L'interruzione volontaria di gravidanza (IVG) rappresenta un diritto fondamentale per le donne, garantito dalla legge italiana. Negli ultimi anni, a livello nazionale, si è assistito a una trasformazione profonda nelle modalità di accesso a questo diritto, con un incremento significativo dell'aborto farmacologico rispetto a quello chirurgico. Nel 2022, per la prima volta, le interruzioni di gravidanza con metodo farmacologico hanno superato quelle chirurgiche, raggiungendo il 52% del totale, e nel 2023 la quota è salita ulteriormente al 58%. Questo cambio di passo non è solo un avanzamento sul piano dei diritti individuali, ma anche una vera modernizzazione dei servizi sanitari, volta a umanizzare le cure e a rispettare l'autonomia delle donne.
Tuttavia, il quadro della situazione in Sicilia rimane critico, con ostacoli significativi che rendono l'accesso all'IVG particolarmente arduo per molte donne. Le difficoltà si manifestano attraverso percentuali elevate di obiettori di coscienza tra il personale medico, una carenza di strutture che garantiscono il servizio e una Sanità territoriale fragile che spesso non riesce a supportare adeguatamente le pazienti.
Il Metodo Farmacologico: Un Passaggio Verso la Modernizzazione
L'aborto farmacologico si basa sull'utilizzo combinato di mifepristone e misoprostolo e rappresenta un'opzione meno invasiva rispetto all'intervento chirurgico. Le indicazioni aggiornate dal Ministero della Salute nel 2020 prevedono che tale metodo possa essere utilizzato fino a 63 giorni di amenorrea, ovvero circa nove settimane dall'ultima mestruazione. Un aspetto fondamentale di queste nuove linee guida è che non è più richiesto il ricovero ospedaliero, a condizione che il percorso sia ben strutturato e legato a una rete di assistenza pubblica.
Il processo ha inizio con l'assunzione orale di mifepristone, un farmaco che agisce bloccando l'azione del progesterone, l'ormone essenziale per il mantenimento della gravidanza, causandone così l'arresto. Dopo un intervallo di 24-48 ore, si assume il misoprostolo, una prostaglandina che stimola le contrazioni uterine e provoca l'espulsione del contenuto uterino. Questo processo, sebbene possa essere doloroso ed emotivamente forte, nella maggior parte dei casi avviene senza complicazioni e non richiede interventi aggiuntivi. L'efficacia del metodo è molto alta, attestandosi tra il 92% e il 99%, a patto che il protocollo venga seguito correttamente.

È indispensabile che tutto parta da una valutazione clinica attenta e da un'ecografia. Questo è decisivo non solo dal punto di vista clinico, ma anche per identificare eventuali controindicazioni o situazioni particolari, come una gravidanza extrauterina, che non risponde al trattamento farmacologico e richiede un intervento urgente. In 1-2 casi su 100, può verificarsi un fallimento, cioè un aborto incompleto, con la possibilità di sanguinamenti più intensi o dolori marcati, rendendo necessario un intervento medico ulteriore.
Consentire alle donne di affrontare l'interruzione volontaria della gravidanza anche a casa, con un percorso sicuro e supervisionato, significa umanizzare le cure, rispettare la loro autonomia e modernizzare concretamente il sistema sanitario. Un esempio di questa modernizzazione è la Sardegna, dove da luglio scorso è partita la sperimentazione dell’aborto farmacologico anche a domicilio. Non si tratta solo di un cambio di passo sul piano dei diritti, ma di una vera modernizzazione dei servizi sanitari, permettendo alla Sanità di essere più vicina alle persone.
L'Aborto Farmacologico a Domicilio: Pro e Contro, e il Contesto Siciliano
La possibilità di effettuare l'aborto farmacologico a domicilio, come già avviene in altri paesi europei, nel Lazio e in Emilia Romagna, offre indubbi vantaggi. Restare a casa, in un ambiente conosciuto, con persone di fiducia accanto, può aiutare moltissimo, riducendo lo stress, restituendo controllo e evitando l'ospedalizzazione, che a volte è vissuta con grande disagio. L'aborto farmacologico a casa non è un gesto privato da affrontare in solitudine; è un atto medico e come tale deve essere seguito passo dopo passo.
Tuttavia, è fondamentale essere realistici e considerare che il contesto sociale in Sicilia è differente da quello di altre Regioni. Qui, come evidenziato dalle esperienze sul campo, la dinamica familiare può essere molto più invasiva, con madri che vogliono sapere tutto e controllano ogni aspetto della vita delle figlie. È difficile che una ragazza possa vivere questa esperienza in silenzio, senza che la famiglia lo scopra. Per alcune, questo può rappresentare un sollievo e un'opportunità di sostegno, ma per altre, può trasformarsi in una fonte di ansia ancora più grande.
Inoltre, ci sono situazioni limite, come donne che tornano una volta al mese per abortire, senza alcun percorso di prevenzione o contraccezione alle spalle. Questo mette in luce una lacuna nel sistema di supporto e prevenzione che va ben oltre la mera esecuzione dell'IVG. È per questo che l'esperienza domiciliare non può essere considerata una soluzione universale. Funziona solo se il Sistema sanitario è presente, se garantisce sicurezza clinica e supporto emotivo. Senza un sistema sanitario territoriale robusto e capillare, che offra consulenza e percorsi di prevenzione, l'opzione domiciliare rischierebbe di acuire le vulnerabilità esistenti, anziché risolverle.
Il Ruolo Fondamentale del Medico e del Sistema Sanitario
Il medico deve essere un riferimento stabile, competente e disponibile. Deve spiegare, ascoltare e accompagnare la donna in questo percorso delicato. La sua presenza e professionalità sono cruciali per garantire non solo l'accuratezza clinica, ma anche il supporto psicologico e informativo necessario. L'approccio non deve limitarsi all'esecuzione dell'intervento, ma deve estendersi a un percorso di cura completo.
In quest'ottica, è esemplare l'approccio adottato in alcune strutture, come all'Ospedale Civico di Palermo, dove i colleghi che si occupano dell'ambulatorio per l'interruzione volontaria di gravidanza sono gli stessi che seguono i percorsi di contraccezione. Queste équipe sono tra le poche a impiantare dispositivi sottocutanei, a inserire spirali medicate e a offrire consulenze personalizzate per donne con patologie specifiche, come la trombofilia, che non possono usare anticoncezionali tradizionali. Questo dimostra che l'obiettivo non è fare aborti, ma prevenire che diventino l'unica strada possibile, promuovendo una cultura della salute riproduttiva consapevole e responsabile.
Un percorso di counseling personalizzato viene attivato all'interno del servizio di IVG, basato sulle necessità e sulla storia pregressa della paziente. La presa in carico da parte dell'ambulatorio prevede un'accurata visita ostetrica, durante la quale, oltre a gestire i necessari aspetti clinici, vengono fornite tutte le informazioni utili per indirizzare ogni donna verso una scelta autonoma e consapevole. Il supporto continua, poi, attraverso il contenimento emotivo da parte dello psicologo, il quale si occupa di offrire uno spazio, attivo anche durante la degenza, dedicato all'elaborazione e rielaborazione del lutto in tutte le sue manifestazioni.
Forum Studentesco - Accesso all’Ivg oggi: obiezione e diritto alla salute... - 29 maggio 2023
La Difficile Realtà Siciliana: Numeri e Ostacoli
In Sicilia, il quadro sull'accesso all'aborto farmacologico e all'IVG in generale resta estremamente critico e necessita di un vero cambio di passo. Secondo l'ultimo report sull'applicazione della legge 194, con dati relativi al 2022, la percentuale di medici obiettori di coscienza si attestava a un preoccupante 81.5 per cento tra i ginecologi. I dati più aggiornati del Ministero della Salute per il 2023 indicano un'ulteriore crescita, con l'85 per cento dei ginecologi e il 69,8 per cento degli anestesisti che non praticano l'aborto per asseriti motivi religiosi o morali.
Questa elevatissima percentuale di obiezione di coscienza si traduce in una grave carenza di servizi. In Sicilia, su 56 reparti di Ostetricia e Ginecologia, solo il 50 per cento garantisce realmente il servizio di interruzione volontaria di gravidanza. In alcune strutture, la situazione è ancora più drammatica: secondo il report di Medici del Mondo, in 26 ospedali dell'isola l'obiezione di coscienza raggiunge il 100 per cento.
Sul fronte dell'aborto farmacologico, la situazione è ancora più impietosa. A Catania, ad esempio, l'IVG farmacologica non è disponibile in nessun ospedale, mentre a Messina è offerta solo in una singola struttura nell'intera provincia. Nel 2021, la pillola Ru486 era stata somministrata solo nel 23,4 per cento dei casi a livello regionale. A riprova della complessità e della mancanza di trasparenza, l'isola si è distinta, secondo i dati della ricerca di Lalli e Mongiove per l'associazione Luca Coscioni, per non aver fornito dati completi: nonostante i solleciti, solo una delle 9 ASL ha fornito informazioni.
Le conseguenze di questa situazione ricadono direttamente sulle donne, che incontrano difficoltà ad accedere all'IVG persino nei tempi e nei modi previsti dalla legge. La storia di Maria, un nome di fantasia per tutelarne la privacy, residente in provincia di Catania con tre figli a carico, è emblematica. Dopo aver scoperto di essere incinta e non volendo continuare la gravidanza, si reca al consultorio della sua città per accedere all'aborto farmacologico. Le viene indicato un ospedale che dovrebbe somministrare la Ru486, ma il servizio risulta sospeso a causa dell'assenza temporanea dell'unica ginecologa non obiettore.
Il primo presidio sanitario utile si trova a Modica, a 120 km di autostrada da Catania. Tra andata e ritorno per le due somministrazioni a distanza di 48 ore, Maria avrebbe dovuto compiere quasi 500 chilometri, oppure farsi carico della spesa di tre notti fuori casa per lei e i suoi figli. Sconsolata, chiede aiuto a progetti di supporto, ma l'unica opzione economicamente sostenibile è l'aborto chirurgico a Catania, con l'unico medico non obiettore del reparto. Maria racconta che al consultorio le hanno chiesto un colloquio con psicologa e assistente sociale per il certificato di IVG e, comunicando di aver trovato un medico disponibile per l'intervento chirurgico, l'operatrice del consultorio si è infuriata e le ha chiuso il telefono in faccia. Non riesce a capacitarsi che l'accesso all'aborto farmacologico le sia stato negato: «È un mio diritto e non mi è stato garantito, quindi ora mi dovrò operare. Nella sala d’attesa dell’ospedale di Catania ero insieme ad altre venti donne e nessuna di loro sapeva che si potesse abortire con la pillola Ru486. Non c’è alcun sostegno e informazione in merito».
Federica Di Martino, psicologa e referente del progetto “Ivg, ho abortito e sto benissimo”, che ha seguito direttamente la vicenda, spiega: «È impensabile che il governo continui a ripetere che l’accesso all’aborto è garantito quando una donna è costretta a prevedere 500 km per poter accedere all’aborto farmacologico, dovendo poi rinunciare al suo diritto». Di Martino ricorda che la pratica dell'aborto farmacologico è anche meno costosa per il sistema sanitario, richiedendo solo la presenza di un medico e non di tutto lo staff di sala operatoria come per l'IVG chirurgica. La sua mappatura rivela che Catania non ha accesso all'aborto farmacologico, e l'ospedale di Acireale, con una sola medica non obiettore, è temporaneamente sospeso, una situazione analoga a gran parte della regione.
Il dottor Francesco Gentile, medico ginecologo in pensione ed ex responsabile del servizio IVG negli ospedali riuniti Villa Sofia-Cervello di Palermo, conferma le carenze. Racconta che, grazie all'introduzione dell'IVG farmacologica, riuscivano a esaudire le richieste delle pazienti a Palermo, ma nella Sicilia orientale c'erano grosse carenze. Molte donne da Messina venivano ad abortire a Palermo, alzandosi la mattina alle 5 per affrontare il viaggio e tornare dopo 48 ore per la seconda somministrazione. Gentile sottolinea come l'obiezione di coscienza fosse elevatissima: «Eravamo in due a fare le Ivg, ci supportavano gli specializzandi. Ora fortunatamente c’è una buona percentuale di giovani non obiettori, ma fino a qualche anno fa quasi tutti gli specializzandi erano obiettori». Un ulteriore problema che ricorda è quello legato alle IVG terapeutiche per motivi clinici legati a gravi disturbi fetali: «Mi è capitato spesso che in estate non trovassero nessuno, nella zona di Catania, che potesse effettuare l’ivg. I pochi medici non obiettori erano tutti in ferie».

Prima di pensare a un modello come quello della Sardegna, che prevede l'aborto farmacologico a domicilio, la Sicilia deve prima garantire che in ogni struttura pubblica ci siano professionisti disponibili ad assistere. Questo perché nessuno vuole negare l'obiezione individuale, che è legittima. Ma lo Stato, e con esso le Regioni, hanno il dovere di garantire che almeno un'équipe in ogni struttura possa assicurare l'intervento. La domanda cruciale è: cosa succede quando in un ospedale pubblico non c’è nemmeno un medico disposto ad assistere una donna che ha diritto a interrompere la gravidanza? È ancora Sanità pubblica, o è un vuoto istituzionale? Questo interrogativo mette in luce la gravità della situazione e la necessità di interventi urgenti.
Lo Stigma e il Linguaggio: "Non sono abortisti!"
Il linguaggio utilizzato per descrivere chi pratica l'interruzione volontaria di gravidanza è spesso carico di pregiudizi e stigma. Il termine "abortisti" è fermamente rigettato da chi è impegnato quotidianamente in questo servizio. Quel termine appartiene a un'altra epoca, quando esistevano studi clandestini e si pagavano milioni per ottenere un aborto senza alcuna garanzia di sicurezza. Oggi, invece, ci sono medici, infermieri e anestesisti che in una struttura pubblica fanno il loro lavoro con serietà, nel rispetto della legge e della salute delle donne. Non sono "abortisti"! Sono professionisti che garantiscono un diritto costituzionale.
Questi professionisti non ne traggono alcun vantaggio, non ricevono compensi aggiuntivi, non fanno meno guardie o meno turni. Anzi, lo fanno con dedizione, senza mai provare gioia davanti a un'interruzione, ma con la consapevolezza di tutelare una persona in un momento delicatissimo della sua vita. Non si è mai visto nessun medico arricchirsi con un'IVG, né tantomeno esultare dopo averla praticata. Definire queste persone "abortisti" è uno stigma che offende la loro dignità, la storia della Sanità pubblica e la stessa legge che regolamenta la materia. Se qualcuno vuole continuare a usare questa parola come un insulto, sappia che non si scaglia contro i singoli medici, ma contro lo Stato che ha scelto di garantire questo diritto.
La strada per la piena e serena applicazione della legge del 1978 è ancora lunga, specialmente in un contesto dove le campagne pubblicitarie Pro vita, con enormi cartelloni esposti sulle strade dell'Isola, e affermazioni estreme come quelle di preti che paragonano l'aborto ai crimini nazisti - come avvenuto a Marsala - contribuiscono a creare un clima di giudizio e pressione.
Il Diritto all'Interruzione Volontaria di Gravidanza in Italia: Aspetti Legali e Procedurali
Ogni donna in Italia ha il diritto di richiedere l'interruzione volontaria di gravidanza, sia farmacologica che chirurgica, entro i primi 90 giorni di gestazione. L'IVG viene effettuata esclusivamente nelle strutture sanitarie pubbliche o convenzionate. La richiesta deve essere firmata dalla donna e dal medico che effettua la consulenza e la visita.
Il punto di accesso privilegiato per l'IVG è il Consultorio. Qui le donne ricevono accoglienza, riservatezza, informazioni complete sul percorso, consulenza e viene fissato un appuntamento con il ginecologo. È fondamentale non ritardare nel rivolgersi al Consultorio, dati i limiti temporali per l'IVG e le diverse opzioni metodologiche disponibili.
Se una ragazza è minorenne e desidera interrompere la gravidanza, deve rivolgersi al Consultorio della sua zona. Se non può o non vuole parlare con i genitori, l'équipe consultoriale preparerà una relazione congiunta entro sette giorni, che l'assistente sociale presenterà al Giudice Tutelare per l'autorizzazione.
Per legge, di norma è necessario attendere sette giorni tra il rilascio del documento che attesta la volontà di interrompere la gravidanza e l'esecuzione dell'intervento. Durante questi sette giorni, la donna può recarsi presso il presidio ospedaliero di riferimento, o un altro di sua scelta, nel giorno di accesso all'ambulatorio IVG per programmare l'intervento. Qui il medico effettuerà una valutazione clinica approfondita, fornirà tutte le informazioni e i chiarimenti necessari e acquisirà il consenso informato della paziente.
L'opzione dell'IVG farmacologica è possibile se la gravidanza è inferiore a 63 giorni (9 settimane) dall'ultima mestruazione e non ci sono controindicazioni all'uso dei farmaci. La sintomatologia sarà simile a quella di un aborto spontaneo nelle fasi iniziali di gravidanza. La donna rimarrà sotto osservazione per alcune ore e riceverà tutte le informazioni e i riferimenti necessari prima di tornare a casa. L'intervento medico-chirurgico, invece, prevede un ricovero in day hospital: la paziente entra la mattina e viene dimessa nel pomeriggio, salvo complicazioni. L'intervento è effettuato in anestesia in sala operatoria.
Contestualmente all'IVG, se lo si richiede, è possibile ricevere gratuitamente l'inserimento della spirale o dell'impianto sottocutaneo per la contraccezione. Dopo i 90 giorni di gestazione (quindi con pertinenza ospedaliera), l'interruzione di gravidanza è consentita solo in caso di grave pericolo per la salute della madre o del feto, come stabilito da personale medico. La legge 194/78, all'articolo 7, specifica che ciò include anche processi patologici, anomalie o malformazioni fetali che possano compromettere gravemente la salute fisica o psichica della donna. Dopo l'IVG, è fondamentale effettuare i controlli programmati dal ginecologo e, inoltre, pianificare e iniziare subito la contraccezione per ridurre il rischio di future gravidanze indesiderate.
Strutture Disponibili in Sicilia: Un Quadro Aggiornato
A 47 anni dall'entrata in vigore della legge 194/78 che «tutela la maternità e l’interruzione volontaria della gravidanza», l'Istituto Superiore di Sanità (ISS) ha pubblicato per la prima volta l'elenco ufficiale delle strutture pubbliche o convenzionate (ospedali, ambulatori e consultori) che praticano gli aborti. Questa inedita pubblicazione fornisce alle donne uno strumento in più per accedere all'interruzione volontaria di gravidanza: la possibilità di consultare la lista e trovare la struttura più vicina. Questo è cruciale, anche perché in Italia è legale abortire, per qualsiasi motivo, solo fino alla 12esima settimana e, come previsto dalla legge, tutti gli ospedali dovrebbero essere attrezzati per farlo. La teoria, però, si scontra con la pratica dell'alto tasso di obiettori di coscienza che compromettono la concreta fruibilità del servizio.
In Sicilia, sono 25 le strutture in cui è stato effettuato almeno un aborto nel 2023, che è l'anno dei dati ufficiali più aggiornati. Le informazioni del ministero della Salute confermano che l'Isola continua ad avere la percentuale più alta di obiettori: l'85 per cento dei ginecologi e il 69,8 per cento degli anestesisti non praticano l'aborto per asseriti motivi religiosi o morali. Inoltre, su 56 reparti di Ostetricia e Ginecologia, solo il 50 per cento garantisce il servizio di interruzione volontaria di gravidanza (Ivg).
Di seguito, l'elenco delle strutture ospedaliere siciliane, suddiviso per provincia, con i dati relativi alle interruzioni volontarie di gravidanza effettuate nel 2023 e, dove specificato, quelle farmacologiche (con la pillola Ru486):
Agrigento
- Ospedale San Giovanni di Dio di Agrigento: 106 interruzioni volontarie di gravidanza, di cui 16 farmacologiche.
- Ospedale Barone Lombardo di Canicattì: 124 Ivg, nessuna farmacologica.
- Ospedale San Giacomo d’Altopasso di Licata: 79 Ivg, di cui 50 farmacologiche.
- Ospedale Giovanni Paolo II di Sciacca: 89 Ivg, di cui 6 farmacologiche.
Catania
- Ospedale Santa Marta e Santa Venera di Acireale: 184 Ivg, di cui 182 farmacologiche.
- Ospedale Cannizzaro di Catania: 172 Ivg, di cui 22 farmacologiche.
- Ospedale Garibaldi-Nesima di Catania: 650 Ivg, di cui 42 farmacologiche.
- Ospedale San Marco di Catania: 145 Ivg, di cui 1 farmacologica.
Enna
- Ospedale M. Chiello di Piazza Armerina: 175 Ivg, tutte farmacologiche.
Messina
- Azienda ospedaliera universitaria G. Di Martino di Messina: 340 Ivg, di cui 150 farmacologiche.
Palermo
- Ospedale Civico di Partinico: 39 Ivg, tutte farmacologiche.
- Ospedale Cimino di Termini Imerese: 102 Ivg, di cui 76 farmacologiche.
- Ospedale Ingrassia di Palermo: 83 Ivg, di cui 1 farmacologica.
- Ospedale Cervello di Palermo: 390 Ivg, di cui 269 farmacologiche.
- Ospedale Civico di Palermo: 445 Ivg, di cui 232 farmacologiche.
- Azienda ospedaliera universitaria P. Giaccone di Palermo: 117 Ivg, di cui 62 farmacologiche.
- Casa di cura Candela a Palermo: 52 Ivg, di cui 38 farmacologiche.
- Casa di cura Serena a Palermo: 7 Ivg, tutte farmacologiche.
Ragusa
- Ospedale Giovanni Paolo II di Ragusa: 144 Ivg, di cui 124 farmacologiche.
- Ospedale Maggiore di Modica: 350 Ivg, di cui 250 farmacologiche.
- Ospedale Guzzardi di Vittoria: 36 Ivg, di cui 26 farmacologiche.
Siracusa
- Ospedale G. Di Maria di Avola: 178 Ivg, di cui 175 farmacologiche.
- Ospedale Umberto I di Siracusa: 227 Ivg, di cui 223 farmacologiche.
Trapani
- Ospedale S. Antonio Abate di Trapani: 117 Ivg, di cui 102 farmacologiche.
- Ospedale Vittorio Emanuele II di Castelvetrano: 58 Ivg, di cui 34 farmacologiche.
- Ospedale Paolo Borsellino di Marsala: 26 Ivg, di cui 23 farmacologiche.
Questi dati mostrano un quadro variegato ma spesso insufficiente, con alcune strutture che presentano un'alta percentuale di IVG farmacologiche, come Piazza Armerina o Acireale, e altre in cui questo metodo è quasi assente, evidenziando una disparità nell'accesso a seconda della provincia e della specifica struttura ospedaliera.
La Vita Nascente: Una Riflessione Etica e Scientifica
Quando la maggior parte della gente parla di interruzione volontaria di gravidanza, intende fare leva sui diritti della donna di gestire il proprio corpo. L’interruzione volontaria o spontanea di questo processo è detto aborto. La parola “aborto” che proviene dal verbo latino “aboriri” ha come significato “venire meno nel nascere” o, per essere più espliciti, “morire”. Come possa essere sottovalutata con tanta leggerezza questa scelta è disumano!
Un organismo umano è considerato “vita” già dal momento della fecondazione, ossia da quando lo spermatozoo e l’ovocita si uniscono per formare uno zigote, il quale darà origine a una nuova persona con un codice genetico distinto e unico. La scienza ne dà testimonianza attraverso gli studi di autorevoli ricercatori, i quali hanno trattato il tema della vita umana riconoscendone la dignità fin dal suo inizio. Negli studi bioetici del prof. Elio Sgreccia, ad esempio, si approfondiscono questi aspetti. Esistono anche interpretazioni legali le quali affermano il diritto alla vita fin dal concepimento, riconoscendo allo stesso concepito dei diritti. Per la Chiesa, per donne ritenute sante non solo dal mondo cattolico, come Madre Teresa di Calcutta, la vita è sacra. La scienza, quindi, riconosce la vita fin dal concepimento.
A questo punto appare evidente che non si possa più parlare di IVG senza pensare che si sta uccidendo un bambino. Sia l’aborto chimico che quello chirurgico hanno come obiettivo la morte. Questa cultura di morte non può avere il sopravvento sulla vita che merita rispetto. Non è possibile nascondersi dietro la bugia “del grumo di cellule”, in quanto è dimostrato che non è una bugia. L’aborto è una scelta che prima o poi presenterà il conto. È un invito a prendere sul serio e a promuovere la vita nascente, che non può venire criptata da scelte egoistiche spacciate per libertà conquistata. Questo dibattito etico e scientifico aggiunge un'ulteriore dimensione alla complessità dell'argomento, influenzando non solo le politiche sanitarie ma anche il clima sociale e culturale in cui le decisioni sull'IVG vengono prese.
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