L'Irlanda, un paese a lungo considerato il più conservatore dell'Europa occidentale e profondamente cattolico, ha attraversato negli ultimi decenni una profonda trasformazione sociale e legislativa. Questo cambiamento epocale ha riguardato in particolare due temi centrali per i diritti umani e l'autodeterminazione individuale: la legalizzazione dell'aborto e l'introduzione del matrimonio egualitario. Un percorso caratterizzato da battaglie civili, tragedie, campagne di sensibilizzazione e, infine, storici referendum che hanno ridefinito il tessuto morale e legale della nazione.

Il Contesto Storico e la Legge sull'Aborto nella Repubblica d'Irlanda
La questione dell'interruzione di gravidanza in Irlanda è stata per lungo tempo un tabù, incardinato in una legislazione tra le più restrittive dell'Unione Europea. Fino a poco tempo fa, l'aborto era ammesso solo in circostanze estremamente limitate, con conseguenze severe per chiunque violasse la legge.
L'Ottavo Emendamento: Nascita di una Restrizione
All'inizio degli anni ottanta, dopo che nel 1973 la Corte Suprema statunitense aveva stabilito il diritto all'interruzione di gravidanza, un gruppo di associazioni cattoliche irlandesi lanciò la "Pro life amendment campaign". Il loro obiettivo era modificare la Costituzione per scongiurare una simile eventualità in Irlanda. Nel 1983, attraverso un referendum, fu introdotto l'Ottavo Emendamento (o articolo 40.3.3) della Costituzione irlandese. Questo emendamento stabiliva che "lo stato riconosce il diritto alla vita del nascituro e garantisce che le sue leggi difendano quel diritto", equiparando di fatto il diritto alla vita del feto a quello della madre. Fu approvato con il 66,9 per cento dei voti, rendendo l'aborto illegale in quasi tutte le circostanze.
Una Legislazione tra le più Restrittive
Per decenni, l'interruzione di gravidanza nella Repubblica d'Irlanda è stata ammessa esclusivamente quando la vita della madre era in pericolo o c'era il rischio che la donna potesse suicidarsi. Per tutti gli altri casi, compresi stupro, incesto e malformazioni fetali, l'aborto era illegale e punito con 14 anni di carcere. Come ha sottolineato Rita Harrold, attivista e fondatrice di Rosa, molti gruppi pro-choice sono nati con la morte di Savita Halappanavar, chiarendo che "anche quando la vita della donna era a rischio non c’era modo di avere accesso all’aborto". La realtà era che "quando in Irlanda una donna rimane incinta perde completamente la possibilità di decidere cosa fare del suo corpo", come evidenziato da un avvocato specializzato in questioni di genere. Questa legislazione era così stringente che, secondo i dati diffusi dal ministero della Salute irlandese, nel 2014 ci furono solo 26 aborti legali in tutto il paese.
Le "Fughe Silenziose": Donne Costrette a Viaggiare
In questo contesto di divieto quasi totale, alle donne irlandesi restava spesso un'unica alternativa: andare ad abortire all'estero. Questa "fuga silenziosa", come la definisce Daisy, una giovane intervistata, è stata una costante per decenni. Secondo i dati forniti dal ministero della Salute inglese, solo nel 2014 in Inghilterra e in Galles sono andate oltre 3 mila donne irlandesi, raggiungendo quasi 162 mila dal 1980. Tuttavia, questi dati non sono completi, in quanto conteggiano solo coloro che forniscono un indirizzo irlandese, escludendo quelle che ne danno uno inglese e le donne che si recano in altri Paesi, come l’Olanda e la Francia. Le associazioni pro-choice calcolavano che ogni giorno circa 12 irlandesi andassero all’estero per interrompere la propria gravidanza. Vincent McAviney di Euronews ha descritto come ogni giorno "10 donne irlandesi viaggiano da sole su traghetti come questo e poi rientrano il giorno stesso a causa dei costi e per tenere tutto segreto".

Il viaggio all'estero comportava non solo un notevole disagio fisico e psicologico, ma anche un significativo onere economico. A differenza delle britanniche, che potevano accedere gratuitamente al sistema sanitario nazionale, le donne irlandesi dovevano pagare tra le 560 e le 1.800 sterline, con costi che aumentavano con il progredire della gravidanza. A ciò si aggiungevano i costi di voli e soggiorno, rendendo l'aborto sicuro un'opzione per chi aveva i mezzi economici per permetterselo. Molte donne si facevano prestare i soldi, arrivando a dire in banca di dover ricomprare la cucina pur di ottenere il denaro necessario. Non tutte le famiglie potevano permettersi un viaggio in una clinica privata. L'Ottavo Emendamento, dunque, non fermava le donne che volevano avere un aborto, ma le costringeva a vie pericolose e costose.
I Rischi dell'Automedicazione e la Clandestinità
In alternativa ai viaggi all'estero, circa 2.000 persone l'anno compravano su internet pillole per abortire in segreto, senza alcun controllo medico. Se scoperte, rischiavano fino a 14 anni di carcere. Questo evidenziava una realtà clandestina e pericolosa, in cui le donne, in assenza di opzioni legali e sicure, mettevano a rischio la propria salute e la propria libertà. Vincent McAviney ha anche notato che "rischiano anche una pena detentiva di 14 anni se assumono pillole per abortire (sicure ma illegali) acquistate via internet".
Tragedie, Attivismo e il Cambiamento Imminente
La rigidità della legge irlandese non solo creava disagi, ma in alcuni casi portava a tragiche conseguenze, alimentando al contempo un movimento di attivismo sempre più forte.
Il Caso Savita Halappanavar: Un Punto di Svolta
Nella storia irlandese, un giro di boa importante c’è stato nel 2012 con il caso di Savita Halappanavar. Savita, una 31enne di origini indiane, morì perché i medici si rifiutarono di effettuare un aborto terapeutico. Ai dottori non importava che il feto fosse in gravi condizioni e che per lui non ci fossero possibilità di sopravvivere: quando Savita arrivò in ospedale il cuore del figlio batteva ancora e quindi venne deciso di rimandare l’operazione. L’aborto le venne praticato tre giorni dopo, ma ormai era troppo tardi e la donna morì di setticemia. Questo evento scosse profondamente l'opinione pubblica irlandese e divenne un simbolo della necessità di riformare la legge sull'aborto. Molti gruppi pro-choice nacquero proprio in seguito a questa tragedia.

L'Iter Burocratico e le Difficoltà di Accesso
Anche nei casi in cui l'aborto era legalmente possibile, l'iter burocratico assomigliava a una corsa a ostacoli. Se una donna incinta voleva interrompere legalmente la propria gravidanza, doveva farsi esaminare da una commissione di medici - tre per stabilire se la donna avesse tendenze suicide, due nei casi in cui la vita della madre fosse a rischio. Se il responso era negativo, si poteva ricorrere in appello, ma in quel caso il numero dei dottori da convincere aumentava fino ad arrivare a dieci. Questo processo era lungo e snervante, e non stupiva quindi che la maggior parte delle donne decidesse di prendere un aereo per andare in una clinica in un altro Paese. Anche nei casi di malformazione del feto, poche donne decidevano di intraprendere questo iter burocratico. L'avvocato che si occupa di questioni di genere ha osservato che uno dei problemi della legge era che, mentre sulla carta veniva tutelato il diritto alla vita della donna, non c'era nessun accenno al suo diritto alla salute.
La Voce dell'Attivismo Pro-Choice
L'aborto in Irlanda è sempre stato un tabù che ora iniziava lentamente a sgretolarsi. Nel 2012, nacque la Coalition to Repeal the Eighth Amendment, un’organizzazione che riuniva circa 50 associazioni e che aveva come obiettivo l'abrogazione dell’ottavo emendamento. Gruppi come Rosa (for Reproductive rights, against Oppression, Sexism and Austerity), fondata tre anni prima, si battevano per il riconoscimento dei diritti delle donne, raccogliendo firme e distribuendo volantini in luoghi frequentati come Henry Street a Dublino. Amnesty International si schierò attivamente, dando il via a una serie di manifestazioni quotidiane davanti al Dàil, il parlamento irlandese. Colm O’Gorman, direttore di Amnesty, rivelò che un sondaggio nazionale del febbraio precedente aveva mostrato che l'87% degli irlandesi voleva un ampliamento del diritto di aborto, e l'80% in particolare voleva che fosse possibile interrompere la gravidanza nei casi di stupro, incesto o malformazione del feto.
La questione salì alla ribalta anche grazie a donne del mondo della cultura e dello spettacolo che decisero di parlare pubblicamente della propria esperienza di aborto. Tra queste, Tara Flynn, attrice e scrittrice. "La prima volta che ho raccontato la mia storia è stato in forma anonima ad un giornale ma nessuno se ne curò. Ho quindi capito che era necessario metterci la faccia," ha dichiarato. "Se la gente si rende conto che alla fermata del bus, in casa o all’università c’è qualcuno che ha avuto un aborto, se possono attribuire quella storia a un volto, allora si sentono anche più vicine." Tara, incinta nel 2006 nonostante avesse preso la pillola del giorno dopo, volò in Olanda per interrompere la gravidanza. Ha spiegato: "Ho parlato perché ne avevo abbastanza del silenzio, dei segreti, della vergogna. Non mi pento di aver abortito perché so che per me era la cosa giusta da fare in quel momento."
Un altro aspetto fondamentale dell'attivismo pro-choice è stato il supporto psicologico. Associazioni come l’Abortion Right Campaign crearono gruppi di ascolto come “Share your abortion story”. Linda Kavanagh ha spiegato: "Le donne vengono qui e hanno la possibilità di parlare del proprio aborto sapendo che non verranno giudicate. Ci sono persone che non l’hanno mai detto a nessuno o che ne hanno parlato solo con i propri familiari." Anche i medici e le organizzazioni per la pianificazione familiare, come l'Ifpa (Irish Family Planning Association), cercavano modi per fornire supporto, seppur limitate dal "Regulation of Information Act" del 1995 che imponeva che tutte le informazioni sull'aborto fossero date di persona. Evelyn Geraghty, direttrice dell'Ifpa, ha affermato: "Quando una donna ci chiama quello che noi facciamo è cercare di farla venire nei nostri centri in modo da poterle dare tutte le alternative possibili".
La Controparte Pro-Life
Accanto alle organizzazioni pro-choice, esistevano anche quelle che si battevano per mantenere nella Costituzione l’Ottavo Emendamento, come Pro-life campaign. Sinead Slattery, portavoce dell’associazione, espresse scetticismo riguardo al referendum, affermando: "Il motivo per il quale un referendum non ci sembra appropriato è che non è chiaro il suo significato. Significa che priveremo l’unborn di ogni tutela costituzionale? Oppure che l’articolo verrà sostituito? E se sì, con cosa? Le associazioni pro-choice non hanno detto chiaramente cosa vogliono." Secondo Slattery, le interruzioni di gravidanza si sarebbero potute ridurre se il governo avesse deciso di venire incontro ai bisogni delle madri, migliorando i servizi per l’infanzia, rafforzando l’educazione a distanza e garantendo la flessibilità lavorativa per le madri. Ha anche sostenuto che "l’aborto è un atto violento per una donna. Fa male e uccide un bambino. Le donne meritano qualcosa di meglio." John McGuirk, un altro attivista pro-life, ha sottolineato la compassione per le donne in situazioni difficili, ma ha affermato che "il problema è che in quasi tutti i paesi esaminati questi casi rappresentano solo il preludio con una percentuale dello 0,3 rispetto a tutti gli altri aborti che avvengono". La campagna pro-life ha condotto una campagna molto aggressiva, anche sui social network, usando immagini di persone con la sindrome di Down, un tactic criticato dal primo ministro Leo Varadkar.
La Sfida del "Regulation of Information Act"
Anche le organizzazioni che offrono informazioni sulla pianificazione familiare si ritrovavano spesso con le mani legate. Il "Regulation of Information Act" del 1995 dava disposizioni molto chiare: quando una donna si rivolgeva a una struttura o a un medico, questi dovevano presentarle tutte le opzioni possibili - tenere il figlio, darlo in adozione e, infine, l’aborto. Tutte le informazioni riguardanti la possibilità di avere un aborto dovevano essere date di persona. Questa sottigliezza creava un ostacolo, in quanto impediva alle organizzazioni di fornire informazioni complete e tempestive a distanza, costringendo le donne a recarsi fisicamente nei centri.
Pressioni Internazionali e la Riforma Necessaria
La situazione irlandese non rimase inosservata a livello internazionale, con diverse sentenze e interventi che evidenziarono le violazioni dei diritti umani.
Il Giudizio delle Corti Europee e Internazionali
Due casi emblematici hanno portato la questione irlandese all'attenzione delle corti internazionali. Il caso più noto è "A, B and C versus Ireland" del 2010, discusso dalla Grand Chamber della Corte Europea dei Diritti Umani. Tre donne (due irlandesi e una lituana) lamentavano che le restrizioni le avevano costrette a recarsi in Gran Bretagna per l'aborto, subendo un'interferenza ingiustificata nella loro vita privata. La Corte, pur riconoscendo il disagio fisico e psicologico, non introdusse novità significative nella sua giurisprudenza, che da sempre riconosce agli stati un ampio margine di apprezzamento sui temi legati ai diritti riproduttivi. La Corte stabilì che l'articolo 2 della Convenzione (diritto alla vita) tutela la vita della persona nata e non dell'embrione, e che gli stati hanno un margine di discrezionalità nel legiferare sull'aborto. Tuttavia, nel caso della terza ricorrente, la Corte concluse diversamente, condannando all'unanimità l'Irlanda per la violazione degli obblighi positivi derivanti dall'art. 8. Questa donna, affetta da una rara forma di tumore, era stata costretta a portare a termine una gravidanza che avrebbe messo a rischio la sua vita, a causa della mancanza di procedure chiare e tempestive per accedere a un aborto legale.
Un altro caso cruciale fu quello di Amanda Mellet. Nel corso di un controllo alla ventunesima settimana di gravidanza, le fu diagnosticata al feto la sindrome di Edwards, che avrebbe determinato la morte in utero o poco dopo il parto. Non potendo accedere all'interruzione di gravidanza in Irlanda, Amanda si sottopose alla procedura in un ospedale di Liverpool. Non potendo sostenere i costi di permanenza, tornò in Irlanda dodici ore dopo l'intervento. La struttura sanitaria che la seguiva le negò il supporto psicologico, sostenendo che fosse a disposizione solo per chi aveva aborto spontaneo. La signora Mellet presentò un ricorso al Comitato internazionale dei diritti umani delle Nazioni Unite, lamentando la violazione di numerose disposizioni del Patto internazionale sui diritti civili e politici. Il Comitato rilevò la violazione dell'art. 7 (divieto di trattamenti crudeli, inumani o degradanti), dell'art. 17 (tutela della vita privata), dell'art. 19 (libertà di espressione) e degli articoli 2, 3 e 26 (divieto di discriminazione). La Repubblica d’Irlanda fu dunque condannata a garantire un adeguato risarcimento e ad adottare misure per modificare la legge sull’interruzione di gravidanza, al fine di garantire procedure effettive, tempestive e accessibili.
euronews reporter - In Irlanda si apre il dibattito sull'aborto
La Campagna Referendaria del 2018
L'accumularsi di casi come quello di Savita Halappanavar e Amanda Mellet, insieme alla pressione dell'attivismo e delle corti internazionali, portò il governo irlandese a proporre un nuovo referendum. La consultazione sull’aborto, promessa in campagna elettorale dall’allora premier Leo Varadkar (arrivato al potere nel giugno del 2017), si tenne il 25 maggio, a soli tre anni dal referendum sul matrimonio tra persone dello stesso sesso. Varadkar aveva sempre definito la legge "troppo restrittiva". La proposta di legge che l’esecutivo stava valutando prevedeva la legalizzazione dell’aborto fino alla dodicesima settimana.
La campagna referendaria fu intensa e vide contrapporsi strenuamente i sostenitori del sì e del no. Gli attivisti pro-choice sostennero con forza l'abrogazione dell'ottavo emendamento, usando anche strumenti come l'hashtag #hometovote per invitare i cittadini irlandesi residenti all'estero a tornare in patria per partecipare al referendum. L'Irish Times si schierò apertamente a favore del sì, per mettere fine alla vergogna e al silenzio che avevano circondato le migliaia di donne costrette ad andare ad abortire all’estero. D'altro canto, gli attivisti pro-life condussero una campagna aggressiva, con toni accesi soprattutto sui social network. I vescovi irlandesi, in una lettera pastorale, ribadirono che "la vita umana è sacra dal concepimento fino alla morte naturale e che l’articolo 40.3.3 riflette l’appropriato equilibrio dei diritti". Tuttavia, la mentalità era profondamente cambiata rispetto al 1983. Secondo il professore Diarmaid Ferriter dell’University College di Dublino, "all’epoca il dibattito è stato dominato da persone di una certa età, soprattutto da uomini, e la chiesa cattolica ricopriva una posizione di maggiore influenza rispetto a oggi". La campagna referendaria del 2018 fu invece condotta da attiviste donne, molto più giovani, e vide una forte voce della società civile. Il referendum del 25 maggio vide la vittoria dei sostenitori dell'abrogazione, aprendo la strada a una nuova era per i diritti riproduttivi in Irlanda.
Il Ruolo di Organizzazioni Internazionali
In soccorso delle esigenze delle donne irlandesi, sono state lanciate molte mobilitazioni internazionali, come quella promossa da Women on Waves, un'associazione olandese per la libera scelta e i diritti delle donne fondata nel 1999 da Rebecca Gomperts e Bart Terwiel. Questa organizzazione ha fornito servizi relativi alla salute riproduttiva in paesi con leggi restrittive, usando una nave con a bordo una clinica attrezzata per compiere interruzioni di gravidanza in acque internazionali, dove la legge olandese era vigente. Negli anni, alle attività in mare sono stati affiancati servizi di assistenza telematica, oltre all'uso di droni per distribuire materiale informativo in zone dove anche parlare di salute riproduttiva era problematico. Le campagne dirette alle irlandesi miravano ad aiutarle a porre fine a una gravidanza indesiderata in modo sicuro, aggirando le restrittive leggi nazionali.
Le Unioni Civili e il Matrimonio Egualitario: Un Precedente di Cambiamento Sociale
Prima del referendum sull'aborto, l'Irlanda aveva già dimostrato la sua capacità di cambiamento sociale con un altro storico voto che ridefinì la sua identità progressista.
Il Referendum del 2015: Un Sì Storico
Nel maggio del 2015, con un referendum, gli irlandesi hanno detto sì al matrimonio egualitario. Questo risultato rappresentò un vero e proprio sconvolgimento culturale per un paese molto conservatore in cui la chiesa cattolica aveva sempre giocato un ruolo centrale. L'Irlanda divenne il primo paese al mondo a legalizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso tramite voto popolare. Questo successo dimostrò che la mentalità del paese stava evolvendo rapidamente, preparando il terreno per ulteriori riforme sui diritti civili. L'elezione di Leo Varadkar, un anno dopo il referendum, come primo ministro, il primo di una minoranza etnica e il primo a proclamarsi apertamente gay, fu un'ulteriore conferma di questa ondata di progresso sociale.

La Situazione Specifica dell'Irlanda del Nord
La storia dei diritti riproduttivi e delle unioni civili nell'Irlanda del Nord ha seguito un percorso diverso e, per molti aspetti, più complesso rispetto alla Repubblica d'Irlanda, a causa della sua appartenenza al Regno Unito e delle sue dinamiche politiche interne.
Un Percorso Legislativo Divergente
Nel Regno Unito, l’aborto è legale dal 1967, anno in cui entrò in vigore in Inghilterra, Scozia e Galles l’Abortion Act. Quella legge, però, escludeva l’Irlanda del Nord, che su queste materie all’epoca legiferava tramite un proprio Parlamento, rimasto attivo dal 1921 al 1972. Dal 1972 in poi, queste materie passarono sotto il controllo del parlamento britannico, che decise però di non estendere mai l’Abortion Act anche all’Irlanda del Nord. Di conseguenza, nell’Irlanda del Nord rimase in vigore una legge addirittura del 1861 (sezioni 58 e 59 dell’Offences Against the Person Act), che prevedeva la reclusione sia per i medici che praticavano l’aborto sia per le donne che abortivano (per queste ultime il massimo della pena era l’ergastolo). Soltanto grazie a un’altra legge, il Criminal Justice Act del 1945, l’aborto fu permesso nel caso di rischio per la vita della donna o per la sua salute fisica o mentale, ma rimase vietato in caso di stupro, incesto o malformazioni gravi del feto, senza contare la libera scelta della donna.
Paralisi Politica e Intervento del Parlamento Britannico
La legislazione su questioni come l’aborto e i matrimoni tra omosessuali fu devoluta nel 2010 dal parlamento britannico al nuovo parlamento nordirlandese, istituito alla fine degli anni Novanta. Tuttavia, dal 2017, il paese si trovò senza governo, a causa dei tentativi falliti di formare una coalizione tra il Partito Democratico Unionista (DUP) e i repubblicani del Sinn Féin, bloccando di fatto i lavori parlamentari. Il DUP, in particolare, aveva posto il veto nel 2015 sull'approvazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, che erano legali in Inghilterra, Scozia e Galles dal 2014.
Questa prolungata paralisi politica portò il parlamento del Regno Unito a intervenire. Dopo decenni di inazione dei politici locali, il Regno Unito decise di imporre la legalizzazione. Così, da un certo momento in poi, nell’Irlanda del Nord furono legalizzati sia l’aborto sia i matrimoni tra persone dello stesso sesso. Questo segnò un passo significativo per l'Irlanda del Nord, allineandola al resto del Regno Unito e segnando un'altra vittoria per i diritti civili in un'altra parte dell'isola irlandese, seppur con un percorso legislativo imposto dall'esterno.