Il percorso della gravidanza è costellato di aspettative e, spesso, anche di interrogativi riguardanti la salute del nascituro. In questo contesto, gli screening prenatali rappresentano strumenti fondamentali per le future mamme, offrendo una preziosa finestra sulla potenziale presenza di anomalie. È corretto parlare, come per molti altri esami di screening, di test che individuano i fattori di rischio di una determinata patologia. Non si tratta, infatti, di veri e propri esami diagnostici, poiché l’esito di uno screening, sia positivo che negativo, non assicura con certezza la presenza o l’assenza di un fenomeno. Questo è un aspetto che è sempre doveroso sottolineare e ricordare per evitare inutili preoccupazioni e ansie, specialmente nella donna in gravidanza, che potrebbe subire serie conseguenze. Lo screening prenatale è un tema che da sempre genera dubbi e preoccupazioni, rendendo essenziale una chiara comprensione delle diverse opzioni disponibili.

La Natura dei Test di Screening Prenatali: Rischio e Non Diagnosi
Per comprendere appieno la differenza tra Ultrascreen e Bi-test, è cruciale iniziare definendo la natura stessa degli screening prenatali. Questi esami, come l'Ultrascreen e il Bi-test, sono test non invasivi che vengono effettuati nelle prime settimane di gravidanza, precisamente nel primo trimestre, per calcolare la possibilità che il feto abbia alterazioni cromosomiche compatibili con sindromi specifiche. La prima cosa da chiarire è che nessuno di questi test può eguagliare la diagnosi prenatale invasiva in termini di certezza del risultato. Essi forniscono una valutazione probabilistica del rischio, utile per decidere se sia opportuno approfondire la situazione con indagini invasive come villocentesi o amniocentesi. L'obiettivo, dunque, non è formulare una diagnosi definitiva, bensì fornire un rischio statistico, espresso in forma probabilistica, e non un risultato “sì/no”. Un esito a basso rischio riduce la probabilità di anomalie cromosomiche, ma non la azzera; al contrario, un esito ad alto rischio non significa automaticamente che il feto sia malato, ma indica l’opportunità di valutare ulteriori approfondimenti.
Tutti gli esami di screening non invasivi si valutano in relazione alla loro capacità di scoprire una certa patologia, la quale non sarà mai del 100%. Essi sono gravati da percentuali di falsi positivi e falsi negativi, proprio in relazione alla loro natura statistica. Un test positivo non significa che il feto sia ammalato; significa solamente che esiste un rischio più elevato di quello teorico, che va confermato o smentito con esami di valore definitivo come la villocentesi o l’amniocentesi. La percentuale di falsi negativi è ancora più bassa, ma la negatività del test non può comunque dare la certezza che tale risultato corrisponda alla realtà. Per questo motivo, il risultato va sempre interpretato dal ginecologo nel contesto clinico complessivo.
L'Ultrascreen: Uno Screening Combinato e la Sua Rilevanza
L’Ultrascreen (o Ultratest), noto anche come screening combinato del primo trimestre, è l’esame più usato e più conosciuto dalla letteratura internazionale. La sua particolarità è quella di non essere un test invasivo, a differenza di altri screening, e rappresenta al momento attuale l’esame più efficace rispetto a tutti gli altri test di screening, oltre ad offrire il rilevante vantaggio legato alla precocità della diagnosi. Questo esame viene eseguito tra l'undicesima e la tredicesima settimana di gravidanza, in una finestra temporale ben definita, precisamente tra la 11ª e la 13ª settimana + 6 giorni, quando la lunghezza vertice-sacro dell’embrione rientra in un range specifico (circa 45-84 mm). Questa tempistica permette di ottenere dati affidabili sia per la parte ecografica sia per quella biochimica, fondamentali per il calcolo del rischio.
L’Ultrascreen si compone di due diversi test che devono essere eseguiti contemporaneamente per garantire la massima accuratezza: un prelievo di sangue materno e un’ecografia ostetrica. L’ULTRASCREEN prevede, infatti, la combinazione di due metodi indipendenti, il BI TEST e lo SCREENING ECOGRAFICO DEL PRIMO TRIMESTRE, in cui si rileva lo spessore della TRANSLUCENZA NUCALE e si valutano i MARCATORI PRECOCI (Osso nasale, rigurgito tricuspidale e flussimetria del dotto venoso). L’esame prevede un’ecografia per via transaddominale o, in particolari casi, per via transvaginale, ed un prelievo di sangue venoso materno dal braccio, che verrà analizzato dal laboratorio di Analisi Clinica e Genetica Medica. L’esito dell’ecografia è immediato, mentre entro 7 giorni è disponibile l’elaborazione del rischio personalizzato.
Attraverso l’Ultrascreen si può individuare il rischio della presenza di diversi difetti congeniti e cromosomiche. Le principali patologie per le quali si effettua questo testo sono la Sindrome di Down (Trisomia 21) e la Trisomia 18 (Sindrome di Edwards). L’ULTRASCREEN consente di individuare circa il 95% dei casi di anomalie cromosomiche come la Sindrome di Down, la trisomia 18 e 13 e la sindrome di Turner. La Trisomia 21 (Sindrome di Down) produce diversi effetti, tra cui un ritardo mentale e difetti all’apparato digerente e al cuore.
Il Test del DNA fetale nello screening del primo trimestre
Il Bi-Test: La Componente Biochimica Essenziale
Il Bi-Test, conosciuto anche come test combinato, costituisce la parte del prelievo di sangue dell'Ultrascreen. È un esame biochimico che si esegue sul sangue materno per valutare il rischio di Sindrome di Down e di trisomie 13 e 18. Questo test prevede il dosaggio di due sostanze presenti normalmente nel sangue materno e prodotte dalla placenta: la frazione libera dell’ormone gravidico HCG (free-Beta HCG) e la plasmaproteina placentare A associata alla gravidanza (PAPP-A). In particolare, nelle gravidanze con feto affetto da anomalia cromosomica è possibile riscontrare variazioni dei valori di tali sostanze, che vengono utilizzati per calcolare il rischio di anomalie cromosomiche in combinazione con l’ecografia. I valori di tali analisi variano in base ad alcune caratteristiche materne, al numero dei feti ed in base al metodo di concepimento (naturale o fecondazione in vitro).
Il “bi-test” può essere effettuato tra la 12a e la 14a settimana di gravidanza e consiste nel dosaggio di queste due proteine a partire da un semplice prelievo di sangue. I valori di questi dosaggi, insieme ad un parametro ecografico - la cosiddetta translucenza nucale - vengono confrontati con quelli delle cosiddette mediane di riferimento. Questi dati, ottenuti dal prelievo, il Bi-test, vengono inseriti ed elaborati da un particolare software che permette di stabilire il rischio che nel feto ci siano delle anomalie cromosomiche. Il risultato è un indice di rischio espresso come percentuale o frazione (ad esempio 1/1.500): quando questo valore è inferiore rispetto al valore soglia che il laboratorio fornisce (solitamente 1/250) l'esame viene considerato negativo. In base alla combinazione tra translucenza nucale, valori dei marcatori bioumorali e caratteristiche materne, l’esame raggiunge un’elevata sensibilità, con capacità di identificare una quota significativa delle gravidanze a rischio.

La Translucenza Nucale (NT): Il Ruolo dell'Ecografia
L'ecografia è l'altra componente fondamentale dell'Ultrascreen e si concentra sulla misurazione di parametri di crescita fetale e, soprattutto, della translucenza nucale. La translucenza nucale è una raccolta liquida retronucale visibile mediante ecografia ed è presente in tutti i feti fra la 11ª e la 14ª settimana di gravidanza. Durante l’ecografia addominale, viene misurato lo spessore di un sottile strato di liquido posto tra la cute e la colonna vertebrale a livello della nuca del feto. Questo è possibile perché si è scoperto come ci sia una maggiore probabilità di sviluppare malattie cromosomiche in feti la cui translucenza nucale era maggiore. Se lo spessore di questa cute è alto, è più probabile che ci sia il rischio di un’anomalia cromosomica, e infatti, risulta aumentata nell'80% dei feti affetti da Sindrome di Down.
L’incremento dello spessore della translucenza nucale può portare ad un aumentato del rischio di anomalie cromosomiche, sindromi genetiche, malformazioni fetali e morte endouterina del feto. In caso di translucenza nucale aumentata con assetto cromosomico normale, può essere consigliato un monitoraggio ecografico più stretto, eventualmente con ecocardiografia fetale ed ecografia di secondo livello tra il secondo e il terzo trimestre, per escludere malformazioni cardiache o altre anomalie strutturali. L’ecografia permette anche di monitorare la vitalità dell’embrione e di misurare la lunghezza cranio-caudale (CRL), un altro parametro essenziale per la datazione della gravidanza e per l'accuratezza del calcolo del rischio.
Interpretazione dei Risultati e La Necessità di Consulenza Genetica
Il risultato dell'Ultrascreen è un rischio statistico di anomalie cromosomiche, espresso come rapporto (ad esempio 1 su 500, 1 su 1000) o percentuale. Questo risultato viene confrontato con un valore soglia (cut-off) per distinguere le situazioni a rischio aumentato da quelle a rischio ridotto. Come per gli altri test di screening, se il risultato non è nella norma SUGGERISCE SOLAMENTE L’OPPORTUNITÀ DI INDAGARE IN MODO PIÙ APPROFONDITO con altri esami di significato diagnostico definitivo. Un esito a rischio aumentato suggerisce una probabilità superiore al valore di riferimento e può portare a proporre accertamenti invasivi di conferma, come villocentesi o amniocentesi.
È sempre consigliabile che questo esame sia preceduto e seguito da una consulenza genetica, allo scopo di chiarire i limiti relativi alla sua esecuzione. Questa consulenza fornisce il contesto necessario per interpretare correttamente i risultati, affrontare le implicazioni di un rischio aumentato e discutere le opzioni successive. La consapevolezza dei concetti di falsi positivi e falsi negativi è fondamentale: il test può segnalare un rischio aumentato in presenza di un feto sano, così come un rischio ridotto non esclude del tutto una patologia. Nessun test di screening, infatti, raggiunge l'accuratezza del 100%.
Ultrascreen: Indicazioni Specifiche e Valore Aggiunto
ULTRASCREEN è in grado di fornire informazioni utili a tutte le donne gravide indipendentemente dall’età ed è il metodo di scelta nelle donne sotto i 35 anni e nel caso di gravidanze gemellari. La sua elevata sensibilità lo rende un punto di riferimento per la valutazione del rischio nelle gravidanze meno complicate.
Nelle pazienti over-35, in cui il rischio di partenza è più elevato a causa dell'età materna, si può considerare la diagnosi prenatale invasiva che è in grado di individuare TUTTE le anomalie cromosomiche. Questi metodi, tuttavia, possono comportare un piccolo rischio di aborto, cosa per cui non tutte le donne a rischio per età desiderano sottoporsi a queste procedure. In questa situazione, ULTRASCREEN può essere un valido aiuto per selezionare le pazienti a rischio maggiore, anche se, si precisa, NON TUTTI I CASI ANOMALI POSSONO ESSERE INDIVIDUATI. In tale situazione la decisione è comunque difficile e deve probabilmente essere lasciata in definitiva alla paziente stessa, dopo aver ricevuto tutte le informazioni necessarie attraverso una consulenza medica approfondita.
Un'anomalia nel test può segnalare anche la possibilità di uno sviluppo placentare non ottimale nel corso del III trimestre, portando a condizioni come la gestosi. In questo caso, le pazienti verranno invitate a sottoporsi a sorveglianza più approfondita nei successivi periodi di gravidanza, evidenziando come l'Ultrascreen possa offrire informazioni predittive su altre complicanze della gravidanza, oltre alle sole anomalie cromosomiche.

Il DNA Fetale: Un'Alternativa Avanzata e il Suo Ruolo
Oltre all'Ultrascreen, le future mamme hanno a disposizione diverse opzioni di screening. Alcuni test, come il Triplo test (prelievo di sangue per individuare feti con possibilità di sindrome di Down nel 65% dei casi) e il Quadruplo test (prelievo di sangue che approfondisce esiti del triplo test), sono stati storicamente utilizzati, ma la loro sensibilità è inferiore rispetto all'Ultrascreen. La translucenza nucale, come già accennato, può anche essere eseguibile separatamente, ma il suo valore diagnostico è massimizzato quando combinata con il Bi-Test all'interno dell'Ultrascreen.
In caso di volontà della coppia di incrementare il tasso di individuazione di malattia, è oggi possibile avvalersi dei nuovi test che valutano il DNA fetale presente nel sangue materno. Questi esami, come l'Harmony Test o il Prena Test, sono conosciuti come Test del DNA Fetale o NIPT (Non-Invasive Prenatal Testing). Il Test del DNA Fetale funziona come un normale prelievo di sangue: il ginecologo effettua il prelievo ematico dal braccio della mamma, senza rischi per il nascituro. All’interno del sangue della gestante, infatti, dalle prime settimane di gravidanza è possibile rilevare il materiale genetico (DNA libero fetale) del feto che proviene dalla placenta. Una volta prelevato, il sangue della mamma viene inviato per essere analizzato in un laboratorio specializzato.
Il Test del DNA Fetale ha prestazioni significativamente migliori (sensibilità oltre il 99%) rispetto ai test di screening basati sulle analisi biochimiche e sulla translucenza nucale (sensibilità intorno al 90%). Sia il DNA Fetale che il BiTest rilevano la presenza di alterazioni cromosomiche per quanto riguarda la trisomia 21 (sindrome di Down), trisomia 18 (sindrome di Edwards) e trisomia 13 (sindrome di Patau). Questi nuovi test sono in grado di identificare non solo le più frequenti trisomie, ma anche malattie metaboliche rare e le microdelezioni (anomalie cromosomiche dovute alla perdita di piccoli frammenti cromosomici). Nonostante la loro elevata sensibilità, è importante notare che questi esami per ora vengono utilizzati non da soli ma, generalmente, dopo lo screening combinato, ovvero l'Ultrascreen, per approfondire un rischio già rilevato o per chi desidera una maggiore accuratezza non invasiva.
La Diagnosi di Certezza: Quando i Test Invasivi Sono Indispensabili
Nonostante l'avanzamento degli screening non invasivi, è assolutamente riconosciuto dalla scienza medica e dalle linee guida che la diagnosi di certezza è fornita esclusivamente dai test di diagnosi prenatale invasiva. Questi includono la Villocentesi e l’Amniocentesi. Sono gli unici in grado di fare una diagnosi delle anomalie cromosomiche, cioè delle patologie che interessano il numero e la forma dei cromosomi nel feto.
Le indagini invasive e diagnostiche hanno però una percentuale di rischio di circa 0.5-1% di provocare un aborto. Questo rischio, seppur piccolo, è il motivo principale per cui i test di screening non invasivi sono la prima scelta per la maggior parte delle gravidanze. La decisione di sottoporsi a un test invasivo viene presa dopo un'attenta valutazione del rischio individuale (spesso basato sui risultati di un Ultrascreen o NIPT ad alto rischio) e dopo un'esaustiva consulenza genetica che illustra i pro e i contro di ogni procedura. La possibilità di individuare TUTTE le anomalie cromosomiche con la diagnosi prenatale invasiva è un vantaggio indiscutibile, rendendo questi esami indispensabili per la conferma definitiva in situazioni di sospetto.
