenta previa, distacco di placenta, o pregresso taglio cesareo con specifiche controindicazioni al travaglio di prova. La pianificazione e l'esecuzione avvengono con obiettivi e contesti distinti. Mentre l'IVG si concentra sulla cessazione della gravidanza, il taglio cesareo si focalizza sulla nascita e sulla salute della madre e del neonato.

Considerazioni Globali, Complicanze e Contraccezione Post-IVG

A livello internazionale, circa la metà delle gravidanze non è volontaria negli Stati Uniti. Circa il 40% delle gravidanze indesiderate termina con un aborto procedurale o medico; il 93% degli aborti si verifica prima della 13ª settimana di gestazione. I metodi comuni di aborto includono l'aborto chirurgico, con dilatazione del canale cervicale e uso di aspirazione o strumenti per evacuare il tessuto della gravidanza, e l'aborto farmacologico, con l'uso di farmaci per stimolare le contrazioni uterine e l'espulsione del tessuto della gravidanza. Gli stessi farmaci o le stesse tecniche chirurgiche vengono utilizzati anche in caso di perdita spontanea della gravidanza.

Nei paesi in cui è legale, l'aborto è sicuro e le complicanze sono rare. In tutto il mondo, il 13% delle morti materne è secondario ad aborto indotto in condizioni non sicure, e la stragrande maggioranza di questi decessi si verifica nei paesi in cui l'aborto è illegale. Le complicanze sono rare con l'aborto legale (gravi complicanze in < 1%; mortalità in < 1 su 100 000). Il tasso di complicanze aumenta con l'aumentare dell'età gestazionale. I tassi di complicazioni sono 14 volte inferiori rispetto a quelli dopo il parto di un neonato a termine, e i tassi sono i più bassi in contesti con accesso sicuro e legale alle cure.

Spesso, l'età gestazionale è stabilita con l'ecografia, ma a volte l'anamnesi e l'esame obiettivo sono utilizzati per stimare l'età gestazionale durante il primo trimestre. Ulteriori valutazioni devono essere prese in considerazione se una donna è nel secondo trimestre e ha fattori di rischio per complicanze. La preparazione cervicale (utilizzando metodi farmacologici e/o meccanici per ammorbidire e dilatare la cervice), a partire dalla 12ª settimana di gestazione, è raccomandata per ridurre le complicazioni procedurali. Il completamento di un aborto procedurale può essere confermato osservando direttamente la rimozione del contenuto uterino o tramite l'ecografia utilizzata durante la procedura. Se l'ecografia non viene utilizzata durante la procedura, l'avvenuta interruzione della gravidanza può essere confermata mediante valutazione del tessuto. Per una gravidanza di sede sconosciuta in cui il tessuto non è chiaramente identificato, è consigliabile misurare i livelli sierici quantitativi di gonadotropina corionica umana beta (beta-hCG) prima e dopo la procedura; una diminuzione > 50% dopo 1 settimana conferma la risoluzione.

Prima di un aborto procedurale, devono essere somministrati alla paziente degli antibiotici efficaci contro le infezioni dell'apparato riproduttivo (inclusa l'infezione da clamidia). Il regime ottimale non è stato chiaramente delineato, ma sono stati utilizzati doxiciclina 200 mg o azitromicina 500 mg in combinazione con metronidazolo 500 mg. Dopo la procedura, l'immunoglobulina Rho(D) viene somministrata alle donne con sangue Rh-negativo a 12 settimane di gestazione o oltre. La tipizzazione Rh e la RhIG non sono richieste prima di 12 settimane di gestazione; i dati hanno dimostrato che la quantità di sangue necessaria per l'emorragia feto-materna e quindi la sensibilizzazione non viene trasferita prima di 12 settimane di gestazione.

Le opzioni anestetiche devono essere offerte in base alle preferenze del paziente. Un aborto del primo trimestre può essere eseguito utilizzando un blocco paracervicale locale, ma è comunque associato a crampi pelvici al momento della procedura. L'aborto chirurgico del secondo trimestre può essere eseguito utilizzando una sedazione da moderata a profonda e richiede l'anestesia generale solo in caso di significativa comorbilità medica.

Le gravi complicanze procedurali precoci comprendono la perforazione strumentale dell'utero (0,1%) oppure, meno comunemente, dell'intestino o di un altro organo. Emorragie maggiori (0,06%) possono derivare dal trauma o da un utero atonico. Le lacerazioni cervicali (0,1-1%), che generalmente sono lacerazioni superficiali del tenaculum ma che possono essere più serie e richiedere una riparazione. L'anestesia generale o locale è raramente causa di gravi complicanze. Le complicazioni mediche o procedurali ritardate più comuni includono sanguinamento e infezione significativa (da 0,1 a 2%). Le complicanze ritardate possono verificarsi a causa di frammenti placentari ritenuti. Se si verifica sanguinamento o si sospetta un'infezione, i frammenti placentari trattenuti possono essere visibili all'ecografia. Una lieve infiammazione è attesa, ma se l'infezione è moderata o grave e porta a peritonite o sepsi, potrebbe essere necessaria una gestione d'emergenza. Le sinechie nella cavità endometriale (sindrome di Asherman) o la fibrosi tubarica dovuta a infezione sono rare. La dilatazione forzata della cervice nelle gravidanze più avanzate può predisporre ad incontinenza cervicale. Tuttavia, con tecniche basate su prove, tra cui l'aspirazione delicata e un'adeguata preparazione cervicale, non ci si aspetta che l'aborto indotto aumenti i rischi per le gravidanze successive. A tutte le pazienti che subiscono una perdita di gravidanza devono essere offerte risorse per la salute mentale. I pazienti con sintomi psicologici prima della gravidanza, attaccamento emotivo significativo alla gravidanza, sostegno sociale limitato o che si sentono stigmatizzate dal proprio sistema di supporto possono richiedere risorse aggiuntive.

La contraccezione (tutte le forme) può essere avviata subito dopo un aborto indotto fatto a meno di 28 settimane di gestazione. Per l'assistenza all'aborto eseguita a più di 28 settimane di gestazione, l'inizio della terapia ormonale deve dipendere dalla risoluzione dei fattori della coagulazione, ovvero dopo più di 21 giorni. La legge italiana prescrive che al momento dell’IVG il personale sanitario offra tutte le informazioni e indicazioni necessarie riguardo le metodiche contraccettive per evitare successive gravidanze non desiderate.

Le Criticità e le Proposte di Modifica della Legge 194

Dalla relazione ministeriale si può vedere come, dopo oltre 40 anni, la legge 194 sia ancora applicata male e addirittura non applicata in molti suoi punti e in molte aree del nostro paese, un quadro grave e ben descritto dall’indagine "Mai Dati", consultabile sul sito dell'Associazione Luca Coscioni. L’Associazione Luca Coscioni si batte perché tutte e tutti abbiano pieno accesso alla salute e ai diritti riproduttivi, sia attraverso l’impegno per un’adeguata informazione e per un reale accesso ai moderni metodi contraccettivi, sia per garantire il diritto all’aborto.

Inoltre, dopo oltre 40 anni, la legge stessa ha mostrato inadeguatezze nel testo, da cui originano ingiustizie inaccettabili e che dovrebbero essere modificate per garantire realmente a tutte il diritto alla salute, se non quello all’autodeterminazione. La principale riguarda gli articoli 6 e 7 della legge: nel caso in cui sia fatta una diagnosi tardiva di grave patologia fetale, oltre la ventiduesima settimana, quando il feto ha raggiunto la possibilità di vivere al di fuori dell’utero (viability), la donna è costretta ad andare all’estero per abortire. Oltre quell’epoca gestazionale, infatti, si deve provocare con i farmaci un travaglio abortivo e il medico che esegue l’aborto dovrebbe mettere in atto quanto possibile per salvaguardare la vita del feto. Non potendo eseguire il feticidio, qualora il feto, seppur affetto da gravissima patologia, nascesse vivo, il medico dovrebbe rianimarlo, aggiungendo al danno della malattia primaria anche quello legato alla grave prematurità. È dunque praticamente impossibile reperire in Italia centri che pratichino Interruzioni Volontarie di Gravidanza terapeutiche oltre la ventiduesima settimana. Le donne che ricevono una diagnosi di grave patologia fetale oltre quest’epoca gestazionale sono dunque costrette a rivolgersi all’estero per abortire.

Lo stesso limite del novantesimo giorno è causa di ingiustizie, stabilito esclusivamente dalla fantasia del legislatore. Lo sviluppo intrauterino è infatti un continuum, nel quale si può definire un punto di interruzione solo con il raggiungimento della viability. Anche in questo caso, le donne che fossero arrivate tardivamente a una diagnosi di gravidanza, in assenza di condizioni previste dagli articoli 6 e 7 della legge 194, dovrebbero recarsi all’estero per interromperla.

L’Associazione Luca Coscioni offre strumenti di denuncia contro le inadempienze legate alla cattiva applicazione o alla non applicazione della legge, nonché contro le condizioni che costringono le donne a penosi viaggi all’estero. Donne o coppie che si siano trovate in queste condizioni potrebbero aiutare a portare il problema davanti ai giudici, anche a livello internazionale. L’Associazione Luca Coscioni si batte per la piena applicazione della legge 194 attraverso l’impegno per garantire a tutte le donne la possibilità di scelta della metodica per l’IVG, permettendo realmente l’accesso alla IVG farmacologica, che attualmente non è garantito in molte regioni italiane. Si impegna inoltre per applicare pienamente l’articolo 9 della legge 194, che regola il diritto del personale sanitario a sollevare obiezione di coscienza: la legge sottolinea infatti che, a fronte di una richiesta di IVG, la struttura cui la donna si rivolge è tenuta in ogni caso a garantire l’espletamento della procedura. È fondamentale definire e limitare le figure professionali che possono sollevare obiezione di coscienza e garantire a tutte e a tutti l’informazione sui medici obiettori, i quali sono in ogni caso tenuti ad inviare la donna a un medico non obiettore. Infine, l'Associazione Luca Coscioni vigila e garantisce l’applicazione dell’articolo 15, perché tutte le donne possano avere accesso ai più moderni e aggiornati standard di cura; ciò impone l’obbligo di aggiornamento su tale tema e sulla contraccezione per tutto il personale sanitario, anche per gli obiettori di coscienza. L’Associazione si batte inoltre per la modifica delle parti della legge che hanno dimostrato le maggiori criticità: l'articolo 4, che stabilisce il limite di 90 giorni per l’aborto “on demand”, basato sull’autonoma valutazione della donna; l'articolo 5, che stabilisce l’obbligatorietà del documento o del certificato rilasciato dal medico, e che prevede un periodo di “riflessione” di 7 giorni; gli articoli 6 e 7, che regolano l’aborto volontario cosiddetto terapeutico; e l'articolo 9, che estende il diritto a sollevare obiezione di coscienza anche al personale esercente le attività ausiliarie.

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