Il dibattito contemporaneo intorno all’interpretazione dei testi sacri, in particolare quelli dell’Antico Testamento, ha visto negli ultimi anni emergere visioni eterodosse che mettono in discussione la lettura metafisica e spirituale consolidata nel corso dei secoli. Al centro di questo confronto si trovano le tesi di Mauro Biglino, il quale propone una rilettura dei testi biblici priva di sovrastrutture teologiche, focalizzandosi su una traduzione letterale che, a suo avviso, rivelerebbe una realtà ben diversa da quella insegnata dalla tradizione giudaico-cristiana. Per comprendere appieno la portata di questa disputa, è necessario esaminare il rapporto tra la giustizia divina, la struttura dei testi evangelici e la metodologia ermeneutica impiegata.

La natura della giustizia nell'Antico Testamento
Secondo la mentalità vigente nell'Antico Testamento, la violenza e la punizione erano strettamente relazionate alla giustizia di Dio. Dio mostrava la sua giustizia con la punizione, perché ancora non aveva inviato il Figlio. Egli aveva inviato profeti per annunciare proprio la venuta del Figlio. Infatti, nei Libri dell'Antico Testamento vi sono circa trecento profezie che indicano l'arrivo del Figlio. Ma proprio perché il Figlio non era ancora arrivato e non aveva potuto salvare il mondo, il patto tra Dio e l'uomo era ancora "antico". Proprio per questo ogni trasgressione contro Dio o ogni peccato doveva per forza essere punita severamente o con la morte.
La vendetta era pertanto un mezzo per far regnare la giustizia tra i popoli. Dio (Yahweh) era un Padre severo che puniva i peccati se necessario con la morte. Puniva chi non gli obbediva e trasgrediva la legge, puniva chi non aveva fede in lui. Il Dio veterotestamentario doveva per forza essere infinitamente giusto, punendo i peccati, esattamente come lo è il Dio neotestamentario. Tuttavia, la visione teologica classica sottolinea che nel Nuovo Testamento Gesù Cristo è venuto proprio per togliere il peccato del mondo e ristabilire il patto iniziale tra Dio e l'uomo. Ora non vi è più castigo terreno, né punizione terrena, ma chi crede in Gesù Cristo è salvo. Proprio per questo Dio ha inviato suo Figlio, che è Dio stesso, il Verbo.
Analisi delle fonti e formazione dei Vangeli
Per valutare la coerenza delle narrazioni neotestamentarie, è necessario ricorrere alle fonti documentali storiche. Un punto fondamentale riguarda l'origine del Vangelo di Marco. Eusebio di Cesarea, nella sua Storia ecclesiastica (3.39.15), riporta uno scritto di Papia di Ierapoli: «Anche questo il presbitero era solito dire: Marco, che fu interprete di Pietro, scrisse con cura, ma non in ordine, ciò che ricordava dei detti e delle azioni del Signore. Poiché egli non aveva ascoltato il Signore né era stato uno dei suoi seguaci, ma successivamente, come ho detto, uno di Pietro. Pietro adattava i propri insegnamenti all'occasione, senza preparare un arrangiamento sistematico dei detti del Signore, cosicché Marco fu giustificato a scrivere alcune delle cose come le ricordava. Poiché egli aveva un solo scopo: non tralasciare nulla di quanto aveva ascoltato e di non scrivere nulla di errato».
Ulteriori conferme si ritrovano in Ireneo (Contro le eresie, 3.1, 10.6) e Tertulliano (Contro Marcione, 4,5). La testimonianza di Dionigi, vescovo di Corinto (166-174 AD), citata da Eusebio, sottolinea la continuità dell'insegnamento apostolico: «Con una tale ammonizione voi avete fuso le piantagioni di Roma e di Corinto, fatte da Pietro e da Paolo, giacché entrambi insegnarono insieme nella nostra Corinto e noi ne siamo i frutti, e ugualmente, dopo aver insegnato insieme anche in Italia, subirono il martirio nello stesso tempo».

Il dibattito ermeneutico: Biglino e la critica accademica
Le tesi di Mauro Biglino, esposte in opere come Antico e Nuovo testamento, libri senza Dio, sostengono che il "dio unico" di Israele altro non sia che uno dei tanti "dèi" discesi dal cielo. Biglino ritiene che tutte le credenze accumulate nei secoli siano un sistema di controllo delle coscienze. Questo approccio è stato duramente contestato da studiosi e apologeti, i quali criticano il criterio ermeneutico utilizzato.
Criticare il criterio ermeneutico è quanto di più specifico e stringente si possa fare: tagliare un centinaio di pagine da I promessi sposi per dimostrare che quel romanzo parlerebbe solo di economia, o di politica, o di costumi popolari, è certamente possibile ma evidentemente fuorviante. Restando nella metafora, che direbbe del critico il quale volesse darci a bere che don Rodrigo non sarebbe un umano perché al capitolo VI si legge che fra Cristoforo ritirò «placidamente la mano dagli artigli del gentiluomo»? Un qualunque vocabolario basta a farci certi che soltanto a delle fiere si addicono gli artigli. Ecco perché l'approccio critico verso Biglino entra nel merito di quelli che vengono definiti "trucchetti di basso cabotaggio".
L'autore sostiene che termini come «אֱלוֹהִים» (Elohîm) vengano forzatamente interpretati in chiave extraterrestre, ignorando il contesto filologico e teologico che ha guidato la comprensione dei testi per millenni. Si richiama spesso il pensiero di G.K. Chesterton: «Quando la gente smette di credere in Dio non è vero che non crede più a niente: anzi, comincia a credere a tutto». Biglino, in quest'ottica, viene visto come un autore che, cercando di smontare il sistema religioso, finisce per sostituirlo con narrazioni di segno opposto ma ugualmente prive di basi scientifiche documentate.
Il GERMANICO comune e la Legge di Rask-Grimm
Struttura e finalità delle tesi contestate
Il testo di Biglino presenta una suddivisione ravvisabile fin dall'indice: i capitoli 1-4 si concentrano sulla questione del termine «אֱלוֹהִים» [“Elohîm”]; i capitoli 5-6 entrano nel Nuovo Testamento e discutono le narrazioni sulla figura di Gesù; mentre gli ultimi capitoli (7-9) ambiscono a tirare le somme di tutte le considerazioni precedenti, appurando se quello che ci è stato detto sulla Bibbia sia falso. Chiaramente, Biglino ritiene di sì.
Questa critica non è inedita: da Marx in qua, una siffatta critica è stata rivolta a ogni religione. Già Cicerone ammetteva che nell'età classica le liturgie romane fossero meri instrumenta regni (strumenti di governo), e che nessuno dei ceti alti credesse davvero alle divinità. L'accostamento alla testimonianza ciceroniana parrebbe portare acqua al mulino di Biglino, poiché è sua convinzione che le religioni siano un inganno ordito per assoggettare gli uomini e che vi sia sempre stato qualcuno "messo a parte" del segreto.
La persecuzione e la testimonianza apostolica
Per contrastare la tesi di una costruzione puramente politica della fede, i sostenitori della tradizione citano le testimonianze sulle prime persecuzioni. Lattanzio, in De Mortibus Persecutorum (318 AD), descrive la diffusione della fede: «I suoi apostoli erano allora undici di numero, al quale sono stati aggiunti Mattia, al posto del traditore Giuda, e poi Paolo. Poi si dispersero per tutta la terra a predicare il Vangelo, come il Signore loro Maestro gli aveva ordinato; e durante venticinque anni, e fino all'inizio del regno di Nerone, si occuparono di gettare le fondamenta della Chiesa in ogni provincia e città».
Il passaggio prosegue narrando come Nerone, osservando che una grande moltitudine di persone abbandonava il culto degli idoli per la nuova religione, decise di radere al suolo il tempio celeste e distruggere la fede. Fu lui il primo a perseguitare i servi di Dio, crocifiggendo Pietro e facendo uccidere Paolo. Queste narrazioni storiche, secondo i critici di Biglino, testimoniano la reale esistenza di una fede che trascende le logiche del puro potere terreno, mettendo in discussione l'ipotesi che il Cristianesimo sia nato esclusivamente come uno strumento di assoggettamento ordito da entità esterne.

In ultima analisi, il confronto tra la prospettiva di Mauro Biglino e l'esegesi tradizionale non riguarda solo la traduzione di singoli termini ebraici, ma la visione stessa dell'essere umano e del suo rapporto con il trascendente. Mentre la tesi di Biglino riduce la Bibbia a una cronaca di interventi di una casta dominante, la visione classica continua a leggere nei medesimi testi il dispiegarsi di un disegno salvifico che, pur attraverso la durezza delle leggi antiche, mira alla liberazione finale dell'individuo attraverso la figura di Cristo. La validità dell'uno o dell'altro approccio dipende non solo dal dato letterale, ma dalla capacità del lettore di integrare il rigore filologico con la profondità storica e teologica che caratterizza il dibattito sulla tradizione occidentale.