L'Interruzione Volontaria di Gravidanza in Italia all'Ombra della Pandemia: Impatto e Accesso ai Servizi

L'avvento della pandemia da COVID-19 ha gettato una luce cruda sulle fragilità e le disuguaglianze preesistenti all'interno dei sistemi sanitari globali, e l'Italia non ha fatto eccezione. In particolare, l'accesso ai servizi di interruzione volontaria di gravidanza (IVG), già complesso in tempi "normali", ha subito un'ulteriore e drastica limitazione, trasformando un diritto legalmente riconosciuto in un percorso ad ostacoli per molte donne. Questo periodo emergenziale ha esacerbato problematiche di lunga data, rivelando quanto sia minacciata la sopravvivenza del diritto all'aborto sicuro nel paese.

Mappa dell'Italia che evidenzia le regioni con maggior difficoltà nell'accesso all'IVG durante la pandemia

Le Storie: Un Segnale Preoccupante di Difficoltà Crescenti

Proprio mentre le infezioni da coronavirus iniziavano a espandersi nel nord Italia, molte donne si sono ritrovate ad affrontare una gravidanza inaspettata in un contesto di crescente incertezza e restrizioni. L'esperienza di Lisa*, quasi cinquantenne, con due bambini, un lavoro precario e problemi di salute, ne è un esempio lampante. Lisa si è accorta di essere incinta inaspettatamente nel febbraio scorso, un segnale di ciò che si prospettava per le donne a livello nazionale. Essendo nelle prime settimane di gravidanza, la sua situazione si sarebbe potuta terminare con un paio di pillole, un metodo meno invasivo. Tuttavia, in quei giorni, prima che iniziassero le misure restrittive in tutta Italia, molti comuni dell’area di Lodi, la sua città, erano già stati messi in isolamento. Lisa si è trovata davanti a due opzioni: proseguire una gravidanza indesiderata o iniziare un’odissea nel tentativo di trovare un altro ospedale in cui l’accesso ai servizi fosse ancora garantito. La donna ha scelto la seconda strada, iniziando a chiamare altri ospedali nella sua regione. Viene respinta sia da quelli in aree con un numero di casi maggiore, a causa dell’emergenza, sia da strutture in zone con tassi di infezione minori, per via della sua provenienza da Lodi.

È solo dopo giorni di chiamate e rifiuti che Lisa è riuscita finalmente a trovare un ospedale pronto ad accettarla. Questo episodio ha preceduto le denunce da parte di attiviste per i diritti delle donne, secondo cui diversi ospedali in tutto il paese hanno sospeso gli aborti farmacologici. Altre strutture sono state trasformate nei cosiddetti ‘ospedali COVID’ e hanno sospeso tutti gli altri interventi chirurgici, inclusi i servizi di interruzione volontaria di gravidanza (IVG).

Immagine che rappresenta una donna al telefono, simboleggiando la difficile ricerca di informazioni sui servizi IVG

Analogamente, Maria*, da Napoli, ha raccontato di aver dovuto lottare per accedere ai servizi, e incinta di sette settimane, ha trascorso l’ultimo giorno utile prima del lockdown generale "a tentare di contattare telefonicamente consultori e ospedali invano". Ci sono volute tre settimane per trovare un ospedale che accettasse Maria, la quale si considera “fortunata” per aver potuto usufruire di un servizio di prenotazione telefonica attivato durante l'emergenza. In condizioni normali, sarebbe dovuta andare di persona per mettersi in coda ed ottenere la visita.

Un altro caso significativo è quello di Alessandra, una ragazza di 24 anni di Fermo, nelle Marche. Quando si è accorta di essere incinta a inizio novembre, ha cercato online come abortire, scoprendo che a Fermo, dove abita con i genitori, tutti i ginecologi sono obiettori di coscienza. "Su internet avevo letto che per prima cosa dovevo andare al consultorio a chiedere un certificato per l’interruzione volontaria di gravidanza,” ha raccontato. Il consultorio più vicino le ha fissato un appuntamento, ma il giorno successivo Alessandra è risultata positiva al COVID-19. La ginecologa le ha detto di aspettare due settimane e un tampone negativo. Alessandra ha cominciato ad agitarsi: non aveva ancora fatto nemmeno una visita, non sapeva da quante settimane era incinta e trovare informazioni sulle procedure in caso di aborti su donne positive sembrava impossibile. Per quasi due settimane, lei e i suoi genitori hanno contattato tutti i consultori e gli ospedali della regione. Alla fine, è riuscita a ottenere un appuntamento per una visita ginecologica a Pesaro, a 140 chilometri da Fermo. Ancora positiva e con sintomi, è tornata due giorni dopo per l'interruzione chirurgica. "Non so come sarebbe finita se avessi davvero aspettato, se non avessi avuto un’auto o una famiglia che mi aiutava," ha riflettuto Alessandra. "Quello che mi ha spaventata di più è stato trovarmi da sola senza sapere a chi rivolgermi?". Queste testimonianze evidenziano le difficoltà di accesso, l'assenza di percorsi dedicati per pazienti COVID-19 e la necessità di spostamenti onerosi.

La precarietà della situazione è stata confermata da Renata, una donna a Milano che ha scoperto la gravidanza il 23 marzo. "Dalle prime ricerche mi è parso chiaro quale fosse il comune denominatore che avrebbe influenzato ogni mia decisione: l’emergenza sanitaria." La prima chiamata all'Ospedale Buzzi è stata vana, e ha scoperto del servizio sospeso solo tramite passaparola. "Dopo giorni di frustrazione e con il terrore che la legge 194 fosse sospesa, sono riuscita a prendere contatto con l’ospedale Mangiagalli di Milano, senza però ottenere alcun appuntamento." Per ottenere assistenza, ha dovuto recarsi di persona, aspettando ore in fila al freddo, superando nausee e digiuni, e dovendo tornare altre due volte per pre-ricovero e intervento chirurgico. "Quando mi sono state comunicate tre settimane di attesa prima dell’intervento mi è venuto un colpo," ha detto, arrivando dall'essere alla quinta all'undicesima settimana completa di gravidanza. La sua vicenda ha messo in luce non solo le chiusure e le carenze, ma anche la disumanizzazione del percorso in condizioni di emergenza.

Ostacoli Strutturali e la "Crisi nella Crisi"

In Italia, l'aborto è legale da quando Lisa era bambina, grazie alla legge 194 del 1978, ma ancora oggi rimane difficilmente accessibile persino in tempi "normali". Molti medici si rifiutano di prestare il servizio sulla base di una “obiezione di coscienza”. Le statistiche ufficiali del 2018 illustrano che il 69 per cento dei ginecologi e il 46 per cento degli anestesisti a livello nazionale si sono dichiarati obiettori. Le stesse statistiche governative rivelano che in un quarto delle aree elencate, oltre l'80% dei ginecologi e almeno il 60% degli anestesisti sono registrati come obiettori di coscienza. La legge 194 obbliga le autorità a far sì che l'obiezione di coscienza non impedisca l'adempimento delle richieste legali di interruzione di gravidanza, anche se ciò dovesse comportare la ricollocazione del personale. Specifica, inoltre, che il personale sanitario non può negare cure pre o post-aborto.

Interruzione di gravidanza e obiezione di coscienza (Parte 1) - Rebus - 31/10/2021

La crisi “Coronavirus” collocata nella crisi “194” ha dunque aggravato le difficoltà di abortire nei tempi e con le modalità previste dalla legge. Il governo italiano infatti in un primo momento non aveva considerato l’aborto come un servizio sanitario essenziale, perché si riteneva che la necessità di molteplici visite o ricoveri fossero un rischio troppo grande per la salute della donna, così come per quella degli operatori, oltre che gravoso per le strutture che in quel momento erano già sotto sforzo. Il gruppo ultra-conservatore ProVita e Famiglia ha cavalcato l'onda per lanciare una petizione online, chiedendo di bloccare tutti i servizi IVG a livello nazionale dichiarando: “Durante la pandemia, l’aborto non è un servizio essenziale”. Nel pieno della crisi, si è assistito alla chiusura di molti reparti di IVG per lasciare i letti ai contagiati dal virus e i pochi anestesisti non obiettori sono stati destinati alle terapie intensive. Questo, come ha sottolineato Hillary Margolis, ricercatrice esperta sui diritti delle donne a Human Rights Watch, ha fatto luce su ciò che le donne in Italia hanno sempre saputo: la legge dice che possono abortire in modo sicuro e legale, ma in realtà incontrano ostacoli ad ogni passo.

Il processo per ottenere l'interruzione di gravidanza in Italia è un percorso lungo che comporta molteplici visite mediche, inclusa quella per certificare lo stato di gravidanza, la durata della stessa, e il desiderio di interromperla. A meno che il dottore affermi che l'aborto sia necessario e urgente, segue un periodo di attesa di sette giorni, il più lungo in Europa. Spesso ci sono anche attese molto lunghe per ottenere un appuntamento per abortire. Questo ha portato donne come Valentina, che ha cercato un medico per autorizzare ed eseguire il suo aborto a metà marzo in Lombardia, a lamentare: "Dopo tre settimane di malessere, vomito, andando in giro per diversi ospedali, sono andata in [un] ospedale e mi hanno detto, ‘La richiameremo tra sette giorni [d'attesa],’". Lei ha replicato: "Non ho bisogno di sette giorni per pensarci. Sono una madre, lavoro, ho già difficoltà a crescere i miei due figli…". Era intorno alla quinta o sesta settimana e preoccupata di superare il termine legale per il metodo farmacologico.

Aborto Farmacologico: Tra Norme Obsolete e Riforme Necessarie

Un problema chiave, sostengono attivisti ed esperti, sono le linee di indirizzo sull’IVG previste dal Ministero della Salute, che richiedono che le pillole abortive siano somministrate in ospedale. Al contrario di altre nazioni europee, gli aborti farmacologici sono disponibili solo in ospedale, e solo fino alla settima settimana di gravidanza. Questa è una disparità significativa, poiché in vari paesi d’Europa, l’aborto farmacologico è disponibile fino alla nona settimana di gravidanza, in conformità con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. In Italia, invece, l'ultima data possibile è due settimane prima. Secondo l’ultimo dossier ministeriale con i dati del 2017, solo il 18% degli aborti in Italia è avvenuto con metodo farmacologico, il resto sono stati aborti chirurgici. In confronto, l’aborto farmacologico rappresenta il 97% delle IVG in Finlandia, il 75% in Svizzera, e il 68% in Francia.

L'esperienza di Simona, che si è accorta di essere incinta a novembre e ha scoperto che nella sua zona, un agglomerato di comuni intorno a Cernusco sul Naviglio, nei dintorni di Milano, non esistono ospedali che effettuano IVG, né consultori che rilasciano il certificato per accedere al servizio, è emblematica. "Ogni persona con cui parlavo mi dava numeri di altri. Molti mi dicevano di essere obiettori. Sono dovuta andare in un consultorio in provincia di Bergamo, a Osio Sotto per la precisione, per poter fare almeno il certificato per l’IVG,” ha raccontato. Tornata a casa, Simona ha cominciato a chiamare gli ospedali. "All’ospedale di Vimercate mi hanno dato appuntamento solo per consegnare il certificato dopo due settimane. Ero già alla quinta, avevo paura di non arrivare in tempo," ha ricordato. Alla fine è riuscita ad avere un appuntamento a Crema, a 40 chilometri da casa, dovendo recarsi in ospedale quattro volte. "All’ospedale di Crema mi sono trovata bene. Ma è assurdo dover percorrere 40 chilometri. Io avevo i mezzi per farlo, ho internet, ho mio marito, sono riuscita a muovermi. Ma una persona in difficoltà come fa? E se fossi stata positiva?".

L'avvocato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni, prima del diffondersi del virus, aveva già commissionato una ricerca all’istituto SWG, i cui risultati hanno dimostrato che un italiano su tre riteneva necessario facilitare l’accesso alla IVG farmacologica eliminando la raccomandazione del regime di ricovero ordinario. Durante la pandemia, la ginecologa Anna Pompili, co-fondatrice di AMICA, ha dichiarato che “l’attuale emergenza sta riducendo le possibilità di abortire in particolare nel nord Italia.” Dalla sua prospettiva, ginecologi in altre regioni hanno notato tendenze simili, come Marina Toschi, ginecologa dell’Associazione AGITE in Umbria, che ha spiegato a openDemocracy che gli aborti farmacologici sono stati sospesi in numerosi strutture “per evitare molteplici accessi all’ospedale”. Toschi ha anche dichiarato: “Dovremmo evitare in ogni modo qualsiasi intervento chirurgico non necessario… tutto ciò che chiediamo è di aiutare a svuotare le sale operatorie per lasciarle alle cose più serie”.

La situazione è resa ancora più esasperante se alla difficoltà di accedere si aggiunge quella di non poter ricorrere, in emergenza, alla pratica dell’aborto farmacologico (con il farmaco RU 486) perché, secondo la legge n.194, questo prevedeva un ricovero di tre giorni, e ciò andava in contrasto con le raccomandazioni di salute pubblica volte a minimizzare le visite e i ricoveri in ospedale. Le linee guida del Governo che prevedevano un ricovero ospedaliero di tre giorni per l'aborto farmacologico, citavano la preoccupazione per la morte per emorragia, nonostante l'OMS non abbia riscontrato un aumento del rischio associato a una gestione domiciliare dell'aborto farmacologico, e abbia ritenuto che possa aiutare a combattere i rischi associati ad un aborto non sicuro. Le persone intervistate hanno detto che non c'è una base scientifica per il criterio dei tre giorni. Una dottoressa di un ospedale pubblico a Roma ha detto: “I tre giorni sono assolutamente folli,” notando che l'aborto farmacologico nel Lazio si fa in ambulatorio.

Le Voci della Società Civile e le Richieste di Adeguamento

La rete pro-choice RICA (Rete Italiana Contraccezione e Aborto) ha inviato una lettera indirizzata al Ministero della Salute, come racconta Sara Martelli, tra i membri della rete. Attiviste del progetto Obiezione Respinta, che monitora i servizi IVG, hanno ricevuto segnalazioni di accesso ai servizi sempre più limitato da Nord a Sud del paese. Nel mezzo della pandemia, queste attiviste hanno creato un canale su Telegram per condividere informazioni sui servizi ancora disponibili. Secondo Obiezione Respinta, “l’emergenza coronavirus ha peggiorato ancora di più la situazione”.

Tiziana Antonucci, vice presidente dell’associazione non-profit AIED (Associazione Italiana per l’Educazione Demografica), ha sostenuto che “se gli aborti farmacologici fossero disponibili nei consultori, si potrebbe diminuire l’attuale carico degli ospedali”. In passato, tentativi di rendere accessibile l’aborto farmacologico al di fuori di ospedali sono stati ripetutamente respinti, in particolare da politici di destra e movimenti anti-scelta, incluso il gruppo ProVita.

Infografica che confronta le tempistiche per l'aborto farmacologico in Italia e in altri paesi europei

Consapevoli della gravità della situazione, all'inizio di aprile, gruppi non-governativi come LAIGA, Pro-Choice/RICA, l'Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto (AMICA), e l'Associazione Luca Coscioni, hanno scritto alle autorità italiane chiedendo l'estensione dei termini legali per l'aborto farmacologico, l'eliminazione del ricovero di tre giorni, nonché l'uso della telemedicina per consentire accesso remoto all'aborto farmacologico durante la pandemia. L'8 aprile si è mossa anche la SIGO, società di ginecologia e ostetricia che raccoglie le tre associazioni AOGOI, AGITE e AUGUI (rispettivamente di ostetricia e ginecologia ospedaliera, territoriale e universitaria). Ha sollecitato “un maggior ricorso all’aborto farmacologico, a tutela della salute e dei diritti delle donne, così come previsto dalla Legge 194/78″. Ha chiesto quindi di consentire la somministrazione dell’aborto farmacologico con un solo accesso in consultorio o ambulatorio, oppure a casa in supporto di telemedicina, insieme al prolungamento del limite da 7 a 9 settimane di gestazione. Pro-choice RICA (rete italiana contraccezione aborto) aveva richiesto, inizialmente, con una lettera al Ministero della salute, al Presidente del Consiglio e alla Agenzia italiana del farmaco, firmata anche dalle associazioni AMICA, LAIGA e Vita di donna, e con una petizione sottoscritta da intellettuali, parlamentari oltre che da ginecologi, ginecologhe e ostetriche che si trovano ogni giorno in prima linea nell’applicazione della legge 194. A quella petizione nessun rappresentante delle istituzioni ha mai dato seguito.

L'Evoluzione delle Linee di Indirizzo e la Lenta Applicazione Regionale

Il 12 agosto 2020, si è giunti all’emanazione da parte del Ministero della Salute, della circolare di aggiornamento delle Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine. Le nuove Linee di indirizzo hanno aggiornato quelle del 24 giugno 2010 e sono passate al vaglio del Consiglio Superiore di Sanità (CSS) che il 4 agosto 2021 ha espresso parere favorevole al ricorso all’IVG con metodo farmacologico in day hospital, autorizzando la somministrazione al di fuori degli ospedali - eliminando così l’obbligo di ricovero ordinario - ed estendendo il limite per la somministrazione del farmaco da 7 a 9 settimane. Questo è stato un importante passo avanti, nel pieno rispetto della legge n.194 che da quando è entrata in vigore, nel 1978, ha riconosciuto alla donna il diritto di poter ricorrere alla IVG solo in una struttura pubblica. Successivamente al parere del CSS l’Agenzia Italiana del Farmaco ha emanato la Determina n. A un anno dalla pubblicazione delle nuove Linee di indirizzo sull’aborto farmacologico da parte del Ministero della Salute, solo Toscana, Lazio, Emilia-Romagna e Umbria hanno recepito formalmente le indicazioni ministeriali. Il cammino dell’aborto farmacologico procede lentamente in Italia. La fatica con cui si fa strada il ricorso a questo tipo di procedura è peraltro solo uno degli aspetti in cui si manifesta l’arretratezza dei servizi sanitari italiani in materia di IVG. Infatti il Ministero non ha incluso la telemedicina per l’aborto farmacologico nelle Linee di indirizzo promulgate ad agosto 2020, contrariamente a quanto richiesto dalla Sigo durante la fase più critica dell’emergenza pandemica. Ciò dimostra quanto l’Italia fatichi a stare al passo con i tempi rispetto a tanti altri paesi. L’aborto farmacologico in day hospital è una potente arma contro il sovraffollamento degli ospedali e l’obiezione di coscienza.

Diagramma di flusso semplificato del nuovo percorso IVG farmacologico in day hospital

La Telemedicina: Una Soluzione Ignorata in Italia, Adottata Altrove

Una possibilità per accorciare i tempi ed eliminare i viaggi potrebbe essere l’aborto in telemedicina, ossia un’interruzione volontaria di gravidanza con metodo farmacologico a casa, assistita dal medico a distanza, tramite videoconferenze o telefonate. Questa è una pratica riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità tra quelle utili per garantire i servizi sanitari essenziali. Durante la prima ondata della pandemia di COVID-19, per far fronte alle difficoltà causate dall’emergenza sanitaria alcuni paesi, come Inghilterra, Galles, Scozia e Francia, hanno introdotto questa modalità. In altri, per esempio in Svezia e in Danimarca, è già praticata da anni. A distanza di mesi dall’inizio della sperimentazione, i ginecologi britannici hanno affermato che la telemedicina ha allargato l’accesso al servizio, ha ridotto i tempi in cui normalmente venivano interrotte le gravidanze e ha evitato grossi spostamenti durante la pandemia. Quando possibile, le donne hanno scelto l’aborto telemedico a casa: lo scorso aprile le interruzioni di gravidanza non chirurgiche sono aumentate moltissimo, e alla fine di giugno avevano superato la metà del totale.

In Italia si discute da tempo di telemedicina, e recentemente l’assistenza da remoto è entrata a far parte del Servizio Sanitario Nazionale. Tra le prestazioni previste, ci sono la televisita, il teleconsulto medico, la teleconsulenza medico-sanitaria, la teleassistenza, la telerefertazione. Ma non l’interruzione volontaria di gravidanza. Eppure già ad aprile 2020, quando sono emersi i primi problemi con il servizio di IVG, la Società italiana di ginecologia e ostetricia (Sigo) aveva raccomandato di estendere l’aborto farmacologico prevedendo una procedura “totalmente da remoto, monitorizzata da servizi di telemedicina”. Secondo la ginecologa Marina Toschi, "è l’opzione più logica in vista di un altro anno di COVID-19. Perché continuare a mandare la gente in ospedale, dove rischia di ammalarsi? Molte donne vorrebbero prendere le pillole a casa, lo chiedono. La resistenza è ideologica: come sempre si teme di dare troppa libertà alle donne. Ma in questo modo l’unica cosa che si ottiene è incoraggiare il ricorso all’aborto clandestino”.

Illustrazione che mostra una donna che consulta un medico tramite videochiamata, simboleggiando la telemedicina per IVG

Nel marzo 2022 l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha aggiornato le proprie Linee guida in materia di aborto dalle quali emerge come ogni anno si registrino almeno 25 milioni di aborti non sicuri con 39 mila decessi annuali. L’aggiornamento dell’Abortion Care Guideline rispetto alle precedenti del 2012 contiene una specifica sul ruolo dell’aborto telemedico. Le raccomandazioni coprono tutti gli ambiti rilevanti nell’Abortion Care: legge e politica, fornitura di servizi, operatori sanitari e servizi clinici. Le linee guida rispetto alle precedenti si concentrano molto di più sui diritti umani assumendo un approccio globale all’aborto. Già nel 1997, l’Oms definiva la telemedicina come «l’erogazione di servizi sanitari quando la distanza è un fattore critico, per cui è necessario usare, da parte degli operatori, le tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni». In Italia, la telemedicina è entrata a far parte del Sistema sanitario nazionale (SSN) nel 2020, grazie all’accordo nell’ambito della Conferenza Stato-Regioni «Indicazioni nazionali per l’erogazione di prestazioni in telemedicina». Nonostante queste premesse, il Ministero non ha incluso la telemedicina per l'aborto farmacologico nelle Linee di indirizzo promulgate ad agosto 2020.

Il Ricorso ai Servizi Online: Women on Web

Una delle prime esperienze di IVG in telemedicina è Women on Web, un’organizzazione non profit fondata nel 2005 dall’attivista olandese Rebecca Gomperts che si occupa di gestire il servizio fuori dalle legislazioni nazionali, nei paesi in cui l’IVG è fortemente limitata o illegale. Sul sito sono predisposti dei questionari che le utenti compilano e che poi vengono valutati dalle ginecologhe dell’organizzazione. In assenza di controindicazioni, le dottoresse prescrivono le pillole, le inviano via posta e poi monitorano telematicamente le pazienti fino alla fine del percorso. Durante l’emergenza sanitaria le richieste a Women on Web sono aumentate drasticamente in tutto il mondo. Anche in Italia, secondo una ricerca dell’Università del Texas ad Austin sull’accesso all’IVG durante la pandemia, dal 10 marzo c’è stato un incremento del 68 per cento dei contatti al sito rispetto a quanto ci si sarebbe aspettato. Abigail Aiken, autrice dello studio, spiega: “Crediamo che dipenda dal fatto che abortire è diventato più difficile durante la pandemia, perché le persone non potevano viaggiare o andare in ospedale senza rischiare di contagiarsi”.

Quando chiamano donne da paesi come l’Italia, dove l’aborto non è illegale ma ci sono difficoltà, le operatrici chiedono sempre perché si rivolgono a loro e non seguono i percorsi istituzionali. "Quasi sempre si tratta di problemi legati agli alti tassi di obiezione di coscienza in alcune zone o questioni personali, come un partner abusante, ragioni economiche e l’impossibilità di perdere un giorno di lavoro,” ha detto un’attivista che gestisce l’help desk italiano e vuole rimanere anonima. Nel 2019, secondo i dati raccolti da Women on Web, sono state 473 le donne che si sono rivolte al servizio online: il 47,3 per cento non volevano confessare l’aborto alla loro famiglia, il 19,1 non poteva lasciare da soli i figli, il 17,8 aveva problemi a saltare il lavoro o la scuola. Tra le testimonianze raccolte: “Sono sola e disperata. Senza lavoro e con mia madre gravemente malata. Non posso andare lontano da casa e non so davvero cosa fare. Per favore aiutatemi”; “L’ospedale è lontano da dove vivo e non ho mezzi di trasporto”; “Sono incinta, disoccupata e agli arresti domiciliari”; “Mio marito e la sua famiglia sono molto religiosi, non possono sapere che voglio abortire”. Negli ultimi mesi, ha spiegato l’attivista di Women on Web, “il problema è stato il COVID-19: molte ci hanno detto che erano positive, non potevano uscire oppure l’ospedale aveva sospeso il servizio. Così si sono rivolte a noi”.

Una ricerca del 2021 condotta da Karin Brandell nei primi mesi di lockdown, ha evidenziato un aumento delle richieste del 12% nei primi 9 mesi di pandemia rispetto all’anno precedente. Le richieste fatte da adolescenti sono il dato più cospicuo: in Italia, infatti, le persone minorenni devono avere il permesso di entrambi i genitori o di un giudice tutelare per poter accedere all’IVG e questo è spesso un ostacolo determinante. Secondo i dati raccolti da Women on Web, i numeri sono significativi: 606 richieste nel 2021, 545 richieste nel 2022 e 172 richieste nei primi 4 mesi del 2023.

Impatto sulle Donne Vulnerabili e Mancanza di Informazioni

La difficoltà di accesso all'aborto durante la pandemia ha danneggiato maggiormente le donne più povere e marginalizzate. Eleonora, attivista di Obiezione Respinta, ritiene che questa situazione danneggi maggiormente le donne più povere: “Si dà per scontato che le persone abbiano un’auto propria, la possibilità di prendersi quattro giorni di permesso dal lavoro per spostarsi. E poi i tempi lunghi fanno sì che spesso le donne abortiscano vicino al termine per farlo. Non è di poco conto: l’aborto non è rinviabile”. Le restrizioni agli spostamenti hanno inibito l'accesso all'aborto. Nelle aree dichiarate “zone rosse”, le persone potevano muoversi da casa per emergenze sanitarie, ma dovevano fornire una giustificazione alle autorità se fermate e potevano essere multate in caso di violazioni. Silvana Agatone, Presidente della Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della legge 194 (Laiga), ha detto che donne del nord Italia hanno iniziato a contattarla a febbraio per chiedere aiuto per trovare servizi locali che erano ancora operativi perché viaggiare era impossibile. "Elisabetta", 28 anni, ha detto che le restrizioni agli spostamenti hanno peggiorato le sue difficoltà a trovare una struttura in Lombardia per l'interruzione di gravidanza: “Ho cominciato a provare ansia perché ero in una zona rossa.”

Una delle prime problematiche per chi ha dovuto abortire in piena emergenza COVID-19, è stata la mancanza di un sito istituzionale in cui fossero raccolte tutte le informazioni necessarie. Dove andare, a chi chiedere aiuto e come muoversi. "Una maratona telefonica per avere risposte," questo il racconto delle donne. Molte segnalazioni hanno evidenziato la mancanza di autonomia, con molte ragazze tornate a casa dalle famiglie. Poi c’è la paura di uscire di casa, di andare in ospedale, il luogo meno sicuro dove andare se non si è malate. "E nonostante ciò per abortire bisogna fare un iter assurdo, con servizi che sono stati ridotti o trasferiti ma senza una buona comunicazione all’utente," ha sottolineato Eleonora Mizzoni di Obiezione Respinta. La dott.ssa Suzanne Mbiye Diku, ginecologa di Roma, ha detto: “Durante il lockdown, le Società di ginecologi hanno dovuto interpretare le indicazione del governo, e ciò ha richiesto tempo… Abbiamo perso settimane…. Io stessa ho avuto almeno tre o quattro casi di donne arrivate troppo tardi.” La mancata centralizzazione di informazioni sui servizi disponibili ha portato a confusione e ritardi. Sara Martelli, coordinatrice della campagna Aborto al sicuro per l'Italia e membro della Rete italiana per la contraccezione aborto (Pro-Choice/Rica), ha detto che attiviste e donne hanno dovuto determinare autonomamente dove i servizi fossero rimasti in funzione. “Tutte queste informazioni sono state raccolte attraverso telefonate, passaparola, e attraverso le persone che lavoravano in queste strutture,” ha detto Martelli a giugno. “È inaccettabile che non ci sia accesso a queste informazioni.” In alcune zone, i medici di base facevano obiezione sui certificati che attestano lo stato di gravidanza e la volontà di abortire. Questa obiezione, però, non è prevista per legge.

Grafico a barre che mostra l'aumento delle richieste di aiuto per IVG durante il periodo COVID-19

Il Contesto Internazionale e le Lezioni Non Apprese

Mentre in una situazione di emergenza nazionale e internazionale gli interventi chirurgici - talvolta - vengono effettuati solo per i pazienti in pericolo imminente di vita, in Italia si è continuato imperterriti a sopprimere i bambini nel grembo materno e a considerare la pratica abortiva come se fosse un servizio essenziale, indifferibile e urgente, secondo il parere di alcuni, come Jacopo Coghe, vicepresidente di Pro Vita & Famiglia. La scelta di non interrompere le pratiche di aborto, inoltre, è stata considerata da alcuni una vera e propria ipocrisia, nel momento in cui sono tantissimi gli appelli a fare ognuno la propria parte per ridurre il numero di contagi e quindi di morti.

Neil Datta, segretario del forum parlamentare europeo sui diritti sessuali e riproduttivi ha commentato: “È assurdo che alle donne in Italia venga negato l’accesso all’aborto farmacologico solo perché ci si attiene ancora a regole burocratiche obsolete”. “Altri paesi,” ha continuato, “non richiedono che le donne si rechino negli ospedali occupando tempo prezioso dello staff medico”. Secondo Datta, i governi devono assicurare l’accesso ai servizi IVG adesso, “perché queste donne non possono aspettare fino alla fine della pandemia”.

Se all’indomani della chiusura dei reparti, Stati come la Francia hanno regolamentato l’accesso all’aborto telemedico, in Italia al contrario durante tutto il primo periodo pandemico associazioni e movimenti hanno denunciato le difficoltà di accesso, mentre il contrattacco antiabortista ha usato la retorica dell’occupazione «inutile» di posti letto per la propria battaglia contro l’interruzione volontaria di gravidanza. Dopo l’esperienza pandemica molti stati hanno optato per mantenere la possibilità di accesso tramite telemedicina e altri, come la Nuova Zelanda, vi hanno costituito vere e proprie riforme. Quella dell’accesso all’aborto telemedico è un argomento che si interseca inevitabilmente con l’aborto farmacologico, al dibattito retorico che si è costruito sulla sua sicurezza nonché a un ribaltamento della tradizionale «sorveglianza medica».

Confronto tra l'approccio italiano e quello di altri paesi europei all'IVG durante la pandemia

Dai contesti dove l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza è illegale o fortemente ostacolato, arrivano alcune delle esperienze di pratiche di mutualismo e autogestione più importanti. In particolare, in America Latina è possibile ricostruire una lunga genealogia di accompagnamento all’aborto da parte di organizzazioni femministe/transfemministe, che hanno contribuito a diffondere conoscenza sull’uso abortivo del misoprostolo. In Brasile, ad esempio, dove l’aborto è tutt’ora pesantemente limitato, le ricerche scientifiche fanno risalire la diffusione popolare di questa pratica già all’inizio degli anni Novanta, presto estesasi al di fuori dei confini nazionali. Il misoprostolo, a differenza del mifepristone utilizzato esclusivamente per scopi abortivi, è un farmaco più facilmente reperibile, dati i suoi svariati utilizzi. Nel tempo, è diventato uno strumento di cui appropriarsi per tentare di cambiare le condizioni di accesso all’aborto, soprattutto in quei contesti in cui le restrizioni legali costringono le persone a pratiche non sicure e con elevati costi economici e sociali.

La necessità di ricorrere all’aborto è aumentata negli ultimi anni, sulla scia della pandemia COVID-19, che se da una parte ha generato incertezze economiche, dall’altra ha contribuito unitamente a tante altre problematiche sociali ad aggravare condizioni già esistenti di marginalità e vulnerabilità, senza parlare dell’aumento delle violenze domestiche, delle condizioni precarie di salute o di positività al COVID-19. La possibilità di abortire nel luogo in cui si vuole e di farlo in sicurezza attraverso un farmaco esprime una potenza trasformatrice capace di dare forma reale al diritto di autodeterminazione.

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