Ogni tanto i giornali e i social media ci sparano delle notizie che sembrano sconvolgenti: più sembrano strane, più vengono urlate per creare clickbait e far diventare post e articoli virali. In questo contesto, non è raro, negli ultimi tempi, vedere uomini col pancione. Intorno alla maternità, del resto, c'è ancora una specie di aura di santità intoccabile: delle madri si decide tutto, come devono comportarsi, vestirsi, crescere i figli, parlare, perché devono rispondere a un'immagine ben precisa, un po' antiquata, probabilmente. Ma fino a poco tempo fa nessuno aveva mai messo in discussione una questione fondamentale: che la mamma fosse una donna. Sembra ovvio, no? Tuttavia, la scienza e l'evoluzione umana presentano scenari complessi che sfidano le nostre percezioni più immediate, sia nel presente che, potenzialmente, in un futuro non troppo lontano.

Questo articolo esplorerà la questione da diverse angolazioni, chiarendo le realtà attuali legate all'identità di genere, esaminando le audaci frontiere della ricerca scientifica sul trapianto uterino maschile, e approfondendo le ragioni evolutive per cui il parto umano è, per sua natura, un processo così intrinsecamente femminile e complesso.
"Uomini Incinti": Realtà Attuali e Questioni di Genere
Attenzione: quando si discute di "uomini incinti", non stiamo necessariamente parlando di esperimenti della scienza né di rare patologie che forniscono a esseri umani con cromosomi XY un utero. La realtà più immediata e spesso al centro di queste notizie è ben diversa e affonda le sue radici nelle dinamiche dell'identità di genere e del percorso di transizione. Cosa significa? Che una persona a cui alla nascita è stato attribuito il genere femminile perché presentava i genitali di una femmina, nel corso della sua vita ha invece capito di sentirsi uomo, tanto da optare per una transizione verso questo genere.
La transizione, però, ha molte fasi e non tutte le persone la vivono allo stesso modo né tantomeno la completano. Questo percorso è profondamente personale e variegato, e le scelte individuali riguardo alle procedure mediche sono diverse. L'isterectomia, l'asportazione dell'utero, è soltanto una delle fasi della transizione, ovviamente non obbligatoria. Questo significa che una persona nata femmina che decide di affrontare la transizione modificando il proprio aspetto fisico deve sottoporsi a trattamenti importanti, gran parte a base di ormoni. L'assunzione di testosterone, per esempio, è un elemento chiave in questo processo. Questi ormoni permettono di perdere le caratteristiche femminili, le quali sono sostenute dagli estrogeni, e di sviluppare più massa muscolare, per esempio, o peli, e di cambiare la voce.
Insomma, un uomo può restare "incinta", quando si tratta di una persona che ha compiuto una transizione dal genere femminile e non si è sottoposta a isterectomia. Questa è una condizione che, pur essendo scientificamente spiegabile e rientrando nell'ambito della biologia riproduttiva di individui con caratteristiche biologiche femminili, viene spesso strumentalizzata o incompresa dal grande pubblico, generando sensazionalismo e confusione.

La Sfida della Scienza: Il Trapianto Uterino Maschile
Al di là delle realtà legate alla transizione di genere, il dibattito si sposta su un terreno più futuristico e, per molti, eticamente complesso: la possibilità per un uomo cisgender di portare a termine una gravidanza. La scienza sfida la natura con ambizioni sempre maggiori. Alcuni ritengono che tra massimo dieci anni, non uno di più, anche Adamo dovrà "partorire con dolore". La scienza fa passi da gigante e si avvicina sempre più il momento in cui anche gli uomini potranno mettere al mondo un figlio, dovranno provare le doglie del parto e la rottura delle acque. Siamo quasi certi che ne farebbero volentieri a meno. Ma gli scienziati non si fermano davanti alle preferenze personali.
Un gruppo di medici della Cleveland Clinic in Ohio, ha iniziato a cercare dei candidati per sperimentare il trapianto uterino maschile. Questa ricerca rappresenta una delle frontiere più audaci della medicina riproduttiva. In poche parole, secondo la dottoressa Karine Chung, direttrice del programma di conservazione della fertilità presso la University of Southern California's Keck School of Medicine, "Non ci sono così tante differenze tra l'anatomia maschile e quella femminile. Probabilmente qualcuno prima o poi sarà in grado di farlo". Poi aggiunge una previsione significativa: "La mia ipotesi è che tra cinque, dieci anni o forse prima, anche per gli uomini sarà possibile portare a termine una gravidanza e partorire".
Dal punto di vista tecnico, le sfide sono notevoli ma non insormontabili secondo i ricercatori. Per assicurare la vascolarizzazione necessaria ad alimentare il feto con il sangue e i nutrimenti, gli scienziati stanno cercando di collegare il ramo di un grande vaso sanguigno dell'uomo all'utero trapiantato. Questo passaggio è cruciale per garantire che l'organo riceva l'apporto sanguigno vitale per sostenere lo sviluppo fetale. Successivamente, con una terapia ormonale si agisce sul testosterone, riducendolo al punto giusto e introducendo quel progesterone e quegli estrogeni necessari ad innescare la gravidanza e preparare l'utero a tutte le sue funzioni, dalla nidificazione alla gestazione.
Giuliano Testa: concepire e partorire grazie a un trapianto di utero
Tuttavia, queste prospettive scientifiche sollevano interrogativi importanti non solo dal punto di vista medico, ma anche economico ed etico. Quanto potrebbe costare un trapianto di questo genere? Secondo la Fondazione Nazionale dei Trapianti, i prezzi saranno alle stelle, rendendo tale procedura accessibile solo a pochi privilegiati. Ma la questione non si limita al costo monetario. È giusto, oltre che logico, sfidare così tanto la natura delle cose? Questo interrogativo fondamentale emerge quando si spingono i confini della biologia umana. "Le persone lo desiderano veramente?" è la domanda che riecheggia in questi dibattiti, invitando a una riflessione più profonda sulle motivazioni e sulle implicazioni a lungo termine di tali innovazioni.
Il "Dilemma Ostetrico": Perché il Parto Umano è Così Complesso
Mentre la scienza guarda al futuro, la biologia evolutiva ci offre una profonda comprensione del perché il parto, nella specie umana, sia un evento così peculiare e spesso difficile. Il punto di partenza è un'osservazione fondamentale: perché i bimbi umani nascono assolutamente inermi e decisamente meno sviluppati dei cuccioli degli altri mammiferi? È una questione su cui gli evoluzionisti si sono scervellati per decenni ma che trova al momento ipotesi ancora parzialmente messe alla prova. La questione è complessa: gli esseri umani nascono con il cervello che è grande il 30% di quello adulto, e hanno una corposa fase di sviluppo fuori dall’utero della mamma. Se è vero che anche altre specie nascono parzialmente sviluppate, nessuna ci eguaglia (caso a parte rappresentano i marsupiali).
Perché la selezione naturale ci ha portato a far nascere piccoli così inermi, si chiedono gli scienziati? La percezione del dolore è profondamente legata all’istinto di sopravvivenza. Gli stimoli corporei dolorosi sono una sorta di linguaggio con cui il cervello riconosce segnali di malattia o di pericolo e dà il via a reazioni di difesa dell’integrità. Si tratta di un collaudato meccanismo evolutivo, la cui conoscenza si è sviluppata a partire dall’Ottocento, di pari passo con lo sviluppo dell’evoluzionismo e della fisiologia come scienza sperimentale. Se il dolore ha funzioni almeno in parte positive, è lecito domandarsi perché, allora, mettere al mondo un bambino comporti una sofferenza tra le più intense e temute. Per quale motivo, insomma, negli esseri umani il parto è così doloroso, anche se non è legato a una malattia bensì alla riproduzione, una funzione essenziale per la specie? Forse c’è qualche funzione “utile” per la nostra specie?

Non si tratta di domande banali, tanto che la comunità scientifica ha attribuito al tema un nome: dilemma ostetrico. Decenni di teorie e di ricerche non hanno ancora sopito il dibattito, con cui si è cercato di individuare ipotesi sufficientemente plausibili, in grado di soddisfare la maggior parte degli studiosi. Nel cuore del dilemma si trova una serie di compromessi evolutivi. Negli esseri umani il parto è un’esperienza complicata ed estremamente faticosa, oltre che dolorosa. Anche per questo, fin dall’antichità le donne che partoriscono sono quasi sempre state aiutate da persone esperte in questo tipo di assistenza, per la sicurezza loro e del nascituro. Questo non accade nei parti di altri mammiferi: per esempio tra i primati non umani, spesso le madri partoriscono tranquillamente da sole e con minori difficoltà. Il perché di queste differenze è oggetto di studio da decenni.
A coniare l’espressione “dilemma ostetrico” è stato l’antropologo statunitense Sherwood Larned Washburn negli anni Sessanta, nel corso di alcuni studi in cui ha paragonato lo sviluppo evolutivo della pelvi, la gravidanza e il parto negli ominidi e nei primati non umani. La testa dei neonati umani è piuttosto voluminosa rispetto a quella dei primati non umani, e questa differenza di dimensioni rende difficile il passaggio attraverso lo stretto canale e non rettilineo del parto. Per attraversarlo, i nostri cuccioli devono affrontare una rotazione, a differenza di quanto accade per altri mammiferi. Quali sono le ragioni di queste difficoltà?
Bipedismo e Cervello Voluminoso: Un Compromesso Evolutivo
L’ipotesi più accreditata è stata battezzata con il nome di “dilemma ostetrico” e rappresenta un compromesso fra due caratteri chiave dell’evoluzione umana: la stazione eretta e il cervello voluminoso. L’essere passati a una deambulazione bipede ha rivoluzionato la struttura del nostro scheletro e ha modificato l’anatomia del parto, rendendolo più difficoltoso. Il canale uterino s’è ristretto, una conseguenza diretta della postura verticale assunta, nel corso dell’evoluzione, dagli esseri umani. Secondo gli studiosi, sarebbe stato proprio il passaggio al bipedismo a richiedere ossa maggiormente in grado di offrire un sostegno adeguato al corpo, comportando però un restringimento del bacino negli esseri umani. Una delle conseguenze è stato un aumentato rischio di complicazioni per mamme e neonati.
Visto che però in concomitanza con il nostro erigerci ci si è anche allargato il cervello e la scatola cranica che lo contiene, il bambino non passava più. Ma perché l’evoluzione non ha fatto sì che un’altra spinta evolutiva portasse al ri-allargamento del canale nel nuovo assetto bipede, si sono chiesti gli autori dello studio pubblicato su PNAS (non solo loro, a dire il vero)? Questo arduo “gioco d’incastri” tra la testa e il corpo del nascituro e il canale del parto complica parecchio il momento del parto, che anche per questo è uno dei passaggi più pericolosi della vita di una donna e di un bambino.
Giuliano Testa: concepire e partorire grazie a un trapianto di utero
A mettere alla prova quest'ipotesi ci hanno pensato Holly Dunsworth e colleghi. Innanzitutto sono partiti dall’ipotesi che se il bacino più largo è più costoso energeticamente allora le donne dovrebbero essere di default svantaggiate rispetto agli uomini. Inoltre, il team ha calcolato che per partorire un bimbo in uno stadio di sviluppo maggiore, quello citato sopra comparabile a quello dei neonati di scimpanzé, l’apertura pelvica superiore (della piccola pelvi, il punto più stretto dove passa il bambino) dovrebbe essere più larga solo di 3 centimetri. Questi risultati suggeriscono che il costo energetico di un bacino più largo potrebbe non essere così proibitivo come si pensava, mettendo in discussione parte della teoria tradizionale.
Dunsworth e colleghi propongono, dunque, un’ipotesi alternativa che chiamano ipotesi EGG, letteralmente “uovo” in inglese, ma l’acronimo sta per Energetics, Growth, Gestation, preferita all’alternativo HAM, che sarebbe stato invece Humans are Mammals, o almeno così scrive l’autrice nel suo blog. Si tratta di un’ipotesi metabolica: il bambino che si sviluppa nell’utero richiede molte risorse metaboliche da parte della genitrice. Il fatto che ci siamo evoluti fino ad avere un cervello molto grosso e complesso ha aumentato questa richiesta di energie, al punto che per la mamma c’è un punto in cui “quando è troppo, è troppo” e continuare lo sviluppo in utero metterebbe a rischio la sua stessa salute, compromettendo capra e cavoli. Questa teoria alternativa fornisce una spiegazione robusta per la nascita prematura dei neonati umani, spostando il focus dal conflitto anatomico puro a un bilancio energetico critico.
Dall’altro lato, nel corso dell’evoluzione sono anche aumentate le dimensioni della scatola cranica dei piccoli di Homo sapiens, in parallelo con le cresciute capacità cognitive della specie. Tali dimensioni non potevano però eccedere le limitate possibilità di dilatazione del canale del parto. Anche per questo motivo gli esseri umani nascono molto immaturi, con un cervello che deve svilupparsi ancora a lungo dopo la nascita e perciò necessitano di tanto accudimento. Tenendo conto di questi fattori, la modalità del parto nella nostra specie sembra essere un compromesso della selezione naturale. I maggiori vantaggi evolutivi, offerti dalla deambulazione eretta e bipede e dalla crescita della scatola cranica, sono stati contemperati dai relativamente minori svantaggi di un parto complicato e doloroso e di una lunga fase di immaturità dei piccoli. "Il risultato è stato: fermare la gravidanza a nove mesi, partorire cuccioli inermi con un cervello che cresce per due terzi dopo la nascita, una caratteristica solo nostra, e un parto molto pericoloso e doloroso”, spiega il filosofo ed esperto di teoria dell’evoluzione Telmo Pievani nel saggio “Il Male Detto” della giornalista scientifica Roberta Fulci.

Il Dolore del Parto: Una Conseguenza dell'Evoluzione
Il dolore del parto potrebbe dunque essere una delle conseguenze della nostra cosiddetta altricialità: la caratteristica dei cuccioli di alcune specie di essere particolarmente indifesi e non ancora completamente sviluppati quando vengono al mondo e nel primo periodo di vita. Una specificità che ha un costo piuttosto alto anche per altri aspetti. Per esempio, ai nostri bambini occorrono onerose cure parentali per un tempo estremamente lungo, mentre i neonati di molte altre specie, come moltissimi uccelli o gli scimpanzé, diventano quasi subito autosufficienti.
Ma quali vantaggi evolutivi ne avremmo ricavato da questo stato di immaturità? Una plausibile conseguenza potrebbe essere stata la neuroplasticità, ossia la capacità dei neuroni, soprattutto nel corso del lungo sviluppo cerebrale, di sviluppare moltissime connessioni e di farne importanti selezioni. Dalla nascita in poi, ogni bambino entra infatti in contatto con il proprio ambiente e con gli individui che gli stanno attorno, imparando via via a conoscerli. Questi apprendimenti si imprimono, letteralmente, nelle connessioni che si formano via via tra le cellule nervose e che permettono lo sviluppo di determinate abilità e comportamenti. Nonostante la maturazione complessiva sia piuttosto lunga, l’apprendimento di singoli comportamenti, attraverso l’educazione, il gioco e l’imitazione, è decisamente veloce grazie alle nostre abilità cognitive. (Su WonderWhy, la storia di Donald Kellogg ci ha mostrato quanto gli esseri umani siano abili ad imitare.)
C’è un’altra ipotesi MOLTO interessante, che ha un fascino speciale per noi umani (e che spero vedere messa alla prova il prima possibile): nasciamo cosi immaturi, per certi versi cera da plasmare, perché per l’essere umano la componente di apprendimento, la famosa cultura, è fondamentale. Il primo a proporre quest’ipotesi negli anni ’60 fu Aldolf Portman: i bambini devono essere in grado di assorbire il più facilmente possibile le nuove informazioni. Questa prospettiva evidenzia come la vulnerabilità iniziale sia in realtà una base per una straordinaria adattabilità e capacità di apprendimento. "L’ipotesi è che i vantaggi della plasticità neuronale e dell’evoluzione culturale abbiano superato i costi di avere dei cuccioli inermi così a lungo nel gruppo”, commenta ancora Pievani. Un altro adattamento della specie che si potrebbe essere affermato in parallelo con questi cambiamenti è la formazione di gruppi sociali, che tra le altre cose, avrebbero aiutato a difendere i piccoli immaturi dai predatori e da altre minacce, fornendo un contesto di cura e protezione essenziale.

Non sono queste le uniche ipotesi accreditate, anzi: sono molte le posizioni critiche così come i punti di vista alternativi o complementari rispetto al dilemma ostetrico. Alcuni scienziati, per esempio, hanno messo in discussione l’ipotesi che un bacino più stretto sia davvero vantaggioso per la deambulazione eretta, con tanto di indagini sull’energetica e la biomeccanica della locomozione umana. Altri hanno avanzato ipotesi sul possibile ruolo del dolore del parto: tra questi, c’è chi sostiene che esso esiste affinché la donna durante il travaglio chieda aiuto ad altri, aumentando grazie all’assistenza le probabilità di sopravvivenza propria e del bambino.
Un’ipotesi interessante è quella cosiddetta metabolica, formulata dalla scienziata Holly Dunsworth e colleghi, come già accennato. Secondo questa teoria, il fatto di esserci evoluti fino ad avere un cervello molto voluminoso e complesso avrebbe determinato un progressivo aumento della richiesta di energia, durante la gravidanza, da parte del nascituro: una notevole quantità di risorse metaboliche che ogni donna gravida deve mettere a disposizione. Dunque, un parto che avviene quando i piccoli sono ancora tanto immaturi sarebbe il massimo compromesso possibile, rispetto al già enorme investimento metabolico da parte della mamma nel corso della gravidanza. Questo bilancio energetico impone un limite temporale alla gestazione, privilegiando la sopravvivenza materna e, indirettamente, quella della prole.
La Variabilità del Dolore e L'Impatto Medico Moderno
Al di là delle ipotesi evolutive, sul dolore del parto ci si interroga anche sul perché esso possa presentarsi in modo così variabile, in termini di intensità, da donna a donna. Una delle possibilità è che ci siano in gioco l’anatomia e la genetica. Lo mostrano, per esempio, i risultati di uno studio pubblicati sulla rivista Cell Reports nel 2020. Nella ricerca sono state coinvolte alcune partorienti che non avevano chiesto l’anestesia epidurale nel corso del parto perché provavano relativamente poco dolore. Alcune di esse si sono rivelate portatrici di una rara variante genetica che sembra determinare una soglia del dolore molto superiore alla media.
In particolare, il gene sarebbe coinvolto nella regolazione dell’eccitabilità dei cosiddetti nocicettori, i recettori del dolore, a livello uterino. Così si ridurrebbe la capacità delle cellule nervose di trasmettere segnali dolorosi al cervello, “come se si trattasse di un’epidurale naturale”, hanno osservato gli scienziati dell’Università di Cambridge autori dell’articolo. Questa scoperta apre nuove prospettive sulla comprensione della percezione del dolore e sulla possibilità di interventi mirati in futuro.
Il progresso della medicina moderna ha anche introdotto nuovi fattori nell'equazione evolutiva del parto. Un tempo, spiegano i ricercatori, la nascita di bambini più grossi della media avrebbe causato complicazioni per la madre e per il nascituro, ed entrambi sarebbero morti nel parto. I geni responsabili delle grosse dimensioni alla nascita non si sarebbero pertanto trasmessi alle generazioni successive, rappresentando una forte pressione selettiva. Dato oggettivo.
Oggi, fortunatamente, non è più così: la disponibilità di procedure chirurgiche permette di far venire alla luce neonati che non potrebbero farlo in modo naturale. Philipp Mitteroecker, primo autore dello studio, è partito con l'osservare l'aumento di casi di sproporzione feto pelvica, quelli cioè in cui la testa del bambino è troppo grossa per passare attraverso le pelvi (le ossa del bacino) della madre. Questo rappresenta un conflitto dal punto di vista evolutivo: l'Homo sapiens vive una contraddizione. Neonati più grandi e forti sono in genere anche più sani, ma allo stesso tempo le pelvi femminili non si sono allargate nel corso della storia, e le teste dei neonati sono grandi, rispetto a quelle di altri cuccioli di primati.
Giuliano Testa: concepire e partorire grazie a un trapianto di utero
Un aiuto che ha un prezzo, o meglio, un'influenza sull'evoluzione stessa. Eppure non si osserva una forza selettiva in direzione di neonati più piccoli. Secondo gli scienziati, una delle ragioni potrebbe proprio essere il ruolo del cesareo, che consente la nascita di bambini di dimensioni maggiori. «Il nostro intento - chiarisce Mitteroecker - non è criticare la procedura chirurgica, ma evidenziarne il ruolo sull'evoluzione». In futuro, la tendenza alla nascita di sempre più neonati "extralarge" potrebbe aumentare nei prossimi decenni, anche se più lentamente, modificando ulteriormente le dinamiche del parto umano attraverso l'interazione tra biologia e intervento medico.