L'interruzione di gravidanza è un tema complesso e delicato, che tocca aspetti medici, legali, etici e personali profondamente significativi. In Italia, la legislazione definisce chiaramente le condizioni e le modalità attraverso le quali è possibile procedere con l'interruzione volontaria o terapeutica di una gravidanza, riconoscendo al contempo le sfide e le necessità sanitarie che possono emergere. Questo articolo intende fornire una panoramica dettagliata sulle diverse forme di interruzione della gravidanza, dalle procedure mediche e chirurgiche regolamentate dalla legge, alle circostanze dell'aborto spontaneo, esplorando gli iter, i rischi, il supporto e gli impatti emotivi che tali esperienze possono comportare.
La Legge 194/1978: Il Quadro Normativo Italiano sull'Interruzione di Gravidanza
La normativa italiana in materia di interruzione della gravidanza è regolata dalla legge n. 194 del 22 maggio 1978, intitolata “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”. Questa legge ha rappresentato un punto di svolta, stabilendo che l’aborto non è più un reato e definendo un quadro legale per la sua esecuzione. È importante sottolineare come, dopo ben 42 anni dalla sua approvazione, questa normativa sia ancora oggi al centro di dibattiti e discussioni, riflettendo la sua costante rilevanza nel panorama sociale e sanitario del Paese.
L'interruzione di gravidanza può essere fatta per legge entro i primi 90 giorni reali di gravidanza per motivi legati alla scelta o alla salute della donna. In questo periodo, la donna ha la possibilità di decidere liberamente di interromperla, una decisione che le conferisce autonomia sul proprio corpo e sul proprio percorso riproduttivo. Oltre i 90 giorni, la situazione muta significativamente, e l'interruzione è consentita solo se la gravidanza o il parto mettono in pericolo la vita della donna, oppure per rilevanti anomalie o malformazioni fetali. La sua volontà verrà documentata attraverso un certificato di IVG. Trascorsi 7 giorni di riflessione dalla data del certificato, la persona può ottenere l’intervento di IVG.
Secondo quanto previsto dalla legge 194, tutti gli enti ospedalieri e le cliniche autorizzate devono effettuare tali interventi. L’articolo 9 della legge 194 infatti recita esplicitamente: “Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare lo espletamento delle procedure previste dall’articolo 7 e l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8.” Tuttavia, la realtà operativa si discosta spesso da quanto stabilito sulla carta, e il servizio cambia moltissimo da città a città, rendendo l'accesso alle procedure non sempre uniforme su tutto il territorio nazionale.

L'Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG): Metodi e Procedure
L’Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG), quando rientra nei tempi stabiliti dalla legge per motivi di scelta o salute della donna, può essere effettuata entro 90 giorni (corrispondenti a 12 settimane e 6 giorni) dalla data dell’ultima mestruazione. È un bisogno di salute e non è mai una procedura desiderata, è importante sottolinearlo, poiché si preferirebbe in ogni caso essere altrove a fare altro e in certi casi pesano il vissuto personale, psicologico e di stigma sociale. Entrambi i metodi disponibili, farmacologico e chirurgico, sono considerati sicuri per la salute della donna. La scelta tra le due modalità dipende dall'epoca gestazionale, dalle condizioni di salute della donna e dalla sua preferenza, dopo aver ricevuto tutte le informazioni necessarie.
IVG Farmacologica: La Metodica Meno Invasiva
La modalità farmacologica è un'alternativa praticabile e meno invasiva rispetto a quella chirurgica, specialmente per interventi entro dodici settimane di gravidanza. In Italia, questo metodo può essere prescritto entro il 63° giorno di gravidanza (calcolato a partire dal primo giorno dell’ultima mestruazione), sebbene a livello medico sia considerata un'opzione fino alla nona settimana di gestazione nella maggior parte dei casi. Si può accedere a questo tipo di interruzione se si è nei primi 63 giorni di gravidanza, e in Italia per lo più avviene entro la nona settimana di gestazione.
Il percorso dell'IVG farmacologica prevede due somministrazioni principali, dopo aver valutato l’esatta epoca gestazionale, solitamente tramite ecografia svolta in loco.
- Prima somministrazione: Consiste nell'assunzione orale del farmaco mifepristone, noto anche come RU486. Il principio attivo della RU486 agisce come antagonista del progesterone, un ormone cruciale per il mantenimento della gravidanza, bloccandone l'azione e modificando la recettività della decidua, la superficie interna uterina in cui si impianta la gravidanza.
- Seconda somministrazione: Dopo un intervallo di 24-48 ore dalla prima, si assume il misoprostolo (conosciuto anche come Cytotec), un analogo prostaglandinico. Questo farmaco consiste generalmente in compresse da lasciar sciogliere sotto la lingua o tra le guance. In alcuni presidi, queste compresse vengono inserite direttamente in vagina. Le prostaglandine stimolano le contrazioni uterine e la maturazione della cervice, facilitando l'espulsione.
A distanza di circa 3 ore dalla seconda somministrazione, solitamente si verifica la conclusione dell’evento abortivo attraverso perdite simili alla mestruazione. La buona riuscita dell’interruzione di gravidanza viene controllata sul posto ecograficamente o diversi giorni dopo con analisi beta HCG. È importante notare che è stato eliminato l’obbligo di ricovero per l'IVG farmacologica, e la prima somministrazione avviene in ospedale o in consultorio, in regime di day hospital, il che significa non rimanere a dormire la notte, con generalmente uno o due accessi nel day hospital. La persona rimane sotto osservazione per alcune ore dopo la somministrazione.
Il dolore durante l'IVG farmacologica viene gestito nella maggior parte dei casi con antidolorifici da banco (FANS), come ibuprofene o naprossene, oppure paracetamolo in caso di allergia. La persona percepisce dolori addominali simili ai suoi mestruali, ma più forti, dato che il processo è quello di un’espulsione indotta. Nella maggior parte dei casi, questo dolore non è paragonabile a quello di un parto e si evitano così l’intervento chirurgico e quello anestetico, che sono portatori di possibili complicanze. La persona è attrice principale e consapevole del procedimento, un aspetto che può influenzare l'esperienza emotiva.
Dopo l'aborto farmacologico, ci saranno perdite di sangue e coaguli, anche altalenanti nella quantità e nella dimensione, che possono durare fino a 40 giorni. Il flusso di sangue potrà essere infatti più abbondante del normale flusso mestruale e potrà essere più doloroso, associato a crampi uterini. Lo “svantaggio” in questo caso è relativo e soggettivo, perché è legato all’imprevedibilità della durata dell’attesa e alla gestione domiciliare di un sanguinamento abbondante. Il trattamento medico offre il vantaggio di ottenere, nella maggioranza dei casi, la completa espulsione anticipando i tempi rispetto alla condotta di attesa ed evitando l’intervento chirurgico. Tuttavia, in un numero limitato di casi, il trattamento potrebbe non avere effetto (1-2 casi su 100), rendendo quindi necessario il ricorso in un secondo tempo alla chirurgia. L'intervento farmacologico, non essendo meccanico, non presenta rischi di lesione o perforazione dell’utero (dati dall’errore umano), ma comporta comunque gli stessi rischi di infezione (1 caso su 100 interventi) e di emorragia.
Aborto farmacologico: cos'è la pillola RU-486
IVG Chirurgica: La Procedura Strumentale
L'interruzione chirurgica di gravidanza, nota come isterosuzione o metodo Karman, viene eseguita in anestesia locale o generale. Si ha un colloquio preliminare con il personale sanitario che effettuerà l’intervento e, dove è ancora in essere l’anestesia generale, si ha un colloquio specifico con l’anestesista. Talvolta, l’intervento è preceduto dalla somministrazione di farmaci (per via vaginale o sub-linguale) che facilitano la dilatazione del collo dell’utero.
Durante l’intervento, il collo dell’utero viene dilatato cautamente con dei dilatatori del diametro da 6 a 13 mm, in modo da poter inserire una cannula (metodo Karman) con la quale si esegue l’aspirazione del contenuto uterino. Raramente, l’intervento prevede l’utilizzo finale di una curette di acciaio per eseguire la RCU, ovvero la revisione della cavità uterina, per assicurarsi che non siano rimasti residui. L'intervento avviene per lo più sotto narcosi (sedazione profonda) oppure sotto anestesia locale.
Per l'IVG chirurgica, il dolore viene gestito con anestesia locale che intorpidisce l’area, o con sedazione profonda che può far addormentare la persona durante l’intervento. In alcuni casi, viene ancora praticata l’anestesia generale, che potrebbe portare complicanze. Di solito, la persona non vede il procedimento in prima persona, ma solo il pre- e il post- intervento.
Dopo l'intervento chirurgico, potranno seguire perdite di sangue per circa 15/20 giorni, per alcune persone fino a 40 giorni. Dopodiché è opportuno ripetere un test di gravidanza in laboratorio (beta HCG) per avere la certezza che si siano ridotti nel sangue gli ormoni relativi alla gravidanza. È fondamentale non effettuare i test casalinghi, perché gli ormoni restano attivi per diverse settimane e quindi risulteranno senza dubbio positivi. Le mestruazioni torneranno dopo 30 o 40 giorni dall’intervento. È importante iniziare subito dopo l’intervento a utilizzare il metodo contraccettivo prescelto.
Non è obbligatorio, ma una visita di controllo viene effettuata nelle due settimane seguenti l’intervento. Il metodo chirurgico è considerato più efficace perché, essendo “meccanico”, ha il minimo rischio che non funzioni (circa 2%). Tuttavia, l’intervento chirurgico potrebbe comportare alcuni rischi, tra cui: emorragia grave (1 caso su 1.000 interventi), perforazione uterina (1 caso su 1.000 interventi), danno al collo uterino (2 casi su 1.000 interventi) e infezioni (1 caso su 100 interventi). La fertilità può essere alterata se si manifesta una complicanza infettiva grave o dei danni all’utero molto gravi, quali perforazioni complicate.
Considerazioni sulla Scelta del Metodo e il Percorso di Supporto
La scelta tra IVG farmacologica e chirurgica è personale e viene fatta in dialogo con il personale sanitario, che fornirà tutte le informazioni utili a capire cosa sta succedendo al proprio corpo, attraverso un counseling mirato. L’ostetrica, ad esempio, ha il compito di fornire sostegno, far emergere eventuali altri fattori di stress e accogliere le emozioni della donna, riflettendo con lei sulle tre possibilità di intervento (farmacologico, chirurgico o attesa, se applicabile). Offre un quadro chiaro delle opzioni possibili di intervento a breve, medio e lungo termine e fornisce informazioni su come gestire gli eventuali sintomi residui della gravidanza, come comportarsi quando inizieranno i dolori delle contrazioni e le perdite ematiche. In alcune realtà ospedaliere, può anche provvedere a concordare controlli ambulatoriali seriati. Nel sostenere le scelte della donna, l’ostetrica la informa delle caratteristiche cliniche ed organizzative del percorso scelto: l’iter pre e post operatorio, la programmazione delle visite e della data del ricovero e alcune importanti informazioni relative al “dopo”, come la gestione dell’esame istologico e/o citogenetico e le leggi vigenti in materia di sepoltura.
L'Aborto Terapeutico: Quando la Salute Impone una Scelta Difficile
Per aborto terapeutico si intende l’interruzione della gravidanza che avviene dopo il primo trimestre e che è necessaria per evitare rischi molto gravi alla donna. Mentre l’interruzione volontaria di gravidanza (entro le prime 12 settimane) può essere decisa anche per motivi diversi da quelli di salute (ad esempio, situazioni di grande difficoltà economica, giovane età della donna o indisponibilità alla maternità), per quello terapeutico devono esserci motivazioni connesse al benessere della gestante. L'esecuzione dell'aborto terapeutico può avvenire per mezzo di farmaci oppure per via chirurgica. Si tratta di un'interruzione volontaria di gravidanza che viene effettuata per motivi medici. La legge italiana sull'aborto terapeutico consente questa interruzione anche dopo i primi novanta giorni, purché vi sia la presenza di gravi condizioni mediche che ne giustifichino l'esecuzione. La futura mamma, la sua salute, la sua stessa vita e il suo equilibrio psichico sono messi al centro di questa legge, nonostante una decisione di tale portata sia difficile per chiunque.
Le Cause che Giustificano l'Aborto Terapeutico
L’articolo 6 della legge 194 specifica chiaramente le circostanze in cui l'aborto terapeutico può avvenire:
- "quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna";
- "quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna".
Le motivazioni mediche possono essere diverse e riguardano sia la salute materna che quella fetale. Tra le cause comuni si includono:
- Patologie materne gravi: come grave gestosi, cardiopatie, diabete non compensato, tumori che potrebbero aggravarsi con la prosecuzione della gravidanza.
- Rischio di ripercussioni psichiche importanti per la mamma, quando la prosecuzione della gravidanza e la maternità possono compromettere seriamente il suo equilibrio mentale.
- Complicazioni acute della gravidanza: come il distacco di placenta o la rottura del sacco amniotico con infezione, che mettono a rischio la vita della donna e/o del feto.
- Gravi malformazioni fetali: che rendono la vita del nascituro impossibile o gravemente compromessa, includendo problemi neurologici, anomalie cromosomiche o disordini metabolici del bambino.
Tempistiche e Iter Diagnostico
Il tempo massimo entro cui si può effettuare un aborto terapeutico è un aspetto molto dibattuto. La legge impone ai medici l’obbligo di tentare qualunque manovra di rianimazione su un feto capace di vita autonoma. Considerato che ci sono casi di bambini sopravvissuti, anche solo per poche ore, a 23-24 settimane, viene posto un limite per l’aborto terapeutico di 22 settimane di gravidanza. Dopo questa epoca, il medico è tenuto alla rianimazione del feto. Questo comporta che spesso le mamme che si trovano nella situazione di dover interrompere una gravidanza molto avanzata devono rivolgersi a Paesi stranieri, come la Francia o l’Inghilterra, dove si può intervenire anche dopo le 22 settimane di gestazione, una situazione che evidenzia le difficoltà e le disparità nell'accesso alle cure.
Per l'articolo 7 della legge n. 194, i processi patologici che giustificano un’interruzione della gravidanza devono essere certificati da un ginecologo. Per essere sicuro della diagnosi, il medico si avvarrà delle più importanti tecniche diagnostiche, quali ecografia (anche di secondo livello), amniocentesi, villocentesi, tra le altre. Inoltre, può richiedere anche la consulenza di altri colleghi specialisti, ad esempio i genetisti, per una valutazione approfondita. Una volta che il medico ha acconsentito all'esecuzione dell'aborto, questo può essere eseguito mediante trattamento farmacologico oppure mediante trattamento chirurgico. Chiaramente, il discorso cambia nel caso in cui dovesse presentarsi un'urgenza e la vita della paziente si trovasse in uno stato di imminente pericolo, richiedendo un intervento immediato.

L'Obiezione di Coscienza: Una Realtà nel Servizio Sanitario
Un'altra questione importantissima che subentra nel percorso dell'aborto terapeutico è l’obiezione di coscienza, un fenomeno molto diffuso nel nostro Paese. Per motivi etici e deontologici, ci sono moltissimi ginecologi, ostetriche, infermieri e altro personale sanitario che si rifiutano di interrompere la gravidanza. L’associazione Luca Coscioni stima che, in Italia, 7 medici su 10 siano obiettori, con punte in alcune zone dell’80-90%. Nonostante la legge preveda che tutte le strutture pubbliche dovrebbero assicurare il servizio, la presenza diffusa di obiettori rende talvolta complicato accedere all'interruzione di gravidanza, costringendo le donne a spostamenti e ricerche che aumentano lo stress in un momento già difficile.
Metodi di Esecuzione dell'Aborto Terapeutico
La tecnica utilizzata per interrompere la gravidanza in ambito terapeutico dipende dall’epoca gestazionale.
- Fino alla 15esima o 16esima settimana di gravidanza: Si procede allo svuotamento dell’utero, che può avvenire per raschiamento o revisione della cavità uterina, oppure tramite isterosuzione (metodo Karman). In entrambi i casi, si tratta di tecniche chirurgiche non particolarmente complesse che prevedono il ricovero in day hospital e la sedazione. Entrambi questi trattamenti chirurgici possono essere effettuati in day hospital; il ricovero, solitamente, viene fatto solo in presenza di complicanze o condizioni della donna particolarmente gravi. Se si pratica l'aspirazione, l'aborto terapeutico viene effettuato aspirando il contenuto dell'utero attraverso un'apposita cannula.
- Oltre queste settimane: Viene indotto il travaglio, che poi conduce al parto vero e proprio. Generalmente, vengono somministrate prostaglandine per via vaginale, sostanze normalmente impiegate in caso di parto indotto. Potrebbero anche essere dati farmaci per bocca. L’effetto è abbastanza soggettivo, quindi è difficile dire dopo quanto tempo partono le contrazioni. Come per qualunque parto, anche questo può essere doloroso. A seconda del centro in cui ci si trova e del numero di obiettori (anche gli anestesisti potrebbero esserlo), si può ricevere sia l’epidurale che altre tecniche di riduzione del dolore per la gestione del dolore.
L'aborto farmacologico in ambito terapeutico, trattandosi di un aborto farmacologico a tutti gli effetti, viene di norma eseguito entro le prime 7-9 settimane, calcolate a partire dal primo giorno dell'ultimo ciclo mestruale. Un farmaco abortivo, ossia la cosiddetta pillola abortiva RU486, contenente il principio attivo mifepristone, è abbinato a un analogo prostaglandinico, solitamente misoprostolo, ma si può ricorrere anche alla somministrazione del gemeprost. Questi farmaci sono gli stessi utilizzati per l'IVG. Se la gravidanza è ad uno stadio più avanzato, solitamente si procede con il trattamento chirurgico. Quando la gravidanza si trova ad uno stadio tale da non permettere il ricorso alla pillola abortiva, oppure quando l'aborto farmacologico non può essere praticato per altri motivi (presenza di allergie o controindicazioni all'uso dei farmaci necessari), è possibile ricorrere alla chirurgia e al cosiddetto svuotamento strumentale dell'utero.
I principali effetti collaterali che possono manifestarsi in seguito ad aborto terapeutico di tipo farmacologico sono riconducibili perlopiù ai farmaci somministrati per effettuarlo. Al fine di prevenire complicazioni, è molto importante che la paziente rispetti le indicazioni fornite dal medico circa i comportamenti da seguire dopo l'esecuzione dell'aborto terapeutico. Solitamente, si raccomanda alla donna di adottare un'accurata igiene intima e di evitare i rapporti sessuali per almeno quaranta giorni. Se così non fosse, è possibile andare incontro a vaginiti che - se trascurate - possono evolvere in malattia infiammatoria pelvica.
Gravidanza Dopo un Aborto Terapeutico e Supporto Psicologico
Un aborto terapeutico non pregiudica la possibilità di avere altri bambini. Tuttavia, è chiaro che prima si deve superare il trauma di questa brutta esperienza. Spesso è molto utile un sostegno di tipo psicologico: è consigliabile chiedere aiuto senza vergogna. È molto peggio cercare di fare da sole, quando invece uno specialista può dare una mano ad elaborare il lutto. Una simile esperienza può, infatti, avere ripercussioni devastanti sulla psiche della paziente. Non è raro che essa sviluppi sensazioni e sentimenti estremamente negativi: sensi di colpa, frustrazione, senso di inadeguatezza e di incapacità nel proseguire la gravidanza, in particolare quando questa è stata fortemente desiderata. Per questo motivo, l'appoggio, la comprensione e il sostegno del partner, della famiglia e dello stesso personale sanitario risulta essere fondamentale quando una donna deve sottoporsi ad un aborto terapeutico. Dopo un aborto terapeutico, le mestruazioni tornano dopo circa 30-40 giorni. È esattamente come se fosse il capoparto, cioè il primo flusso mestruale dopo il parto. È consigliabile chiedere al proprio ginecologo quando si può riprendere la ricerca della gravidanza. In particolare, se sul feto è stata eseguita l’autopsia, è meglio aspettare l’esito per vedere se c’è qualche problematica che si può risolvere prima di ricominciare ad avere rapporti non protetti.
Aborto farmacologico: cos'è la pillola RU-486
L'Aborto Spontaneo: Una Perdita Inattesa e il Suo Impatto
L'aborto spontaneo consiste nella perdita di una gravidanza prima di 20 settimane di gestazione, sebbene con la terminologia "aborto spontaneo" si indichi un'interruzione di gravidanza che avviene spontaneamente entro i primi 180 giorni di gravidanza (circa 25 settimane, secondo un'altra definizione fornita). La maggior parte degli aborti spontanei, circa l'80%, avviene però nel corso del primo trimestre di gravidanza, in particolare nelle prime 12 settimane.
Un aborto spontaneo all’inizio della gravidanza può sembrare un ciclo mestruale normale. Se la gravidanza non è ancora nota, probabilmente non si sa di aver subito un aborto. Altre volte, i sintomi sono ovvi e possono includere: sangue rosso brillante o rosso scuro, crampi e fuoriuscita di grossi coaguli e pezzi di tessuto. All’inizio si può avere un sanguinamento ridotto, simile al ciclo mestruale. Man mano che l’aborto continua, di solito il sanguinamento peggiora. Il sangue può essere di colore rosso vivo o rosso scuro. Talvolta si osservano anche coaguli di sangue. Possono essere presenti crampi che possono peggiorare man mano che l’utero espelle i vari residui della gravidanza. Chiamare immediatamente il medico in caso di qualsiasi sanguinamento durante la gravidanza. Non tutti i sanguinamenti durante la gravidanza sono indicativi di un aborto; in circa la metà dei casi, la gravidanza prosegue senza problemi. Tuttavia, il medico deve fare un controllo per accertare se ci sia stato un aborto o meno. Se vengono eliminati grossi coaguli e frammenti di tessuto, è consigliabile conservarli in un contenitore o avvolgerli in un asciugamano per farli esaminare dal medico.
Cause dell'Aborto Spontaneo: Una Complessità di Fattori
Non è sempre chiaro che cosa provochi un aborto spontaneo, e spesso la coppia non ha nessuna responsabilità e nessuna colpa. È importante non rimproverarsi nulla. L’aborto spontaneo non è provocato da uno shock emotivo improvviso, come cattive notizie. Inoltre, piccoli traumi come una scivolata o una caduta non causano aborti. Tuttavia, traumi importanti come un incidente d’auto grave possono causare un aborto. Nella maggior parte dei casi, non è possibile capire le cause del singolo aborto e non sono necessari ulteriori accertamenti. Avere avuto un solo aborto non aumenta il rischio di abortività. Certo, avere avuto un aborto non significa avere problemi di fertilità.
Le cause possono variare a seconda dell'epoca gestazionale:
Cause nelle prime 12 settimane di gestazione:
- Problemi del feto: La causa più frequente di abortività spontanea è un difetto genetico o una malattia ereditaria. Talvolta il feto presenta difetti talmente gravi da rendere impossibile la sopravvivenza in utero per più di uno o due mesi. Un grave difetto causa la maggior parte degli aborti spontanei nelle prime 12 settimane di gravidanza, spesso anomalie cromosomiche.
- Ematomi subcoriali: Circa un quinto delle donne incinte con minaccia di aborto presenta un ematoma subcoriale, una raccolta di sangue all’interno della cavità uterina. Generalmente, quando sono di piccole e medie dimensioni regrediscono, mentre quelli più grandi possono causare un distacco del 30-40% della placenta dall’endometrio, con conseguente compressione del sacco gestazionale a favore dell’aborto spontaneo. Una persistenza dell’ematoma subcoriale può essere correlata ad esiti avversi, tra cui non solo l’interruzione precoce o tardiva della gravidanza, ma anche il parto pretermine e la rottura prematura delle membrane. Pertanto, affinché la gravidanza segua il suo normale corso è fondamentale una tempestiva risoluzione dell’ematoma subcoriale.
Cause nelle settimane da 13 a 20 di gestazione:Spesso il medico non riesce a stabilire la causa dell’aborto in questa fase. Talvolta è possibile identificare le seguenti cause:
- Problemi degli organi riproduttivi materni: come fibromi, tessuto cicatriziale, utero doppio o una cervice debole (incompetenza cervicale).
- Incompatibilità Rh: quando il sangue della madre è Rh-negativo mentre quello del feto è Rh-positivo.
- Uso di sostanze: come cocaina, alcol o tabacco.
- Lesioni gravi: che possono compromettere la gravidanza.
- Infezioni: come quella da citomegalovirus o la rosolia.
- Alcuni problemi di salute materni non trattati: come diabete, tiroide ipoattiva o ipertensione.
Cause di aborti spontanei ripetuti:In caso di vari aborti spontanei, il medico può ricercare problemi come:
- Il sangue della madre si coagula troppo facilmente (eccessiva trombofilia).
- Anomalie cromosomiche del feto ereditate da uno dei genitori.

Diagnosi e Trattamento dell'Aborto Spontaneo
In caso di sanguinamento o crampi durante le prime 20 settimane della gravidanza, il medico interviene con una serie di accertamenti per capire cosa sta succedendo. La diagnosi può essere semplice nei casi evidenti, ma a volte è complicata e richiede l’esecuzione di più controlli ravvicinati per chiarire se la gravidanza si sia realmente interrotta. La ginecologa farà fare il test delle BHCG sul sangue, una visita ginecologica accurata e l’ecografia endovaginale. La BHCG si esegue mediante un prelievo di sangue che valuta l’ormone prodotto dal trofoblasto, la piccola placenta che si forma inizialmente; l’HCG viene prodotto a partire dall’impianto in utero e aumenta costantemente fino al terzo mese di gravidanza. L’ecografia ci fa vedere cosa sta succedendo nell’utero: se c’è il sacco gestazionale, se è grande a sufficienza, se si vede l’embrione e se ha il battito cardiaco, e se ci sono raccolte di sangue nell’utero. Il medico esegue anche un esame pelvico, esaminando la vagina per controllare la cervice; se è aperta, è probabile un aborto. Esegue un’ecografia per vedere se il feto è ancora vivo. Esegue degli esami del sangue per controllare i livelli dell’ormone della gravidanza hCGC.
Esistono aborti silenti, ossia privi di sintomi (in questo caso, la diagnosi è clinica, attraverso l’ecografia ostetrica). In altri casi, invece, l’aborto si manifesta attraverso perdite ematiche o contrazioni uterine. La minaccia d’aborto invece è una condizione in cui i sintomi (dolore pelvico e lombare, perdita di sangue dall’utero) si presentano, pur essendo il collo uterino chiuso e il feto vitale. Molto spesso infatti la gravidanza si è interrotta ma possono passare anche settimane prima che compaiano i classici sintomi di aborto!
Come si tratta un aborto spontaneo?Se il feto e la placenta non sono più all’interno della donna (aborto completo), non è necessario alcun trattamento. Il sanguinamento e i crampi si interromperanno spontaneamente dopo poco tempo. L’ecografia documenta l’assenza di materiale nella cavità uterina e i sintomi regrediscono nel giro di pochi giorni.
Se sono ancora presenti frammenti della gravidanza (aborto incompleto o interno), il medico potrebbe:
- Tenere la paziente sotto osservazione per vedere se l’utero si svuota da solo, purché non siano presenti febbre o apparente stato di malessere. Questa è la cosiddetta "condotta di attesa".
- Somministrare farmaci che facilitino la contrazione uterina e l'espulsione del materiale abortivo, come le prostaglandine (misoprostolo o gemeprost). Il farmaco più utilizzato, nonché il più citato negli studi scientifici, è il misoprostolo somministrato per via vaginale, anche se è possibile l’assunzione orale. Questo giustifica le differenze di protocolli terapeutici che si possono trovare nei vari reparti di ginecologia. La risposta uterina potrà ottenersi nello stesso giorno dell’assunzione del medicinale. Dopo un’attesa di qualche giorno si effettua un controllo ecografico. Se non si è ottenuta l’espulsione completa del prodotto del concepimento si procede ad una nuova somministrazione del farmaco a cui segue nuovamente un’attesa di qualche giorno e un successivo controllo ecografico. Se dopo la terza somministrazione del farmaco non si ottiene l’aborto completo si procederà al trattamento chirurgico. Il vantaggio che il trattamento medico offre alla donna consiste nell’ottenere, nella maggioranza dei casi, la completa espulsione anticipando i tempi rispetto alla condotta di attesa ed evitando l’intervento chirurgico. Infine, in un numero limitato di casi, il trattamento potrebbe non avere effetto, rendendo quindi necessario il ricorso in un secondo tempo alla chirurgia.
- Eseguire un intervento chirurgico per rimuovere i resti della gravidanza. Questo è il cosiddetto "raschiamento" mediante isterosuzione. Se l’epoca gestazionale non è molto avanzata, il materiale viene rimosso con una cannula aspiratrice e poi si esegue un controllo dell’utero con l’ecografia per vedere che non siano rimasti residui. Se la gravidanza invece ha superato le 9-10 settimane, si somministrano per via vaginale dei farmaci chiamati prostaglandine che dilatano il canale cervicale e stimolano le contrazioni uterine, e poi si fa la revisione chirurgica. Se il medico deve rimuovere i frammenti della gravidanza dall'utero, somministra un farmaco che provoca sonnolenza. L’intervento effettuato dipende da quanto avanzata è la gravidanza:
- Nelle prime 12 settimane di gestazione: I frammenti vengono rimossi mediante uno strumento di aspirazione inserito nell’utero attraverso la vagina.
- Tra 12 e 20 settimane di gestazione: I frammenti vengono rimossi mediante strumenti chirurgici inseriti nell’utero attraverso la vagina.
- Intorno alle 20 settimane di gestazione: Può essere somministrato un farmaco per avviare il travaglio ed eliminare il resto della gravidanza.
I vantaggi del trattamento chirurgico sono la rapidità di risoluzione dell’aborto interno e la possibilità di effettuare esami diagnostici sul materiale prelevato per identificare le possibili cause dell’aborto. Gli svantaggi riguardano i maggiori rischi di complicanze legati alla procedura. Le complicanze sono poco frequenti (si assestano intorno al 2% dei casi) e comprendono lesioni all’utero (perforazione della parete, circa nello 0,1% dei casi), lesioni della cervice (circa 1% dei casi), complicanze emorragiche, complicanze infettive e anestesiologiche.
Prevenzione e Gestione della Minaccia di Aborto Spontaneo
Non è sempre possibile prevenire un aborto spontaneo. L'interruzione della gravidanza avviene molto presto, e in questi casi a nulla valgono le terapie, il riposo a letto o altro per evitare l’aborto. In caso di sanguinamento o crampi durante le prime 20 settimane di gestazione (minaccia di aborto), il medico può consigliare di evitare attività fisica eccessiva e di stare a riposo. Il riposo è generalmente il primo e principale trattamento che viene consigliato in caso di minaccia d’aborto. Una terapia preventiva a base di progesterone può essere efficace nei casi in cui si sospetti una insufficienza del corpo luteo. In caso di patologie autoimmuni (come la sindrome da antifosfolipidi) o in condizioni di eccessiva trombofilia, possono essere prescritti l’utilizzo di eparina o di acido acetil-salicilico. Nei casi di incompetenza cervicale verrà eseguito il cerchiaggio della cervice. Molte donne che hanno subito un aborto spontaneo rimangono nuovamente incinte e partoriscono bambini sani. Tuttavia, le probabilità di aborto spontaneo aumentano ogni volta: più aborti spontanei si subiscono, più probabile è averne un altro. In caso di diversi aborti spontanei, prima di iniziare una nuova gravidanza è consigliabile rivolgersi a un medico, che tenterà di aumentare il successo di un nuovo tentativo.
L'Impatto Psicologico e il Supporto Necessario
La gravidanza rappresenta uno dei momenti più felici nella vita di una donna, eppure può capitare che qualcosa non vada come dovrebbe. Le conseguenze di una perdita, anche precocissima, sul benessere fisico e psicologico della donna e della coppia non andrebbero mai trascurate o sottovalutate e tutte le donne dovrebbero ricevere, unitamente all’assistenza medica, anche un sostegno psicologico e relazionale. Il sostegno psicologico viene offerto tutte le volte che gli operatori riconoscono la perdita e rispettano il dolore della donna e della coppia senza minimizzarlo. Riconoscere e rispettare l’investimento emotivo fatto dalla coppia su quella gravidanza e quel bambino aiuta a avviare correttamente l’elaborazione del lutto. Ogni donna e ogni coppia hanno una storia a sé, che rende comunque unica l’esperienza della gravidanza e della perdita. Poter esplorare con la donna il significato che attribuisce alla gravidanza e alla perdita può essere molto importante per elaborare il lutto e per le future gravidanze. Gli operatori sanitari, medici e ostetriche, dovrebbero unire aspetti relazionali a quelli più tipici della loro professione di diagnosi e cura. Il supporto al lutto dovrebbe essere parte della prassi clinica, come evidenziato anche dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, che invita ogni operatore a riconoscere la perdita subita dalla donna, a rispettarla e a offrire sostegno.
Nessuna perdita è “troppo piccola” e nessuna perdita dovrebbe essere sminuita, soprattutto dagli operatori sanitari. Oggi siamo abituati a ritenere l’aborto spontaneo un “non evento”, dimenticando il significato soggettivo che ogni gravidanza assume per la coppia in attesa. Il fatto che la gravidanza si interrompa precocemente non rende “tutto più facile”, anzi. L’aborto spontaneo interrompe un processo in atto in modo brusco e intempestivo. Spesso la coppia non ha neppure fatto in tempo a entrare in relazione con il bambino gestato, che è già tutto finito. Il vuoto prende il posto della vita che cresceva. Le madri arrivano a domandarsi se davvero il loro oggetto d’amore c’è stato; per i padri, che spesso non hanno che visto due linee positive sul test di gravidanza, è complesso riconoscere, accettare e motivare i loro sentimenti. In alcuni contesti, la sofferenza non trova lo spazio per essere vista, riconosciuta e narrata dalla coppia. Compito di chi assiste i genitori, sia sul piano fisico che psicologico, è riconoscere e legittimare il dolore, senza minimizzare, sminuire o etichettare come eccessivo ciò che sentono. Accogliere l’incredulità, il diniego e la rabbia che possono accompagnare i momenti successivi alla diagnosi di aborto spontaneo con un ascolto attivo, privo di giudizio e preconcetti è alla base della cura anche per queste coppie. Passata la prima fase di shock, i genitori possono sentire il bisogno di parlare con qualcuno di quanto è accaduto, specialmente se devono tornare in ospedale per controllare come procede l’aborto. Per molte coppie si è rivelato utile ricevere una piccola memory box, una scatola dei ricordi progettata appositamente per raccogliere i pensieri, i sogni e i desideri di questi genitori per quel loro figlio e per quell’esperienza di gravidanza interrotta troppo presto. La nostra cultura ritiene spesso ancora inappropriato essere in “lutto” per un aborto, perché rimane difficile pensare ad un embrione o a un feto come a “una persona cara”.