L'Aborto e la "Bussola Smarrita": Quando i Dati Vengono "Truccati" per Orientare il Dibattito

Nell'attuale panorama dell'informazione, la campagna contro le "fake news", le notizie false che popolano la rete, ha assunto un'importanza crescente. Tuttavia, un'analisi approfondita rivela che il suo vero obiettivo potrebbe essere ben più mirato di quanto appaia. Come svelato dal New York Times, ovvero il giornale americano punto di riferimento per il mondo liberal, che da tempo combatte una battaglia contro le fake news, «chi è contro l'aborto diffonde false notizie». Questa affermazione suggerisce che anti-abortisti, critici della teoria del riscaldamento globale antropogenico e contrari alle vaccinazioni, insomma tutti coloro che non seguono il politicamente corretto, sono il vero obiettivo del furore anti-fake news.

Sull’onda di questa campagna anti-Trump, certamente un campione di scorrettezza politica, si è cominciato a porre il problema più ampio di come bloccare sui social network la circolazione delle fake news, che metterebbero a rischio la democrazia. Ed ecco infatti ora un articolo del New York Times che ci lascia intravedere il reale obiettivo: eliminare ogni voce di opposizione alla dittatura del politicamente corretto. A cominciare da chi si oppone all’aborto. Questa tendenza inizia, ancora una volta, dall’ultima campagna elettorale per la Casa Bianca, la sconfitta evidentemente non è stata ancora digerita, prendendosela con un articolo di Mad World News che esponeva la realtà drammatica dell’aborto a nascita parziale - per cui la Clinton è favorevole - e affermava che è praticamente impossibile la situazione in cui ci sia davvero da scegliere tra la vita della madre e la vita del figlio. Un altro sito nel mirino del New York Times è LifeNews.com, che ha centinaia di migliaia di lettori, e ancora il sito dell’organizzazione Live Action, accusata di aver pubblicato un articolo in cui si spiega la relazione che c’è fra aborto procurato e l’insorgere di tumori al seno.

Il giornale americano pare suggerire che, visto che il popolo lasciato a se stesso trova più interessante seguire i siti pro-life e pro-family, al “regime” si chieda di far tacere queste voci. Normalmente già adesso la neutralizzazione di certe posizioni scorrette - ad esempio sui canali You Tube - avviene attraverso l’impedimento di far fruttare commercialmente i milioni di click. Tuttavia, l’autrice dell’articolo, Rossalyn Warren, militante per i diritti delle donne, riconosce in questo caso una difficoltà: i siti pro-life, infatti, non hanno interessi economici sui loro post, quindi l’arma economica per fermarli è spuntata.

L'Affermazione del New York Times sull'Italia: Una "Fake News" Rivelata

Già così la posizione del New York Times risulta più che inquietante, ma il giornale americano ha voluto andare oltre. Così il 13 novembre ha pubblicato un articolo che riguarda l’aborto in Italia sostenendo che è «un diritto negato». Ovviamente, la narrazione additava come causa principale la grande percentuale di medici obiettori di coscienza, e anche della Chiesa cattolica che sostiene questa posizione. Questa sì che è una fake news: abbiamo più volte dimostrato, dati alla mano, che in Italia qualsiasi donna lo voglia può abortire, e che quello dei medici obiettori è un falso problema. La strategia è chiara: la necessità di eliminare le fake news non si baserà sulla verifica dei contenuti effettivi, ma sull’autorevolezza delle fonti, ovviamente stabilita da chi detiene il potere. In tal modo, il New York Times, per auto-definizione, offre notizie vere (anche quando, come abbiamo visto per Italia e obiezione di coscienza, sono palesemente delle fake news) quindi meritevoli di pubblicazione e massima diffusione; mentre siti e pagine che non si piegano alla logica del politicamente corretto, devono essere spazzati via.

The New York Times logo over a background of fact-checking and disinformation themes

Le Statistiche Sull'Aborto Clandestino: Un Mito Smontato da Evidenze Scientifiche

Il dibattito sull'aborto è spesso infiammato da cifre e statistiche la cui accuratezza è messa in discussione. Il medico e bioeticista dell'Università di Oxford, Calum Miller, in uno studio pubblicato su Mdpi e in un articolo sul Journal of Medical Ethics, mostra la falsità delle statistiche sugli aborti clandestini diffuse - anche da Amnesty - in vari Paesi per legalizzare l'aborto. La questione se le cifre sulle morti dell’aborto illegale siano falsificate e gonfiate era già chiara in campo pro-vita, ma ora a dimostrarlo nei fatti è anche un articolo su un blog del Journal of Medical Ethics (gruppo British Medical Journal) scritto dal professor Calum Miller, che riprende un suo studio (pubblicato su Mdpi) sulla mortalità materna e il dibattito sull’aborto in Malawi.

Più volte le lobby dell’aborto hanno mentito, e continuano a mentire, con cifre assurde sugli aborti clandestini e la loro incidenza sulle cause di mortalità materna. Il ricercatore Calum Miller, medico e bioeticista all’Università di Oxford, smonta empiricamente le falsificazioni statistiche e massmediatiche che le lobby abortiste, ma anche alcune istituzioni mediche internazionali, hanno diffuso a favore della legalizzazione dell’aborto nel mondo. Il punto di partenza della sua ricerca e analisi dei dati sul caso Malawi è molto semplice: l’aborto illegale o clandestino è comune? La risposta che emerge dallo studio è chiarissima e fondata: l’aborto clandestino è cento volte meno frequente di quanto è stato sbandierato dai gruppi abortisti. “Ho scoperto, in modo dimostrabile, quanto spesso queste statistiche sono travisate o fabbricate, anche a livelli professionali d’élite”, ha dichiarato il professor Miller.

Nello studio, intitolato “Morti per aborto illegale: non così comuni o prevenibili come si pensa” (Backstreet abortion deaths: not as common or preventable as thought), si dimostra come i principali argomenti a favore della depenalizzazione e legalizzazione dell’aborto siano solo facili slogan fuorvianti, falsi e fondati su manipolazioni della realtà e dell’evidenza scientifica, statistica e medica. Esistono prove empiriche schiaccianti, che dimostrano come vietare l’aborto riduca il numero delle morti materne, oltre che ovviamente ‘azzeri’ o quasi il numero degli omicidi di bambini concepiti. L’ultimo esempio significativo è quello delle leggi restrittive del Texas che hanno ridotto, da settembre a novembre, del 50% gli aborti nello Stato. Tra l’altro, il fatto che l’aborto sia legale, come ricorda il caso del dottor Kermit Gosnell, il più grande serial killer di bambini concepiti della storia degli Stati Uniti, non impedisce per nulla la proliferazione di cliniche abortive illegali.

Si potrebbe però obiettare che solo pochi mesi fa, lo scorso settembre, era stata la Federazione Internazionale di Ginecologia e Ostetricia (Figo) ad affermare come gli aborti non sicuri rappresentino il 13% della mortalità materna globale. Tuttavia, questo organismo ha preso i propri dati, come dimostra Miller, “dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che in realtà pone la cifra tra il 4,7 e il 13,2 per cento”. In molti casi, le statistiche sono semplici travisamenti come questo esempio dimostra, di solito confondono le morti per l’aborto spontaneo con quelle provocate dall’aborto indotto. Tuttavia, scrive Miller, “in alcuni casi le statistiche sembrano essere completamente inventate”. Per esempio, a ridosso delle votazioni per la legalizzazione dell’aborto in Argentina, Amnesty International ha diffuso la notizia che nel Paese fossero praticati almeno 400.000 aborti clandestini all’anno. Similmente, il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists britannico, pro-aborto, ha recentemente twittato un’affermazione del Telegraph secondo cui 12.000 donne in Malawi morirebbero ogni anno a causa di aborti non sicuri.

Aborto: legge, diritti, limiti. Un'analisi oggettiva

Legalizzazione dell'Aborto e Mortalità Materna: Un Legame Contestato

Il professor Miller non lascia spazio alle polemiche, ma fa parlare i fatti: l’aborto legale non riduce la mortalità, anzi la può aumentare. È questo il caso di Paesi come “il Ruanda, i Paesi Bassi e l’Etiopia, dove la mortalità o la morbilità da aborto è aumentata dopo la liberalizzazione”; caso opposto, e virtuoso, quello di Paesi come il Cile e la Polonia, “la cui mortalità per aborto e mortalità materna ha continuato a diminuire dopo che l’aborto è stato criminalizzato”. Tutto ciò avviene per diverse ragioni, ma c’è una costante dei molti Paesi considerati nella ricerca di Miller: “La legalizzazione dell’aborto aumenta gli aborti”. Il primo ragionamento, che la legalizzazione dell’aborto abbia migliorato la salute materna e ridotto la mortalità materna, è falso, come mostrato sopra: sono molte di meno le donne disposte a ricorrere all’aborto illegale, e quelle che ricorrono all’aborto legale, per effetto della legalizzazione, sono via via più numerose negli anni successivi alla legalizzazione, se altri fattori non entrano in gioco per invertire la tendenza. Il secondo ragionamento effettua un paragone errato tra paesi che hanno situazioni sociali molto diverse. In realtà la mortalità materna dipende ampiamente da altri fattori, come il livello di assistenza medica generale e la sua diffusione sul territorio, il livello di istruzione, il livello di povertà, l’accesso all’acqua potabile e così via.

Sono stati realizzati due cosiddetti “esperimenti naturali” sul rapporto tra la legalizzazione dell’aborto e la mortalità materna. Sono i primi studi che hanno valutato l’effetto di un cambiamento di legislazione in tema di aborto su un lungo periodo di tempo, controllando molteplici fattori concorrenti. Il primo è uno studio pubblicato sulla rivista americana PlosOne nel 2012 sulla situazione in Cile, paese dove vige un sostanziale divieto di aborto dal 1989. In Cile vi è stata una diminuzione del 94% della mortalità materna dal 1957 al 2007, e nel 2008 il Cile era il secondo (migliore) paese per livello di salute materna nel continente americano. Dopo la proibizione dell’aborto nel 1989, la mortalità materna continuò a diminuire rapidamente. La modifica legislativa del 1989 non ebbe effetti statisticamente rilevabili sulla curva della salute e mortalità materna. Attualmente la morte per aborto (anche clandestino) in Cile è un evento rarissimo. Anzi, negli ultimi anni, in Cile anche gli aborti clandestini sono diminuiti di circa il 33% dal 2001 al 2011, secondo le migliori approssimazioni.

Il secondo “esperimento naturale” è stato pubblicato sul British Medical Journal nel 2015 e riguarda la relazione tra mortalità materna e le leggi sull’aborto nei diversi Stati del Messico. Si osservò meno mortalità materna in Stati con leggi meno permissive. Questi Stati tuttavia avevano anche migliori parametri rispetto all’istruzione, assistenza sanitaria, ecc. In realtà le leggi sull’aborto in sé non mostrarono una causalità significativa rispetto alla mortalità, né in positivo né in negativo. Esistono anche casi in cui un aumento della mortalità materna è associata all’avvenuta legalizzazione dell’aborto. Fuori dal Sudamerica, un paese occidentale come l’Irlanda ha notoriamente una bassa mortalità e buona salute materna. Uno studio comparativo del 2013 pubblicato sul Journal of American Physicians and Surgeons mette in rapporto la mortalità materna e la salute neonatale in Irlanda (dove l’aborto è sostanzialmente proibito) con quelle dell’Inghilterra (aborto ampiamente permesso). Lo studio mostra una migliore salute neonatale e materna in Irlanda (mortalità materna 3/100.000) che in Inghilterra (6/100.000), nel decennio 2003 - 2013. Secondo i dati dell’OMS riferiti all’anno 2015, il tasso di mortalità materna in Polonia è il più basso al mondo, stimato a 3/100.000, insieme ai tassi riscontrati in Finlandia, Islanda e Grecia.

Aggiungiamo che, se il divieto o la legalizzazione dell’aborto non sembrano avere di per sé un effetto sulla mortalità materna, questo è vero quando si considera la mortalità direttamente causata da complicazioni della gravidanza, del parto o dell’aborto (di solito entro 48 ore). Ricordiamo infine che per valutare in modo completo le relazioni tra tassi di mortalità e legalizzazione/divieto di aborto bisognerebbe considerare la “mortalità” a 360 gradi, cioè rispetto a tutti gli esseri umani coinvolti nell’aborto. In questa ipotesi il bilancio della legalizzazione è ancora più impietoso: con l’aborto muore comunque e sempre almeno un essere umano, il figlio o la figlia della madre.

La Legalizzazione e L'Aumento del Numero di Aborti: Un Fenomeno Sottovalutato

In occasione dei 40 anni dalla legalizzazione dell’aborto in Italia, un documento sulle fake news degli abortisti diffuso da ProVita Onlus, nell'ambito di una campagna di sensibilizzazione, ha offerto una risposta a due delle argomentazioni più frequenti in tema di legalizzazione dell’aborto. È falso che la legalizzazione dell’aborto riduca il numero di aborti. In realtà, la legalizzazione dell’aborto di per sé provoca l’aumento notevole e lineare del numero di aborti per un periodo di tempo lungo. Tutto ciò porta logicamente ad un aumento del numero di aborti: sia del numero di donne che decidono di ricorrere all’aborto, che del numero medio di aborti praticati per donna. Le cifre sugli aborti clandestini in Italia fornite prima della legalizzazione erano incredibilmente gonfiate. Nel 1971 il Psi presentò una proposta per l’introduzione dell’aborto legale affermando che vi erano tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno morivano a causa di questi interventi. Nel libro Da Erode a Pilato (Marsilio, 1973), di Giuliana Beltrami e Sergio Veneziani, si sostiene che vi sono donne “che hanno abortito già dieci, venti volte”, in modo clandestino e che vi siano nientemeno che “quattro aborti per ogni nascita”.

L’unico studio serio in quegli anni fu quello dei professori Bernardo Colombo, Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi, demografi e statistici dell’Università di Padova, intitolato La diffusione degli aborti illegali in Italia (1977), con il quale si mostrò la totale infondatezza di tali cifre. Del resto, se l’anno successivo alla legalizzazione gli aborti (allora “accessibili, legali e sicuri”) furono 187 mila, è realistico ritenere che gli aborti clandestini annuali precedenti - quando si presume fossero più pericolosi, meno accessibili e vietati - fossero solo una frazione di quel numero. Dopo la legalizzazione dell’aborto in uno Stato, l’effetto normale è l’aumento forte e costante del numero di aborti per lungo tempo. Qualche esempio emblematico può essere trovato nel Distretto della Città del Messico dove si legalizzò l’aborto nel 2007. Da 4729 aborti in quell’anno si arrivò a circa 12000 nel 2008, e a più di 20200 nel 2011. Di solito si osserva una riduzione solo dopo 15 o 20 anni, quando la fertilità è diminuita di molto.

Da questo punto di vista l’Italia costituisce una parziale eccezione. La legalizzazione dell’aborto ne ha comunque aumentato il numero, crescendo in modo lineare dal 1978 al 1982. Le interruzioni di gravidanza sono cresciute notevolmente già subito dopo il 1978: 68.000 aborti nel 1978; 187.752 nel 1979; 220.263 nel 1980, 224.377 nel 1981; 234.377 nel 1982. Tuttavia, l’effetto è stato molto più breve del normale. Fattori diversi - evidentemente indipendenti dalla legalizzazione, considerato quanto appena esposto - hanno contribuito alla diminuzione del numero di aborti dal 1983 in poi. Tra i tanti fattori, in Italia probabilmente l’effetto della riduzione della fertilità è stato più veloce che altrove: l’Italia è uno dei paesi con fertilità più bassa al mondo. Si può ipotizzare che la tendenza al rialzo del numero di aborti cominciata nell’anno della legalizzazione e finita poi nel 1982 sia stata rapidamente neutralizzata dal crollo della fertilità. Tuttavia, ci sono certamente altri fattori che hanno influito non solo sul numero di aborti in senso assoluto ma anche sulla riduzione dei tassi di abortività: probabilmente una maggiore consapevolezza e conoscenza della vita prenatale, ma anche la diffusione delle varie “pillole”. Le statistiche solitamente si riferiscono agli aborti chirurgici mentre non viene preso in considerazione l’effetto delle pillole anti-nidatorie e micro-abortive, la cui diffusione sempre più massiccia ha caratterizzato gli ultimi decenni. Di norma, invece, l’aumento nel numero di aborti si manifesta per molto più tempo dopo la legalizzazione.

Aggiungiamo un'altra osservazione importante: la legalizzazione operata dalla 194 non ha nemmeno portato alla scomparsa degli aborti clandestini in Italia come fenomeno socialmente rilevante. Vengono stimati tutt’ora, secondo l’Istituto Superiore della Sanità (dati del 2012), circa 15 mila - 20 mila aborti clandestini l’anno. Perciò non sappiamo neppure se o di quanto gli aborti clandestini siano diminuiti dagli anni precedenti la legalizzazione al giorno d’oggi. Sembra di poter affermare invece che gli aborti clandestini si riducano più efficacemente non con la legalizzazione ma con i programmi di assistenza alle mamme, promossi soprattutto dalle associazioni e dalla società civile. In Cile, ad esempio, paese con una legge molto restrittiva sull’aborto, l’effettività di questi programmi di aiuto rispetto alla diminuzione dell’intenzione di aborto clandestino è dimostrata essere altissima: circa dell’86%, persino nei casi più drammatici, in cui la gravidanza è risultato di uno stupro.

L'Eccezione Italiana o la Progressiva Banalizzazione dell'Aborto?

Un articolo di Avvenire indica l’Italia come un’eccezione rispetto ad altri Paesi europei, in quanto gli aborti ufficiali diminuiscono. In un breve articolo pubblicato da Avvenire giovedì 19 ottobre, Francesco Ognibene ha commentato i dati relativi agli aborti legali in Italia nel 2021, comparandoli con quelli di altri Paesi europei. I dati ufficiali mostrano un calo nel nostro Paese che viene contrapposto ai valori assoluti in crescita di Francia, Spagna, Portogallo e Inghilterra. Ognibene ne deduce una «eccezione italiana che, malgrado ogni pressione in senso contrario, continua a considerare l’aborto l’extrema ratio là dove per altre culture è routine, se non diritto: un contraccettivo come un altro». Le «analisi accurate» dei dati relativi all’Italia auspicate da Ognibene, in realtà, non mancano. L’Osservatorio Permanente sull’Aborto (osservatorioaborto.it), nel suo secondo Rapporto, ha analizzato i dati fino al 2020. La tendenza del 2021 non è infatti una novità, considerato che gli aborti ufficiali diminuiscono in Italia ormai da molti anni.

Tale diminuzione è innanzitutto conseguenza della diminuzione della popolazione femminile in età fertile. L’altro fattore che spiega il calo degli aborti “ufficiali” (rimane infatti un importante numero di aborti clandestini, che sempre più si stanno trasformando in aborti “fai da te” mediante farmaci) è la diffusione di tutte le forme di contraccezione, molte delle quali hanno anche un effetto abortivo. Sicuramente possono averlo le pillole “del giorno dopo” e “dei cinque giorni dopo”, la cosiddetta contraccezione di emergenza, come ha recentemente mostrato, letteratura scientifica alla mano, il professor Giuseppe Noia in un suo contributo che si può liberamente scaricare dal sito dell’Osservatorio.

In Italia l’aborto è sì una “extrema ratio” ma non nel senso di cui parla Ognibene. Anche in Italia, purtroppo, è diventato “un contraccettivo come un altro”: quando tutte le altre forme di contraccezione, più o meno abortive, hanno fallito si ricorre all’aborto legale, contro la stessa lettera della Legge 194 (articolo 1). È quanto onestamente ammette l’Istituto Superiore di Sanità nel suo sito web, usando la stessa espressione latina (sia pure italianizzandone l’aggettivo): «… nella maggioranza dei casi una estrema ratio, in seguito al fallimento dei metodi impiegati per evitare la gravidanza». Tanti sono i motivi di questa progressiva banalizzazione, di questa privatizzazione dell’aborto, ma certo la causa prima è la Legge 194. Che oltre ad aumentare il numero totale di aborti volontari in Italia (clandestini più legali), ha educato e ancora oggi educa il senso comune al diritto degli adulti di disporre come si vuole di qualsiasi gravidanza che si teme o si conosce già iniziata, ad ogni costo.

L’Italia è tristemente in linea con i Paesi europei citati da Ognibene e il suo malinconico trend demografico è lì a dimostrarlo. Se proprio si volessero cercare eccezioni nel panorama europeo si dovrebbe guardare a Paesi come Polonia e Ungheria, dove le politiche hanno cominciato, sia pure timidamente, a scoraggiare l’aborto legale e a sostenere la natalità. Che in una minoranza di italiani sia ancora presente una “cultura della vita” è fortunatamente vero. Questo purtroppo non spiega, se non marginalmente, il calo degli aborti registrati dalle statistiche ma rappresenta un elemento di speranza: la battaglia per riconoscere il diritto alla vita dei bambini è ancora in corso. A Modena, per la prima volta in Italia, si stanno svolgendo i “40 Giorni per la Vita”. In tutto il Paese si stanno raccogliendo le firme per presentare in Parlamento la proposta di legge “Un cuore che batte”, con l’obiettivo di mettere nuovamente al centro del dibattito sull’aborto il bambino. E il lavoro silenzioso dei volontari dei Centri di Aiuto alla Vita (Cav) continua a salvare bambini. Anche senza cascare nella trappola delle illusioni statistiche, si può comunque sperare in una vera inversione di tendenza.

Mappa dell'Europa che evidenzia le tendenze demografiche e i tassi di natalità in vari paesi

La Legge 194 in Italia: Dati Opachi e Difficoltà di Applicazione

La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza compie 44 anni. Ma troppo spesso rimane sulla carta. L’ultima relazione al Parlamento sullo stato di applicazione della legge 194 è stata pubblicata nel settembre 2021 e riporta i dati definitivi relativi agli aborti volontari eseguiti ben due anni prima, nel 2019, nonché i dati provvisori relativi al 2020. Come nelle precedenti edizioni, una parte della relazione è dedicata all’ormai solita litania nella quale si ribadisce che, nonostante le percentuali altissime, l’obiezione di coscienza non è un problema, se non in alcune aree ristrette del Paese, e che il carico di lavoro che ciascun ginecologo non obiettore deve sopportare è in ogni caso assai modesto.

Da operatori abbiamo sempre ritenuto inaccettabilmente offensiva un’impostazione basata sull’idea che il lavoro di chi si occupa di aborto volontario sia valutabile attraverso la contabilizzazione del numero degli interventi eseguiti, che invece sono (e a volte non sono, perché in alcuni casi le donne decidono poi di portare avanti la gravidanza) solamente la conclusione di un lavoro molto più complesso ed impegnativo. Lasciando da parte il fastidio per la ostilità manifesta verso chi applica una legge dello stato, spesso sobbarcandosi costi professionali ed umani non indifferenti, abbiamo sempre avuto, da operatori, la sensazione che questa semplificazione ragionieristica non corrispondesse esattamente alla realtà con la quale ci confrontiamo quotidianamente. Che la relazione ministeriale ci restituisca una fotografia assai sfocata della situazione italiana ce lo conferma il libro “Mai dati. Dati aperti (sulla 194). Perché sono nostri e perché ci servono per scegliere”, scritto a quattro mani da Chiara Lalli, docente di storia della medicina e giornalista, e Sonia Montegiove, giornalista e informatica. Inviando richieste di accesso civico generalizzato a circa 200 strutture sanitarie, le autrici ci dimostrano la sostanziale inutilità di una relazione basata su dati aggregati, chiusi, non aggiornati.

Dalle informazioni ufficiali, seppur parziali, inviate loro, emerge un’altra realtà, nella quale, ad esempio, non tutti i ginecologi non obiettori si occupano di interruzioni di gravidanza, vuoi perché lavorano in ospedali nei quali non esiste un centro IVG, vuoi perché sono impegnati in altri servizi e non fanno aborti, ecc. Con la pandemia la consapevolezza dell’importanza dei dati aperti e aggiornati è certamente aumentata. Nella relazione sullo stato di applicazione della legge 194, nonostante il Ministero della Salute avesse sottolineato che le IVG sono urgenze indifferibili, i dati preliminari relativi al 2020 riportano che, per l’emergenza sanitaria, alcune strutture hanno deciso in autonomia di ridurre il numero di interventi, o di sospendere le procedure farmacologiche o chirurgiche o addirittura di sospendere il servizio IVG. Quali sono queste strutture? Impossibile capirlo attingendo al calderone dei dati aggregati, ormai vecchi, vecchissimi.

Il libro “Mai dati. Dati aperti (sulla 194). Perché sono nostri e perché ci servono per scegliere” non è un libro sull’obiezione di coscienza, ma da quella prende le mosse per dimostrare quello che non può emergere se non in maniera sfumata ed edulcorata dai dati chiusi e aggregati per macroaree. Dire che il 67% dei ginecologi italiani è obiettore può tener vive le polemiche ma non serve alle donne che hanno il diritto di essere informate per poter scegliere; l’obiezione di coscienza di per sé può non essere un problema, ma certamente lo diventa quando le amministrazioni regionali non applicano la legge. Se, all’indomani del 44mo compleanno della 194, vogliamo assicurare a tutte le donne l’accesso all’aborto, la possibilità di scegliere la procedura, i migliori standards clinici, minimizzando le diseguaglianze tra le regioni, dobbiamo rompere l’inerzia del riferire passivamente i dati complessivi, dobbiamo scoprire le inadempienze, dobbiamo agire su di esse, come evidenzia Anna Pompili, ginecologa, membro del Consiglio Generale Associazione Luca Coscioni e cofondatrice di AMICA (Associazione Medici Italiani Contraccezione e Aborto).

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