"A Nascita du Bambinuzzu": Canto, Significato e la Profonda Tradizione Natalizia Calabrese

La Calabria, terra di paesaggi aspri ma affascinanti, è una delle regioni in cui il movimento di riscoperta delle tradizioni popolari sta vivendo una fase di grande vivacità, caratterizzata dal fiorire di tanti gruppi musicali e da un rinnovato interesse per il suo patrimonio culturale. In questo contesto, canti come "A nascita du bambinuzzu" emergono come espressione autentica e commovente della spiritualità e dell'identità locale, unendo generazioni in un abbraccio di musica e fede. Leggere questo testo significa leggere le sacre scritture, assaporare il vero odore del Natale e abbandonarsi al piacere della serenità, un sentimento che pervade la celebrazione natalizia in questa regione.

"A Nascita du Bambinuzzu": La Voce della Natività in Dialetto

Spartito di

"A nascita du bambinuzzu", adattata ad ogni dialetto, descrive il momento della nascita di Gesù con una semplicità e una genuinità che toccano profondamente. Questo canto, dal suo impianto melodico iterativo, cattura l'essenza della narrazione evangelica, rendendola accessibile e sentita. Il testo, intriso di un sentimento religioso sincero, è un pilastro della cultura popolare calabrese, ancora fortemente segnata dal grande insegnamento di san Francesco da Paola. Ogni strofa evoca immagini vivide della celebrazione del Natale nella terra calabrese, trasportando chi ascolta e chi legge in quella notte sacra.

Ecco il testo che, con la sua purezza, ha toccato i cuori degli spettatori e continua a farlo:

A NASCITA DU BAMBINUZZU

C’era appuntu nu vecchiarellucaminava pe’ la viae tirava lu somarellusupra a lu mbastu purtava a Maria.

Eranu stanchi, ma dopu truvaru’na gritticeddha vardarue trasiru ’nu letticeddhu di pagghiacunzaru s’arripusaru, prigaru e durmiru.

A menza notti ’nu pasturelluchiamava: 'Genti, curriti pi’ cca!'svegliava tuttu lu paiselluvuliva dari la novità.

Vitti ’nd’o celu ’na cosa chi brilla,si spaventava e diciva: 'Chi fu ?'supra la grutta calava ’na stillal’Angiulu dissi: 'È natu Gesù'.

Cu’ l’aiutu di l’asinellue cu’ l’aiutu di Mariarespirava lu boicellusi scaldava lu Messia.

In questo dolce componimento poetico, la grazia della narrazione evangelica sembra trovare la sua espressione più semplice e genuina. "A nascita du bambinuzzu" è uno dei brani che si sono distinti tra i canti più emozionanti eseguiti durante serate dedicate alla tradizione, affiancando altri canti come “Non c’è cchiù bella festa”, “San Giuseppe si partia”, “Allestimundi cari amici”, “Pasturelli non stati a durmiri” e “Aspittati na nticchella”.

Il Contesto Musicale e la Riscoperta delle Tradizioni Calabresi

Artisti calabresi con strumenti tradizionali

La riscoperta delle tradizioni popolari e della ricchezza dei suoi antichi canti costituisce un segno identitario importante che coinvolge soprattutto le nuove generazioni in Calabria. Grazie a questo rinnovato interesse sono rifiorite antiche ritualità e feste contadine, considerate solo fino a pochi anni fa persistenze di una cultura arcaica in via di estinzione. Molti giovani musicisti si sono avvicinati allo studio di strumenti pastorali e arcaici come le zampogne e le ciaramelle, la chitarra battente e la lira, riscoprendo un repertorio etnomusicologico ancora assai ricco di tanti piccoli tesori.

Il concerto è stato concepito come un omaggio alla tradizione musicale calabrese, con l’intento di celebrare e far rivivere le radici spirituali e culturali del territorio. Un esempio di questa vivacità è stato il concerto ‘Cantamu u Natali’, un momento di grande emozione e riflessione per tutta la comunità, dove la musica, con la sua potenza e bellezza, ha unito tutti in un abbraccio spirituale. Altre iniziative, come quelle dei gruppi canterini che intonano antichi canti tradizionali e dolci melodie natalizie lungo le quiete “rughe” del paese, mostrano come questa tradizione venga mantenuta viva. Il repertorio di questi gruppi comprende canti tradizionali come il classico “Tu scendi dalle stelle”, “A Nascita Do Bambinuzzu”, e l’antico canto dialettale “Cantandu Bon Natali”, “Allestitevi Cari Amici”, “Nte Tiempi e Natali”, “Banbiniaju Banbiniaju”. Questi canti, eseguiti con strumenti come la fisarmonica, la chitarra e il triangolo, ricreano una dolce, incantevole atmosfera di pace e serenità nelle strade, nelle case e nelle famiglie.

Il repertorio del concerto ha incluso una varietà di brani che richiamano la tradizione natalizia calabrese, alcuni dei quali provengono dalla raccolta di Padre Salvatore Brugnano, intitolata “Espressione di religiosità popolare in Calabria: il Natale”, che raccoglie testimonianze musicali profondamente radicate nella cultura locale. Altri brani sono trascrizioni del M° Franco Romano, già direttore del Conservatorio di Reggio Calabria. Oltre ai canti liturgici e popolari, i cori hanno eseguito anche elaborazioni in vernacolo, un modo per mantenere viva la lingua e le tradizioni calabresi. La forza della parola, gli accenti sospesi del dialetto, diventano la viva e palpitante materia sonora che caratterizzano questi spettacoli. I testi, infatti, costruiscono con la musica, architetture sonore tra blues e jazz, riuscendo a far convivere suoni antichi e moderni, tammurriate ed arie del Settecento.

Il Natale Calabrese tra Spiritualità e Memoria

A Nascita du Bambinuzzu I CANTORI DELLA GIURDANA

Il Natale, nella cultura calabrese, trascende la semplice festività per divenire un momento di profonda riflessione spirituale e di rinsaldamento dei legami comunitari e familiari. Una regione dai forti contrasti sociali, attraversata da paesaggi aspri ma affascinanti, nonostante tutte le lacerazioni sociali, continua a vivere l’esperienza dei rituali natalizi con grande devozione e partecipazione popolare. Il Natale è da sempre sinonimo di serenità, di famiglia, di amore, di tranquillità, anche se il Natale, in realtà, ha una doppia faccia perché serve a ricordare a chi si sente solo, quanto è solo. Tuttavia, vivere questa tradizione significa abbandonarsi completamente all’amore, compiere atti di gentilezza e solidarietà, sentirsi uniti ed empatici verso gli altri. La liturgia del Natale è dominata dal tema dello scambio di Dio che si è fatto uomo il quale, entrando nella nostra famiglia, la rende compartecipe della sua. Nell’umile figura del Divino Infante si avverte il germe della vera grandezza.

È importante custodire le tradizioni perché attraverso di esse si può riscoprire non solo la storia, ma anche la fede. Alla festa cristiana per eccellenza si sono sempre ispirati artisti e poeti, uomini dotti e gente comune. L'antico proverbio "Pasca cu’ ccu voi e Natali cu’ li toi!" riassume l'importanza del focolare domestico. Infatti, numerosi sono gli emigranti che ogni anno lasciano le più sperdute contrade per ricongiungersi ai parenti e agli amici più cari. Al focolare domestico i ricordi del passato, mescolandosi ai progetti del presente, riaccendono nell’anima la fiamma della speranza di un domani migliore che la Calabria aspetta da sempre. I più anziani richiamano i fanciulli attorno al presepe per insegnare quei canti semplici e suggestivi che li hanno accompagnati fin da piccoli, conservando e trasmettendo la memoria culturale.

Si sa che il 25 dicembre non rappresenta la data storica della nascita di Gesù. Secondo altri esperti, il solstizio d’inverno e il culto del Sol Invictus nel tardo impero romano hanno avuto un ruolo rilevante nell’istituzione e nello sviluppo del Natale. Tuttavia, la festa non si sovrappone alle celebrazioni per il solstizio d’inverno e alle feste dei saturnali romani, in quanto questi ultimi duravano dal 17 al 23 dicembre. La data scelta, quindi, ha un significato più simbolico e teologico che storico, focalizzandosi sulla luce che nasce nel buio dell'inverno.

Presepe tradizionale calabrese

Il presepe, in particolare, riveste un ruolo centrale. San Francesco, istituendo nel 1221 a Greccio il primo presepe, arrecò un rinnovamento nella tradizione cristiana, rendendo visibile e tangibile il mistero dell'Incarnazione. La riproduzione dei vari ambienti del presepe della tradizione italiana, partendo da quello della terra Santa, poi quelli classici della cultura napoletana e con uno sguardo all'identità locale, come a Filadelfia e Castelmonardo, con San Francesco di Assisi e quello di Paola che vengono posizionati ai lati dove guardano il Bambinello Gesù, testimonia la profondità di questa pratica. Lungo le strade del paese antico il cammino delle cantanti e dei suonatori è rischiarato ed illuminato, allestito da presepi, anche negli angoli più bui e nascosti, dalla luce delle artistiche rappresentazioni.

Dialetto, Identità e Radici Profonde della Calabria

Mappa della Calabria con indicazione delle isole etno-linguistiche

La diversità calabrese e dei calabresi muta da zona a zona, da luogo a luogo, muta in continuazione per composizione linguistica, etnica, e quindi anche il folklore assume colori ed aspetti a secondo dei posti. Il dialetto, in particolare, è un veicolo fondamentale di questa identità. Oltre ai canti liturgici e popolari, l'esecuzione di elaborazioni in vernacolo è un modo per mantenere viva la lingua e le tradizioni calabresi. La forza della parola, gli accenti sospesi del dialetto, diventano la viva e palpitante materia sonora che caratterizza molti spettacoli e celebrazioni.

In Calabria si incontrano diverse "isole" etnico-linguistiche che arricchiscono ulteriormente il panorama culturale. La prima isola etnica e folcloristica che si incontra visitando la Calabria venendo da Nord, è quella fondata dai Valdesi del Piemonte, che si rifugiarono in provincia di Cosenza attorno a Guardia e Montalto, per sfuggire alle persecuzioni del medioevo. Sempre in provincia di Cosenza, sono radicate comunità albanesi (Arbëreshë) insediatesi intorno a Castrovillari, Acquaformosa, San Basile, Spezzano, Firmo e Lungro. Qui si conservano ancora la lingua, i costumi, gli usi e i riti della terra d'origine. La sopravvivenza degli albanesi di Calabria è dovuta alla gelosa custodia del patrimonio etnico; a San Cosmo Albanese, per esempio, la festa patronale ha delle caratteristiche albanesi, come il rito nuziale impostato sul ratto della sposa, sull' "iconastasi", la passeggiata in cerchio di tutto il corteo per tre volte intorno all'altare.

La parte Sud della Calabria custodisce il fascino e la bellezza del mondo greco con paesi come Gallicianò, Roghudi, Bova, Roccaforte del Greco, Palizzi ed altri che parlano una lingua vicinissima al greco antico. Qui si rivivono antiche gesta con festival dedicati alla Magna Grecia, i casolari sono ancora abitati da gente legata saldamente alle proprie tradizioni, tradizioni salvaguardate anche da enti statali ed associazioni culturali, il tutto per un mondo che solo in Calabria è in grado di sopravvivere. Queste isole sono una fonte inesauribile di spunti folcloristici che vanno dalla produzione artigianale, all'arte sacra, alle sagre, alle feste patronali con santi bizantini e riti di lontani popoli. Eventi come il "Palio di Ribusa" a Stilo, in provincia di Reggio Calabria, o il "Mercato della Badia" a Bivongi, confermano la ricchezza di un grande medioevo ancora vivo.

Sant'Andrea Jonio: Un Esempio di Tradizione Viva e Radicata

Panoramica di Sant'Andrea Jonio

Per comprendere appieno la profondità delle tradizioni calabresi, è utile osservare l'esempio di un paese specifico, come Sant'Andrea Jonio, un luogo dove la memoria e la storia si intrecciano indissolubilmente con la vita quotidiana e la fede. Sant'Andrea è un paese del litorale ionico-calabrese, che in linea d’aria dista un paio di chilometri dalla SS 106 e una decina dalla città di Soverato e si erge a 320 mt. sul livello del mare, sulle pendici settentrionali della Serra Catanzarese. Il suo territorio, della superficie complessiva di poco più di 20 kmq, si espande dal mare verso le colline e le montagne, giungendo - oltre Piano Pecorari - fino a un’altitudine di mt. 1200, sul monte Pietra Grande.

Esso sorse, infatti, come “casale del territorio di Badolato”, nei pressi di una grangia basiliana, fondata con molta probabilità - attorno all’ XI-XII sec. d. Cr. - da alcuni monaci bizantini che erano riusciti a sfuggire alla furia iconoclasta dell’VIII e IX sec. e alle incursioni ripetute degli Arabi musulmani, rifugiandosi prima in Sicilia e spostandosi poi in Calabria, sulle cui ridenti colline eressero numerosi cenòbi o eremi. Di poco posteriori ad essa sono vari ruderi campestri: come quelli della Chiesetta di S. Nicola di Cammaròta, costruita qualche centinaio di metri più a nord sul poggio di Condò, ai piedi di una fresca vena di acqua, ‘a funtanèḍḍa ‘e santu Nicola. L’usura del tempo l’aveva mal ridotta e i rovi ne avevano occupato una certa parte; tuttavia, della sua vetustà e sacralità nessuno aveva dubbi. Un aneddoto locale narra di nonno Peppinu ‘e Giacumu, che avendo prelevato delle pietre dalla chiesetta per un muro a secco, si vide crollare quest'ultimo più volte, finché non riportò le pietre sacre al loro posto; da allora il muro non mosse più, testimoniando la persistenza di una fede profonda nel sacro locale. Nel 1967 la chiesetta era ancora in piedi, in un appezzamento di terreno privato, ed una finestra sormontata da un’arcata in pietra lavorata era addirittura intera, come mostrano alcune foto. Dagli anni ’70, invece, è stata barbaramente diroccata e depredata e il suolo in cui sorgeva è divenuto proprietà dei Lucifero.

Ci sono poi i ruderi della Torre di Tralò (o Torre di “Cammaròta”), situata nei pressi dell’attuale Cimitero comunale e un tempo appartenuta - pare - a tale chiesa. E, infine, la Chiesetta di S. Maria di Campo (denominata un tempo Chiesa di S. Martino perché limitrofa alla località omonima, ch’è situata - al di là del Salùro - in territorio d’Isca), una chiesetta rurale del X-XII sec., posta lungo l’antica “Varànda” o “Vìa Grande”, cioè sull’unica strada carrabile che venendo da sud proseguiva verso nord e s’inoltrava fino a Napoli, un tempo capitale dell’Italia meridionale. Tale chiesa fu creata anch’essa dai Basiliani per dare ai contadini un conforto spirituale, ma nel tempo divenne anche fonte di vita economica: infatti, era luogo d’incontro di un’importante fiera locale. Essa nei primi dell’800 venne in possesso dei baroni Scoppa di Badolato, ma questi successivamente la donarono ai Padri Redentoristi insieme ai fondi terrieri di S. Martino, Olivarella, Parrà, Porcherìa e Campo Murato in territorio d’Isca; e ai fondi Minichella e Spinisanti in territorio di S. Andrea: tutti appezzamenti olivetati, con parte irrigua coltivata in agrumeto e frutteto, ceduti dagli Scoppa con l’obbligo esplicito di fare ogni anno gratuitamente le missioni in 7 paesi della Diocesi e di dare una volta al giorno una razione di cibo ai numerosi bisognosi - di S. Andrea e dei paesi vicini - che si presentavano con le scodelle davanti al loro portone. Tale chiesa da un periodo immemorabile è divenuta a Ferragosto meta devozionale di un pellegrinaggio a piedi in onore della Madonna Assunta e nel 1985 è stata sottoposta a lavori di restauro diretti dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali, durante i quali sono stati rinvenuti vari strati di cui i più antichi risalgono - pare - all’età ellenistica; tuttavia tali lavori non sono stati più ultimati e ogni anno la Messa di Ferragosto viene ancora celebrata all’aperto, davanti all’ingresso.

Testimonianza di lontana antichità sono, inoltre, la Chiesa del patrono S. Andrea Apostolo, eretta nell’XI sec. sulle pendici scogliose del paese, ma poi trasformata nei secoli successivi e restaurata nel 1757; e la Grangia di tutti i Santi (ora Convento delle Suore Riparatrici), sorta nel 1131 nei pressi di una Chiesetta (distrutta nel tempo dai terremoti) attorno alla quale si sviluppò gradualmente il nascente Casale di S. Andrea: essa nel 1500 fu ricostruita dai Certosini di Serra S. Bruno con l’ampio chiostro e il maestoso portale d’ingresso attuali, e nel 1800 fu arricchita dal barone Scoppa del suo panoramico loggiato, che con un imponente colonnato in pietra granitica domina tutto il Golfo di Squillace. Poco al di sopra sorgevano la Chiesetta di S. Rocco e un’altra di S. Caterina d’Alessandria (distrutta da un terremoto nel Settecento). Nel XVI sec. la necessità di difendere il paese dalle frequenti incursioni dei Saraceni portò alla costruzione del quadrangolare Castello del “Belvedere”, con la sue 4 Torri imponenti, di cui rimane intatta a Sud-Est solo quella dell’Orologio. Nel 1727, a maggior sicurezza della popolazione, furono costruite, in granito locale, 3 porte d’accesso al paese: quella del Castello (adiacente alla Torre dell’orologio e alla macelleria ‘e Cìanzu Varanu); quella di Malajìra (adiacente alla chiesetta di Santa Barbara e alla Casa comunale) con i cui lastroni granitici fu costruito poi il portale del vecchio Municipio, che porta la data 727-AD; e quella di S. Andrea (adiacente alla Chiesa del Patrono e a quella vicina di S. Nicola).

Nell’immediato dopoguerra, il paese era formato unicamente dal Centro storico originario, espanso naturalmente nel tempo sia a sud-est che a nord-ovest, con i suoi numerosi e caratteristici filàri di case, che formavano le “rughe” o rioni (Ciùciaru, Rimèssa, Neru, Cummìantu o Malajirìaḍḍu, Matalèna, Malajìra, Casiscioḍḍàti, Belvedère poi Castìaḍḍu, Capitanèḍḍa, Ferràru, Spinìattu, Mungiùa - Forgia, Santa Ndrìa, Mònaci, Santu Nicòla, Carbinìari, Schjòcca, Gàfiu d’a farmacìa, Rughicèḍḍa, Vàgghju - Falimùra, Funtanèḍḍa, Gustìnu o Pignàri, Colàndru o Cola Lisu, Carcè o Oratòriu, Donn’Armòdiu, Quartùcci), che comunicavano fra loro mediante strette vinìaḍḍi, cioè vicoletti serpeggianti e bui - e con le sue abituali “casette a schiera”, abbracciate l’un l’altra e formate o da un semplice piano seminterrato, privo di finestre e illuminato da una portèḍḍa (una bassa avamporta di tavola, tenuta chiusa di giorno, che serviva a dare alla casa aria e luce, ma anche ad impedire che vi entrasse… il cane o il gatto randagio). Questo vivido spaccato di Sant'Andrea Jonio serve a illustrare come i luoghi e la loro storia forgino le tradizioni e l'identità, creando il substrato da cui emergono canti come "A nascita du bambinuzzu".

La Memoria Custode del Passato Contadino

Civiltà contadina calabrese: anziani raccontano storie ai bambini

Il passato, specialmente in una società come quella calabrese che fino a ieri era prevalentemente agricolo-artigianale, e che è rimasta per lunghi secoli priva di ogni forma di cultura scritta, era costretta a farne tesoro in quella orale. Si sa che nella società contadina il passato era affidato esclusivamente alla “memoria”, che ne era un’ “esigenza ineliminabile”, oltre che la “naturale custode”. Infatti, dove l’alfabeto è poco conosciuto e l’analfabetismo è sovrano, ricordare è l’unica opzione che resta a chi vuol dire qualcosa che abbia una certa dimensione storica. Sicché, ricordare - una volta - rappresentava il modo più normale di collegare il presente al passato. Ed i proverbi, le filastrocche e le poesie rimaste impresse nella memoria - come le litanie o la stessa liturgia religiosa - erano le uniche forme culturali attraverso cui le generazioni restavano unite. Questo scritto, infatti, rappresenta non solo un vero e proprio “documento” della nostra memoria, ma anche una testimonianza antropologica e sociologica, oltre che storica.

È accertato che sulla pietà popolare nel Sud Italia molto si è detto e molto si è scritto. Tra queste memorie, preziosa eredità e prolungamento di quella fede, si è inoltrato con umiltà, fiuto d’intenditore e “sensus fidei” del credente il prof. Enrico Armogida con il suo saggio “L’anima e la pietra” - Il paese, la vita e le tradizioni religiose a S. Andrea Jonio nella seconda metà del sec. XX. Egli esplora la tradizione che si esprime nella religiosità popolare, e questa è - come ben dice mons. Antonio Cantisani - “la veste esteriore di una preziosa pietà interiore, che, se liberata da certe incrostazioni, costituisce un grande patrimonio spirituale”.

La narrazione, così come la poesia, ha il potere di ricreare la magica atmosfera della Notte Santa, portando alla mente immagini e sensazioni di un tempo passato ma ancora vivo. Facendo un passo indietro, si riascolta l’invito degli avi, di preparazione alla gioia tanto attesa. Canti come "Sona, zampugna!" e le esclamazioni "Gridàvamu pue tutti, non dormiti! o paisani, veniti, curriti! s''u viditi cch'è biellu, s''u viditi! o s''un aviti nente, 'nu salutu!" dimostrano l'entusiasmo collettivo e l'invito alla partecipazione. Questa continuità tra passato e presente è fondamentale per la sopravvivenza della cultura locale.

Sfide della Modernità e il Richiamo alle Origini

Giovani con smartphone e anziani in Calabria, simboli di diverse generazioni

Il mantenimento di queste tradizioni si scontra oggi con le sfide della modernità e della globalizzazione. La disgregazione antropologico-territoriale che provocano l’emigrazione e l’acritica adozione della cultura americana dal 1944 in poi in Italia e in particolar modo in Calabria è un fenomeno che preoccupa. La dissoluzione delle aree interne italiane ed euromediterranee ai politici sembra interessare soltanto a fini elettorali, in quanto non fanno niente per ostacolare e risanare concretamente tale devastante fenomeno. C'è chi lamenta la sensazione che esista una sorta di disegno per cui i borghi si sgretolino e le popolazioni e le comunità si disperdano o restino insignificanti e debolissime, tanto da essere aggredite facilmente da ogni sorta di nefandezze e misfatti, trasformandosi in comunità-serbatoio di nuovi “schiavi”.

Le ultime generazioni, spesso definite Generazioni X-Y-Z, sono quelle che si vedono sempre attaccate ai telefonini e agli “smart-phone” e ad ogni altra diavoleria tecnologica. E, probabilmente, sono costoro i primi veri cittadini del mondo, sempre interconnessi, tramite internet. Forse sono costoro che, in pratica, si stanno sempre più staccando dall’ambiente d’origine e dalle tradizioni per proiettarsi su dimensioni del tutto nuove e affascinanti, ma con il rischio dell’estraniarsi e della solitudine, perdendo le salde radici di identità e appartenenza. La lettura di saggi sulle tradizioni, come quello del prof. Enrico Armogida, potrebbe essere di maggiore utilità proprio a questo tipo di “Millennials” che ignorano quasi del tutto la cultura dei loro padri e nonni, magari disprezzando i valori di riferimento che li ha generati. L'appello a farne dono ai figli e nipoti che vivono, giorno e notte, attaccati al web e ai social, evidenzia l'urgenza di riconnettersi con le proprie radici.

Il senso di sradicamento e l'identità di "apolide" (senza patria) sono esperienze comuni per molti emigranti, che pur apprezzando il fascino di essere "cittadini del mondo", confessano il desiderio di essere rimasti nella propria terra, a costo di una vita più semplice. La bellezza e la ricchezza dell'“Armonia di Kardàra”, che comprende il mare Ionio, i borghi e le montagne serresi, viene spesso considerata insostituibile, superiore a qualsiasi altra ricchezza materiale o spirituale. La civiltà contadina, ora semidistrutta o stravolta, era depositaria di un'armonia che molti oggi cercano di ritrovare.

Queste riflessioni sottolineano la profonda importanza di canti come "A nascita du bambinuzzu" e delle tradizioni che rappresentano: non solo semplici espressioni culturali, ma pilastri dell'identità e della memoria collettiva, capaci di contrastare la disgregazione e di offrire un senso di appartenenza in un mondo in continua evoluzione.

Eventi Culturali e la Promozione delle Tradizioni

La Calabria, per contrastare la dispersione culturale e celebrare le sue radici, ospita numerosi eventi culturali che spaziano dalla musica al cinema, dalle rievocazioni storiche alle feste patronali. Questi eventi sono occasioni fondamentali per far rivivere e tramandare le tradizioni, rendendole accessibili e coinvolgenti per un pubblico vasto e diversificato.

Il cartellone di Musica & Cinema al Teatro Politeama di Catanzaro, finanziato con risorse PAC 2014/2020-Az. 6.8.3, è un esempio di come le istituzioni supportino la cultura. In questo ambito, artisti di grande versatilità interpretativa e un’energia travolgente salgono sul palco per restituire agli spettatori un repertorio ricco e variegato. Dalla contaminazione di brani della tradizione di autori come Leonardo Vinci, Ferdinando Russo, E. A. Mario, fino a composizioni moderne, si realizzano architetture sonore che uniscono il passato al presente. Il concerto ‘Cantamu u Natali’ è stato un momento di grande emozione e riflessione per tutta la comunità, la musica, con la sua potenza e bellezza, ha unito tutti in un abbraccio spirituale che ha fatto riscoprire la profondità delle radici calabresi.

Anche la commemorazione di eventi storici e figure iconiche trova spazio, come la serata “This Hard Land: l’America di Bruce Springsteen”, dedicata al “the boss” con protagonista la Tchaikovsky Pop Rock Band. Questa rappresenta un’opportunità unica non solo per immergersi nelle sue canzoni più celebri, ma anche per approfondire il significato sociale e storico che si cela dietro ogni nota e ogni parola di questo artista straordinario. Bruce Springsteen è l’espressione culturale più importante della classe operaia americana degli ultimi cinquant’anni, una musica "by the people, for the people", dichiaratamente di classe. Lo hanno soprannominato boss, ma è qualcosa di più: è owner, perché possiede il cuore dell’America, un concetto che risuona con la musica popolare calabrese, fatta per e dal popolo.

Un altro esempio della vivace scena culturale è la retrospettiva di film al Supercinema di Catanzaro dedicati al binomio tra la musica di Ennio Morricone e il cinema di Sergio Leone, organizzata dalla Fondazione Politeama. Per celebrare l’evento, il maestro orafo Gerardo Sacco ha realizzato un’opera d’arte esclusiva, interamente a mano e in pregiata ceramica calabrese: l’opera presenta degli eleganti fregi in argento 925 millesimi che riproducono il logo distintivo del festival e il nome di Morricone, dimostrando l'unione tra arte, cultura e artigianato locale. La formazione di trentadue musicisti sul palco, con la direzione artistica di Luigi Lanzillotta, è l’unica autorizzata ad eseguire le partiture originali del maestro Morricone, impreziosita dalla presenza di tre solisti d’eccezione, come il soprano Vittoria De Amicis, il primo violinista Marco Fiorini e l’armonicista Luigi Mattacchione.

Questi e molti altri appuntamenti, come i numerosi festival e le sagre menzionate nelle "Altre Notizie", dai festival del fumetto agli eventi dedicati alla prevenzione, dalla presentazione di libri alle mostre d'arte, testimoniano un impegno costante nella promozione della cultura e nel rafforzamento del senso di comunità. Da eventi come il “Van Gogh Cafè” di Andrea Ortis al Teatro Cilea, ai “Me contro Te” al Palacalafiore per i più piccoli, fino alle serate dedicate alla Strina, l'antico canto tradizionale di buon augurio, la Calabria dimostra una forte volontà di mantenere vive le sue radici, offrendo al contempo nuove espressioni culturali. Il gruppo “COMPAGNIA DI CANTO FRANCAVILLESE”, che si esibisce nelle strade del paese cantando e suonando la tradizionale “Strina”, è stato accolto con molto entusiasmo dalla gente che si è affacciata sull’uscio di casa nell’udire la bella melodia dell’antico canto tradizionale, confermando come la musica tradizionale sia ancora profondamente amata e apprezzata.

tags: #a #nascita #du #bambinuzzu #testo