Aborto e Bioetica: Un'Analisi Approfondita degli Argomenti Principali

La bioetica, intesa come la riflessione sulle questioni fondamentali che toccano la nascita, la cura e la morte degli esseri umani, rappresenta uno dei campi più complessi e dibattuti del pensiero contemporaneo. Al suo interno, l'argomento dell'aborto emerge con una complessità unica, presentando ragioni valide e significative da ambo le parti del dibattito, e chiamando in causa non solo la vita umana in formazione, ma anche l'autodeterminazione delle persone e la stessa concezione di "persona" e di "diritto". Questa indagine cerca di delineare i contorni di tale dibattito, esplorando le diverse impostazioni filosofiche e morali che lo animano.

La Bioetica: Tra Impostazioni Religiose e Non-Religiose

Nel vasto panorama delle questioni bioetiche, si possono riscontrare impostazioni anche avverse, come sottolineato dal Professor Lecaldano. È essenziale, tuttavia, chiarire che un'impostazione "non religiosa" non significa affatto "irreligiosa". Invero, potremmo affermare che quasi tutte le impostazioni bioetiche dovrebbero tendere ad essere "non religiose", poiché il loro compito primario è indagare quali siano i principi morali che devono guidare la nascita, la cura e la morte degli esseri umani, operando su un piano di argomentazione razionale e condivisa.

Questa impostazione può essere tranquillamente accettata anche da molti cattolici, compresi alcuni teologi, i quali riconoscono, anche in Italia, che l'area delle questioni bioetiche è caratterizzata dal principio della responsabilità morale e dell'autonomia delle persone che sono coinvolte. Se si considera la bioetica come riflessione sulle questioni della nascita, della vita e della morte, è condivisibile, anche in ambito cattolico - sebbene non ufficialmente rispetto alle posizioni del Papa e delle gerarchie ecclesiali - l'impostazione che riconosce come centrale l'autonomia della persona e considera l'etica come una "faccenda secolare".

Tuttavia, anche all'interno delle varie concezioni non-religiose, possono emergere posizioni diverse. Da una parte si trovano coloro che reputano la vita umana dotata di valore intrinseco, un valore in sé. Dall'altra, vi sono quelli che considerano tale valore un lascito della tradizione cristiana, o altri ancora che lo ritengono non essenziale, preferendo basare le proprie valutazioni su altri criteri. Tra queste correnti d'ispirazione religiosa e quelle più propriamente non-religiose, alcuni punti di contatto si possono trovare, seppur con fatica; tale conciliazione diventa più difficile se si considera la bioetica laica contrapposta rigidamente alla bioetica religiosa. Su alcune questioni fondamentali, come il principio dell'autonomia morale delle persone, che molti ritengono una prerogativa fondamentale, sembra evidente che non sia possibile una facile conciliazione, rendendo difficile riuscire a fare concessioni.

Su altri temi, come quello dell'eutanasia attiva volontaria - una legge già ammessa in Olanda e Belgio - si può essere più cauti e ricercare equilibri che siano più storicamente condizionati. Su questo e su alcune pratiche di fecondazione assistita, potremmo cercare di andare incontro a quelli che sono i modi di sentire più diffusi, riconoscendo la necessità di un dialogo costruttivo che tenga conto delle sensibilità sociali. L'etica, al suo interno, è caratterizzata dalla presenza di una nozione di libertà propria dei soggetti morali autonomi, che hanno diritto a essere liberi, ma che hanno anche doveri e limiti dovuti al fatto che le proprie azioni non devono arrecare pregiudizio e danno agli altri.

Discussione etica tra individui

Autonomia, Libertà e Fondamenti del Diritto in Bioetica

La libertà, o autonomia, è stata definita dal filosofo John Stuart Mill come "sovranità sul proprio corpo", un concetto potente che implica che nessuno possa imporre a un individuo delle cure contro la sua volontà. Questi principi di diritti e doveri, fondamentali nel dibattito bioetico, richiedono una qualificazione approfondita. Seguendo ancora Mill, si può affermare che i diritti e i doveri, in quanto morali, sono sostanzialmente pre-giuridici. Ciò significa che la legge deve recepirli, non può semplicemente crearli, e posseggono una forza critica intrinseca perché basati sull'esperienza umana. Il mutare delle situazioni e la creazione di nuovi scenari permettono una nuova percezione dei diritti e dei doveri, che agisce come un motore di trasformazione delle norme, adeguandole a contesti che prima non esistevano.

È interessante notare che l'autonomia non è una prerogativa esclusiva della razionalità, essa non va vista nel modo in cui la potrebbe concepire un kantiano o un razionalista. L'autonomia a cui si fa riferimento in questo contesto è quella relazionale, che si realizza prevalentemente nella vita sentimentale e nell'esperienza personale della persona, non solo come requisito della ragione. Questa visione dell'autonomia, intesa come capacità di autodeterminarsi in relazione con il mondo e con gli altri, è cruciale per comprendere le scelte bioetiche.

Giusnaturalismo e Giuspositivismo nel Dibattito sui Diritti

La questione dei principi morali pre-giuridici ci porta a esaminare la fondamentale distinzione tra due scuole di pensiero nel campo della filosofia del diritto e delle dottrine giuridiche: il giusnaturalismo e il giuspositivismo. Il giusnaturalismo sostiene che alla base del diritto prodotto dagli Stati e dalle comunità politiche vi sia un diritto naturale, o meglio, dei diritti naturali, che fungono da fondamento di ogni altra legge umana, sia essa scritta o meno. Nel pensiero greco e latino, questo diritto naturale era fondato su un ordine cosmico (giusnaturalismo antico); nel pensiero medievale, sulla volontà di Dio che stabiliva tale ordine (giusnaturalismo medievale). Con la modernità, il diritto naturale si è riconfigurato come un ideale razionale da cui dedurre le norme, ritrovando il proprio fondamento nella ragione umana, comune a tutti gli individui (giusnaturalismo moderno o giusrazionalismo).

A partire dalla prima metà del Novecento, tuttavia, il positivismo giuridico (o giuspositivismo) ha scalzato le tesi del giusnaturalismo, rappresentando la prospettiva giusfilosofica dominante negli ordinamenti giuridici contemporanei. Secondo il giuspositivismo, il diritto non ha un fondamento naturale, ma è valido in quanto "posto" - "diritto positivo" significa infatti "diritto posto" dal legislatore - con una serie di norme giuridiche formulate e determinate secondo un metodo e sancite esplicitamente da un'autorità legittimata. In quest'ottica, il diritto diviene uno strumento per raggiungere scopi e non più la realizzazione di un ideale, dato che il positivismo giuridico ritiene possibile una trattazione scientificamente neutrale del diritto, ora considerato come un fatto e non come un valore.

Nella sua effettività, ogni ordinamento giuridico vive grazie a una negoziazione sociale, in cui ognuno di noi avanza pretese sul comportamento altrui - come il non voler essere aggredito - e questo intrecciarsi di pretese produce l'emergere di norme, in maniera non dissimile da quanto avviene sul mercato quando l'incontro di domanda e offerta produce il manifestarsi di prezzi. Pertanto, l'assunzione che alcune cose siano dei diritti e non delle semplici richieste politiche o pretese sociali è sintomo di un approccio giusnaturalistico all'etica normativa, tale per cui si chiede al legislatore o al decisore politico di "concedere" dei diritti, che si credono esistenti e giusti a prescindere da ciò che dicono i codici giuridici prodotti dall'uomo. Il problema è che, dopo essere state recepite determinate istanze dal basso, il diritto è infine qualcosa di inevitabilmente costruito. Si può derivare razionalmente, certo, ma alla fine, per avere validità ed efficacia, deve essere posto. E capire cosa significhi "derivare razionalmente il diritto" è un problema non indifferente, dal momento che la legge di Hume vieta di derivare il prescrittivo (la norma) dal descrittivo (lo stato delle cose) perché sarebbe un salto logico insensato.

Lo Statuto dell'Embrione e la Controversa Nozione di Persona

L'interruzione volontaria di gravidanza è un argomento controverso perché il problema sorge nel dover determinare un criterio di demarcazione condiviso tra semplice vita biologica e vita umana, individuare un momento preciso in cui quella forma di vita può essere considerata persona, e conseguentemente soggetto di diritto, con tutti i diritti e doveri, con tutte le tutele e i riconoscimenti morali che ciò implica. L'inizio della vita, d'altronde, è un momento fondamentale della riflessione bioetica: le discussioni vertono innanzitutto su quando si possa dire che abbia effettivamente inizio la vita di un individuo, e cioè sullo statuto degli embrioni.

La bioetica di ispirazione cattolica e, più in generale, tutti coloro che si schierano per la sacralità e/o indisponibilità della vita propendono decisamente per una risposta affermativa: una persona è tale - e dunque un soggetto unico e irripetibile - fin dal momento del concepimento. Va notato che la stessa tradizione cattolica, già con Tommaso d'Aquino, aveva a lungo ritenuto che la cosiddetta "anima razionale" fosse infusa da Dio solo al momento della formazione effettiva del feto, e non prima. Tuttavia, le posizioni più recenti della bioetica cattolica tendono a spostare più indietro questo limite: la vita dev'essere considerata inviolabile fin dal momento del concepimento, sia perché esiste una continuità biologica tra il prodotto del concepimento e la persona che da esso si sviluppa, sia perché la persona è già potenzialmente contenuta nell'embrione. La posta teorica ed etica di queste discussioni non concerne soltanto la possibilità di considerare in modo diverso l'aborto - un tema che peraltro chiama in causa, accanto alla questione relativa all'intervento su una vita umana in formazione, altri aspetti etici rilevanti, come quello dell'autodeterminazione delle donne - ma la disponibilità stessa degli embrioni in quanto tali.

La Nozione di Persona: Oltre il Concepimento Biologico

La nozione di persona è un concetto di filosofia morale e non biologico, e ci sono differenti impostazioni al riguardo. Per sviluppo biologico, si può intendere sviluppo dell'individuo, dell'essere umano e dell'individualità umana. Il libro del filosofo David De Grazia, intitolato Human Identity and Bioethics (Cambridge 2005), è esemplificativo di come sia equivoco affrontare con la nozione di persona lo sviluppo dell'identità e dell'individualità umana. Sulla questione dell'identità e dell'individualità umana - De Grazia docet - non dobbiamo perdere di vista che esse non ci sono dal concepimento: l'individualità come un continuum si sviluppa più avanti, nel momento in cui il processo che inizia con il concepimento non può avere ulteriori sviluppi gemellari; questo avviene circa sette-otto giorni dopo. Per alcuni, la persona c'è già dall'unione di due gameti nel momento del concepimento, ma non è così: l'individualità arriva più avanti e si costituisce solo a patto che vi sia una donna che accolga lo zigote.

Quanto alla questione se la vita ci sia già al momento del concepimento, come sostengono alcuni, occorre precisare che la vita in qualche modo c'è anche dopo la morte! Naturalmente dipenderà da che cosa intendiamo per "vita": possiamo anche pensare che sia la crescita dei capelli e delle unghie, del tutto indipendente dalla sussistenza dell'organismo individuale nel suo complesso. L'organismo può continuare ad avere una forma di vita che però non è legata al fatto che questo si mantiene omeostaticamente unitario. La nozione biologica e la nozione biografica di vita sono concetti distinti. Invece, c'è la tendenza a considerare equivalenti la persona e l'individualità, o addirittura l'identità biologica (nel qual caso non si capisce perché farla incominciare dal concepimento e non pensare che sia precedente: in fondo anche l'ovulo e lo spermatozoo sono vivi).

Ci sono altre scuole di pensiero che considerano eticamente rilevante l'individualità umana non già dal concepimento, bensì in base a ciò che ritengono essenziale della moralità, come quella che - ed è la teoria a cui molti si sentono più vicini - reputa essenziale astenersi da azioni che procurino sofferenza. In base a tale dottrina, la persona moralmente rilevante sarà quella dotata della capacità di soffrire. Accettando tale visione, occorrerebbe aspettare un certo numero di settimane dal concepimento prima di avere i primi centri nervosi necessari all'esperimento della sofferenza e dunque prima di quell'epoca non ci sarebbe la persona. Non c'è una persona moralmente rilevante se non c'è sofferenza. Altri ancora sostengono che è moralmente rilevante solo chi è razionale. Una posizione più attenta alla capacità di soffrire rispetto alla razionalità, ritiene che coloro che abbracciano questa concezione di attenzione alla razionalità finiscano spesso per usare l'escamotage dell'allargamento dell'area di rilevanza grazie all'idea di "potenza". Si giustifica la cura rivolta a certi soggetti privi di un livello minimo di razionalità dicendo che essi lo presentano "in potenza".

Inoltre, l'impostazione che considera "persona" l'ovulo fecondato ha grande difficoltà a spiegare per quale motivo questa deve essere riconoscibile già in quel momento, allorché non si dà ancora individualità biologica. Occorre ricordare che quasi il 70% degli ovuli fecondati vengono naturalmente abortiti. Se fosse vero che tali zigoti sono già persone, chi sarebbe il colpevole di questa strage? Forse Dio? La madre? Sono proprio tanti! Comunque, è importante il fatto che ci siano differenti concezioni filosofiche di persona.

La nozione di persona che oggi noi usiamo prevalentemente è quella lockiana. Il grande pensatore inglese John Locke diceva che "persona" è un concetto etico-giuridico, in quanto noi la usiamo prima sul piano morale e poi eventualmente sul piano giuridico; noi per "persona" intendiamo sostanzialmente le forme di vita di cui vogliamo prenderci cura o almeno essere moralmente responsabili. Questa descrizione è molto più comprensibile di una mera caratterizzazione ontologica di rilevanza morale, perché altrimenti finiremmo per correre il rischio di scadere nel riduzionismo, di escludere gli animali da qualsiasi considerazione morale per il semplice fatto che non sono umani e potremmo considerarci liberi di fare delle cose tremende a chi non si attagliasse alla definizione che abbiamo dato di persona, cominciandoci a chiedere: «Ma cos'è questo? Un essere umano con un gene in meno?». E torturarlo o non considerarlo moralmente rilevante.

Microscopio che osserva cellule

L'Uso Ideologico della Nozione di Persona nella Legislazione Italiana

La legislazione italiana in materia di fecondazione assistita presenta una curiosa impostazione che costringe una donna ad abortire in caso di malattie del feto dopo l'impianto nell'utero dell'ovulo fecondato. La nostra legge prevede che i tre ovuli fecondati debbano essere tutti impiantati, anche contro la volontà della donna, che può comunque abortire successivamente. Parlare di ovuli fecondati in provetta come di embrioni o di feti non è corretto poiché lo diventano nel momento in cui sono impiantati. Qui c'è una questione che riguarda l'uso ideologico della nozione di "persona", che protegge tutte le forme di vita umana sin dal concepimento, comprese quelle costituite in provetta. Ancora una volta bisognerebbe lasciare libertà procreativa e invece accade che lo zigote prodotto in laboratorio sia considerato un bene pubblico.

La proposta di legge prevedeva addirittura che si sarebbero dovuti spostare tutti gli embrioni crioconservati in un unico luogo, a Milano, dove sarebbero stati conservati, potenzialmente per l'eternità. Queste "follie" sono esemplificative di come spesso procede la discussione politica nel nostro Paese, attraverso grandi accensioni intorno a slogan e questioni di principio, che durano due, tre anni, dopodiché l'attenzione si spegne e intanto le cose vanno per la loro strada: le persone continuano a soffrire e coloro che vogliono avere figli devono recarsi all'estero. L'Italia, su queste questioni, si avvia a essere molto isolata, forse l'unico Paese dove ci sono chiusure così forti, come nel dibattito sulle cellule staminali embrionali o sulla clonazione riproduttiva che, peraltro, non esiste ancora.

L'impianto dell'embrione - Animazione

Aborto: Tra "Diritto" e "Libertà Inalienabile"

Non si può credere che l'aborto, come pratica o idea, piaccia a qualcuno. Per la donna è una scelta difficile, perché è un'operazione invasiva, dolorosa e rischiosa; per molti altri è proprio orrendo il concetto, che non si configura necessariamente come infanticidio/figlicidio, ma è comunque la stroncatura di una vita biologica in atto e di una vita umana in potenza. Prima di invocare slogan come "My body, my choice" o "Abortion is right" con leggerezza e approssimazione, è fondamentale chiedersi cosa voglia dire veramente "diritto".

Alla luce della disamina sulle fondamenta del diritto, la vera domanda è: l'aborto è effettivamente un diritto? La risposta più diplomatica, ma comunque brutale, è "probabilmente no". Se consideriamo diritto il diritto naturale, l'aborto non è qualcosa di inscritto nella natura umana, ma appartiene a un più ampio range di libertà che possediamo, quindi non è un diritto naturale e non è un diritto in sé. Se consideriamo diritto il diritto posto dall'autorità, allora l'aborto è considerato un diritto unicamente nei Paesi che lo hanno legalizzato. Se consideriamo diritto una pretesa legittima che noi avanziamo nei confronti dell'autorità o del sistema sociale, allora l'aborto non è un diritto strictu sensu, sia per la complessità della riflessione bioetica - che mette in dubbio, in alcuni frangenti, la legittimità di questa pretesa - sia per il suo ambiguo inquadramento etico-giuridico. Guardando infine alle implicazioni dell'aborto sulla salute o sulla libertà della donna da una parte e sulla vita del futuro nascituro dall'altra, non si può ritenere a cuor leggero l'aborto come un diritto legittimo e pacifico, ma serve comprendere meglio le ragioni delle diverse posizioni.

In un'interessante intervista sul tema, lo storico delle idee Alberto Mingardi, presidente e fondatore dell'Istituto Bruno Leoni, ha affermato: «Non da liberale ma da essere umano, posso solo dirle che si tratta di questioni che a me fanno tremare i polsi. Chi rivendica la libertà di scelta della donna sopra ogni altra cosa finge di non vedere che c'è comunque un'altra vita in ballo. Chi sventola manifesti 'pro vita' finge di non capire che si tratta di decisioni prese spesso in momenti difficilissimi e in contesti sociali altrettanto difficili, da persone magari giovanissime che vedono franare ogni piano di vita…». Mingardi prosegue, ritenendo che l'aborto legale sia nettamente meno peggio del contrario, in ragione delle conseguenze che la sua criminalizzazione potrebbe avere. Tuttavia, è preoccupante la retorica dell'aborto come diritto, quella dei meme e delle t-shirt, perché prelude a una sorta di routinizzazione dell'interruzione di gravidanza.

In quanto pretesa difficile da sbrogliare sul piano morale, giuridico e politico, l'aborto non può essere considerato un diritto - e alcuni argomenti degli anti-abortisti supportano dignitosamente questa tesi - anche perché porta con sé implicazioni problematiche e contraddittorie. Tuttavia, deve essere riaffermato vigorosamente come una libertà individuale e inalienabile. Se è vero e pacifico ritenerlo moralmente ambiguo e complicato da risolvere, e la discussione qui va su altri lidi, è altresì indubitabile che quella di voler praticare l'aborto sia una libertà fattuale, che non si può negare o misconoscere alle donne, in quanto proprietarie del loro corpo, responsabili dello stesso e delle implicazioni di questa scelta. Soprattutto non conviene farlo: non solo per la pace sociale, ma anche perché, se è vero che l'autonomia dell'agire e la libertà si portano dietro la responsabilità morale delle proprie azioni, la prospettiva "pro-choice" è l'unica utile alla causa sia dei "pro" che degli "anti-aborto", l'unica garanzia che la scelta sia oculata e fatta con ponderazione, l'unico presidio per evitare eccessi da una parte e dall'altra, nei confronti della donna o del feto.

«La libertà mi sembra sia solo quella della donna, perché essere vivo e in qualche misura in grado di compiere scelte autonome è una precondizione della libertà. E questa il feto non ce l'ha», prosegue il professor Mingardi. Ma c'è il conflitto fra la libertà di usare il proprio corpo nel modo in cui si ritiene e una vita "in potenza". Nel caso degli adulti, in alcune condizioni noi dichiariamo la "morte cerebrale" e sosteniamo che la vita umana in qualche modo degeneri a vita meramente biologica. Succede il contrario col feto: ma quando? In che momento preciso? Sono tutti dibattiti nei quali, alla fine, si arriva a qualche soluzione imperfetta, perché non ve ne sono altre. Il fatto che un comportamento non sia "proibito" non significa che debba piacere a tutti e a tutte. È giunto il momento di prendere atto della drammaticità delle scelte e riconoscerle come difficili, e, per dirla con Kant, di riconoscere l'autonomia morale del soggetto. Questo discorso, beninteso, vale tanto per il diritto all'aborto, quanto per quelli alla riproduzione e alla nascita, quanto per tutta una serie di altri supposti diritti fondamentali. È necessario smettere con questa retorica dei diritti per ogni cosa, a tutti i costi, sempre e ovunque. Bisogna smetterla di ragionare in termini di diritti da pretendere, lasciando sempre all'autorità pubblica il potere e l'arbitrio di decidere per la nostra vita, di dosare col misurino le cose che ci permette di fare e tenendo sempre la briglia serrata, e ricominciare piuttosto a ragionare in termini di libertà da riconquistare e ripristinare.

Altre Frontiere Bioetiche: Fine Vita, Procreazione Assistita e Diritti Animali

Le questioni di fine vita rappresentano un altro campo cruciale della bioetica, strettamente legato al principio di autonomia. Una persona che abbia un minimo di sensibilità morale non può non porsi il problema di come vorrebbe affrontare la morte, perché attualmente si può morire in condizioni che per gli esseri umani di cinquant'anni fa erano inimmaginabili. Oggi un essere umano è esposto a una probabilità alta di ammalarsi, essere portato in ospedale, attaccato a macchine ed essere costretto a sopravvivere in quello che è chiamato "stato vegetativo persistente". Allora, una persona che abbia un minimo di scrupolosità non può non interrogarsi su come ritiene giusto morire.

È un diritto dell'uomo poter esprimere in forma chiara e anticipata la propria volontà rispetto alla propria morte. E che vada riconosciuto - a coloro che lo ritengano tale, lasciando spazio a chi la pensa diversamente - chiedere che, trovandosi in uno stato vegetativo persistente, siano sospese tutte le cure, ivi comprese l'alimentazione, l'idratazione artificiale e ogni sorta d'accanimento terapeutico. Si è aperta una discussione, in Italia, piuttosto mistificata. Se una persona lascia chiaramente detto che in uno stato vegetativo persistente le si sospenda ogni cura, la sua volontà deve essere rispettata. Una legge sulle direttive anticipate dovrebbe registrare le volontà e permettere così ai cittadini italiani di pronunciarsi. Ci saranno quelli che, come molti, ritengono doveroso chiedere che in certi casi si sospendano tutti gli interventi medici, e ci saranno quelli che ritengono faccia parte del loro modo particolare di concepire la fine della vita dover continuare a essere attaccati a macchine. Ognuno ha il diritto di morire come ritiene più giusto.

Per quanto riguarda l'eutanasia, essa può essere difendibile sulla base di quanto detto finora circa il riconoscimento dell'autonomia, ossia il diritto di una persona alla libertà morale da interferenze. C'è, dunque, una componente di volontarietà della persona malata di essere aiutata a morire e c'è una componente ulteriore dell'altra persona che esegue la volontà del richiedente. Sembra strumentale l'uso parlamentare del richiamo alla coscienza, che costituisce uno strumento moralmente abietto, riprovevole, ipocrita e ignobile, mentre è del tutto comprensibile e legittimo che vi sia spazio per la libertà del medico. È comprensibile perché ci sono dei medici che non se la sentono di dar corso a una richiesta di eutanasia o aborto.

Come sosteneva Mill, si deve richiedere la responsabilità della madre e del padre, che generano una prole, assumendosene il carico. Ciò premesso, non sono condivisibili tutti quei meccanismi tesi a limitare la libertà riproduttiva della madre o del padre impedendo loro di ricorrere a forme di fecondazione assistita, omologa o eterologa, nel momento in cui l'unico modo per far nascere una prole, o una prole sana, fosse ricorrere alla clonazione riproduttiva ovvero a una qualche forma di fecondazione assistita; farà parte della libertà dei genitori scegliere se ricorrervi. Anche nel caso dell'aborto deve poter prevalere la libertà riproduttiva.

Le tematiche di bioetica riguardano non solo gli esseri umani, ma anche gli animali. In quali termini può parlarsi di diritti degli animali? Nei termini di un generico diritto alla non maleficenza o anche di un diritto alla vita? Se si ritiene rilevante dal punto di vista morale le sofferenze di un essere cosciente e consapevole, è chiaro che l'animale rientrerà nella sfera morale. Essendo gli animali in grado di soffrire e provare piacere - come già diceva il filosofo Jeremy Bentham, più di due secoli fa - ne consegue che le azioni su di loro devono essere considerate come direttamente ispirate da responsabilità. Questo amplia ulteriormente il campo di applicazione dei principi etici, dimostrando la pervasività e la complessità della bioetica in tutte le sue declinazioni.

Diritti degli animali

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