Il Diritto all'Aborto in Italia: Tra Conquiste Storiche, Sfide Attuali e Prospettive Future

Il diritto di accesso all'aborto sicuro e legale è un aspetto profondamente discusso e cruciale dei diritti riproduttivi delle donne in molti contesti internazionali, e l'Italia non fa eccezione. Nonostante l'Italia abbia uno dei tassi di aborto più bassi d’Europa, con 182 procedure di aborto medico ogni 1000 nati, il dibattito su questo tema è costantemente alimentato da proposte e posizioni diverse, che vanno dalla tutela delle conquiste esistenti fino a spinte verso misure più restrittive. Questa complessità rende essenziale una panoramica che ne analizzi la storia, la normativa vigente, le sfide che le donne incontrano quotidianamente e le potenziali implicazioni delle recenti proposte politiche, delineando un quadro articolato che si estende dalle vicende nazionali a quelle globali.

La Storia dell'Aborto in Italia: Dalla Proibizione alla Legge 194

Per comprendere appieno il contesto attuale, è fondamentale ripercorrere la storia dell'aborto in Italia, che è un prodotto storico stratificato, non una dimensione metastorica. Prima del 1978, l’interruzione volontaria di gravidanza era considerata reato dal codice penale italiano. Il Codice Rocco, promulgato nel 1930, puniva l'aborto con la reclusione da due a cinque anni, comminati sia all’esecutore dell’aborto che alla donna stessa. In questo periodo, l’"oggetto giuridico del reato" d’aborto procurato divenne esplicitamente "l’interesse dello Stato", secondo il Titolo X, "Dei delitti contro l’integrità e la sanità della stirpe". Il clima in cui si è vissuto fino agli anni sessanta era quello di una scontata immoralità dell’aborto volontario.

L'Ottocento, e ancor più il ventennio fascista, furono secoli in cui il disciplinamento della nascita si fece più esplicito, con una formulazione quasi esclusivamente biologica della funzione materna e il suo collegamento agli interessi nazionali. I corpi riproduttivi delle donne e il loro destino biologico si elevavano a simbolo della comunità nazionale e del suo perpetuarsi.

Tuttavia, con la diffusione del femminismo e un cambiamento della sensibilità morale, la legislazione proibitiva fu radicalmente modificata, anche a fronte dell’elevatissimo numero di aborti illegali, che causavano spesso complicazioni gravi e un grande numero di morti. Le stime di fine anni '60 e inizio anni '70 parlavano di oltre un milione di interruzioni volontarie di gravidanza clandestine l’anno e di ventimila decessi in conseguenza di quelle pratiche. Fu con i Radicali e con la loro campagna referendaria che nel nostro Paese si sollevò l’onda antiproibizionista. Nel 1975, figure come il segretario del Partito Radicale Gianfranco Spadaccia, la fondatrice del Centro d’Informazione sulla Sterilizzazione e sull’Aborto (CISA) Adele Faccio e la militante radicale Emma Bonino si autodenunciarono alle autorità di polizia per aver praticato aborti e vennero arrestate. Queste azioni di disobbedienza civile furono cruciali.

Il 5 febbraio 1975, una delegazione comprendente Marco Pannella e Livio Zanetti presentava alla Corte di Cassazione la richiesta di un referendum abrogativo di articoli del codice penale riguardanti i reati d’aborto. Dopo aver raccolto oltre 700.000 firme, la consultazione referendaria fu fissata per il 15 aprile 1976, ma non ebbe seguito a causa dello scioglimento delle Camere.

Timeline della legislazione sull'aborto in Italia

Parallelamente, la Corte Costituzionale, con la storica sentenza n. 27 del 18 febbraio 1975, consentì il ricorso all’IVG per motivi gravi, motivando che non era accettabile porre sullo stesso piano la salute della donna e la salute dell’embrione o del feto. Questa sentenza evocava il conflitto madre/concepito, riconoscendo che l’interesse costituzionalmente protetto del concepito entrava in collisione con altri beni tutelati dalla Costituzione, come la salute della madre, che meritava adeguata protezione. In quest’occasione i giudici si pronunciarono sull’incostituzionalità parziale dell’art. 546 del Codice penale, che puniva il reato di aborto procurato anche in caso di gravi pericoli per il benessere fisico o psichico della gestante.

Finalmentenel 1978 arrivava la legge 194, ovvero la legge sull’aborto, che da allora consente alla donna, nei casi previsti, di poter ricorrere alla IVG in una struttura pubblica (ospedale o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza). L’impianto della 194 spiega perché l’Italia sia stata spesso richiamata a livello internazionale sulla garanzia di accesso all’Ivg.

La Legge 194/1978: Fondamenti e Limiti di una Conquista

La legge 194 del 1978, "Norme per la tutela della maternità e sull'interruzione volontaria di gravidanza", ha rappresentato un passo fondamentale nella regolamentazione dell'aborto in Italia. Questa legge stabilisce le modalità del ricorso all’aborto volontario e consente a qualsiasi donna di richiederne l'interruzione entro i primi 90 giorni di gestazione per motivi di salute, economici, sociali o familiari. L’Ivg può essere praticata anche dopo i primi 90 giorni quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna, oppure quando siano state accertate gravi anomalie del feto che potrebbero danneggiare la salute psicofisica della donna. La richiesta di Ivg è effettuata personalmente dalla donna. Nel caso delle minorenni, è necessario l’assenso da parte di chi esercita la potestà o la tutela. Tuttavia, se, entro i primi 90 giorni, chi esercita la potestà o la tutela è difficilmente consultabile o si rifiuta di dare l’assenso, è possibile ricorrere al giudice tutelare.

La legge 194 compie 40 anni

La maternità è un valore sociale, perché esprime la speranza in un futuro migliore; ma a condizione che sia «cosciente e responsabile», come espressamente esige l’art. 1 della legge 22 maggio 1978, n. 194. Qualsiasi costrizione anche solo morale ridurrebbe ancora la donna a strumento della riproduzione intesa come funzione sociale. Non si tratta dunque di preservare la continuità della specie o della comunità come valore soverchiante rispetto alle opzioni individuali, bensì di riconoscere il valore della maternità in una prospettiva di emancipazione sociale a garanzia di un’effettiva eguaglianza di genere. Anche la possibile motivazione religiosa della scelta per la maternità si inscrive così nella costellazione dei diritti inviolabili dell’uomo, che la Repubblica riconosce e garantisce (art. 2 Cost.), assumendo il compito di rimuoverne gli ostacoli.

In Italia, l’impostazione della legge 194 non è legata al principio della libertà personale, né tantomeno all’autodeterminazione riproduttiva, bensì alla tutela del diritto alla salute, e questo a partire dalla sentenza della Corte costituzionale n. 27 del 1975. Manca, nella struttura normativa, il diritto di autodeterminazione in relazione all’interruzione volontaria di gravidanza, il che significa non legittimare il diritto di autodeterminazione delle donne, che dovrebbe essere alla base della normativa. Questo vuoto consente la legittimazione di politiche di deterrenza che ostacolano l’aborto. La legge 194 è stata frutto del compromesso con partiti cattolici.

La legge indica chiaramente che l’interruzione volontaria della gravidanza non è un mezzo per il controllo delle nascite. Pertanto, il medico che esegue l’intervento è tenuto a fornire alla donna tutte le informazioni e le indicazioni sulla regolazione delle nascite, oltre che sui procedimenti abortivi. La legge prevede che ogni anno il ministro della Salute presenti al Parlamento una relazione sul fenomeno dell’Ivg in Italia, che comprenda anche gli aspetti della prevenzione. I dati sono attualmente raccolti, analizzati e pubblicati dall’Istituto superiore di sanità (Sistema di sorveglianza epidemiologica), dal ministero della Salute e dall’Istat, fornendo più accurate e dettagliate relazioni disponibili a livello internazionale. Questo lavoro include la raccolta, trasmissione e analisi dei dati e il rafforzare la rete della sorveglianza.

L'Ivg non solo è sancita dalla legge 194, ma rientra nei livelli essenziali di assistenza (Lea), cioè nei servizi e nelle prestazioni che il Servizio sanitario nazionale garantisce uniformemente a livello nazionale ed è inclusa negli indicatori per il monitoraggio dell’assistenza sanitaria.

L'Obiezione di Coscienza: Un Ostacolo Reale all'Accesso

Uno degli ostacoli più rilevanti all'accesso all'interruzione volontaria di gravidanza in Italia è l'obiezione di coscienza, strumento previsto dalla stessa legge 194. L'articolo 9 della legge 194 disciplina l'obiezione di coscienza: "Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure di cui agli articoli 5 e 7 ed agli interventi per l'interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza, con preventiva dichiarazione."

Il primo comma dell’art. 9 offre una nozione sommaria dell'obiezione di coscienza, al solo scopo di disciplinarne la forma e i tempi, mentre è il terzo comma che ne delimita l'ambito. Il terzo comma stabilisce che "gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare l'espletamento delle procedure previste dall'articolo 7 e l'effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti secondo le modalità previste dagli articoli 5, 7 e 8." Ne consegue che l’obiezione non può essere giustificata dal solo fatto che una donna manifesti l’intenzione di abortire, altrimenti non ci sarebbe stata necessità di definire quei presupposti, delimitando l’ambito delle attività cui l’obiettore può sottrarsi, come prevedono le norme incluse nell’art. 9. La specificità della direzione indica una caratteristica tecnica astratta del singolo atto, definibile in termini di idoneità; la necessarietà della direzione indica, invece, la funzione concreta di quell'atto in un determinato contesto, definibile in termini di destinazione. Solo gli atti esclusivamente destinati all’aborto, solo gli atti che non possono essere destinati che all’aborto, implicano infatti un'adesione inevitabile al programma in cui esso si inserisce. L’obiezione non è perciò ammessa quando la direzione all’aborto dipende soltanto dalla volontà altrui.

Nonostante l'obbligo delle strutture di garantire il servizio, l'obiezione di coscienza ha un impatto significativo. A livello nazionale, circa due ginecologi su tre che lavorano in strutture che effettuano l’Ivg sono obiettori di coscienza. Le percentuali sono molto variabili e non dicono tutta la verità. Attraverso un report si è mappato che il tasso altissimo di obiezione di coscienza fra il personale sanitario e non sanitario: il 63% dei ginecologi obiettori è solo il dato dichiarato. Esiste una "obiezione di struttura" anche in molti luoghi in cui non è prevista dalla legge 194, come in Lombardia, dove una delibera della Giunta regionale del 2000 ha legittimato i consultori familiari privati accreditati a escludere dalle prestazioni quelle previste per l’interruzione volontaria di gravidanza.

Mappa delle percentuali di obiettori di coscienza per regione in Italia

Guardando la situazione a livello regionale, emerge una forte disparità territoriale tra Nord e Sud, con le percentuali di obiettori più alte in Sicilia (85%), Abruzzo (84%) e Puglia (80,6%). Altri esempi includono il Molise (77,8%) e l'Umbria (63,9% con picchi del 100% all’ospedale di Castiglione del Lago e dell’83% a Foligno). Le regioni con il più alto numero di obiettori di coscienza sono caratterizzate da forti spostamenti interni. Le regioni con la più bassa percentuale di Ivg nella provincia di residenza sono Molise (55%) e Abruzzo (59%). In Molise il 22% di chi vuole interrompere la gravidanza migra in un’altra provincia e il 23% in un’altra regione. Alcune province, come Fermo, Chieti, Isernia e Caltanissetta, non effettuano alcuna interruzione di gravidanza sul proprio territorio, obbligando alla migrazione in un’altra provincia o regione. Questo evidenzia come l'accesso all’aborto, un diritto sancito dalla legge 194, non sia uguale in tutto il paese.

Le Nuove Proposte Restrittive e le Loro Potenziale Conseguenze

Mentre il dibattito sull'obiezione di coscienza continua, in Italia si sono proposte misure ancora più restrittive. I membri dell’attuale governo, o comunque alcuni parlamentari di area governativa, hanno presentato diverse iniziative. Tra le proposte spiccano quelle che vanno dal concedere pieni diritti giuridici dal momento del concepimento, all’obbligo dell’ascolto del battito fetale, fino all’inserimento delle associazioni pro-vita nei consultori.

La proposta legata al garantire diritti legali sin dal momento del concepimento sarebbe ben più vincolante e stringente. Questa proposta cambierebbe radicalmente lo status giuridico del concepito e, in quanto tale, è complessa e controversa poiché ha ramificazioni etiche e legali. Garantendo diritti legali sin dal momento del concepimento, si andrebbe a rendere l’aborto illegale, equiparandolo all’omicidio. L'obiettivo non è criticare coloro che credono che un embrione abbia lo stesso status morale di una persona, ma di evidenziare che la definizione dello status morale del concepito debba essere diritto della donna incinta e non definita a prescindere dalla legge. Maurizio Gasparri, senatore di Forza Italia, ha riproposto per l’ennesima volta un disegno di legge per modificare l’art. 1 del codice civile e anticipare l’acquisizione della capacità giuridica al «momento del concepimento» e non più al «momento della nascita». Il capogruppo della Lega al Senato, Massimiliano Romeo, ha presentato una proposta che prevede il riconoscimento del concepito come componente del nucleo familiare; e il senatore di Fratelli d’Italia Roberto Menia ha ipotizzato l’attribuzione della soggettività giuridica agli embrioni dal momento del concepimento.

Misure come quelle dell’ascolto del battito fetale e l’inserimento delle associazioni anti abortiste nei consultori sono state presentate come necessarie a garantire una reale scelta consapevole. Tuttavia, come si è chiarito, sortiranno l’effetto opposto, aumentando lo stress e la pressione sulle donne. "Mi fanno la visita, sono forzata ad ascoltare il battito cardiaco per tutta la durata. Mi forzano a incontrare una psicologa che per tutto il tempo mi chiederà se sono sicura. Fanno passare un altro mese, perché a detta loro devo pensarci bene. Un mese atroce di pianti": queste sono alcune delle testimonianze che emergono dal rapporto “Aborto a ostacoli”.

Inoltre, un disegno di legge presentato al Senato dal capogruppo di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, e dalla senatrice Isabella Rauti, ha sollecitato l’inserimento della «Giornata della vita nascente» - in un calendario civile già affollatissimo - «per valorizzare l’accoglienza di ogni nuova vita, per incoraggiare e sostenere la scelta di diventare genitori». La data individuata è il 25 marzo, in coincidenza con la ricorrenza religiosa dell’Annunciazione a Maria.

Queste proposte riflettono una crescente aggressività dei movimenti cosiddetti pro-vita e la loro capacità di contaminare il dibattito pubblico, e di tradursi in scelte politiche e costituzionali. Il rapporto di Medici nel mondo denuncia come la politica stia istituzionalizzando le barriere all’accesso all’aborto, trasformandole in vere e proprie politiche di deterrenza.

L'Impatto delle Restrizioni sul Benessere Femminile e sulla Società

La restrizione dell'aborto non solo limita il diritto di autodeterminazione delle donne, ma può avere conseguenze molto più gravi, fino ad arrivare all’incremento di pratiche abortive illegali o di “turismo medico”. Divieti e limitazioni, infatti, possono portare le donne a cercare l'interruzione della gravidanza in strutture sanitarie non legalmente autorizzate a svolgere procedure di aborto. Una situazione ancor più pericolosa sarebbe un aumento delle donne che cercano un aborto autogestito, attraverso procedure non mediche improvvisate o pillole legali. Alcune donne possono richiedere l'aborto altrove, nei paesi in cui il diritto all'interruzione di gravidanza è ancora concesso. Criminalizzare l’aborto non ferma gli aborti, li rende solo meno sicuri. L’interruzione volontaria di gravidanza non sicura è la terza causa principale di morte delle madri prevenibili in tutto il mondo.

Misure restrittive o la negazione totale del diritto all’aborto comporterebbero anche rischi significativi per il benessere psicosociale e fisico delle donne. Donne che decidono di interrompere la gravidanza sono già normalmente sottoposte a stress, pressione e spesso vengono stigmatizzate per la loro scelta. Il linguaggio denigratorio, i ricatti, i giudizi, l'obbligo di ascoltare il battito fetale, gli antidolorifici negati sono tutte testimonianze reali di donne che, a fronte del proprio diritto di richiedere un’interruzione volontaria di gravidanza, hanno subito abusi e violenze inaccettabili. Come riferito nel rapporto “Aborto a ostacoli”, accedere all’interruzione volontaria di gravidanza in Italia è sempre più difficile e a pagarne il prezzo più alto è la salute mentale delle donne. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, una normativa restrittiva sull’aborto può causare angoscia e stigmatizzazione e rischia di costituire una violazione dei diritti umani. Lo studio Turnaway, condotto da Advancing New Standards in Reproductive Health presso l’Università della California, San Francisco, dimostra che le donne che incontrano barriere nell’accesso all’Ivg presentano maggiormente stress, ansia e depressione. Le donne a cui l’aborto è stato negato hanno riportato anche maggiori difficoltà economiche e maggiore probabilità di vivere in stato di povertà, di rimanere legate a un partner violento o di crescere i figli da sole. Al contrario, le donne che hanno interrotto una gravidanza indesiderata non provano rimpianto, dolore né tantomeno disturbo da stress post-traumatico.

Infografica sulle conseguenze delle restrizioni all'aborto

Il mantenimento del diritto all’aborto e l’accesso legale alle procedure è fondamentale per garantire il benessere delle donne, ma è anche essenziale per contrastare le già critiche disuguaglianze professionali e le conseguenze relative all’indipendenza socioeconomica. Restrizioni all’aborto possono avere un impatto a breve e a lungo termine sui piani educativi e professionali e accrescere il divario di genere in relazione a vari fattori, per esempio istruzione, stipendio, benessere, famiglia. L'assenza di opzioni di aborto accessibili può portare a un aumento della pressione finanziaria e dello stress per le donne, colpendo la loro salute mentale, il loro benessere, la loro capacità di scelta professionale e di partecipazione equa alla forza lavoro.

L'Aborto Farmacologico: Innovazione e Barriere nell'Applicazione

La pratica dell'interruzione di gravidanza ha subito notevoli cambiamenti nel corso degli anni, soprattutto con l'introduzione dell'aborto farmacologico. La legge, con l’art. 15, prevede «l’uso delle tecniche più moderne, più rispettose dell’integrità fisica e psichica della donna e meno rischiose per l’interruzione della gravidanza». Il metodo chirurgico, che consiste nell’aspirazione della camera gestazionale o isterosuzione, viene eseguito generalmente dalla settima alla 14-15 settimana e prevede il ricovero in day-hospital. Per l’aborto farmacologico si utilizzano due farmaci, il mifepristone, più noto come RU486, e una prostaglandina, il misoprostolo.

In Italia, i progetti di commercializzazione della pillola RU486 sono stati al centro di accesi dibattiti. Nell’immediato, la liberalizzazione della RU486 non ha rivoluzionato l’accesso all’Ivg nel nostro paese: la sua diffusione, infatti, si è attestata al 12,9% del totale nel 2014 e al 20,8% nel 2018. Da questo punto di vista, l’impatto della pandemia di Covid-19 è stato rilevante: nel 2020 sono state emanate le «Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine per agevolare l’accesso all’aborto farmacologico». La somministrazione dei farmaci è stata demandata agli ospedali, alle case di cura, ai consultori e alle strutture ambulatoriali pubbliche autorizzate dalle Regioni, senza pernottamento, permettendo l'esecuzione di Ivg farmacologico in regime di day hospital. Parallelamente, l’AIFA ha emanato la determina n. 862 del 2020 che ha modificato il regime di somministrazione della RU486 consentendone l’utilizzo fino alla nona settimana di gestazione e in regime di day hospital, estendendo la possibilità di effettuarlo in contesti extra-ospedalieri come prevede la circolare ministeriale dell’agosto 2020. Questo ha portato a una crescita significativa dell'aborto farmacologico, che nel 2021 ha rappresentato il 36,4% di tutte le IVG, presentando un’ulteriore crescita rispetto al 2020 (31,9%). L'Organizzazione mondiale della sanità definisce l’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica una procedura sicura.

Diagramma che confronta l'aborto chirurgico e farmacologico

Tuttavia, la legge 194, non prevede la possibilità dell’Ivg fuori da strutture autorizzate e l’impianto normativo non è mai stato aggiornato con le scoperte e gli avanzamenti scientifici. Una mancanza che dunque non accoglie le esigenze attuali. La piattaforma Women on Web, nata come servizio dedicato a persone che vivono in Paesi con legislazioni particolarmente restrittive, negli ultimi anni ha visto crescere i contatti dall’Italia. Le motivazioni alla base dei contatti sono diverse: tenere l’Ivg nascosta al partner o alla famiglia (42%) o tenerla privata (36,8%), distanza da posti in cui poter accedere all’Ivg farmacologica (41,77%), costi troppo alti (25,8%). Storie come quella di una donna che, incinta di sei settimane, non può lasciare il bambino per recarsi alle visite necessarie, perché il suo partner si renderebbe immediatamente conto di cosa sta succedendo, evidenziano la necessità sempre più impellente di accedere all’aborto non come se fosse un privilegio.

Il Ruolo dei Consultori e delle Associazioni nel Contesto Attuale

I consultori familiari, istituiti dalla legge 29 luglio 1975, n. 405, sono appunto istituzioni cui l’art. 2 della legge 22 maggio 1978, n. 194, assegna il compito di informare la donna in stato di gravidanza circa i diritti riconosciutile, i servizi di cui può avvalersi e le modalità idonee a ottenere il rispetto delle norme della legislazione sul lavoro a tutela della gestante. Possono anche predisporre o sollecitare interventi intesi a risolvere ulteriori problemi derivanti dalla gravidanza o dalla maternità e contribuire a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all'interruzione della gravidanza. Sicché i consultori non possono intervenire sulle convinzioni e sugli orientamenti morali della donna ma solo sulle cause “esterne” alla sua decisione. Anche il Progetto obiettivo materno infantile (Pomi), adottato nel 2000, assegna un ruolo strategico centrale ai consultori familiari nella promozione e tutela della salute della donna e dell’età evolutiva.

Secondo quanto prevede l’art. 2 della legge 194, i consultori possono avvalersi «della collaborazione volontaria di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono anche aiutare la maternità difficile dopo la nascita». Ma questa collaborazione esterna, anche quando estesa a «soggetti del Terzo settore che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità» (come è ora previsto dall’art. 44 quinquies d.l. 2 marzo 2024, n. 1), è consentita esclusivamente «per i fini previsti dalla legge». La scelta laica per l’ammissibilità dell’interruzione volontaria della gravidanza è nella legge.

Tuttavia, come menzionato in precedenza, l’inserimento delle associazioni pro-vita nei consultori è una delle proposte recenti. La prima parte della legge 194 è quella che Giorgia Meloni ha rivendicato in campagna elettorale e a cui è stata fedele, permettendo di fatto l’ingresso di gruppi e movimenti antiabortisti nei consultori e negli ospedali. Lo scorso 23 aprile, il Senato ha approvato un emendamento all’articolo 44 del decreto legge 19/2024 che prevede che le Regioni, nell’organizzazione dei servizi consultoriali, possano avvalersi anche del coinvolgimento di soggetti del terzo settore «che abbiano una qualificata esperienza nel sostegno alla maternità». Il 30 maggio 2024, l’assessore alle politiche sociali del Piemonte, Maurizio Marrone, ha consegnato ai volontari del Movimento per la vita le chiavi della “stanza per l’ascolto”, dove i volontari ricevono le donne che vogliono interrompere una gravidanza e offrono un sostegno economico a chi sceglie di non farlo.

Questo fenomeno solleva preoccupazioni sul fatto che tali misure, pur presentate come necessarie a garantire una reale scelta consapevole, possano in realtà sortire l’effetto opposto, trasformandosi in politiche di deterrenza e aumentando le barriere all'accesso.

Il Contesto Internazionale: Tendenze Globali e Arretramenti del Diritto all'Aborto

La storia delle leggi sull’aborto nel mondo dimostra come anch’esso non sia un diritto che può essere dato per acquisito una volta per tutte, ma è sempre oggetto di conflitti e può essere vittima di clamorosi arretramenti. Che nel corso del XXI secolo la libertà di scelta e il libero accesso all’aborto volontario costituiscano un diritto acquisito e indiscutibile per le donne in buona parte dei paesi del mondo e certamente in parte d’Europa, è un’affermazione spesso ripetuta, ma non sempre confermata da un’analisi più ravvicinata e dettagliata. Difficile considerare questi modelli come definitivamente acquisiti, sia nella direzione di una maggiore liberalizzazione, ma anche del suo contrario.

Si prenda il caso della Polonia: tra il 2016 e il 2018 il partito conservatore Diritto e giustizia (Prawo i Sprawiedliwość, PiS) ha presentato alcune proposte di modifica della legge estremamente restrittive. Queste includevano l'aborto consentito solo nel caso di pericolo per la vita della donna, la reclusione per i medici che praticano illegalmente l’aborto e, infine, un progetto di legge per introdurre il divieto di aborto anche nei casi in cui il feto sia affetto da malformazioni genetiche. Grazie anche a una serie di intense proteste da parte delle donne «in nero», in più di cento città polacche, le proposte di modifica della legge non sono state ratificate per un periodo. Tuttavia, la decisione del Tribunale Costituzionale polacco del 2020 ha stabilito che l’aborto è vietato in quasi tutte le circostanze.

Un altro esempio significativo è la sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti (con equilibri ridisegnati dalla presidenza Trump) «Dobbs v. Jackson» che nel 2022 ha ribaltato la storica «Roe v. Wade». Per quasi 50 anni, la Corte suprema degli Stati Uniti aveva ribadito più volte che la Costituzione proteggeva il diritto all’aborto. Tuttavia, il 24 giugno 2022, nel caso Dobbs v. Jackson, la Corte Suprema ha deciso che la Costituzione non conferisce alcun diritto all’aborto. Questa decisione ha portato a un mosaico di leggi devastanti, con divieti parziali o totali in 21 stati del paese. L’impatto è maggiore per le persone nere, immigrate senza documenti, transgender, che vivono in aree rurali o in condizioni di povertà e per le popolazioni native. L’unico modo per fermare questo fallimento pericoloso e discriminatorio è attraverso una piena protezione federale del diritto all’aborto.

Mappa globale della legislazione sull'aborto

Di fronte a questi arretramenti, l’Unione europea ha approvato una risoluzione in cui ha espresso preoccupazione per i passi indietro del diritto di accesso a un aborto sicuro e legale e ha esortato gli stati membri a depenalizzarlo e a eliminare e combattere gli ostacoli che lo impediscono. La risoluzione non vincolante del Parlamento europeo sull’inclusione del diritto di aborto nella Carta dei diritti fondamentali dell’Ue, approvata lo scorso aprile, chiede agli Stati membri di rimuovere gli ostacoli al servizio come raccomandato dalle linee guida dell’Oms del 2022. Anche altri Paesi fanno passi avanti: nel Regno Unito verranno individuate zone interdette agli antiabortisti e sarà illegale qualsiasi azione volta, intenzionalmente o incautamente, a molestare le persone che hanno deciso di interrompere una gravidanza.

Autonomia Corporea e Diritti Umani: La Scelta Individuale al Centro

Il mantenimento della piena autonomia e della libertà di scelta delle donne in gravidanza è essenziale per garantire la protezione del loro benessere fisico e psicosociale sia a breve che a lungo termine. La capacità di prendere decisioni sul proprio corpo, comprese quelle relative alla gravidanza e al parto, sono un aspetto fondamentale della libertà individuale e dei diritti umani. Il rispetto della piena autonomia e della libertà di scelta delle donne in gravidanza è quindi un pilastro cruciale per preservare la loro dignità, garantire il loro benessere e promuovere una società più giusta. Il diritto internazionale dei diritti umani afferma chiaramente che le decisioni sul nostro corpo sono solo nostre. Questo è ciò che chiamiamo “autonomia corporea”.

Restrizioni all’accesso all’aborto non solo limitano il diritto di autodeterminazione delle donne, ma possono avere conseguenze molto più gravi, fino ad arrivare all’incremento di pratiche abortive illegali o di “turismo medico”. In molte circostanze, non c’è altra scelta che ricorrere a soluzioni non sicure che possono addirittura comportare accuse penali e reclusione. Le donne e le ragazze cisgender non sono le uniche persone che hanno bisogno di accedere all’aborto. Gli sforzi per migliorare l’accesso all’aborto devono considerare le esigenze uniche delle persone Lgbtqia+ che rischiano di affrontare forme intersezionali di discriminazione e stigmatizzazione se cercano di abortire. In tutto il mondo, coloro che difendono il diritto all’aborto sono sotto attacco, esposti a stigmatizzazione, attacchi fisici e verbali, intimidazioni e minacce, e sono criminalizzate attraverso procedimenti giudiziari ingiusti, indagini e arresti.

Il diritto all’aborto è in primo luogo un diritto di scelta individuale, della donna. Ma perché sia concreto non basta che la legge lo consenta astrattamente come libertà personale; deve essere anche garantito dalle strutture sanitarie. Dunque, rendere realmente usufruibile e non interpretabile in modo restrittivo la legge 194 è fondamentale. Bisogna riequilibrare gli spazi per ridare dignità a tutto il percorso legato a una libera scelta.

La Lotta Continua: Dalle Voci Inascoltate alle Nuove Forme di Mobilitazione

Nell’agenda dello sciopero globale transfemminista dell’8 marzo è centrale la questione dei diritti riproduttivi, e in primo luogo all’aborto libero e sicuro, istanza storica delle lotte femministe. Diritti che sono ancora lungi dall’essere garantiti e, dove sembravano acquisiti - o meglio, conquistati -, sono quotidianamente messi in discussione. Alla crescente aggressività dei movimenti cosiddetti pro-vita e alla loro capacità di contaminare il dibattito pubblico, si oppongono forme eterogenee di mobilitazione e organizzazione, come l’osservatorio di Obiezione Respinta in Italia, impegnate in battaglie tanto culturali, quanto di garanzia e avanzamento dei diritti.

Le voci inascoltate di molte delle 63mila donne che ogni anno in Italia vogliono interrompere la gravidanza ritrovano spazio e centralità nel rapporto “Aborto a ostacoli. Tra dati e testimonianze, dal rapporto emerge un quadro chiaro, accedere all’interruzione volontaria di gravidanza in Italia è sempre più difficile e a pagarne il prezzo più alto è la salute mentale delle donne. "Doveva pensarci prima!", "Ti sei divertita, ora paghi", "Deve sentire il battito del feto, è fondamentale!", "Siamo donne, dobbiamo soffrire": si tratta di testimonianze reali di donne che, a fronte del proprio diritto di richiedere un’interruzione volontaria di gravidanza, hanno subito abusi e violenze inaccettabili, da Nord a Sud. È il secondo anno consecutivo che si partecipa alla campagna di Medici del mondo per sensibilizzare il Paese sulla questione dell’interruzione di gravidanza e sullo stigma sociale che c’è nei confronti delle persone che scelgono di affrontarla. La comica Laura Formenti, testimonial della campagna, afferma che "l’aspetto più importante sia provare a fare un cambio di narrazione. Anche chi è a favore dell’aborto spesso parla di dramma, tragedia o di qualcosa che passerà mai nella vita: invece è una scelta e un diritto." Invece, troppo spesso, è il dolore e l’umiliazione l’esperienza più comune.

La percezione collettiva che quanto accade sia raro o un’eccezione non corrisponde alla realtà. Le testimonianze raccolte da diverse associazioni, riportate nel report di Medici del Mondo e registrate nell’installazione, parlano di situazioni al limite: atteggiamenti ostili e linguaggio offensivo del personale sanitario, medici che non si presentano agli appuntamenti appositamente per allungare i tempi, donne costrette ad ascoltare il battito fetale e a firmare, contro la loro volontà, per la sepoltura del feto. Con la presentazione del rapporto alla Camera, Medici nel mondo richiama la politica alla sua responsabilità nella tutela del diritto all’aborto in modo omogeneo sul territorio nazionale.

La legge 194 compie 40 anni

"La tua scelta zero ostacoli" è una guida per affrontare l’aborto in modo libero e informato. Perché una gravidanza indesiderata può capitare a chiunque, e decidere di non proseguirla è un diritto sancito dalla legge. In Italia, chi sceglie di abortire può incontrare ostacoli, tra cui medici obiettori, disinformazione, pressioni psicologiche, lunghe attese e un sistema sanitario poco collaborativo. Questa guida svela molte informazioni che spesso vengono taciute o distorte, come il fatto che non si è obbligate ad ascoltare il battito del feto, né l'ecografia è un passaggio obbligatorio.

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