Il concetto di "nascita" assume molteplici forme, non limitandosi alla mera venuta al mondo di un essere vivente. Può significare una seconda possibilità di vita, la riscoperta di ciò che si credeva perduto, l'emergere di nuove sfide o l'inizio di una consapevolezza più profonda sulla dignità dell'esistenza. Dall'Uruguay, terra lontana e affascinante, emergono storie che intrecciano destini umani straordinari e fenomeni del regno animale, dipingendo un quadro di resilienza e meraviglia. Queste narrazioni, pur diverse, sono unite da un filo conduttore che celebra la vita, il superamento delle avversità e l'importanza di ogni singolo percorso.
Martina: L'Ambasciatrice di una Seconda Possibilità, Dall'Uruguay All'Italia a Quattro Anni
La storia di Martina, una giovane uruguaiana, rappresenta una potente testimonianza di "nascita" intesa come una "seconda possibilità" di vita. Dopo quattordici anni, è ripartita dall’Uruguay per incontrare il chirurgo che nel gennaio 2009 «le ha dato una seconda possibilità», come si legge in calce al disegno del grande cuore che Martina ha donato a Daniele Alberti, direttore della Chirurgia pediatrica dell’Ospedale dei Bambini al Civile di Brescia. Difficile descrivere l’emozione dell’incontro senza avere il privilegio di provarla. Si può solo intuire, dagli sguardi, dall’abbraccio, dagli occhi lucidi di Daniele, il carico emotivo provato da due persone che si rivedono dopo tanto tempo. In realtà, è come si vedessero per la prima volta, perché all’epoca Martina aveva solo quattro anni e l’unica cosa che ricorda sono le pareti della sua camera d’ospedale.

«Una seconda possibilità». Questa frase risuona, ritorna, viene ripetuta, soprattutto dai genitori Marina e Carlos che ricordano l’angoscia quando seppero che la loro piccola aveva una grave malformazione all’addome. Tanto grave che nel 2008 l’intervento chirurgico per curarla veniva effettuato solo in quattro ospedali al mondo: a Chicago, a Parigi, a Bruxelles e in Italia. «In un primo momento pensavamo di doverci rivolgere a Milano, poi siamo invece stati indirizzati dal dottor Daniele Alberti agli Spedali Riuniti di Bergamo» raccontano, la voce piena delle emozioni dei ricordi e di quelle rivissute incontrando Alberti al Civile dove dal 2011 dirige la Chirurgia pediatrica, dopo una «pausa» di dieci anni ai Riuniti di Bergamo, preceduta da un lungo percorso all’Umberto I di Brescia, allievo del compianto professor Guido Caccia.
La condizione di Martina era complessa: «La vena porta di Martina era ostruita fin dalla nascita - spiega Alberti -. Con il tempo, l’ostruzione ha causato la formazione di una rete tortuosa di vasi, definita cavernoma. In sostanza, la vena porta è stata sostituita da un gruppo di vasi di diversa grandezza che sono riusciti comunque a portare il sangue al fegato, ma in quantità ridotta e generando livelli tali di ipertensione da scatenare forti e frequenti emorragie». Mamma Marina ricorda ancora quando un medico uruguaiano le comunicò la diagnosi, informandola che solo un intervento chirurgico avrebbe potuto fare la differenza tra la vita e la morte. Da quel giorno, era la metà di settembre del 2008, l’unico pensiero dei genitori era salvare la bimba.
Marina, all’epoca, era in attesa di una seconda figlia, Valentina, nata all’Ospedale Sant’Orsola Fatebenefratelli di Brescia. Carlos lavorava, ma non ci pensò nemmeno un attimo a chiedere almeno un anno di aspettativa. Bisognava partire per l’Italia. La solidarietà si è manifestata attraverso un missionario italiano a cui chiesero aiuto. Racconta Andrea: «Ci ha chiesto se potevamo ospitare una famiglia che aveva bisogno. Certo che sì. Da allora, siamo diventati una sola famiglia». Telefonate, richieste di aiuto, permessi di soggiorno per cure mediche. Il filo della solidarietà concreta ha messo in collegamento Uruguay, Stati Uniti e Italia, in questo caso con un via libera da Regione Lombardia. Tanto che Martina è stata operata l’11 dicembre 2008, il giorno prima del suo quarto compleanno.
Under Pressure - Living with MS in Europe. La storia di Martina
I genitori, ancora oggi, rivivono la grande preoccupazione di quei giorni. A ricordare è la mamma: dall’accoglienza nella famiglia di Daniela e Andrea, all’affetto dei medici e del personale tutto, all’impegno da parte della comunità nella raccolta fondi per ricomprare il biglietto di ritorno in Uruguay, poiché il loro era scaduto a causa di complicanze che li avevano costretti a rinviare il rientro a casa. «Si è trattato di un intervento molto complesso, ma che ha risolto definitivamente il problema di Martina - afferma il chirurgo Alberti -. In pratica abbiamo preso la vena giugulare sinistra (la grossa vena che si trova nel collo) della bambina e l’abbiamo usata per creare una sorta di “ponte” che, scavalcando la strozzatura della vena porta, permette al sangue proveniente dall’intestino, dallo stomaco e dalla milza di entrare direttamente nel fegato». La tecnica, definita bypass meseterico portale sinistro, è stata messa a punto alla fine degli anni ’80 in Belgio dal professor De Ville con la collaborazione dello stesso Alberti. Alberti, chirurgo bresciano allievo del professor Guido Caccia, è ora direttore della Chirurgia pediatrica dell’Ospedale dei Bambini al Civile di Brescia. L’incontro con la giovane Martina lo ha molto emozionato. Ed è con altrettanta emozione che racconta la passione nei confronti del suo lavoro, in particolare nella formazione dei giovani. «La chirurgia è innanzitutto nella testa di chi la pratica perché è un modo di vivere e di concepire la realtà, le mani arrivano dopo - spiega -. È pensata per il paziente e questo significa che si deve essere in grado di leggere, interpretare e vivere la realtà. Essere un bravo chirurgo equivale ad essere anche un bravo artista. In generale, a maggior ragione quando si stanno operando bambini molto piccoli, che l’attenzione al particolare è fondamentale».
Il legame con l'Italia non si è mai spezzato. «Avevamo promesso a Martina di venire in Italia al compimento del suo quindicesimo compleanno, la festa della Quinceañera che, nel nostro Paese, è un rito di passaggio per le ragazze che vengono festeggiate in modo solenne - raccontano Marina e Carlos -. La pandemia ci ha costretti a rinviare. Ora siamo qui. Non vedevo l’ora, tanto che la mia valigia era pronta da oltre un mese». Dopo l’intervento, la giovane non ha più avuto problemi. Sorride: «Mi hanno detto che potrei averne in caso di gravidanza, ma li risolverò venendo a partorire in Italia». Questa dichiarazione d’amore nei confronti del nostro Paese si rinnova di giorno in giorno. Fino a spingere Martina e i genitori a tatuare su un braccio un’Italia tricolore. E la ragazza, appassionata velista che ha gareggiato anche nelle regate panamericane, ha battezzato le sue tre imbarcazioni con i nomi di Italia 1, 2 e 3. Martina ha vissuto intensamente la «seconda possibilità» che le ha dato il chirurgo bresciano. Ora si è iscritta alla facoltà di Veterinaria frequentando in una sede universitaria a trenta chilometri da Parque del Plata, la cittadina della provincia di Canelones in cui vive. La passione per gli animali è quasi «genetica» visto che il padre, da giovane, era un gaucho, ovvero un mandriano a cavallo nelle pampas uruguaiane. Non a caso, mentre lei condivide le ragioni della sua scelta, il padre la ascolta e la osserva e fatica a nascondere il suo sconfinato orgoglio. Anche in questo caso, però, nel cuore di Martina l’Italia rimane un pensiero fisso: «Chissà se dopo la laurea potrò esercitare qui da voi». Anche Valentina, la sorella più giovane nata a Brescia in via Vittorio Emanuele quando la famiglia trepidava per le sorti della primogenita, non nasconde il suo patriottismo nei confronti del nostro tricolore. Infatti, racconta che, in occasione di una partita dei mondiali di calcio in cui giocavano le nazionali di Uruguay e Italia, ha tifato per quest’ultima rischiando qualche ritorsione da parte dei suoi compagni di classe che non hanno esattamente gradito. La storia di Martina è un potente esempio di come un momento critico della vita possa trasformarsi in una "nascita" di speranza e un legame duraturo tra culture diverse.
Nascita di una Cucciolata Record: La Straordinaria Storia di Marigold
Mentre la storia di Martina evoca una "nascita" metaforica di una seconda chance, il mondo animale ci offre esempi di nascite letterali di proporzioni straordinarie. La protagonista di questa storia si chiama Marigold, ha due anni e vive in Inghilterra con una famiglia che la considera a tutti gli effetti un membro della casa. Per i suoi proprietari, la gravidanza di Marigold era un momento atteso e preparato con cura. Avevano fatto esami, controlli, programmato il parto in casa con il supporto del veterinario. Sapevano, dalle ecografie, che la cucciolata sarebbe stata importante. Fino a oggi il primato per questa razza apparteneva a una cagna chiamata Amelia, che aveva dato alla luce 16 cuccioli. Il parto è avvenuto il 2 gennaio, trasformando il Capodanno della famiglia in una lunga notte di attesa. Il lavoro è durato complessivamente 13 ore. Un tempo lungo, ma non anomalo in caso di cucciolate numerose. Per Marigold è stato uno sforzo enorme, fisico e mentale: ore di spinte, riprese, nuove contrazioni. Secondo il racconto dei proprietari, a ogni nuova nascita si chiedevano se fosse finita lì. Quando è arrivato il dodicesimo cucciolo hanno pensato di essere vicini al termine. Con il quindicesimo hanno cominciato a rendersi conto che stavano assistendo a qualcosa di eccezionale.

Nel caso di Marigold, il parto è andato avanti in modo regolare, senza bisogno di taglio cesareo. Alla fine della “maratona” la cagna era esausta, ma in buone condizioni. Dopo il parto, è iniziata la sfida successiva: nutrire 17 cuccioli affamati. I proprietari hanno raccontato che la cagna è arrivata a consumare fino a 12 scatolette di cibo umido al giorno, integrate con alimenti specifici per femmine in lattazione. Con tanti cuccioli attaccati alle mammelle a turno, l’impegno metabolico è enorme. La storia ha rapidamente fatto il giro dei media locali e dei social. I piccoli, tutti Irish Doodle, verranno affidati a circa otto settimane, il tempo necessario per una socializzazione minima con madre e fratelli e per i primi controlli sanitari. Questi cani, frutto dell’incrocio tra un cane da caccia e un cane da compagnia, richiedono una certa esperienza. Si tratta di cani intelligenti, spesso molto affettuosi e vivaci, che soffrono la solitudine prolungata. Una cucciolata “media” nei cani oscilla fra 4 e 8 cuccioli, anche se le razze grandi possono superare questa soglia. Vicende come quella di Marigold mostrano il lato tenero e spettacolare della vita con i cani, ma ricordano anche quanto impegno richieda portare al mondo, e poi seguire, un numero così alto di piccoli. Questa vicenda, pur svolgendosi in Inghilterra e con un animale domestico di due anni, non quattro, evidenzia la meraviglia e l'impegno legati alla nascita nel mondo animale.
Felini Selvatici del Nuovo Mondo: Il Giaguarondi e la sua Elusiva Presenza in Uruguay
Proseguendo nel regno animale, incontriamo creature la cui esistenza è avvolta in un velo di mistero, e la cui "presenza" in alcune regioni, come l'Uruguay, rimane incerta. Il giaguarondi [1], detto anche yaguarondi, yaguarabundi o yaguarundi [5] (Herpailurus yagouaroundi (É. Geoffroy Saint-Hilaire, 1803)), è un felide neotropicale dall'aspetto molto caratteristico, con zampe relativamente corte, un corpo snello e coda molto lunga. Presenta una lunghezza testa-corpo di 53-73,5 cm (esclusa la coda di 27,5-59 cm) per un peso di 3,0-7,6 kg nei maschi e di 3,0-7,0 kg nelle femmine [6][7]. La testa è relativamente piccola, allungata e schiacciata, con un caratteristico profilo smussato, dal «naso aquilino» e orecchie arrotondate, ben distanziate tra loro.

Il giaguarondi è il meno maculato tra tutti i piccoli felidi, con pelliccia corta, liscia, di colore uniforme e quasi priva di segni, fatta eccezione per alcune rare striature e zone chiare sulla faccia e talvolta segni deboli sul lato interno degli arti; anche i dorsi delle orecchie sono privi di macchie. I cuccioli esibiscono a volte delle macchie sul petto o sul ventre, che in genere scompaiono o diventano indistinte con l'età adulta. Il giaguarondi ha due morfi distinti, in passato considerati specie separate: uno grigio-ferro, di tonalità dall'ardesia chiaro al grigio-nerastro scuro, e uno marrone-rossiccio con toni dal fulvo pallido al mattone intenso, spesso con muso e mento bianchi. Il morfo rossiccio tende a essere più comune in habitat secchi e aperti. Sono segnalati casi di melanismo, ma anche gli esemplari più scuri non sono mai completamente neri e spesso hanno testa e gola distintamente più chiare.
Si distingue da tutti gli altri felidi neotropicali. Per il suo aspetto insolito è spesso paragonato a una martora, una lontra o una donnola, e ricorda superficialmente anche un tayra, un mustelide neotropicale. Il giaguarondi è diffuso dalle pianure orientali e occidentali del Messico settentrionale attraverso tutta l'America centrale e meridionale fino al Brasile sud-orientale e all'Argentina centrale. La presenza in Uruguay è incerta. In passato si trovava anche negli Stati Uniti, nell'estremo sud del Texas, con l'ultima segnalazione relativa a un animale investito su una strada presso San Benito, Texas, nel 1986. Non vi sono prove di una sua presenza storica in Arizona o in Florida, nonostante segnalazioni occasionali [8]. Il giaguarondi vive principalmente in pianura, in genere fino a 2000 m, e occupa la più ampia gamma di habitat tra tutti i piccoli felidi neotropicali. Si trova infatti in tutti i tipi di foresta secca e umida, in savane alberate, savane umide subalpine, paludi, macchia semi-arida, chaparral e praterie dense, ma è stato segnalato persino a 3200 m nella foresta nebulosa colombiana. Il giaguarondi tollera gli habitat aperti ma evita le aree prive di copertura.
Diversamente da molti altri felini, il giaguarondi è un animale prevalentemente diurno, attivo più nelle ore centrali della giornata che la sera o la notte. Si muove agilmente tra i rami degli alberi, ma preferisce cacciare al suolo. Si nutre di quasi qualsiasi animale riesca a catturare, generalmente roditori, piccoli rettili e uccelli che si nutrono sul terreno. È stato visto anche uccidere prede più grandi, come conigli e opossum; in alcuni casi cattura anche pesci e perfino uistitì. Nonostante in cattività si dimostri più gregario di molti altri felini, tollerando la presenza stretta di altri membri della sua specie, in natura si incontra quasi sempre da solo, il che fa supporre che abbia uno stile di vita solitario. Gli studiosi non hanno ancora scoperto quali mesi siano deputati alla riproduzione, ma è probabile che il giaguarondi si riproduca in qualsiasi periodo dell'anno. La femmina va in estro per tre-cinque giorni, durante i quali segnala la sua recettività rotolandosi sul dorso e lasciando in giro schizzi di urina. Alla nascita i piccoli hanno il dorso ricoperto da una serie di macchie, le quali scompaiono con l'età. Verso le sei settimane sono in grado di mangiare cibi solidi, sebbene inizino a giocare con le prede catturate dalla madre già all'età di tre settimane. Il parente più prossimo del giaguarondi è il puma, con un antenato comune risalente a circa 4,2 milioni di anni fa. Alcuni autori li classificano entrambi nel genere Puma, ma il giaguarondi viene solitamente collocato nel proprio genere Herpailurus, data la notevole distanza genetica e le differenze morfologiche esistenti tra le due specie. Questo felino non è mai stato cacciato intensamente per lo scarso interesse per la sua pelliccia, ma ha comunque avuto un forte declino a causa della perdita dell'habitat.
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L'Effetto Lazzaro: Animali Risorti e Connessioni Uruguaiane
Il tema della "nascita" o della "rinascita" si manifesta in modo sorprendente attraverso il fenomeno delle "specie Lazzaro", animali considerati estinti che riappaiono inaspettatamente. Tutte le specie viventi nascono, si evolvono e si estinguono, quando l'ultimo suo rappresentante muore. A volte però ritornano, anche dopo lunghi periodi di assenza, suscitando scalpore nella comunità scientifica e non solo. Ogni anno o quasi vengono infatti riscoperti animali considerati ormai estinti, un fenomeno conosciuto anche col nome di "Effetto Lazzaro". Un animale può sparire dalla circolazione per vari fattori, tra cui errori di identificazione o confusione con altre specie, documentazione frammentata e mancanza di dati accurati, perché vive solo in piccoli territori difficili da esplorare oppure, più semplicemente, perché ne sono rimasti talmente pochi che sono quindi molto difficili da trovare e osservare.
Fortunatamente, grazie alle tecnologie moderne, come fototrappole e droni, ritrovare animali rari o elusivi, sfuggiti per anni alla scienza, è diventato sempre più frequente. Esistono persino progetti e gruppi di ricercatori che si dedicano esclusivamente a cercare animali ormai scomparsi da tempo, persino considerati estinti, ma che secondo gli scienziati sono ancora lì fuori da qualche parte. Uno dei più famosi è The Search of Lost Species, che negli ultimi anni ha portato alla riscoperta di decine di specie "perdute".
Il celacanto è la "specie Lazzaro" per eccellenza. Oggi sono addirittura due le specie attualmente viventi, ovvero il celacanto delle Comore (Latimeria chalumnae), che si trova nei fondali del sud dell’Africa, e il celacanto indonesiano (L. menadoensis). Si tratta di pesci dalle pinne lobate creduti a lungo estinti sin dal Cretaceo, ovvero circa 66 milioni di anni fa, e rimasti praticamente immutati per 400 milioni di anni fa. Riapparve improvvisamente nel 1938, quando venne pescato per caso un individuo in Sudafrica che fu conservato e restituito alla scienza solo grazie al lavoro e all'impegno di Marjorie Courtenay-Latimer, curatrice di un museo locale.
Un altro esempio notevole è il takahē (Porphyrio hochstetteri), un grosso uccello incapace di volare che vive esclusivamente in Nuova Zelanda, dichiarato definitivamente estinto nel 1898 e riscoperto 50 anni dopo, nel 1948, nei pressi del lago Te Anau. L'insetto stecco dell'isola di Lord Howe (Dryococelus australis), ritenuto estinto già negli anni '20 del '900, fu riscoperto nel 2001 con una popolazione di appena 24 individui. La tartaruga gigante di Fernandina (Chelonoidis niger phantasticus), scoperta nel 1906 e ritenuta estinta, ha avuto una "rinascita" nel 2019 con la scoperta di una femmina viva, anche se la sua riproduzione è incerta.

Anche l'echidna dal becco lungo di Sir David (Zaglossus attenboroughi), un bizzarro mammifero australiano che depone uova e noto solo per un singolo individuo del 1961, è stata rivista nel 2023. Il petrello delle Bermuda (Pterodroma cahow), considerato estinto per 300 anni, è stato riscoperto nel 1951 con diciotto coppie riproduttive. Il coniglio di Omiltemi (Sylvilagus insonus), sparito dal 1904, è stato recentemente riscoperto grazie a una spedizione durata 5 anni. Il tetakra bruno (Xanthomixis tenebrosa) è stato riscoperto tra dicembre 2022 e gennaio 2023, 23 anni dopo l'ultima osservazione certa. Infine, lo sciabolatore di Santa Marta (Campylopterus phainopeplus), un colibrì endemico della Colombia, è stato riscoperto ben due volte, nel 2010 e nel 2022.
Tra queste straordinarie storie di "rinascita", spicca il pecari del Chaco (Catagonus wagneri). Questa specie venne addirittura scoperta già estinta, ma nel 1971 fu trovata viva e vegeta in una regione tra Bolivia, Argentina e Uruguay. È l'ultima specie vivente appartenente al genere Catagonus e ha la particolarità unica e rara di essere stata descritta per la prima volta nel 1930 solo sulla base di resti fossili. Venne per questo considerato un animale ormai estinto da migliaia di anni, ma nel 1971 si scoprì che la specie era ancora viva e vegeta nella regione del Chaco, a cavallo tra Bolivia, Argentina e Uruguay. Oggi si stima siano rimasti poco più di 3.000 individui e la specie rimane quindi seriamente minacciata di estinzione. Sono comunque in corso progetti e misure di tutela per evitare che questa volta scompaia per sempre. La sua "rinascita" in un'area che include l'Uruguay collega ulteriormente la nazione a eventi straordinari nel regno animale, pur trattandosi di un animale selvatico e non domestico, e la sua "nascita" come specie conosciuta dalla scienza è legata alla sua riscoperta, non a una data specifica di quattro anni.
Le Sfide della Zootecnia: Dall'Allevamento alla Nascita di Nuove Strategie Commerciali
Il concetto di "nascita" si estende anche al mondo economico e produttivo, dove nuove sfide e soluzioni emergono costantemente. Nel settore zootecnico, la "corsa dei listini delle Carni Bovine in Borsa merci a Modena può essere letto positivamente solo da un osservatore che non conosce la realtà del comparto, perché quella che manca oggi è la redditività per gli Allevatori." È un quadro preoccupante quello che fa Massimiliano Ruggenenti, Presidente del Consorzio Lombardo Produttori di Carne Bovina. Il costo dei ristalli dalla Francia è diventato insostenibile sul piano economico e difficile anche dal punto di vista di reperimento dei vitelli da ingrassare, ovvero gli animali giovani destinati all'allevamento, la cui "nascita" e crescita sono cruciali per il settore. Prova ne è il fatto che gli stessi francesi stimano un calo delle vacche nutrici nell’ordine di un milione di unità, indicando una diminuzione delle nascite future. Per non parlare delle nuove rotte commerciali che vedono sempre più rafforzarsi le vendite in Spagna, dove i controlli sanitari sono più morbidi rispetto all’Italia. Questo scenario evidenzia una "nascita" di problematiche economiche che impattano direttamente sulla vita degli animali da allevamento e sulla sostenibilità del settore.

In questo contesto, aziende come quella dei fratelli Venturin, in Italia, mostrano come l'innovazione e l'attenzione alla qualità possano generare nuove opportunità. Si tratta di un'azienda agricola con quattro fratelli: Leonardo, che si occupa di vendita e burocrazia; Lucio, del caseificio aziendale; Luca, delle operazioni in campagna; e Mauro, che gestisce una mandria di 260 capi in lattazione di frisona italiana e jersey. Le cifre, sebbene necessarie per inquadrare l’attività, lasciano spazio a interessanti aspetti sulla vendita diretta e sul ruolo dei consumatori. La sostenibilità, concetto di cui si sente parlare molto di questi tempi, interessa in maniera diversa i consumatori di città e di campagna. “Perché la città non si muove. abbiamo a Spresiano. “Sono proprio due tipologie differenti. Un cliente a Treviso tende a venire 3-4 volte alla settimana, predilige il prodotto più fresco e porzioni più piccole, mentre a Spresiano vengono una o massimo due volte alla settimana. Inoltre, a Treviso l’età media del consumatore è più alta, sono pochi i ragazzi in negozio. In città, ancora, chiedono che il prodotto sia rispettoso dell’ambiente, si informano sull’allevamento e la filiera, sulla modalità di trasformazione, cercano più il km0.”
La "nascita" di nuove abitudini di consumo ha influenzato anche la vendita del latte. “Dai primi anni in cui abbiamo aperto la vendita diretta abbiamo assistito a un calo del 50% e oltre. Noi vendiamo latte fresco intero e parzialmente scremato in formati da litro in pet. Adesso ne vendiamo circa 1.300 quintali l’anno. Prima erano quasi 2.700. Anche in questo caso abbiamo registrato una differenza tra consumatori di città e di campagna. A Treviso cercano un formato più piccolo, da mezzo litro.”Per rispondere a queste sfide e valorizzare i propri prodotti, i fratelli Venturin hanno deciso di intraprendere nuove strade. “Eravamo stanchi di trattare ogni due o tre mesi il prezzo del latte e volevamo dare un valore aggiunto nostro prodotto. Da qui la decisione di un caseificio aziendale, col bollo Ce per vendere alla GDO e ai negozi. mentre il caseificio è entrato in attività il 2 gennaio del 2009.” L'avvio di un caseificio aziendale rappresenta una vera e propria "nascita" di un nuovo modello di business. La loro attenzione si estende anche al benessere degli animali, che è fondamentale per la produttività. Alla domanda "Quante lattazioni fa di media una vostra vacca?", la risposta è: “Arriviamo a 5-6 parti. vacche non hanno problemi, non le andiamo a riformare. 12 anni che producono quantità e qualità. latte al giorno. all’animale di muoversi. raffrescamenti, alimentazioni equilibrate e salubrità degli alimenti.” Questo dato sui "parti" (nascite) delle vacche sottolinea l'importanza della longevità e del benessere animale, elementi chiave per la sostenibilità. “Oltre al biogas abbiamo rinnovato il parco macchine per la fienagione e abbiamo dato il via all’iter per ampliare di nuovo il caseificio e lo spazio commerciale, in modo da avere una sala degustazione e fare incontri su misura per fare conoscere il prodotto e l’attività dell’azienda. L’educaizone alimentare è per noi un valore aggiunto da offrire. Grazie all’opportunità introdotta con la nuova legge di Bilancio stiamo cercando aziende agricole per vendere anche i loro prodotti e ampliare la gamma di prodotti in vendita. Inoltre, vorremmo anche ampliare l’area per il bestiame e fare un percorso didattico per visite guidate.” Queste iniziative rappresentano la "nascita" di progetti volti a educare e coinvolgere la comunità, rafforzando il legame tra produzione e consumo.
Dignità Umana e "Morte Senza Cultura": Riflessioni su Vita e Scelte Etiche
Infine, il concetto di "nascita" e "rinascita" può essere esplorato anche in una dimensione più profonda e filosofica, riguardante la dignità della vita stessa e le sfide etiche contemporanee. Amanda Achtman è la fondatrice di Morire per conoscerti, un progetto culturale ed educativo che cerca di umanizzare la conversazione sulla morte e difendere la dignità di ogni vita umana di fronte all'avanzata dell'eutanasia in Canada e nel mondo. Attraverso la scrittura, i cortometraggi e gli incontri comunitari, Amanda propone un'alternativa basata sull'accompagnamento, l'amore e la speranza. Amanda è cresciuta in una famiglia ebreo-cattolica, una doppia eredità che ha plasmato profondamente la sua visione del mondo e la sua sensibilità per la dignità della vita umana. Questa storia familiare e il suo precoce contatto con la sofferenza l'hanno portata, all'età di 18 anni, a partecipare alla "Marcia della Memoria e della Speranza", un viaggio in Germania e in Polonia insieme ai sopravvissuti dell'Olocausto. Lì, davanti al mausoleo delle ceneri di Majdanek e nella cella di San Massimiliano Kolbe ad Auschwitz, Amanda ha compreso la profondità del valore di ogni vita e la responsabilità di vivere con riverenza e scopo.

Il suo progetto, Morire per conoscerti, ha avuto una "nascita" spontanea. "Il 1° gennaio 2021 ho preso il proposito di scrivere un blog sulla morte ogni giorno per un anno intero. All'epoca lavoravo come assistente di un membro del Parlamento canadese. Il deputato ha lanciato un appello per raccogliere storie su come l'estensione dell'eutanasia alle persone con disabilità e malattie mentali avrebbe colpito gli individui e i loro cari. Leggere queste storie mi ha fatto sentire come se l'ufficio parlamentare si fosse trasformato in un centro di crisi. Purtroppo eravamo in minoranza in Parlamento e la legge è passata. Ero convinta che ci dovesse essere un modo più umano di soffrire e morire piuttosto che affrettare la morte. All'epoca non mi aspettavo che questo blog portasse a qualcosa di più, ma Dio spesso moltiplica le nostre modeste offerte. Dopo aver lasciato il Parlamento per studiare a Roma per due anni, sono tornata in Canada pronta a espandere il mio blog. Morire per conoscerti nel progetto culturale più ampio che è diventato. Il progetto ora comprende una combinazione di scrittura, conferenze, produzione di cortometraggi ed eventi comunitari."
Le sfide che affronta sono insite in queste pratiche stesse. "A volte si pensa che l'eutanasia non sia così negativa, perché è la persona a chiederla. Tuttavia, credo che sia proprio questo a renderla così triste. Molte persone con disabilità mi raccontano di aver ricevuto messaggi compassionevoli dagli altri, come 'preferirei essere morto piuttosto che essere te'. L'idea che vivere con certe vulnerabilità renda la vita meno degna di essere vissuta è disumanizzante per coloro che attualmente vivono con quelle vulnerabilità. Inoltre, fa sentire tutti più insicuri, implicando che la vita potrebbe diventare meno degna di essere vissuta."
Il rimedio più importante è l'incontro e la presenza. "Quando incontriamo altre persone e passiamo del tempo con loro, ci accorgiamo che sia loro che noi siamo capaci di fare più di quanto ci aspettassimo. È naturale che i genitori temano l'ignoto quando il nascituro riceve una diagnosi prenatale difficile, o che una persona affetta da demenza abbia paura di come affrontare la situazione insieme alla sua famiglia. Ma ciò che rende ognuna di queste esperienze sopportabili con nobiltà e significato è l'amore. Per questo mi piace organizzare eventi in cui i membri della comunità danno testimonianze che toccano temi di dignità umana e fragilità, come l'adozione, la disabilità, la salute mentale, il cancro, l'invecchiamento, la compagnia e la fine della vita."
Una delle cose più sorprendenti è che "non ho mai avuto nessuno che non volesse parlarmi delle sue esperienze di sofferenza e di morte. Che si tratti di intervistare qualcuno per un post sul blog, di parlare informalmente davanti a un caffè o di creare un cortometraggio sulla storia di qualcuno, le persone sono molto disposte ad aprirsi su questi temi. Uno degli eventi più speciali che ho organizzato all'inizio della primavera è stata la processione eucaristica in una casa di riposo di Regina, nel Saskatchewan. È stata anche un'esperienza di incontro intergenerazionale, dato che gli studenti di quarta classe hanno partecipato alla processione attraverso tutti e quattro i piani della residenza. Uno studente delle superiori ha portato la croce, i ragazzi della Grade 4 hanno suonato le campane (non troppo forte!) e le ragazze della Grade 4 hanno sparso petali di fiori (artificiali!) mentre il Santissimo Sacramento veniva portato e si fermava davanti alla porta di ogni residente. È difficile descrivere ciò che si è agitato nell'anima dei bambini, degli anziani e persino del personale della casa di riposo. Ma non c'è dubbio che tutti si siano commossi profondamente."
Si parla di una "morte senza cultura" piuttosto che di una cultura della morte. "Sì, quello che intendo con 'morte senza cultura' è che stiamo perdendo le usanze e i rituali legati alla morte e al morire. Stiamo perdendo le usanze culturali legate al morire bene. I cristiani possono cercare opportunità di catechesi sulle questioni di fine vita nelle parrocchie, nelle scuole e nelle case di cura. I parrocchiani possono avviare e sviluppare ministeri impegnati a portare la comunione ai malati nelle loro case, negli ospedali o nelle case di cura. Chi è coinvolto in cori funebri o in pranzi funebri può invitare i giovani a partecipare come volontari. I funerali stessi possono essere occasioni di catechesi per il clero e i laici per spiegare il significato di simboli come il telo funebre, il cero pasquale, l'acqua santa, i fiori, ecc. Un ritiro annuale può essere un'occasione per riflettere sulle ultime cose. Riunire le generazioni nelle scuole e nelle case di riposo può favorire la solidarietà intergenerazionale e la riflessione sulla fedeltà di Dio nel corso dei secoli. Ci sono infiniti modi per promuovere una cultura della vita che sia veramente culturale!" Questa riflessione, pur non parlando di animali, celebra la "nascita" di una nuova consapevolezza e la "rinascita" di una cultura che valorizza ogni vita, dall'inizio alla fine, un filo comune che lega tutte le storie di resilienza e speranza.
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