Nel corso del 2020 in Italia sono state registrate 66.413 Interruzioni Volontarie di Gravidanza (IVG), confermando il continuo calo del fenomeno. La legge 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull'interruzione volontaria della gravidanza) che dal 1978 depenalizza e disciplina le modalità di accesso all’aborto, pare funzionare nel suo intento di fornire maggiori diritti alle donne e, allo stesso tempo, diminuire gli aborti, clandestini e non, e aumentando la cultura della prevenzione e della contraccezione. Grazie a questa legge, tutte le donne possono ricorrere all’interruzione volontaria di gravidanza nei primi 90 giorni di gestazione; dopo il quarto mese è possibile procedere all’aborto solo per motivi di natura terapeutica, ovvero nel caso in cui portare avanti la gravidanza significhi mettere a repentaglio la vita della madre. I dati sono stati raccolti dal Sistema di Sorveglianza Epidemiologica: attivo in Italia dal 1980, impegna l’Istituto Superiore di Sanità (ISS), il Ministero della Salute e l’Istat da una parte, le Regioni e le Province autonome dall’altra. Il calo degli aborti, ormai costante dal 1983, anno in cui si è riscontrato il valore più alto in Italia con 234.801 casi, non può essere imputato alla pandemia di Covid-19. Nei giorni scorsi è stata resa nota la nuova Relazione ministeriale sull’attuazione della legge 194/1978. Il documento, consegnato al Parlamento con i dati relativi all'anno 2023, evidenzia che nel 2023 in Italia sono stati soppressi 65.746 bambini non nati, con un incremento dello 0,1% rispetto al 2022, quando gli aborti furono 65.661. Un dato tendenzialmente in crescita che conferma quello che fu, nel 2022, un brusco rialzo degli aborti (+3,2%), e si inserisce in un contesto demografico - di denatalità galoppante - sempre più preoccupante e drammatico.

Le barriere strutturali e le storie di accesso difficile al sistema sanitario
Loredana ha scoperto di essere incinta del compagno che la picchiava e ha deciso di interrompere la gravidanza, ma non sa come giustificare le assenze dal lavoro per le visite necessarie. In Italia bisogna quasi sempre farne almeno quattro: le analisi del sangue per confermare la gestazione, il primo colloquio con il ginecologo per il certificato, il ritiro del certificato dopo la “pausa di riflessione” di sette giorni prevista dalla legge 194, infine l’intervento se si sceglie l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) chirurgica o il ritiro della pillola se si sceglie quella farmacologica. A queste possono aggiungersi un’ecografia e un controllo, o altre visite in ospedale o in consultorio, soprattutto se nelle strutture pubbliche si incontrano obiettori di coscienza. Per interrompere una gravidanza in Italia ci sono una serie di elementi che si devono incastrare perfettamente e se anche uno solo di questi va male, significa rallentare e rendere più difficile il processo. Alessia vive in Sicilia e possiede già un certificato per l’ivg, ma il suo consultorio di riferimento è chiuso per ferie e non prende appuntamenti fino al mese successivo. Per un trauma che ha avuto in passato, non vuole tornare in una sala operatoria e per questo ha scelto di abortire con la pillola abortiva RU486, ma nessun ospedale della sua città la fornisce. Sade è una rifugiata che vive in un centro di accoglienza in Calabria, dove lavorano delle associazioni religiose. Ha subìto una violenza sessuale ed è rimasta incinta. Vuole interrompere la gravidanza, ma non sa come fare e teme che se parlerà col personale cercheranno di convincerla a tenere il bambino. Queste tre donne (i nomi sono di fantasia per proteggerne l’identità) hanno deciso di interrompere la gravidanza, ma non riuscendo a farlo all’interno del sistema sanitario nazionale, per ottenere una pillola abortiva si sono dovute rivolgere alla rete internazionale di mutuo aiuto tra donne Women on web.
L'evoluzione delle metodiche: dall'intervento chirurgico all'aborto farmacologico
La trasformazione più significativa emersa dalla Relazione 2023 riguarda le modalità di esecuzione degli aborti, con un progressivo e accelerato passaggio dall'intervento chirurgico alla procedura farmacologica effettuata con Mifepristone (la cosiddetta RU486) associato o meno a prostaglandine, oppure con sole prostaglandine. Gli aborti chimici sono il 59,4% del totale. Nel 2009, anno in cui il Mifepristone fu autorizzato per la prima volta in Italia dall'AIFA, erano soltanto l'1,2%. Il salto degli ultimi anni è direttamente riconducibile alla vergognosa circolare emanata nel 2020 dall'allora Ministro della Salute Roberto Speranza, che aggiornò le linee guida estendendo l'utilizzo del Mifepristone dalla settima alla nona settimana di gestazione (63 giorni), eliminando l'obbligo di ricovero ospedaliero e consentendo la procedura in strutture ambulatoriali pubbliche e nei consultori familiari. Va inoltre considerato un consistente aumento degli aborti effettuati con metodica farmacologica che nel 2020 sono stati il 35,1% di tutti gli interventi di IVG, rispetto agli aborti chirurgici. Con l’utilizzo della metodica farmacologica l’intervento medico richiesto è minore di quello necessario in sala operatoria che vede invece impiegati chirurghi, anestesisti e personale infermieristico. Tuttavia, l'uso crescente dell’aborto farmacologico, sebbene riduca il costo per singolo aborto, comporta maggiori complicazioni rispetto a quello chirurgico. Il misoprostolo, farmaco anti-ulcera che si trova in farmacia, talvolta viene utilizzato anche per praticare aborti clandestini. Inserito in profondità nella vagina provoca contrazioni uterine, ma, se utilizzato da solo e non a seguito della pillola RU 486, raramente porta a espulsione completa del materiale abortivo, rendendo il tentativo non solo infruttuoso, ma anche pericoloso.
Aborto farmacologico o chirurgico? Come orientarsi nella scelta: cambiano tempistiche e modalità
Il fenomeno dell'aborto clandestino e le stime sommerse
Anche se pochi lo immaginano, la realtà dell’aborto al di fuori dei percorsi previsti dalla legge è ancora presente in Italia ed è lontana dalla rappresentazione che se ne fa. Questi aborti sono considerati “clandestini” e, per la legge italiana, sono punibili con una multa che può arrivare fino a diecimila euro. L’Italia è infatti uno dei pochi paesi nell’Unione europea che prevede ancora delle forme di criminalizzazione nei confronti delle donne che abortiscono fuori dai limiti imposti dalla legge. Secondo l’ultima analisi eseguita nel 2012, il numero di aborti clandestini per le donne italiane è stimato essere compreso tra 12.000 e 15.000; per le donne straniere, tra 3.000 e 5.000. Tuttavia, dati più recenti dell’Istituto superiore di sanità indicano che tra il 2018 e il 2019 si sarebbero verificati tra gli 11mila e i 27mila aborti illegali, cioè tra il 13 e il 27 per cento del totale delle interruzioni di gravidanza, ma questi casi non sono registrati dal ministero. Un'inchiesta di repubblica.it riferisce come gli aborti illegali siano ventimila, ma secondo alcuni sono stime prudenti in quanto sarebbero almeno il doppio. Molti altri elementi però portano almeno al raddoppio di quella cifra, facendo salire la quota delle interruzioni di gravidanza clandestine a 40/50mila l'anno. Analizzando poi i dati Istat ad esempio si vede con chiarezza quanto gli aborti spontanei sono aumentati, passando dai 55mila casi degli anni Ottanta, ai quasi ottantamila di oggi; settantacinquemila gli aborti spontanei nel 2011 dichiarati dall'Istat, ma un terzo di questi frutto probabilmente di interventi casalinghi finiti male. Ambulatori fuorilegge: l'ultimo gestito dalla mafia cinese è stato smantellato a Padova dalla Guardia di Finanza alcune settimane fa, e incassava quattromila euro al giorno. Tra i clienti anche donne italiane. Ragazzine e immigrate vagano nei corridoi del metrò cercando i blister di un farmaco per l'ulcera a base di misoprostolo, spacciato dalle gang sudamericane che lo fanno arrivare nel porto di Genova dagli Stati Uniti. Dieci pillole, 100 euro al mercato nero, meno della metà se si compra su Internet.
Obiezione di coscienza: impatto reale e carichi di lavoro
La percentuale di obiettori di coscienza, se pur lievemente in calo resta elevata, specialmente tra i ginecologi, con una forte variabilità tra le diverse Regioni. Nel 2020 si parla del 64,6% rispetto al 67,0% dell’anno precedente. La Relazione del 2023 sancisce poi un dato nuovo: per la prima volta, la quota di ginecologi obiettori di coscienza è scesa sotto la soglia del 60%, attestandosi al 57,1%. Nel 2023 sono stati censiti 1.900 ginecologi non obiettori, l'11% in più rispetto al 2022. Anche in questo caso viene smontata un’altra bufala tanto cara agli abortisti, ovvero la mancanza di medici non obiettori e la conseguente difficoltà per le donne di ricorrere all’IVG. Infatti, il carico di lavoro medio settimanale per ginecologo non obiettore è crollato: da 1,68 IVG settimanali nel 2011 a 0,78 - meno di una a settimana - nel 2023. La stessa Relazione afferma infatti senza ambiguità che «l'analisi dei carichi di lavoro per ciascun ginecologo non obiettore non sembra evidenziare particolari criticità nei servizi di IVG». Anche nei casi dei valori considerati più “critici”, a livello regionale, quella narrazione abortista viene di fatto smontata. Per esempio il dato del Molise, con 5,9 IVG settimanali, certifica che i non obiettori debbano fare meno di un aborto al giorno nelle strutture sanitarie. Il carico di lavoro dei non obiettori è davvero trascurabile anche nelle altre Regioni: Campania (1,7 aborti a settimana), Puglia (1,5) e Sicilia (1,5). Al contrario, l'inchiesta di repubblica.it dipinge un quadro diverso: da Nord a Sud riguarda tutto il Paese che sembra aver cancellato l'aborto legale con oltre l'80% dei ginecologi, e oltre il 50% di anestesisti e infermieri che non applica più la legge 194. Le donne respinte dalle istituzioni tornano al silenzio e al segreto, come quarant'anni fa. Alcune muoiono, altre diventano sterili, ma nessuno ne parla.

Chi ricorre all’aborto: profili demografici e vulnerabilità
Nel 2020 il numero di Interruzioni Volontarie di Gravidanza è diminuito in tutte le aree geografiche e in tutte le classi di età rispetto al 2019, in particolare tra le giovanissime, soprattutto tra le minorenni. Il tasso di abortività in questa fascia di popolazione è pari al 2,4% di tutte le IVG, mentre rimane più elevato nelle donne di età compresa tra i 25 e i 34 anni, con un valore pari al 18,2 %. Le cittadine straniere continuano a essere una popolazione a maggior rischio di abortire rispetto alle italiane con tassi più elevati di 2-3 volte in tutte le fasce di età. Tuttavia, anche in questo gruppo si osserva una diminuzione del tasso di abortività, indice di maggiore e più efficace ricorso a metodi per la procreazione consapevole. Nel 2023, la fascia d'età più interessata è quella tra i 30 e i 34 anni, che rappresenta il 22,8% di tutte le IVG, seguita dalle 35-39enni (21%) e dalle 25-29enni (19,6%). Il tasso di abortività più alto per classe d'età si registra proprio nelle donne tra i 30 e i 34 anni, con 9,5 IVG per mille. Sul piano dello stato civile, il 63,1% delle donne che ha abortito nel 2023 è risultata nubile e il 32,2% coniugata. Il 42,2% delle donne che ha abortito nel 2023 non aveva figli. Le donne migranti senza documenti o quelle vittime di tratta spesso sono costrette a interrompere la gravidanza attraverso canali non ufficiali, a volte autosomministrandosi farmaci che non sono abortivi, ma che possono causare aborti spontanei come effetto collaterale, con rischi elevati per la salute. C’è la paura del giudizio, che si può manifestare sia da parte della propria comunità di appartenenza, sia da parte delle operatrici dei centri di accoglienza che ospitano le donne, sia da parte del personale medico. Nel 2024, i procedimenti penali aperti per aborto coinvolgevano trenta persone di origine straniera, cioè il 37 per cento del totale degli indagati.
Il ruolo dei consultori familiari e la prevenzione
Il consultorio familiare, oltre a rilasciare circa il 43,1% dei certificati necessari alla richiesta di IVG, svolge un importante ruolo nella prevenzione degli aborti e nel supporto alle donne che decidono di interrompere la gravidanza, anche se non in maniera uniforme sul territorio. Dai dati raccolti per il 2020 emerge, come negli anni passati, un numero di colloqui che precedono le IVG, previsti dalla legge 194, superiore al numero di certificati rilasciati: si parla di 45.533 colloqui contro 30.522 certificati. Questo dato potrebbe indicare l’effettiva azione dei consultori che, parlando con le donne, riescono ad aiutarle a rimuovere le cause che le porterebbero ad abortire. Il territorio, attraverso i consultori familiari, dotati di un apposito spazio per i giovani, si impegna proprio a diffondere la cultura della contraccezione, promuovendo molti incontri anche nelle scuole. Tuttavia, l'attività dei consultori è sotto attacco e in calo in molte aree; le giovanissime abortiscono da sole, nel bagno di casa, perché della legge o del giudice tutelare non sanno nulla, perché in ospedale la lista d'attesa è troppo lunga e i consultori sono sempre di meno. Uno degli obiettivi della legge 194 è quello di garantire l’accesso al servizio di IVG a tutte le donne che ne facciano richiesta, a prescindere dalla percentuale di personale sanitario obiettore di coscienza.
La prospettiva antiabortista: sei milioni di "vite eliminate"
Sei milioni di bambini "eliminati", ovvero mai nati, a causa dell'aborto in 40 anni in Italia. E' questo il principale effetto cui ha portato la legge 194 del 1978 sull'interruzione volontaria di gravidanza: a sostenerlo è l'associazione antiabortista Provita. Il movimento denuncia la mancanza di informazione alle donne sui rischi legati all'aborto chirurgico e farmacologico, dal maggior rischio di cancro al seno e suicidio alla morte. "232 bambini vengono eliminati ogni giorno nel grembo materno nel nostro Paese attraverso l'aborto chirurgico", ha affermato il senatore leghista Massimiliano Romeo. Un altro punto di scontro riguarda i cosiddetti "criptoaborti". Se agli aborti aggiungiamo il numero degli aborti che avvengono nei primi giorni di vita del concepito, mascherati dalla “contraccezione d’emergenza” - appunto le famose pillole EllaOne (la cosiddetta pillola dei cinque giorni) e Norlevo (la cosiddetta pillola del giorno dopo) - il quadro cambia sensibilmente. La Relazione ministeriale attesta come la distribuzione di Ulipristal acetato (EllaOne) e di Levonorgestrel (Norlevo) sia arrivata a 760.076 confezioni nel solo 2023. Questi farmaci agiscono sulla parete uterina e la rendono inospitale impedendo l’annidamento del concepito. Quindi se il rapporto sessuale del “giorno prima” è stato fecondo, le pillole postcoitali provocano l’aborto. Volendo fare un calcolo molto al ribasso, i bambini non nati per le pillole del giorno dopo e dei 5 giorni dopo sono almeno 70/76.000. Ecco perché non si può accettare la narrazione secondo cui l’aborto in Italia sia in costante diminuzione da decenni. La pillola EllaOne ha segnato un incremento del 5,5% rispetto al 2022 e addirittura del 76,1% rispetto al 2020.

Mortalità materna e salute: confronti internazionali e storici
È falso che la legalizzazione dell’aborto abbia migliorato la salute materna e ridotto la mortalità materna. In realtà la mortalità materna dipende ampiamente da altri fattori, come il livello di assistenza medica generale e la sua diffusione sul territorio, il livello di istruzione, il livello di povertà, l’accesso all’acqua potabile. Nei Paesi dove l’aborto è illegale muoiono meno madri di quelli in cui l’interruzione di gravidanza è stata legalizzata per la “sicurezza delle donne”. Lo confermano i dati del Cile, dove l’aborto è stato proibito nel 1989. In Cile vi è stata una diminuzione del 94% della mortalità materna dal 1957 al 2007. Attualmente la morte per aborto (anche clandestino) in Cile è un evento rarissimo. Anche la Polonia ha il tasso di mortalità materna più basso al mondo (3/100.000), nonostante leggi molto restrittive. Prima della promulgazione della legge 194 in Italia le pratiche abortive clandestine erano facilmente riconoscibili. Spesso le donne si presentavano in ospedale in gravi condizioni, ad esempio con emorragie o setticemie a causa di resti abortivi presenti nell’utero. Erano inequivocabili i segni di tentativi di aborti, spesso casalinghi, effettuati dalle cosiddette “mammane” del paese, ovvero levatrices o gestrici di case di appuntamenti. Fortunatamente, oggi sono poche le donne che si recano in ospedale a seguito di complicanze dovute ad aborti irregolari. La situazione è molto cambiata rispetto al passato e al giorno d’oggi nella maggior parte dei casi gli aborti clandestini sono effettuati in strutture private da medici esperti che dunque applicano procedure del tutto in linea con quelle legali.
Le sanzioni penali e amministrative nell'ordinamento italiano
In Italia l’articolo 19 della legge 194/78 prevede sanzioni sia per chi “cagiona”, cioè causa, l’aborto senza l’osservanza delle modalità previste dalla legge con reclusione fino a sette anni, sia per chi interrompe la gravidanza. Fino al 2016 la donna che abortiva fuori dai limiti di legge commetteva un reato punito con una multa di 51 euro. Poi il reato è stato depenalizzato, e ora viene inflitta una sanzione amministrativa che in molti giudicano sproporzionata: fino a diecimila euro. Nell’ultima relazione del ministero della giustizia emerge che i procedimenti penali per aborto in corso al 31 dicembre 2024 erano 211, con 296 persone coinvolte. Questi dati includono tutti i reati, come l’interruzione colposa o non consensuale di gravidanza. Nel 2024 i nuovi procedimenti erano solo sette. Anche se per il ministero si tratta di un “fenomeno di dimensioni molto contenute”, le stime dell'ISS suggeriscono che la maggior parte degli aborti fuori legge rimanga sommersa e non sanzionata. Siccome non si tratta più di un reato, non esistono dati sul numero delle donne multate con la sanzione amministrativa. I motivi che portano le persone ad abortire fuori dalla legge sono diversi: preferenza per l’aborto farmacologico, motivi di privacy o sicurezza, mancanza di strutture vicine o l’obiezione di coscienza dei medici.
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Il dibattito sulle cifre pre-legalizzazione
Le cifre sugli aborti clandestini in Italia fornite prima della legalizzazione erano, secondo alcuni studi, incredibilmente gonfiate. Nel 1971 il Psi affermò che vi erano tra i 2 e i 3 milioni di aborti annui, e che circa 20.000 donne all’anno morivano a causa di questi interventi. Tuttavia, se l’anno successivo alla legalizzazione gli aborti furono 187 mila, è realistico ritenere che gli aborti clandestini annuali precedenti fossero solo una frazione di quel numero. Uno studio dei prof. Bernardo Colombo, Franco Bonarini e Fiorenzo Rossi mostrò la totale infondatezza di tali cifre milionarie. Al contrario, Scirè riporta stime che variavano dai tre milioni ai 16 mila casi annui negli anni settanta. In ogni caso, la legalizzazione dell’aborto di per sé provoca l’aumento notevole e lineare del numero di aborti per un periodo di tempo lungo. In Italia le interruzioni di gravidanza sono cresciute notevolmente subito dopo il 1978: 68.000 aborti nel 1978; 187.752 nel 1979; 220.263 nel 1980, 224.377 nel 1981; 234.377 nel 1982. Solo dal 1983 è iniziata la diminuzione, probabilmente dovuta al crollo della fertilità e a una maggiore consapevolezza sulla contraccezione.
Sfide future e il ruolo della telemedicina
Sempre più donne vogliono semplicemente abortire a casa in tranquillità, in telemedicina, che è anche la direzione suggerita dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Nel 2022, l’Oms ha pubblicato le nuove raccomandazioni per le cure abortive che includono anche l’aborto autogestito entro la dodicesima settimana. Si tratta della possibilità di interrompere la gravidanza in autonomia con la pillola RU486 e con il supporto, anche a distanza, di personale adeguatamente formato. Secondo l’Oms, l’aborto farmacologico ha “rivoluzionato l’accesso a cure abortive di qualità a livello globale”. In Italia, tuttavia, l’ultimo aggiornamento delle linee d’indirizzo del 2020 è ancora applicato a macchia di leopardo: al momento è possibile prendere la pillola nei consultori solo nel Lazio, in Toscana e in Emilia-Romagna. Molti medici sono ancora convinti che l’aborto farmacologico sia troppo difficile da gestire per le donne dal punto di vista emotivo. Serve un approccio integrato, in cui i diritti riproduttivi sono assicurati da medici non obiettori e dalla rete dei consultori, ma anche da attività di prevenzione e comunicazione. È essenziale investire nella formazione del personale sanitario, affinché possa rispondere con competenza alle complessità di un campo in cui le barriere istituzionali si intrecciano con i bisogni sociali e relazionali delle donne. Per ridurre ulteriormente la pratica di aborti irregolari va promossa la consapevolezza sul tema, sia nelle scuole, sia durante le consuete visite ginecologiche, fornendo tutte le informazioni utili ad adottare scelte consapevoli e sicure.
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