Nel vasto e variegato panorama dei modi di dire partenopei, pochi termini possiedono la vivacità e la longevità dell’espressione “Me pare ‘o ciuccio ‘e Fechella!”. Nato quasi un secolo fa, questo detto è sopravvissuto fino ai giorni nostri passando di generazione in generazione. Qualsiasi vesuviano che si rispetti avrà senza dubbio sentito questo detto almeno una volta nella vita… forse due! Ma quale è il significato che si cela in effetti dietro questo modo di dire ed in quale occasione ha avuto origine?
Si vuole di fatto riferirsi ad un soggetto sovente colpito da malesseri, acciacchi ed impedimenti vari che ne limitano la possibilità di adempiere ai propri doveri, rappresentando di fatto un “fastidio” per amici, parenti e affini che inevitabilmente devono sobbarcarsi parte o in toto il suo lavoro.

L'Origine Storica: Tra Leggenda e Realtà
Ma perché la persona in questione viene appellata come “o ciuccio ‘e Fechella”? Questo ormai famoso animale non era altro che un asino di proprietà di un certo Fichella, utilizzato da quest’ultimo come piccolo mezzo di trasporto di derrate alimentari. La povera bestiola, ormai debilitata per il duro lavoro, aveva la schiena piegata in più punti e la coda quasi marcita.
Ma in questa ironica vicenda degno di menzione è anche Fechella, il proprietario dell’asino. Fechella era ovviamente uno scherzoso soprannome con cui veniva chiamato un certo don Mimí (Domenico) Ascione, originario della città di Torre del Greco. Racconti popolari partenopei attribuiscono a questo famoso “ciuccio”, una Fichella donna, dove per fichella si intende piccola fica (in napoletano il fico va al femminile).
Anche in tal caso questo asinello è simbolo di disastrosa situazione salutare, tanto è vero che a Napoli si dice: “O ciuccio ‘e Fechella, 36 chiaje e a cora fraceca” (l’asinello di Fichella, 36 piaghe e la coda fradicia). A tale detto si dice sia da attribuire la nascita della mascotte del Calcio Napoli, che dopo un campionato deludente negli anni 20, da vero e proprio “Ciuccio ‘e Fechella”, cambiò il suo simbolo (ormai storico) da cavallo ad asinello, ‘o ciuccio per i napoletani.
La gente di Napoli - Humans of Naples 🧜🏼♀️ Documentario
Il Paragone tra Uomo e Animale
Il paragone tra l’”‘o ciuccio ‘e Fechella” e le persone a cui il detto viene riferito è significativo. Mentre l’asino, nonostante il carico e la sofferenza, continuava a lavorare senza lamentarsi, chi viene definito “‘o ciuccio ‘e Fechella” spesso si mostra lamentoso, abbattuto e incapace di affrontare le difficoltà con lo stesso spirito.
Il detto “‘O ciuccio ‘e Fechella” è anche legato alla storia del Calcio Napoli. Si tratta di una raccolta di modi di dire e proverbi napoletani, alcuni dei quali sono assolutamente intraducibili in altra lingua. Detti che fanno parte del ricchissimo patrimonio culturale partenopeo. Molti hanno un retaggio molto antico e sono frutto di eventi particolari. I napoletani riescono a tradurli e interpretarli con molta facilità ma sono tanti anche quelli che hanno una storia propria che in pochi conoscono.
La Condizione Femminile nel Proverbio Partenopeo
Sui proverbi bisogna anche dire che spesso troveremo considerazioni della donna che oggi risulterebbero inaccettabili. Le belle ragazze sono ammirate da tutti, ma nessuno le vuole in moglie. La paura che la loro bellezza le abbia portate a numerose esperienze precedenti. Ma anche il timore che dopo il matrimonio possano cedere al corteggiamento di qualche ammiratore. Un proverbio che forse riporta ad una mentalità passata. Oggi è poco probabile che un uomo rinunci a sposare una donna perché troppo bella.
La bella senza dote trova più amanti che mariti. In un passato neanche troppo lontano, prima del matrimonio lo sposo e la sua famiglia pretendevano che la sposa portasse una dote adeguata ai “vantaggi” che avrebbero avuto con quel matrimonio. Per le ragazze senza dote il matrimonio era difficile. Ma non per questo diventavano di facili costumi.

Lavoro e Fatica nella Saggezza Popolare
Esiste un detto emblematico che recita: “A fatìca d’a fémmena s’a màgna ‘o ciùccio". Tradotto: “Il lavoro della donna se lo mangia l’asino”. Per dire che il lavoro della casalinga (donna che risulta inattiva) non è tenuto in alcuna considerazione. E per dire, innanzitutto, che il lavoro della donna è, per antonomasia, quello di casalinga. Va bene, forse un tempo. E oggi?
La fatica è un tema ricorrente. "Stentando" significa raggiungere uno scopo con enorme fatica. D’altro canto, vi sono modi di dire che sottolineano l'importanza della saggezza, come "A meglia parola è chella ca nun se dice" (La miglior parola è quella che non si dice) o "‘A vocca ’nchiusa nun traseno mosche" (Nella bocca chiusa non entrano le mosche).
La Vita come Metafora
La vita stessa è soggetta a interpretazioni filosofiche popolari: "‘A vita è n’affacciata ’e fenesta" (La vita è un’affacciata alla finestra) o "‘A vita è n’apertura e cosce e ’ na chiusura e cascia" (La vita è un’apertura di cosce e una chiusura di cassa). Vi sono poi espressioni che denotano una visione cruda della realtà, come "‘A vita è tosta e nisciuno t’aiuta, e si ’na vota quaccuno t’aiuta è pe’ te dicere “t’aggio aiutato”".
La fortuna gioca spesso un ruolo di comprimaria, come nel caso di "La fortuna è una donna capricciosa". Oppure la cecità del destino: "La gatta per la troppa fretta, partorì cuccioli ciechi", ricordando che ci sono cose che vanno fatte con calma perché richiedono grande attenzione.

Osservazioni sulla Natura Umana
Il cervello è come una sfoglia di cipolla, quando una persona perde la testa e compie un gesto sconsiderato. La testa di sotto fa perdere la testa di sopra. Molti detti riguardano la prudenza e le precauzioni. "A Santa Chiara dopp’arrubbato mettèttero ‘e porte ‘e fierro" (A Santa Chiara dopo il furto misero le porte di ferro). Realmente la basilica fu saccheggiata perché non era protetta adeguatamente. Solo in seguito a questo evento fu montato il portale di ferro. A tutti sarà capitato nella vita di aver pagato le conseguenze di una precauzione che non è stata presa in anticipo.
In questa cultura, anche l'altruismo trova spazio: "‘A casa ‘e pezzente, nun mancano tòzzole" (A casa del povero non mancano tozzi di pane). E la giustizia poetica è sempre dietro l'angolo: "‘A verità è figlia d’ ‘o tiempo" (La verità è figlia del tempo), un monito che ricorda come solo il tempo potrà garantire la verità.
Dinamiche Relazionali e Sociali
La donna è come la campana: se non la scuoti non suona. Ovviamente in senso figurato. O ancora: "‘A femmena è comme ’o tiempo ’e marzo: mò t’alliscia e mò te lascia". La donna è come l’onda (del mare): o ti solleva o ti affonda. Coincide in qualche modo con il famoso detto: “dietro un grande uomo c’è una grande donna”. In questo caso la donna viene paragonata all’onda del mare che con la sua spinta può aiutare un uomo a raggiungere gli obbiettivi prefissati.
Non mancano le metafore culinarie applicate alla società, come la "grande zinna di Battipaglia", una mozzarella di bufala prodotta a Battipaglia, caratterizzata dalle enormi dimensioni, fino a 5 chilogrammi, e da una punta a forma di capezzolo. Portata in auge dal film “Benvenuti al Sud” è divenuta marchio registrato.

Riflessioni Finali su un Patrimonio in Evoluzione
Le dinamiche di potere e le gerarchie sociali sono spesso derise: "La signora con quattro quarti di nobiltà" è un’espressione ironica per indicare che si è in possesso di un’ascendenza molto antica, spesso usata per chi, pur essendo di modesta condizione, assume atteggiamenti da grande aristocratica. Il "pezzente arricchito" è una persona che si è elevata senza grandi meriti o in conseguenza di eventi speculativi e non sempre leciti.
È evidente come ogni espressione, dal leggendario asino di Fechella fino alle massime sulla vita quotidiana, sia intrisa di un realismo che non risparmia nessuno, nemmeno le istituzioni o le figure più venerate, poiché in questa antica sapienza vige una sola regola: la verità è ciò che si vive ogni giorno tra i vicoli, sotto il sole del Vesuvio.