L’interruzione volontaria di gravidanza: tecniche, normativa e percorsi informativi

La capacità di pianificare la propria vita riproduttiva rappresenta un diritto fondamentale per ogni donna. Molte donne vogliono avere figli e desiderano metterli al mondo quando sono pronte e in grado di prendersene cura al meglio. Ogni anno, tuttavia, milioni di donne affrontano gravidanze non pianificate, trovandosi nella condizione di dover valutare le opzioni a loro disposizione per una interruzione volontaria di gravidanza (IVG). Questo articolo si propone di offrire alle donne le conoscenze necessarie per formarsi un’opinione documentata sull’argomento, analizzando i metodi medici e chirurgici, il quadro legislativo italiano e le implicazioni cliniche di tali procedure.

illustrazione anatomica del sistema riproduttivo femminile

Il funzionamento degli ormoni e l’azione del Mifepristone

Per comprendere il funzionamento della cosiddetta "pillola abortiva", è innanzitutto necessario sapere come funzionano gli ormoni sessuali nel corpo femminile e quali sono le loro funzioni. Ogni ormone opera interagendo con uno specifico “recettore”, come fa una chiave entrando nella propria serratura. Un anti-ormone è una sostanza capace di inserirsi nella serratura bloccandone il funzionamento, ossia impedendo tutti i processi biochimici e biologici che in condizioni normali vengono attivati da quel particolare ormone quando interagisce con il recettore.

Il mifepristone, noto come RU486, è un antiprogestinico che va a impedire tutte le azioni tipiche che il progesterone svolge all’inizio della gestazione. Il progesterone è il principale ormone deputato allo sviluppo e al mantenimento della gravidanza. Sintetizzato nei laboratori Roussel Uclaf (da cui la sigla RU), è utilizzato sin dal 1989 per l’aborto medico. Bloccando i recettori per il progesterone, l’RU486 arresta i processi necessari alla prosecuzione della gestazione.

Va ricordato che un ormone sessuale - estrogeno, progesterone, testosterone - può interagire, seppure con minore efficacia, anche con altri recettori. L’azione può essere agonista, capace di attivare alcune o tutte le azioni biologiche, o antagonista, tale da ridurre gli effetti di quell’interazione. Nello specifico, l’RU486 può interagire anche con il recettore per gli ormoni glucocorticoidi, motivo per cui è oggetto di studi clinici per patologie come il morbo di Cushing che non risponda alle terapie tradizionali.

L’aborto farmacologico: procedura e protocolli

L’aborto farmacologico è un trattamento medico che deve essere messo in atto all'interno di ospedali o cliniche autorizzate. La metodica si basa sull’utilizzo di due farmaci: il mifepristone e un analogo delle prostaglandine, solitamente il misoprostolo, sebbene possa essere utilizzato anche il gemeprost (disponibile in forma di ovuli vaginali).

La procedura prevede una prima somministrazione di mifepristone per via orale. Trascorso un periodo di tempo variabile dalle 24 alle 48 ore, si procede con la somministrazione della prostaglandina necessaria a stimolare le contrazioni uterine per consentire l'espulsione del sacco embrionale. Il misoprostolo può essere assunto sotto forma di compressa da ingerire, sciogliere sotto la lingua o tra guance e gengive, oppure inserito in vagina. Entro 4 - 6 ore il rivestimento interno dell’utero si sfalda, causando sanguinamento e distacco con eliminazione del tessuto gravidico.

diagramma esplicativo del protocollo farmacologico (Mifepristone e Misoprostolo)

Il mifepristone ha un’efficacia di circa 97%. Nella maggior parte delle donne, l’aborto medico viene percepito come una brutta mestruazione, con forti crampi, diarrea e stomaco sotto-sopra; questi sintomi sono normali e gestibili con analgesici come paracetamolo o ibuprofene. Se l'interruzione viene eseguita dopo le 9 settimane di gravidanza, possono essere necessarie più dosi di misoprostolo ed è maggiore la probabilità di dover rimanere in ambiente ospedaliero.

L’aborto chirurgico: tecniche a confronto

In Italia esistono metodi autorizzati per l’interruzione volontaria di gravidanza, tra cui quelli chirurgici: l’aspirazione (o “metodo Karman”) e il raschiamento. Entrambi i tipi di intervento vengono eseguiti in day-hospital, in anestesia generale o locale, previa dilatazione della cervice.

Nell’aspirazione, l’embrione viene letteralmente “aspirato” attraverso una cannula dopo che la cervice è stata delicatamente allargata. Nel raschiamento, l’asportazione avviene con una pinza ad anelli e un piccolo cucchiaio fenestrato chiamato “curette”. Queste procedure richiedono l’inserimento di strumenti nell’utero attraverso la vagina e la cervice. Spesso vengono somministrati analgesici o sedativi.

Come ogni operazione chirurgica, anche l’aspirazione e il raschiamento non sono esenti da rischi, che possono includere infezioni, traumi al collo dell’utero o perforazioni uterine. Inoltre, se il raschiamento è troppo aggressivo, può provocare l’asportazione di una zona eccessiva di endometrio, con possibili problemi di annidamento dell’ovulo nelle gravidanze successive, o indurre un’infertilità secondaria.

Evoluzione legislativa e accesso ai servizi in Italia

La legge 194 del 1978, che ha legalizzato e disciplinato l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia, è stata confermata da un referendum popolare nel 1981. Essa sottolinea all’articolo 1 che “l’interruzione volontaria della gravidanza non è un mezzo per il controllo delle nascite”. L’accesso alla procedura richiede un iter specifico: dopo un colloquio, il medico compila il certificato di richiesta e la donna deve osservare un periodo di sette giorni di “riflessione”, a meno che non sussistano gravi motivi di urgenza.

L'aborto in Italia: Il referendum e la legge 194/1978

Nel 2009, l’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha approvato l’immissione in commercio della RU486. Inizialmente, la procedura era soggetta a forti limitazioni, tra cui l'obbligo di ricovero ospedaliero di tre giorni. Solo nell'agosto 2020, una circolare del Ministero della Salute ha aggiornato le linee di indirizzo, estendendo la possibilità dell'aborto farmacologico fino a 63 giorni (9 settimane) di gestazione e consentendo la procedura in regime di day-hospital o ambulatoriale.

Tuttavia, l'applicazione pratica rimane disomogenea sul territorio nazionale. Mentre alcune Regioni hanno recepito le indicazioni ministeriali garantendo un accesso snello, altre mantengono protocolli restrittivi. L’Associazione Luca Coscioni si batte affinché l'IVG farmacologica sia accessibile nei consultori e nei poliambulatori su tutto il territorio nazionale, invitando a denunciare eventuali violazioni tramite la piattaforma Freedomleaks.

Aspetti clinici e considerazioni di salute pubblica

Dalle evidenze e dai dati finora raccolti è emerso che, se eseguito nei termini di legge presso strutture autorizzate e da medici competenti, l’aborto farmacologico è un trattamento sicuro e, indubbiamente, meno invasivo rispetto all'aborto chirurgico. È fondamentale distinguere tra la pillola abortiva e la cosiddetta “pillola del giorno dopo” (levonorgestrel), che è un contraccettivo di emergenza volto a prevenire l’ovulazione entro 72 ore da un rapporto a rischio e non ha alcun effetto su una gravidanza già instaurata.

Dopo un aborto, sia esso medico o chirurgico, è normale avvertire nei giorni successivi crampi gastrici e osservare sanguinamenti vaginali. È altresì possibile rimanere incinta poco dopo un aborto, anche prima che ritornino le mestruazioni; per questo motivo è necessario iniziare subito dopo l’intervento a utilizzare il metodo contraccettivo prescelto.

Le complicazioni potenziali, come le emorragie o le infezioni, sono eventi rari ma monitorati. La letteratura scientifica internazionale ha ampiamente dimostrato il profilo di sicurezza della metodica farmacologica, tanto che l’OMS ha incluso il mifepristone e il misoprostolo nella lista dei farmaci essenziali. L'obiettivo ultimo, condiviso trasversalmente, è la riduzione della necessità di ricorrere all'IVG attraverso una migliore educazione alla contraccezione ormonale preventiva.

Considerazioni sulla scelta del metodo

La scelta della modalità con cui viene praticata un’interruzione di gravidanza dipende da diversi fattori, inclusa l’età gestazionale. È indispensabile prendersi del tempo e soppesare accuratamente la propria decisione, prestando però attenzione a non superare i termini temporali previsti dalla legge.

La preferenza per il metodo farmacologico rispetto a quello chirurgico è in costante aumento, poiché evita l’anestesia e l’intervento meccanico, riducendo le probabilità di complicanze legate alla strumentazione. Tuttavia, la scelta rimane un fatto individuale, influenzato dal vissuto psicologico e dal contesto sociale. Indipendentemente dal metodo, il diritto alla salute deve essere garantito attraverso un sistema sanitario capace di offrire informazioni corrette, tempestive e prive di ostacoli ideologici, garantendo alla donna piena consapevolezza e autonomia nel percorso di scelta.

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